LA BERNOULLIANA



Fuori fa freddo in modo inaccettabile; la pioggia scroscia impetuosa e il cielo sembra una diga che crolla, impotente, di fronte alla forza della natura. Mi piace comunque stare in casa, quando il tempo è inclemente e i tuoni devastano il naturale silenzio della notte, in cui tutto pare debba tacere, arrestarsi, dormire. E invece nulla è fermo. Il buio è uno spaccato di vita sconosciuto, uno spazio inesplorato, in cui ogni cosa viene abbandonata, da un momento all’altro, semplicemente, perché le lancette dell’orologio precludono la parte attiva della vita.
-Quando viene la sera, mi arrotolo sul divano, come un gatto e con il telecomando in mano, faccio zapping e guardo le facce che si alternano sullo schermo. Mi dice Lora.
-Questo è ciò che la notte ti ispira?
-Non solo, di solito vado a dormire e spero anche di prender sonno presto, perché è diventato un incubo addormentarsi, alla mia età!
-Che tristezza, non sapere cosa fare, tirare su le coperte e chiudere gli occhi…è un po’ come abbassare la saracinesca sulla vita e concludere una giornata, senza la possibilità di rielaborare il vissuto, gioire o dannarsi per quanto accaduto.
-Che cosa ti aspetti dalla notte? Mi domanda Lora, con l’espressione attonita di chi parla con un alieno.
-Mi aspetto un tempo. Un tempo per vivere, fare, concludere, riflettere.
-Io non ti capisco, non saprei proprio cosa realizzare, quando il buio impedisce al giorno di splendere e la vita tende a rallentare, dopo tutto lo stress quotidiano. Ho bisogno di riposare…
-Ed io così mi distendo: muovendomi in una dimensione temporale che, per quasi tutti, è vuota e che per me è uno spazio denso di attività. Capisci? E poi , comunque non dormo mai presto, mi sono inventata un altro pezzo di vita.
-E se tu potessi sognare, quale vita costruiresti?
-Dunque, il sogno non mi appartiene, ma potrei immaginare…vediamo…Mi piacerebbero una casa di legno, arredi essenziali, senza cose inutili, luci soffuse, un grande camino, tappeti di lana e cuscini, un bollitore sul fuoco e una grande moca per offrire il caffè a chi passa di lì.
-E basta?
-Beh, anche un vassoio di biscotti al Mistrà, in mezzo al tavolo e una collezione di bicchieri larghi in vetro, di vari colori…e piatti artigianali di cotto…
-Sembri una bambina che gioca “a signore”…
-In realtà non m’interessano i confort, ma le atmosfere confortevoli, quelle che rendono accoglienti un ambiente…
-Ti piace ospitare?
-Sì, molto, amo sapere che chi mi raggiunge si trovi a suo agio, che stia bene, insomma. E lo sai perché?
-No, proprio no, per me è solo una fatica!
-Perchè , in questo modo, faccio pace con me stessa e con il mondo!
-Cioè, mentre una persona, a casa tua, trangugia quella sbobba di caffè bollente e amaro che prepari, tu pensi di essere una donna realizzata?
-Non devi rendere tutto superficiale. Sappi che mi piace questo, perché ho dedotto che , quando fai stare bene gli altri, vuol dire che stai raggiungendo un traguardo o almeno sei sulla strada…
-Sì? E quale? 
-Stare bene con te stessa. Se risulti un rifugio per le persone, vuol dire che sei una roccia…magari noi ci sentiamo piume al vento, ma gli altri ci vedono fermi come le montagne… lo sai perché?
-No…perchè?
-Perchè chi sceglie di “essere”, non è consapevole della destinazione raggiunta, in quanto è umile e sempre in cammino. Non arriva mai, tra l’altro, perché c’è sempre un’altra fonte di benessere da realizzare, una volta messo il piede su una postazione. Vedi? Di notte dormivo, poi la vita mi ha regalato l’insonnia ed io pensavo che una terribile punizione mi fosse stata inflitta…quasi a dei sensi di colpa da espiare. E invece è stato un segnale.
-Sì? Quale? Che dovevi morire con un arresto cardiaco, perché il cuore non ha più forza di contrarsi?
-No. No, il fisico parla più dei medici e ti spiega ciò di cui necessiti per sopravvivere…poi sta a te farne tesoro. Ad esempio, per spiegarlo con una banalità, quando i muscoli non rispondono, dopo un’attività fisica eccessiva, l’acido lattico e i crampi ti dicono di ridurre lo sforzo, il dolore rallenta i passi … tu lo senti il dolore? Pensaci, perché se non lo percepisci, significa che hai superato il limite, ti sei adeguata a livelli sovrumani di affaticamento e allora puoi anche morire, senza accorgertene…capisci cosa voglio dire?
-Insomma, non è che sia tanto chiaro questo concetto…dammi una sigaretta…
-Dico che c’è un gradino entro il quale possiamo tollerare e invece, oltre un certo limite, accettare diventa vittimismo, schiavismo psicologico, barbaramente alimentato da una bassa autostima e tutto ciò consuma la nostra capacità di migliorare, di essere creativi e ci annienta. Tu non vuoi essere creativa?
-Certo, mi piace tutto ciò che è nuovo, improvviso…
-Ecco e fai nulla affinché questo accada?
-Beh, no, non lo so…
-Non lo sai? Quindi, no. Basta lasciarsi andare, vedere le cose dall’alto, cambiare prospettiva. Qualche volta, fai pranzo alle quindici o cena alle diciannove, invece che alle venti; svegliati alle cinque o comunque presto, per ammirare l’alba…Perchè vedere l’alba è un fatto eccezionale? Te lo sei chiesta mai, Lora?
-Perchè dormo come un ghiro a quell’ora…
-E chi l’ha detto che si deve per forza stare a letto, a quell’ora? Lo sai che le ore del mattino hanno l’oro in bocca? Ci saranno un significato, una credenza popolare e una verità, se questo proverbio esiste?
-Io non sono produttiva la mattina presto…non potrei fare nulla, di giorno lavoro e mi stanco.
-Capisco, ma dovremmo organizzarci, in modo da poter ricavare spazi di tempo per noi…ci sono di giorno?
-No, quasi mai…
-E allora li trovo di notte. Quando parli di notte, il silenzio e lo spazio intorno diventano oasi in cui potersi rilassare, come in un’amaca che dondola e nell’oscillare, culla i pensieri e consente ai nostri desideri di poter essere probabili. Probabilità. Se consideri la bernoulliana, essa è una distribuzione di probabilità su due soli valori , 0 e 1, detti appunto fallimento o successo…non hai scampo, ma le cose della vita dipendono da innumerevoli variabili, che spesso hanno esatto gli incrementi della nostra volontà.
-Stanotte ho sbagliato a chiamarti, sei persa in teorie che sconvolgono il mio equilibrio…
-Beata te…perché, tu hai un equilibrio? Che cos’è l’equilibrio? Connettersi nella dimensione di una giornata scandita, programmata, che se anticipi o posticipi un evento, mandi in tilt tutto il sistema della quotidianità? Questo è l’equilibrio? Non credo…
-Per me, sì…è avere ogni cosa al suo posto, pianificata.
-Penso che l’equilibrio consista nel rinunciare agli eccessi o quantomeno nel renderli sporadici. Quando si esagera nello stare troppo bene, la vita diventa noiosa, mentre se si vive troppo il male, tutto è insostenibile. Quindi, come dici tu, l’equilibrio c’è quando ogni cosa è al suo posto, ma non in senso programmato. Il posto alle cose lo dovremmo determinare noi, in base alla nostra disponibilità, alle nostre esigenze creative e senza nuocere agli altri. Quindi è bene organizzare al meglio il tempo del lavoro, perché questo sia proficuo, produttore di soddisfazione, animato dalla passione, dal desiderio di vincere. E la vittoria non è quella che fa battere le mani, ma il cuore…ci hai pensato mai? A volte finalizziamo tutto al rendimento, alla convenienza pratica, al riconoscimento. Non credo siano questi i traguardi importanti, ma le emozioni, ciò che provi, quando ottieni qualcosa che ti può cambiare dentro. Una luce che spalanca la finestra chiusa, una capriola nello stomaco che se ne frega di quanti anni hai e racconta come il benessere sia figlio del desiderio, della voglia di straordinario, scoprendo che esso scaturisce dalle cose piccole. 
-Sei di ferro; non molli mai. Ti rialzi, anche insanguinata. Piangi, strepiti, affondi e poi ti rimetti in piedi…
-Appunto, è questo l’equilibrio: un corpo che rimane in piedi. Quale pensi sia, Lora l’obiettivo che ci prefiggiamo? Una probabilità, una possibilità?
-No. E’ la felicità!
Ecco, l’hai detto.In fondo, la fuga verso la felicità è una testarda ricerca di equilibrio; ci sentiamo bene quando tutto fila liscio, ma in questa imperturbabile calma apparente, ripartiamo inconsapevolmente verso altre mete, altre sfide e siamo ottimi condottieri, se affrontiamo queste ultime in equilibrio, agendo con forza e vigore.
-Senti…me la prepari la tisana ai frutti di bosco? 
-Sì, certo…con il miele?
-No, zucchero di canna…che fai?
-Ginnastica, intanto che l’acqua bolle, rinforzo i muscoli…
-Ma che fai, adesso?
-Sto in piedi sullo sgabello, non si può? Prova anche tu, prendi la sedia e sali…rimani con i muscoli in tensione, libera la mente, respira profondamente. Lo sai che , fino a poco tempo fa, non riuscivo a respirare profondamente? L’aria si fermava sul diaframma come un peso insopportabile e le gambe cominciavano a cedere, i piedi si appoggiavano incerti, uno piantato a terra e l’altro vacillante, le mani tremavano, il fiato si rompeva…
-E dopo?
-Poi ho imparato a governare il corpo, a frenare i battiti tachicardici, eliminando l’aria dalle orecchie, tappandomi il naso … a guardare in alto, mentre apro le braccia…
-Ma sta’ zitta…sei salita in volo?
-Ho fatto del mio corpo un tutt’uno col pensiero e sono tornata alla bernoulliana: avevo due possibilità, per ogni prova di vita che mi accingevo a sperimentare : fallire o vincere e il risultato di ognuna è indipendente dall’altra.
-Hai scelto la vittoria?
-Ho scelto l’equilibrio, a modo mio…niente eclatanza, solo cose semplici e genuine, come una mela in borsa per frenare la fame, quando sei in giro e ho lasciato che le piccole, rare straordinarietà del quotidiano si tramutassero in grandi felicità della vita. 
-L’acqua bolle…la tisana. Ma scendi da quello sgabello…
-Certo. Prendo per te la tazza col piattino di ceramica. Ci sono le fragole in rilievo…E’ un pezzo portoghese; mi piace, infonde benessere, calore e mi parla di cose buone, di paesi lontani, di atmosfere … il filtro, lo immergo…Eccola…è pronta!
-Ma che fai, ancora?
-Te la offro, no?
-Ma come l’appoggi? Sul bordo del tavolo, metà dentro e metà fuori? La vuoi distruggere?
-Ma no, perché? Non ricordi la bernoulliana in statistica? L’aula gremita all’università, il professore con i baffi che mandava tutti a casa, le facce distrutte e basite degli studenti che tenevano ancora il libro tra le mani, dietro le spalle, con l’indice infilato tra due pagine, come fosse il breviario di don Abbondio e invece non si trattava di salmi, ma dell’esame più temuto del corso.
1 vittoria…0 sconfitta.
La tazza sta appoggiata a metà, perché tutto non si può avere sempre a posto e la parte che sporge è il trampolino di lancio verso nuove cose…
Anche questo è equilibrio: pensare che ci possa essere qualcos’altro, oltre alla realtà che prevediamo noi.


