Cerchi senza fine

Silenziosi e assorti

abbiamo percorso

le fertili terre

in belle

e dolci curve,

girando attorno

alle verdi mammelle

protese sul mare magico

e nutrite dalle pure acque.

E che ridere di quelle strade viaggiate,

in cerchi quasi infiniti,

finiti

nei punti di partenza

-o forse solo lì vicino-

in quel principio d’estate…

e che spasso

quelle vie che si rincorrevano

e gli amici e i sorrisi

e le belle serate

e la notte,

sicura speranza

che ci guidava al sicuro destino,

diritti e protetti

verso il punto di partenza

del nuovo giorno…

Ma prima della separazione

degli amanti

e prima dell’attesa,

strade impervie e spietate

aspettavano

sprezzanti

un diverso cammino.

Lungo l’ultimo percorso,

lungo le ferite

aperte delle tue montagne,

sventrata l’ultima curva,

si è aperto l’abisso

dell’ultimo approdo comune.

Lì, proteso sul mare,

ci aspettava un ultimo tuffo,

assalto alla gola

del mare più cupo.

E allora,

ridere.

Col pianto in gola, ridere,

e salutarsi,

e pensare alla prossima avventura,

ma sentire,

in gola, solo il sapore della fine.

Di questa,

di altre che verranno.

Un vetro trasparente e impietoso ci separa.

Lancio un saluto con la mano,

ma sono anch’io vetro, invisibile;

ingoio l’ultima caramella, ora amara.

Sei così vicino e così lontano.

E allora imporsi,

ancora,

il pensiero di un nuovo inizio

ma vederne,

ancora, sempre e solo,

la fine,

inevitabile.

Rovi di poche rose e molte spine

accolgono l’ultima salita, prima dell’attesa.

Lungo la lunga attesa

la febbre dell’amaro

scende

e scende il dolore in gola

e si estende,

annacquandosi un po’.

Senza più contatto

e senza umana intesa,

girando in tondo

nell’ultimo cerchio chiuso,

sono vetro contro cielo,

ferma, in attesa,

nel punto di partenza.

E nel cielo che vi ha inghiottito

scopro un vecchio indizio:

non c’è principio senza fine.

E nulla si compra senza spesa:

senza accettare il prezzo della fine,

nulla può essere iniziato.


 

Sottobosco

Sottotono.

Se tu parli sottovoce, la tua voce ti tradisce,

mi ferisce

e di me, alla fine straccia via ogni lembo di indulgenza,

ogni piccola pietà.

Sottotono, tu mi lasci

senza te.

Abbandoni a metà

questo fragile discorso.

E mi lasci, sola,

senza il minimo avanzo di pazienza,

di speranza,

di perdono.

Un insolito sussurro. Un tono falso e mesto.

Un po’ losco, un po’ sinistro.

Non capisco

Cosa

ma a qualche senso è chiaro

il Come

e forse anche

il Perché.

Ecco perché, un po’ alla volta,

mi racchiudo

e come disattenta sul resto di un racconto

che conosco,

mi nascondo

e poi

sparisco.

Non ci sono.

Sottotono,

alla fine son tornata

fra le frasche silenziose,

dentro il bosco mio profondo.

Silenzioso sottobosco

di vaghezze disertanti.

E’ in questo posto,

che fra duri passi e bruschi salti,

agito foglie gracchianti;

da sempre, da queste parti,

con balzi lunghi avanti,

falcio nebbie, muovo pensieri pesanti.

Fintanto che,

dal basso sottobosco,

dal cupo fango caldo dentro il fosso dei miei passi,

qualcosa non si è mosso,

ha messo le ali

ed ha scalato il cielo,

oltre l’immensa volta dei rami più alti.

Ma non c’è fine accettabile

senza il pensiero di un nuovo inizio.


ATHINA

Stracciate

le vesti,

violentata

la carne.

Offesa,

uccisa

l’anima.

Eppure la prima,

l’origine,

la grande culla dorata

di ogni cultura

di li a poco, e per lungo tempo,

futura.

Eppure, ancora una volta,

e più volte ancora,

nel corso del tempo,

di te, si è compiuto lo scempio.

E oggi,

una nuova malora

attraversa il tempio più bello.

Monumento globale.

Eppure,

per quello che resta e

per quello che sono

ti amo di una infinita pena,

trasandata Dea

di straziante Bellezza.

Ti amo e ti temo

e tremo impotente al tuo male,

e perdono il tuo stato.

Sola sotto il sole,

tra le macerie,

antiche e moderne,

cammino.

Doloroso abbandono.

Assoluta assolata solitudine.

Sotto le tue vesti stracciate,

assonnata, annoiata,

per caso,

mi infilo.

Tra i lembi rimasti

la carne violentata

pulsa ancora.

E quella pulsione mi chiama,

mi invita,

mi chiede,

e allora mi calo,

tra le viscere aperte delle tue rovine, e sia quel che sia.

Dentro il cuore della tua fama,

mi cedono i sensi.

Nei torrenti in piena di sangue caldo

Mi immergo

E affondo.

E ritrovo

la tua anima nello specchio della mia.