 

GLI OCCHI DOLCI DI MIA MADRE

 

Sono le tre passate del mattino, la luce dei lampioni penetra a strisce dalle persiane e risultano anch’esse un compromesso con il giorno che detesta la notte. Potrei pensare di dormire, in fondo queste sono le ore del sonno per tutti, tolti coloro che svolgono lavori notturni inarrestabili per favorire al mondo il ritmico svolgersi della giornata; ma c’è ancora una cosa che vorrei fare. Ho qui delle vecchie foto rubate a degli album di famiglia e mi piace guardarle una ad una, fino a che qualcosa non mi dirà su quale mi devo fermare per ricostruire uno spaccato di vita. Ritrovo attimi che avevo relegato in un angolo e immagini ferme in alcuni momenti, dai quali non mi sono allontanata mai. Queste ultime sono tutte in bianco e nero e il gioco cromatico dal bianco, a tutta la gamma dei grigi, fino al nero, non sembra punire l’effetto revival, anzi mi pare che non sarebbero risultate altrettanto esaustive, nel loro carico di memoria, se fossero state a colori. Scorro con lo sguardo e finalmente arriva la foto protagonista di questa notte. Mentre quasi tutto il mondo dorme, ritrovo gli occhi dolci di mia madre che mi sorride, al mare, mentre io, come oggi, non guardo l’obiettivo, ma rincorro un pensiero che mi porta via lontano. Dicono fossi una bambina silenziosa, ma estremamente osservatrice e ogni volta che risultavo distante, ero invece proprio lì, a incamerare sensazioni dettate da quanti mi stavano accanto, dalle cose e dai paesaggi che mi attorniavano. Dicevo di sì e di no con la testa, arrossivo se ricevevo un complimento e trovavo il modo di andare via, perché l’essere apprezzata m’imbarazzava. In questo tenermi tutto dentro, accrescevo la mia dimensione emotiva; le emozioni diventavano eclatanti per la loro ridondanza nel mio vivere e il mio vivere era incentrato sull’imparare a percepire gli stati d’animo degli altri, fino a diventarne un segugio emotivo. Captavo a distanza le sensazioni che producevano le persone, riconoscevo dai loro atteggiamenti ciò che provavano; intuivo gioia, tristezza e delusione dagli sguardi. Nel rivolgermi ad un coetaneo o ad un adulto, percepivo la falsità, l’opportunismo e il fare sincero, prevenivo le risposte a domande ancora inespresse e ciò contribuiva a mettere tutti a loro agio. Nessuno faceva questo con me, nessuno ed io ero una bambina desiderata e accolta, alla quale non si chiedeva se stesse bene o tantomeno se fosse felice. La cosa strana era che neanche io me lo domandavo mai. Procedevo come un treno in corsa verso un binario costituito di esigenze altrui. 
Esigenze che risultavano sempre più importanti delle mie. 
Esigenze che nel proporsi, in modo tenace e quasi ossessivo, non mi consentivano mai di pensare alle mie. Io ero tutta lì, dentro di me, con il bisogno di dolcezza, di attenzione, di abbracci teneri e silenziosi…ero tutta lì, dentro di me e a quanto pare, le persone che entravano nella mia vita, mi volevano, ma non hanno mai teso una mano, perché io potessi uscire, finalmente allo scoperto. Così, con estrema lentezza e fatica, ho trovato da sola l’energia per risalire dalla voragine in cui vivevo accucciata, come uno scoiattolo in letargo. Quando, dopo anni, sono riuscita a vedere la luce, la luce mi ha accecata, le ferite riportate dalla scalata mi bruciavano, le gambe faticavano a camminare su un terreno sconosciuto. Tutto ciò era il dolore del cambiamento ed io l’ho maledetto. Ho maledetto con tutta me stessa ciò che poi si è rivelato il mio strumento di salvezza.


 

“LA QUARTA E’ GRATIS!”

 

-Abito o pantaloni stasera? Vediamo, abito…questo va bene: nero, semplice, appena sopra il ginocchio! E le scarpe? Con il tacco? Direi di sì! Tacco sottile e punta discreta…anche perché devo camminare. 
Il centro è ZTL e mi conviene non avvicinarmi troppo. Parcheggerò l’auto almeno a un chilometro dalla piazza, perché un’altra multa non la potrei reggere, questo mese. 
-Dove ho lasciato la catenina sottile ? Dimentico tutto e devo fare in fretta o arriverò in ritardo. Eccola, sotto il libro di Heminguay, “Fiesta”, quello di Ernest che ho apprezzato di meno…Ah, il rossetto! Color sabbia, leggermente perlato…così mi ricorda la spiaggia di giugno. Lo spalmo sulle labbra e non so perchè, mi viene in mente l’ultima settimana bianca; ripetevo questo gesto, ogni quarto d’ora, con il burro di cacao, perché il freddo polare e pungente della montagna, rischiava di trasformarmi la bocca in una fessura screpolata e sanguinante. 
Devo sbrigarmi, detesto non essere puntuale, mi scatena una capriola d’isteria interna e per tutta la giornata, corro dietro al mondo. Passo accanto alla finestra, qualcosa luccica…E’ la pioggia che si riflette sui lampioni. 
Piove! Ma perché, proprio stasera? Dove sarà l’ombrello pieghevole nero? L’impermeabile bianco era nell’armadio; ora mi avvolge e credo di poter partire. L’ombrello è nella vaschetta della lavanderia, perfettamente asciutto. E le chiavi? Giuro che soccomberò ad un attacco di panico, se non le troverò entro un minuto, perché è tardi…E’ tardi! 
Corro per la camera, vuoto le borse, emettendo gridolini strozzati, alternati a sospiri disperati. Eccole, finalmente! Chiudo la porta ed esco. Ne è passato di tempo, ma a quanto pare, noi siamo ancora qua.
Fuori è freddo, abbastanza e la pioggia sembra rincorrermi…nonostante l’ombrello, mi bagno tutto ciò che fuoriesce da quella cupola di nylon nero. Sento il cuore che sobbalza, il sangue che scorre veloce e caldo fino al petto e lì, sembra arrestarsi in pausa. 
-Quanti anni sono che non ci vediamo? Tanti e la possibilità di rincontrarlo mi fa respirare a tratti, come se il ricordo di lui incombesse in tutto il mio corpo, fino a comprimere i polmoni, impedendomi di riprendere fiato. 
Sono emozionata. 
Entrare in auto è un po’ come trovare un rifugio…dal freddo, dalla pioggia, dall’ansia che mi divora e allo stesso tempo mi rende felice, per questo incontro. 
I tergicristallo obbediscono al mio comando e di qua, di là, sento lentamente una calma buona che mi quieta. Il semaforo è rosso. Meglio, così controllo il cellulare e guardo il mio viso nello specchietto retrovisore. Non saprei definire l’ espressione che ho, forse a metà tra l’inconsapevolezza del momento e il desiderio di arrivare, di ritrovarlo, lì, su un metro quadro di cubetti di porfido, che mi aspetta. Scatta il verde e nell’ingranare la prima, mi viene da sorridere, perché ricordo bene il nostro girovagare insieme in auto e le parole che scorrevano parallele, con l’ironia che ci caratterizza. Guidavo come un automa, lenta e intenta a chiacchierare… “la quarta è gratis…!” , mi diceva, per invitarmi a cambiare marcia, mentre il motore ringhiava in pianura. Ed io rallentavo, perché morivo dal ridere, fuori e dentro di me. 
-Come ci si perde all’improvviso, come si dimenticano gli attimi condivisi, la gioia e il dolore vissuti davanti ad un bicchiere, in una notte d’estate? Non ci voglio pensare, altrimenti sterzo e giro, per tornare indietro. 
Credo che quando qualcosa dentro ci suggerisce di andare, noi dobbiamo ascoltare. Non importa che ci si possa fare male. Il male che non si vuole provare è la voce della verità e con la verità in tasca, si riparte, per guardare avanti. 
Il manto d’asfalto della strada luccica e le finestre illuminate, da sempre, mi spingono a spiare le vite degli altri. Sagome si spostano davanti ai vetri e così librerie, pensili della cucina, lampadari e la testa riccioluta di un bambino, che salta e poi sparisce, scorrono veloci come treni. Quante cose arrivano e partono senza darci la possibilità di essere vissute fino in fondo e magari avremmo voluto averle per noi, riderci forte, piangerci sopra, urlando al mondo la gioia o la disperazione. 
Il parcheggio è praticamente vuoto; rettangoli bianchi mi attendono, pacifici come un gregge a riposo. Mi fermo su uno degli spazi delineati, spengo il motore e poi apro lo sportello per vedere se ho centrato il posto…Non mi pare di essere stata precisa e quindi posso procedere con un lamento dentro, che mi ripete che impedirò a qualcuno di parcheggiare accanto alla mia Renault. Prendo l’ombrello nero e stringo un po’ la cinta dell’impermeabile bianco. Tra il bianco e il nero delle cose, in questo momento, non percepisco le sfumature e mentre i miei tacchi punzecchiano l’asfalto, accelero il passo, la piazza è vicina. Una donna mi passa accanto e parla concitata al cellulare; ha una sciarpa verde arrotolata con due giri intorno al bavero del cappotto e si tiene stretta, stretta la borsa sotto il braccio… come fosse la vita. La guardo e poi scompare dietro il muro scorticato di una casa. 
Alla fine del corso principale, c’è la piazza e sto avvicinandomi al luogo dell’appuntamento. 
-Cosa sto facendo? Chi vorrei incontrare dopo tutto questo tempo? Sarà giusto? Sbagliato? Perché sono qui? Potrei ancora girare e tornare in auto, ripristinare la vita di sempre. La vita senza di lui. Lui che, in un giorno di settembre, si è dimenticato del nostro stare insieme, delle carezze, delle parole e della tenerezza. E se fosse stato tutto falso? Se quel tempo avesse rappresentato una parentesi insignificante, ora, io…cosa penso di ritrovare? Mi fermo. L’ombrello nero sopra di me, la pioggia che scende a rivoli sottili lungo i suoi bordi, gli occhi lucidi, il timore di riesumare un ricordo che avevo faticato a seppellire, lo stomaco serrato, le braccia paralizzate, la notte. L’insegna luminosa di un bar si accende all’improvviso ed io riprendo a camminare, come se qualcuno mi avesse restituito la carica. Avanzo e arrivo. Lo spazio si apre davanti a me; il municipio, la chiesa con il campanile che svetta come una sentinella severa, il ristorante, che prepara cibi vegani, le sue vetrate illuminate e poi il bar. Tre passi ancora e lo vedo e vederlo annulla, dentro di me, il tempo che ci ha tenuti lontani. Alza un braccio e credo sorrida. Mi avvicino e ci siamo già raggiunti.
-Ciao, come stai? Gli tendo una mano e lui la prende per avvicinarmi a sé e mi abbraccia, senza dire niente. In quella stretta, sento gli anni che ci hanno separati scomparire, sciogliersi come il burro fuso della torta alla vaniglia e mentre tutto si placa in me, riconosco il profumo buono della sua pelle. La pioggia scende e il manico dell’ombrello anche. 
-Ti ho pensata in tutto questo tempo…
-Avresti potuto chiamarmi, invece di pensarmi. Gli sussurro con un filo di voce.
-Io…
-Tu? Lasciamo stare, ora.
Mi prende per mano e raggiungiamo il portone di un palazzo, che ha una tettoia.
-Andiamo in un posto speciale! Gli dico sorridendo. Lui mi guarda e bacia il mio sorriso. Scompare tutto intorno a me: la piazza, la chiesa il campanile, il vecchio municipio con la bandiera d’Italia, appassita intorno all’asta che la sostiene. 
Rimaniamo noi, vicini, uniti da un leggero tremore, come se il sangue avesse preso a circolare improvvisamente, dopo una stasi durata secoli.
Il cuore lo sento battere dentro il petto, quasi volesse uscire fuori e gridare che io…io davvero sono felice.
-Prendiamo la mia auto, gli dico. Raggiungiamo la Renault, tenendoci sotto braccio e ridendo per ogni parola che, dapprima ci porta indietro negli anni e poi ci catapulta in questo presente, che attendevo da tempo. Entriamo, allacciamo le cinture , esco dal parcheggio e mi immetto sulla nazionale. 
I nostri sguardi, le parole, la sua mano che sfiora la mia, appoggiata sulla leva del cambio; io che mi volto, per ritrovare i suoi occhi, lui che raddrizza il volante e mi rimette in carreggiata, i tergicristallo che oscillano, al di qua, al di là dei nostri pensieri, il motore che ringhia e poi, la sua voce: 
“ Ehi, la quarta è gratis!”. 
Rallento, le nostre risate, la mia carezza, il suo abbraccio tenero, mentre fuori piove, l’asfalto luccica, le finestre sono occhi aperti sulla vita degli altri.
Eravamo tornati noi.


 

ASPETTANDO IL VERDE

-Ho fretta, devo fare un sacco di cose. Che fila nel viale in centro. Piove. In questa estate piove di continuo e l’afa si alterna ad un’aria freddina che ti gela il sudore mentre scende impietoso, quando sei prigioniera nell’auto. Così rimani impietrita nell’aria condizionata dell’abitacolo, con un attacco di cervicale e quando qualcuno ti saluta, in strada, da sotto l’ombrello, non riesci neanche a voltarti. Rimani bloccata, a 45°, con un sorriso stereotipato che maschera la fitta di dolore e devasta le vertebre del collo; l’altro pensa che sei un po’ strana, distante, non disponibile a condividere neanche un ciao. Scende la pioggia, come nella canzone di Morandi e anche se non “casca il mondo intorno a noi” , i tergicristallo oscillano freneticamente e spero di arrivare al semaforo, trovando un bel verde. Non è un caso che si passi con il verde; questo è il colore dei prati, della speranza, degli anni della gioventù e trovarlo lì, spiattellato, come un occhio benevolo che ti accoglie, è una delle poche consolazioni del procedere nel traffico cittadino. Accelero e poi devo frenare; un’anziana vuole attraversare , anche senza strisce pedonali ed io non voglio aumentare la mortalità senile di questa giornata uggiosa. Mi fermo e la guardo avanzare, mentre mi punta con occhio severo, come se volesse bloccarmi lì, sull’asfalto grigio. La signora indossa una lunga gonna viola di un tessuto che mi ricorda quello delle tende di terital e poi una casacca di una tinta strana, che mio padre avrebbe definito “color cane che fugge”; calza sandali di cuoio e da una spalla le pende una borsa lilla , probabilmente realizzata con l’uncinetto. Sembra un personaggio catapultato in strada da un film di Pupi Avati, di quelli che sembrano fuori dalla realtà. Ad un tratto, in questa sua traiettoria tentennante, noto l’ombrello: una tettoia di nylon verde con tanti grappoli di glicine disegnati, dal gusto discutibile, ma comunque gradevole, perché diffonde un’atmosfera familiare intorno a sé. La immagino in una vecchia cucina, mentre gira, in un pentolone con un cucchiaio di legno, un minestrone in cui tutto il mondo sembra essere finito a tocchetti, tra una foglia di basilico e un giro di olio d’oliva, che freme e ribolle nel brodo profumato. Finalmente l’anziana è arrivata all’altro lato della strada e posso ripartire. La saluto con la mano, come fossimo vecchie amiche e lei risponde inarcando un sopracciglio e significa che mi ritiene una delle tante pazze che girano stressate in auto in una giornata che ha il sentore dell’estate, ma una grigia veste autunnale. Avanzo, piano e vedo un ragazzino che mangia il gelato in una coppetta colorata di cartone. Non gli importa della pioggia e immerge la paletta di plastica fucsia in quella cremosità e prima di infilarla ancora, la tiene in bocca a lungo, come se volesse assaporare il gusto per bene, come se fosse l’ultima volta. Non tanto spesso ci troviamo ad agire con il desiderio di non perdere l’attimo, come se fosse l’ultima volta. E invece questa è una cosa che ho imparato negli anni e mi piace, mi spinge a vivere con più intensità ogni attimo e solo così quell’attimo diventa esperienza pratica ed emotiva che arricchisce, scorre nelle vene, fino a diventare parte di noi. Un po’ come i ricordi che non dovrebbero essere rimpianti, ma dimenticati, dice Rilke, affinchè il loro spessore diventi sangue, sguardo e gesto ed entri a far parte di noi, di ciò che siamo e di quello che diventiamo, grazie ad essi. Intanto la pioggia sottile ha lasciato il posto ad un raggio di sole che buca una nuvola, come fosse il palloncino di un bambino e quella sparisce, liberando uno squarcio di azzurro. Premo il pulsante sulla portiera e il finestrino scende; l’aria umida entra e lascio penzolare fuori il braccio sinistro. Passa Paola e la saluto sorridendo; mi manda un bacio con la mano. Guardo il mondo attraverso il vetro; fermo i tergicristallo e mi piace la piazza che si apre davanti a me, striata dalle gocce di pioggia che ancora scendono sul parabrezza, dove una cacca di piccione regna imperterrita. Sembra che la città pianga, anche adesso che sta tornando il sereno. Accade che, a volte, un pensiero felice combatta quello triste e spesso non trionfa un vincitore; semplicemente viviamo una diatriba interiore in cui sentimenti contrastanti lottano tra di loro e stiamo lì, a sopravvivere, con la speranza che una manna dal cielo scenda a sfamare e a far prevalere lo stato d’animo che vorremmo per noi. Il desiderio di essere sereni, in pace con se stessi è il traguardo che ci si prefigge e raggiungere risultati soddisfacenti implica un lavoro consistente, in grado di abbattere i sensi di colpa, di ampliare l’autostima schiacciata dalle mortificazioni, quelle subdole, che agiscono nel silenzio e poi esplodono, come bombe che hai tenuto troppo tempo in mano, nella speranza che non fosse necessario innescarle e quelle invece ti distruggono, perché ogni cosa ha il suo tempo e il tempo non si può fermare, non ci appartiene. Procedo sull’asfalto bagnato e accendo la radio. Canticchio una canzone di Renga, prendo gli occhiali da sole e lascio che le lenti scure coprano il mio sguardo. Voglio stare da sola e mi piace che nessuno, neanche questo tipo, che percorre il marciapiede guardando a terra per evitare le pozzanghere, possa indovinare i miei pensieri. C’è Luisa, accanto all’edicola e cerca qualcosa nella borsa. Le sue mani rovistano come ruspe e ogni tanto, tirano fuori oggetti che non sembrano essere mai quelli cercati Mi viene voglia di scendere per chiederle se ancora trascorre la sua vita dietro a Valerio. Sono anni che grida il suo amore per lui e forse non ha capito che un amore non va imprecato, preteso e imposto. Un amore vero nasce da sé, anche quando non lo vuoi e figurati se necessita di persecuzioni per essere raggiunto. Ecco il semaforo, è ancora verde, ce la posso fare, sì, ce la posso fare. Accelero, vado sicura e invece no, scatta il rosso; l’Opel davanti a me inchioda e io rimango lì, tachicardica, con una goccia di sudore che scende in mezzo alla fronte e spacca a metà i miei pensieri. Spengo il motore, almeno non inquino e si avvicina un indiano vestito di stracci. Cerco una moneta, mi cade il borsellino degli spiccioli. Lo raccolgo e cerco qualche euro, glieli porgo e lui mi sorride. Anch’io gli sorrido e lo guardo negli occhi; vedo i colori della sua terra, la nostalgia e la speranza per un domani migliore. Ritira la mano scura e sul dito medio spicca un anello con una pietra; somiglia ad un rubino, ma non credo sia autentico. Scatta il verde, mi dice grazie e fa due passi indietro. Lo saluto e lui continua a guardarmi, esattamente come se quelle monete fossero l’ultima elemosina della sua vita. Ha già capito e sembra felice. Mi piace immaginare che sia entrato nel bar sotto le logge per gustarsi un latte macchiato e una brioche, seduto accanto ad un tavolino, nell’unico angolo da cui si scopre il mare…Solo così la mia attesa del verde non sarà stata inutile e comunque sono certa di aver vissuto quegli attimi come fossero stati gli ultimi.


CUCINARE E’ AMARE

 

Quando è in cucina, l’atmosfera diventa ludica, quasi fiabesca. Pentole, mestoli e scodelle cominciano a diventare interpreti di un’attività che ben poco tendiamo ad identificare come arte. E invece c’è dell’arte nel creare cibi che s’incontrano tra intingoli e spezie, per regalare sapori, gusti ed emozioni che slittano via dalla banalità del mangiare, per atterrare nello spazio speciale della condivisione e dello ”stare bene insieme”. Cucinare per qualcuno è un “fare” che si propone con il sorriso e anche gli ingredienti lo percepiscono, tanto che si amalgamano perfettamente e diventano docili, mentre le mani li trasformano in qualcosa di nuovo. Maria Sole si unge le dita con l’olio d’oliva, così queste diventano strumenti idonei ad entrare in contatto con la farina, le verdure o il battuto per il ragù . Nel barattolo dello zucchero lascia petali di rosa, così che il dolce prenda il profumo dei fiori e in quello del sale per gli arrosti, un rametto di rosmarino regna sovrano a ricordare che la dedizione produce lievi effetti in grado di regalare odori persistenti, quelli che fanno da sottofondo alle pietanze, così come la musica sottolinea tanti momenti importanti della vita. Direi che vederla muoversi tra i fornelli è come assistere al gioco di una bambina che usa la fantasia per inventarsi che è grande. Ha ereditato il gusto di cucinare, quando, da piccolina, guardava la nonna armeggiare tra i fornelli; aveva capito che stare tra le pentole che borbottano può essere un modo per esprimere se stessi. Così confeziona roast beef legati con un filo di spago nel radicchio rosso, biscottini di frolla in sacchetti decorati e antipasti che poggiano su un tappeto di foglie d’alloro e grani di pepe rosa. Il pane entra in involucri di carta paglia e la macedonia in coppette ricavate da mezzo pompelmo vuotato. La crema di tonno troneggia in calici di vino, dove grissini al sesamo sono piantati come cannucce sul bicchiere d’aranciata dei bambini. Maria Sole canticchia, con le maniche della maglia tirate su fino al gomito e le tasche del grembiule da cucina cariche di coltellini, apriscatole e cucchiai di legno; i capelli raccolti in una fascia di spugna colorata e due boccoli che si liberano capricciosi per danzare vivaci su una guancia; gli occhi illuminati da una luce magica, che io solo riesco a leggere e le mani che, all’improvviso, si regalano gocce di sapone per lavarsi sotto l’acqua corrente, asciugarsi sulla tela di un canovaccio a righe e distanziarsi, tanto quanto basta per contenere un abbraccio per me. Quando mi abbraccia, io sto bene e sento che potrei dimenticare tutto il resto. Tutto… perché imparo che ci sono vari modi per dimostrare i sentimenti e uno è quello di viverli nella quotidianità, mentre il forno è acceso e sul tavolo della cucina si affollano taglieri, forchette dai rebbi impastati di frolla, il cartoccio dell’anice stellato per profumare i biscotti e la bottiglia dell’olio d’oliva che impera sovrana, perché migliore condimento, dice lei, non c’è. Mi abbraccia intanto e piano piano sale e si aggrappa con le gambe ai miei fianchi… e rimane avvinghiata, a me, come il tralcio intorno alla vite. Noi, stretti e felici. 
In fondo, ci vuole poco per essere felici.


IL TEMPO CHE RIMANE


Il raggio di sole che entra dalle fessure della persiana è come il filo della speranza per me: prima nasce sottile, poi si allarga a ventaglio e sento che ce la potrò fare. Un’altra giornata sta per iniziare e la sveglia è pronta a diffondere la sua sirena terribile in camera. Pochi minuti ancora e l’allarme del tempo percorrerà, come un fulmine, la mia anima, allertandomi sul fatto che la fase di riposo è conclusa e la corsa quotidiana mi attende, con le braccia conserte, in fondo al letto, come un sadico nemico.
Mi alzo prima del suono malefico, schiaccio il pulsante e già l’ansia va scemando, perchè non ci sarà il risveglio forzato, ma il consapevole ritorno alla realtà… e la realtà, ora mi piace, ma fatico ancora un po’ a liberarmi dal passato, quando Luca non è con noi, per lavoro. Cerco le pantofole di pile, quelle nere a bolli bianchi e avanzo verso la cucina, con le braccia protese in avanti, come i non vedenti; in realtà cerco di conquistare l’equilibrio e di aprire per bene gli occhi, così potrò preparare il mio caffè e il latte e cioccolato per Sara e Mattia. Bollitore sul fuoco, macchina dell’espresso accesa, fette di pane appena tostate e marmellata di frutta estiva già a tavola, accanto alla zuccheriera di porcellana bianca.
Sorseggio il caffè e spero che mi dia le energie, non tanto fisiche, quanto mentali, perchè affrontare una giornata come quella che ho davanti, è un’ impresa! Sono sovrastata dai ricordi oggi e vorrei trovarmi altrove, magari sulla spiaggia dell’isola Margherita, per respirare un’ aria nuova e rimanere sotto il sole che riscalda il mio corpo di un tepore buono, simile a quello del pane appena sfornato. Mi piacerebbe guardare l’oceano che gioca con le onde e si diverte a rovesciare i surfisti; vorrei stare lì, distesa, con i miei pensieri appesi ad un filo, ad asciugare, affinchè possano perdere l’umidità delle lacrime, che sono la pioggia dell’anima. Si può non pensare qualche volta? Dicono che imparare a meditare aiuti a liberare la mente, ma la mente è tale in quanto “cogita” e allora come si pretende che essa sia libera dai pensieri?
Bevo il caffè perchè ne ho bisogno, è la prima scarica elettrica che dà una scossa al panico di cui ancora divento preda in qualche mattina, quando mi sveglio e prima ancora di aprire la finestra, capisco, dal tipo di luce che penetra dalle fessure delle persiane, che tempo c’è là fuori.
Non sono metereopatica, ma amo le giornate senza pioggia e umidità, perchè nell’aria asciutta mi ritempro e credo di più in me stessa. Veramente ho problemi di autostima e non perchè Claudio mi ha tradita, ma perchè credo sempre di non essere abbastanza importante per me e per chi mi è accanto. A volte leggo e mi catapulto nelle case, nelle famiglie dei protagonisti delle storie e poi, con il dito puntato, distribuisco consigli per vivere meglio e così mi capita nella vita. Parlo, comprendo chi è disperato ed elargisco aiuti, senza ricevere quasi mai niente in cambio, solo un po’ di riconoscenza e , se va bene, un sorriso che illumina l’intera giornata.
Quando è nata Sara però, nessuno è venuto a trovarmi, perchè si era sparsa la voce che la nostra piccola fosse affetta da Trisomia 21; per colpa di un cromosoma di troppo, lei non era come tutti gli altri. Ho sempre pensato che avere di meno significasse non essere alla pari e invece Sara ha un qualcosa in più, ma ciò la rende poco adeguata. Ha un’ insegnante di sostegno, Maria, che la guarda con compassione e le riduce la merenda a pezzetti, come se mia figlia non sapesse masticare; poi la tiene per mano quando va in bagno e le sorride sempre se sbaglia. Sara compie errori quando legge, scrive e conta e non può svolgere il programma scolastico del resto della classe; Sara ha degli occhi orientali e le articolazioni elastiche come quelle di una bambola…Però lei sorride con il cuore e prova amore e tenerezza. Quando la guardo, si avvicina e si stringe a me e io so che è felice e lei sa che io la amo, anche se non sa contare o scrivere come gli altri compagni. Quando è nata, non ho ricevuto visite di amici o parenti e nei giorni seguenti sono venute due o tre persone, con la faccia di circostanza e mentre mi parlavano, non guardavano la bambina, per farmi credere che non si notasse quel suo visino particolare e io morivo dentro, perchè mia figlia era venuta al mondo da così poco e già c’era chi non la voleva vedere, per non avere il pensiero di dover dire qualcosa a me. Questa è stata la mia pena per molto tempo e poi ho imparato a conviverci o meglio, a non notare più certi atteggiamenti e ho cominciato a darmi da fare: ho portato la bambina a corsi di psicomotricità, a lezione di logopedia e a stages in cui potesse imparare a svolgere attività quotidiane. Così lei oggi si veste da sola, sa lavarsi, mangiare in modo educato, attraversa la strada con prudenza, mi compra le sigarette dal tabaccaio davanti casa e poi torna; non fa come suo padre, che è uscito in una giornata di pioggia per andare a prendere il giornale e non s’è visto più. Mi ha telefonato la sera per dirmi che non ce la faceva a rimanere imbrigliato nel ritmo familiare, che per lui Sara era troppo difficile da accettare, che avrebbe voluto una figlia “normale”, come tutte le altre. E invece Claudio non era normale e non perchè si deve essere felici quando un medico ti dice che la tua bambina sarà sempre diversa dagli altri, con meno potenzialità, ma perchè non ha provato mai neanche lui a guardarla negli occhi , per vederci il suo amore per noi, la sua tranquillità interiore che la rende unica e disarmante, chiusa dentro i pigiamini di spugna che amo comprarle e avvolta nel profumino del bagnoschiuma, con cui la lavo ogni sera, nella vasca piena di bolle di sapone e paperelle gialle galleggianti. Questo non gli perdono; non fa nulla che sia stato con un’altra donna per anni e neanche che non abbia mai avuto il coraggio di dirmi che stava vivendo a metà, perchè noi non gli bastavamo più. In fondo Claudio non era il mio sogno, non aveva lo spessore che consente ad un rapporto di non vacillare al primo terremoto, non coglieva i miei sentimenti, io mi emozionavo sempre da sola e non riuscivo mai a condividere con lui neanche la battuta di un film o le parole di un libro. Le parole, chiavi della nostra anima, sono un po’ come il ricostituente, che in un’unione sinergica ristabilisce l’equilibrio all’interno del nostro vivere. Potrei scrivere milioni di parole e non aver ancora detto chiaramente ciò che penso, perchè è bello che gli altri , volendoti bene, capiscano tutto ciò che hai dentro e non avendolo trovato scritto, rielaborino i tuoi pensieri e magari, comprendendoli, li apprezzino. Si può raccontare una storia triste e piacere per questo, perchè le persone intelligenti e sensibili non temono il dolore e sanno gestirlo come una risorsa preziosa, rendendo quell’attimo di smarrimento un infinito momento di conoscenza di se stesso e degli altri.
Così mi piace parlare delle mie sconfitte, perchè, nel tempo, si sono tramutate in vittorie e quando ho adottato Mattia, un adorabile bambino di dieci anni, ho capito che la maternità non è un fatto preciso da recludere entro parametri standardizzati, ma è una disponibilità che dobbiamo aprire al desiderio di amare un altro essere, indifeso, solo, senza radici. La familiarità è un fatto affettivo e non fisico; si può somigliare di più ad un’amica, a volte ,che ad una sorella e ciò non si può decidere o cambiare.
Che bella la vita se pensiamo a tutti coloro che abbiamo conosciuto lungo la strada. Conduciamo la nostra esistenza più o meno densa di significati e poi, un giorno, ci fermiamo a guardare dietro e niente di ciò che appariva così lontano è poi tanto diverso. Lo dice Silvio Muccino, in un suo film, “le cose della vita sono sempre quelle, siamo noi che cambiamo”. Io non voglio cambiare. Mi piace capire e migliorare il mio modo di rapportarmi con gli altri, però Claudio non lo perdono, perchè lui non ha mai guardato negli occhi Sara e lei lo sa e vive con questa piccola ferita nel cuore. E pensare, sembrava tanto difficile, anche per me, amare una bambina così e invece i giorni mi hanno regalato la possibilità di conoscere il vero amore, quello incondizionato, che va al di là del fatto fisico, al di là del sesso tra un uomo e una donna. Senza uscire da un romanzo dell’800, posso affermare che si può provare sentimenti per una persona, senza che ci sia necessariamente la vicinanza fisica, perchè la compatibilità è prima di tutto essere uguale nel sentire le emozioni e per questo io amo tantissimo Sara e Mattia. Mi ricordo bene il giorno in cui mio figlio mi venne incontro in quel corridoio lungo e bianco dell’istituto in cui si trovava. Claudio non mi aveva accompagnato, diceva di non essere adatto, non avrebbe saputo cosa dire.
Ho sentito un gran freddo e poi improvvisamente un immenso calore e mi sono sfilata il maglione e intanto il piccolino avanzava a testa bassa, con un koala di stoffa lisa abbracciato stretto e i jeans un po’ corti, scarpe da tennis rosse , camicia di flanella a quadretti bianca e blu. Lui era il mio bambino e anche adesso, quando ci penso, sento una stretta allo stomaco e un’emozione che non so rendere con le parole: il mio Mattia, impaurito e anche triste. Io provavo tenerezza e un grande desiderio di abbracciarlo, ma la psicologa aveva detto che dovevo dargli tempo; tempo per conoscerci, accettarci, tempo per capire che lo volevamo, tempo per cominciare ad amare. 
L’ho preso per mano e mi sono inginocchiata davanti a lui, perchè mi guardasse negli occhi e poi gli ho dato il mio regalo: un gattino grigio, piccolo piccolo in una gabbietta azzurra di plastica. Ha sorriso Mattia, ha preso il mio dono e mi ha seguita subito, senza parlare ed io, senza parlare, l’ho condotto verso l’auto, ho aperto lo sportello e in pochi minuti, lui era parte del mio mondo.
Il gattino era solo, senza genitori e Mattia dedicandosi a lui, ha capito che si può vivere anche così, perchè l’amore rinasce, come la coda delle lucertole, basta saper aspettare e crederci.

Questa è la parte importante della mia storia di donna e devo dire che la maternità ha fatto di me una persona migliore e anche la separazione da Claudio ha permesso che io potessi crescere all’interno di un’autonomia emotiva, che mi ha consentito di essere più forte, di credere in me stessa e di guardare avanti senza il timore del domani. Oggi Sara ha undici anni e Mattia ventuno e io mi sento importante nel mio ruolo affettivo; so che i problemi sono sempre tanti e che ogni giorno è una lotta di sopravvivenza, in cui amo sfidare le circostanze e sorridermi, la sera, quando , davanti allo specchio, mi lavo i denti e poi con la spugnetta tiro via dal viso la stanchezza e quel po’ di fondotinta che serve a nascondere il pallore che mi perseguita da sempre. Infatti amo il sole, perchè colora le mie espressioni e le vivacizza con quell’abbronzatura leggera, che sa di salute e buon umore. 
La vita è un percorso a ostacoli, basta imparare a saltare e tutto diventa possibile, almeno quasi tutto.
Mi ricordo quella volta che Mattia, arrivato da pochi giorni, è venuto da me, con il koala in braccio e mi ha chiesto perchè Sara aveva gli occhi come una cinesina, se era figlia mia e di Claudio. Io l’ho guardato sorridendo e ho chiamato la piccola, che è arrivata camminando nel girello e intrecciando i piedini lungo il percorso. Gli ho spiegato che quella era la sua sorellina, cioè una persona cara che avrebbe vissuto con lui per volergli bene e aveva gli occhi di quella forma perchè ognuno ha delle caratteristiche diverse, che lo rendono unico e noi l’avremmo amata anche per quegli occhi a mandorla, così come io e Sara e Claudio avevamo apprezzato di lui lo sguardo che si perdeva nell’azzurro delle sue stesse iridi, un azzurro che sapeva sempre mescolare i toni del cielo con quelli del mare.
Mattia ha sorriso e quella piega delle labbra mi ricorda ancora l’espressione di Luca, quando mi guarda. Luca ora è il mio compagno e trovare il modo di stare insieme è stata un’epopea che ho vissuto, appunto, come un’impresa epica. Venivo da un periodo intenso, in cui ero presa dalla mia nuova famiglia e il suo interessamento per me, pareva un particolare che poco si amalgamava con i miei nuovi doveri e affetti. Invece mi aspettava ai giardini, dopo il lavoro; io ero più libera, usufruivo della maternità per l’adozione e così, verso le diciotto, portavo i figli a giocare nel parco vicino a casa mia. Mattia spingeva il passeggino di Sara ed io camminavo accanto a loro e li guardavo con grande soddisfazione, perchè rappresentavano la mia famiglia, la mia piccola sfera di affetti. Più che di sfera, si trattava di una sorta di monade di Leibniz , un nucleo perfetto e autosufficiente senza porte di ingresso e di uscita e mi piaceva rientrare, dopo un’oretta, metterci tutti in tuta e preparare la cena insieme. Mattia apparecchiava la tavola, ponendo al centro il vasetto con i fiori raccolti per noi, in giardino e poi mi guardava creare tra i fornelli il nostro pasto. Il cibo che preferiva? Quello che io improvviso quando sono a corto di tutto: uova strapazzate col parmigiano e se le scorte sono generose, una fetta di prosciutto adagiata sopra, come una sorta di coperta che avvolge quella che per mio figlio è una delizia. Poi sbuccio tre o quattro patate, le taglio a dadini e dopo una rapida immersione in acqua e sale, le asciugo in un canovaccio e le tuffo nell’olio bollente, dove ho già lasciato cadere un ramo di rosmarino fresco!
Sara mi guardava e gattonava verso il cesto della frutta, appoggiato a terra; mentre sorrideva, prendeva una mela alla volta e me la portava. – Grazie, rispondevo e poi, dopo aver scavato il torsolo e averlo riempito di marmellata di prugne, le infornavo con una spolverata di zucchero ! Che delizia! La piccola era felice perchè adorava quelle mele dalla buccia croccante e caramellata e mentre le mangiava, mi guardava con gli occhietti pieni d’amore, perchè erano un regalo tutto per lei, così come le uova erano un dono speciale per Mattia. Ho sempre tenuto a fare in modo che i miei figli imparassero ad apprezzare le cose semplici della vita e non per essere scontata, ma perchè sono fermamente convinta che questo sia l’unico modo per essere felici e non perdersi mai.
Anche Luca è uguale a me; crede nella forza del sorriso che sfonda le barriere della solitudine, ama il silenzio perchè dice che è ciò a cui si giunge quando le parole non bastano più ed è molto bello questo pensiero. A volte ci convinciamo che l’assenza di suoni tra due persone sia, di per sé, un sintomo di desolazione sociale e affettiva e invece, per chi sa rielaborare le situazioni, essa è il compimento di un percorso emotivo, in cui ci si è conosciuti, attraverso le parole e si è giunti ad un tale stadio di compatibilità nel percepire le cose della vita, che non ha più senso confrontarsi ancora per concludere che si è persi l’uno nella tenerezza per l’altra. E’ giunta l’ora di guardarsi negli occhi , tenersi per mano e ascoltare il fischio del vento che solleva le onde e le capovolge in capriole bianche di schiuma. Era giunto per noi il tempo di attenderci su quella panchina, dove io sedevo per guardare i figli giocare e mi fermavo ad osservare la mia nuova vita scorrere su un binario di cui, in fondo, non conoscevo la destinazione. Luca è arrivato, un giorno, vestito di jeans scoloriti e di un sorriso così disarmante che io ho dovuto notarlo, rispondergli con uno sguardo che non vedeva niente, ma scavava dentro di lui, fino a trovare uno strano tipo di tepore che non conoscevo. E’ una sensazione simile a quella di chi crede che tante saracinesche si siano chiuse definitivamente e poi vede da sotto fuoriuscire un filo di luce. Dunque non c’è niente di tanto ermetico, si può fare leva e lui questo ha fatto su di me: ha fatto leva, perché io tornassi a vedere un chiarore. Quello spiraglio non consisteva solo nel regalarmi ogni giorno ai miei bambini, ma anche nell’assaporare altri strati emotivi che avevo compresso, perché non fossero ossigenati dal calore del sole, dallo stare insieme ad un uomo, dalla sua voce, dal suo odore, dai suoi ricordi, dai giorni trascorsi lontano da me, da ciò che aveva fatto di lui quel tesoro che era. All’inizio mi sembrava impossibile condividere di nuovo tutto con un’altra persona che non fosse Claudio; anche se mi aveva deluso, rimaneva lui comunque il marito che sapeva ogni cosa di me, che scappava sul letto di un’altra, ma poi tornava, perché aveva bisogno di certezze e stabilità, che in fondo trovava solo a casa. Poi è arrivata Sara, con il suo cromosoma in più e dopo Mattia, con gli occhi tristi e così lui ha deciso che poteva farcela da solo, pur di non confrontarsi con la sconfitta di maschio procreatore di esseri imperfetti e di uomo incapace di gestire il dolore di un bambino senza il suo DNA. Che rabbia, lo prenderei a schiaffi e l’ho fatto quella volta che l’ho incontrato al supermercato. Ero davanti allo scaffale degli omogeneizzati, lui si trovava dietro di me e sceglieva la pasta, corta, perché la preferisce da sempre; girandosi, ci ha visti: io, Mattia e Sara seduta sul carrello. La piccola giocava con un sonaglio che emetteva uno scampanio infantile e tutti quelli che le passavano accanto le sorridevano, perché era un involucro di tenerezza, chiusa nella tutina di pile panna, con i bottoncini a forma di cuore. Claudio mi ha salutata, mi ha chiesto come stavo e se mi servivano soldi. Mentre gli rispondevo che era tutto a posto, se ne andava. Via, lontano da noi, senza avere guardato la nostra bambina e neanche Mattia con il sacchetto di patatine in mano. Ma come si può ignorare un ragazzino dolcissimo; come si può fare finta di non avere concepito un essere e non degnare di uno sguardo una figlia, solo perché è Down. Si può piangere all’inizio e io l’ho fatto, si può soffrire nel guardarla con gli altri, le prime volte, perché lei non ha esattamente le abilità dei coetanei. Ma come si può rinnegarla come se fosse un motivo di vergogna, lei che sorride se le parli, perché ha fiducia; lei che stende il braccino per stringerti e si accuccia sul tuo petto e dice piano : “ Bene, bene, tanto bene a te” e poi si addormenta con il ditino in bocca e le guance si colorano piano piano per il calore che assorbono dal tuo corpo. Claudio aveva fatto pochi metri e lo richiamai come una furia; nel frattempo lo raggiunsi e senza parlare, gli stampai uno schiaffone di quelli violenti che avrebbe anche potuto abbattergli, in un solo colpo, due molari. Lui niente disse, lo sapeva bene il perché di quel mio gesto inconsulto ed è colpa sua se ora la bambina non lo conosce, perché, nel suo ritardo mentale, Sara capisce bene che quel padre lì non serve, non è un produttore di amore; lei seleziona accuratamente la carica affettiva delle persone che ha davanti. In Claudio trova il deserto senza l’oasi e allora lo scosta e guarda oltre, perché ha imparato a sopravvivere così, le bastiamo io e il fratello che l’adora e la coccola come una bambola. 
Luca ha diradato la nebbia e si può vivere nel grigio, ma i nostri occhi aspirano alla luce e le parole sincere di un uomo abbattono le cataratte della vita, perché …perché sono rare.
Rare come la neve di marzo, quando tutti ci aspettiamo il ritorno della primavera e invece, come per incanto, la terra si veste di bianco e potrebbe essere Natale; un Natale che profuma di abete, di muschio e di cose buone di una volta. Lui è quanto di meglio mi sia capitato nella vita, dopo i miei figli e io benedico il giorno in cui mi ha detto che voleva accarezzarmi. 
E’ una richiesta insolita; gli uomini vogliono un incontro, un caffè insieme, una passeggiata su quel viale poco frequentato e proprio quello perché così, immersi nella natura e senza confusione, è più facile conoscersi un po’. A me hanno chiesto di bere qualcosa e una risponde che si può fare, se vuole trasformare la serata in qualcosa di più intimo, non certo perché ha sete! Ma nessuno mi aveva mai confessato di volermi accarezzare, come si fa con un gatto o con una cosa cara, con un bambino o un essere indifeso. Io rimasi senza parole , ma le parole non servirono perché lui, concludendo che chi tace acconsente, cominciò a sfiorarmi il viso, soffermandosi sulle sopracciglia, sulle labbra e io mi sentivo sempre più confusa, senza alcuna capacità di discernere, di capacitarmi che stava accadendo una cosa del genere a me; a quarantun anni, avevo un distributore di coccole, che non sembrava pretendere altro. Eravamo nella sua auto ed io non vedevo più niente, percepivo questa vicinanza come una tempesta emotiva che non riuscivo assolutamente a governare e quando il mio viso fu chiuso nelle sue mani, fui io a desiderare che mi stringesse a sé e così abbracciati rimanemmo a lungo, per trasmetterci , nel silenzio, mille parole. Parole d’amore, parole dimenticate, parole dolci, piccole e intime, parole non dette e più volte conosciute, parole sussurrate, di quelle che fanno impazzire, pronunciate al buio della sera, perché la notte confonda lo smarrimento nel ritrovarsi lì, come due sconosciuti, mentre sapevamo da tempo che sarebbe accaduto! Come si può esprimere la meraviglia di certi momenti, quando non sei più adolescente e ti pare di aver perso quella carica emotiva che ti consente di volare senza ali, di glissare su tutto per planare su un mare di tenerezza? Chi l’ha detto che la tenerezza è ciò che rimane quando l’amore perde la sua carica sensuale? C’è anche la canzone dell’amore perduto di De Andrè che lo sottolinea; “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, rimane solo qualche stanca carezza e un po’ di tenerezza…”. Non è vero. Quando un rapporto finisce sopravvivono la rabbia, il senso di colpa, il vuoto, l’incapacità di gestirsi, perché si è soli, disabituati ad esserlo, ma tutto il resto fa ancora parte dell’amore. Tra me e Luca è andata così. Lui mi ha conquistata con la presenza silenziosa; mi guardava e mi sorrideva dalla panchina davanti, diceva due parole per togliere l’imbarazzo, ma non parlava mai a vuoto. Gli piaceva regalarmi un’attenzione, alla quale magari non rispondevo, ma che portavo a casa con me, fino alla sera, quando stanca, mi guardo allo specchio, mentre mi lavo i denti e scopro una nuova increspatura della pelle.
Poi abbiamo cominciato a parlare e a me piaceva come i suoi occhi rincorressero le parole, come le sopracciglia s’ inarcassero, durante il discorso, come la bocca salisse e scendesse per accompagnare i pensieri, motori accesi di tutte quelle sensazioni. Per andare a cena con lui ,la prima volta, ho dovuto chiamare Teresa, la babysitter dei miei figli, che arrivò con una borsona carica di biscotti a forma di fiore, carte da gioco, tombola degli animali, palle di gomma piuma, termos con camomilla e poi gelatine di frutta, deliziose caramelle morbide, ricoperte di zucchero, che sono esattamente il sogno goloso di ogni bambino. Mattia, abituato al nulla nell’istituto, non ci poteva credere che tutto quel ben di Dio fosse per loro e sgranava due occhi come quelli del gatto Lucifero di Cenerentola e poi mi guardava come per chiedermi se quella donna con la tuta grigia, in realtà fosse un alieno, una fata o non so chi altri. Io intanto contavo i minuti che passavano e avrei voluto che il tempo si fermasse, perché ad un tratto, mi sentivo inadeguata per quell’occasione. Cenare insieme non implica solo masticare e gustare qualcosa, ma parlare, sorridersi, mentre la scaloppa viaggia da un lato all’altro della bocca; significa bere, bere il vino senza esagerare, perché elimina i freni inibitori e si può finire per essere sprovveduti nell’apoteosi di una scarica inopportuna di ormoni. Inoltre mangiare con qualcuno vuol dire anche condividere un momento che è comunque intimo e ci vuole coraggio la prima volta; potremmo masticare a bocca chiusissima, accentuare il movimento delle labbra e non sembrare esseri umani, ma una tipo di scimmia primitiva che assaggia un cibo nuovo o uno scoiattolo che rimugina una noce, girando il musetto.
In realtà andò tutto bene e dopo una cena leggera, io e Luca andammo in spiaggia. C’era un’aria frizzante, ma già primaverile e le onde avanzavano basse, lasciando una schiuma bianca che illuminava la notte. Io ero emozionata come una ragazzina e gli camminavo accanto, guardando a terra, strisciando i piedi per lasciare impronte lunghe che, dopo poco, si cancellavano. La luna occhieggiava dietro una leggera coltre di nubi e intorno l’aria , carica di sale e umidità, profumava di mare. Che bello ritrovarsi in spiaggia, di sera, dopo un inverno freddo che ha cancellato i colori dall’acqua, rendendola grigia, della stessa sfumatura delle nuvole, della pioggia e dell’autunno.
Non mi ricordavo l’ultima volta che avevo passeggiato, l’ultima volta che avevo ascoltato il rumore delle onde, che mi ero concessa una pausa, che avevo pensato a me insomma, senza dover considerare prima gli altri. Ad un tratto Luca si girò ed io non so perchè, gli presi il maglione appoggiato sulle spalle e poi corsi via, tenendolo alto come un trofeo e girandolo minacciosamente verso le onde. All’improvviso, tutto diventò un gioco, la sua corsa per recuperare lo stendardo di cotone che io agitavo verso il mare, i suoi passi accelerati verso di me, per raggiungermi, bloccarmi, imprigionarmi e così poco dopo mi sono ritrovata, tra le sue braccia, con il fiato corto, i capelli davanti al viso, completamente schiacciata da lui che rideva divertito e poi…E poi è diventato serio, con uno sguardo che non dimenticherò più. Aveva un’espressione a metà tra la tenerezza, il desiderio e una dolcezza così disarmante che io mi sentivo sciolta in un languore che neanche a quindici anni avevo provato mai. Tutto ciò era per me; quel sorriso appena accennato e gli occhi che chiudevano il nostro universo lì, in quel tratto di spiaggia, nella linea inconsistente che separa i sogni dalla realtà. Che attimo di eterno avevamo costruito e per questo io mi sono innamorata di Luca, di tutta la sua persona che diffonde amore universale, non solo per me. Lui è ricco di uno spirito fatto di emozioni che non lo spingeranno mai a buttarsi via e mantiene sempre un atteggiamento disponibile nei confronti delle proposte esistenziali che il caso ci propone. Anche i miei figli lo hanno accettato per la semplicità con cui ha saputo accostarsi a loro: una scatola di colori a punta grande per Sara che ama coprire i fogli bianchi con i suoi pensieri e un libro sugli egizi per Mattia, che cerca nella storia una sua dimensione reale, della serie : “Se studio la ricostruzione del passato, magari scopro un input che mi potrà spiegare il meccanismo per cui sono stato abbandonato, in modo che, a differenza di tutte le cose del mondo, io non abbia radici”.
Quella sera è stata la prima di molte altre che hanno rappresentato per me una rinascita interiore, nel senso che io non ero solo una donna abbandonata dal marito e che aveva affidato la sua vita a due bambini, perché dessero un senso alle giornate; non ero solo un essere in un angolo della terra, un essere che doveva gridare per farsi sentire o vestire di rosso per farsi notare. Ero nella nebbia insomma e non ci vedevo chiaro; sorridevo poco, con una stupida allegria e non mi regalavo mai niente. In fondo l’amore è anche questo: concedersi una chance, credere che qualcuno tenga veramente a noi, al di là delle insicurezze, delle linee che abitano il viso e i pensieri, al di là dei nostri dolori, che insieme ai sogni e ai momenti felici, fanno di noi quello che siamo.
Io sono felice ora che ho lui, perché quando mi alzo al mattino, c’è più di una ragione importante per iniziare la giornata e se guardo negli occhi i miei figli, capisco che tesori grandi possiedo e Luca mi ha aiutato a vedere con serenità le cose della vita, comunque esse siano, comunque esse tentino di complicare la nostra capacità di equilibrio. Spesso ho pensato di vivere in bilico tra ciò che desideravo e quello che effettivamente avevo e poi mi bastava una parola per rischiare di scivolare nel buio , che altro non è che il limbo della volontà, il luogo nascosto in cui non siamo padroni di noi stessi. Che bella la vita quando si può guardare negli occhi una persona che ogni volta ci emoziona, come se una fitta allo stomaco invadesse di brividi d’amore ogni cellula del nostro cuore.
Mi ricordo quando, pochi mesi dopo che avevo conosciuto Luca, ebbi un incidente d’auto e pensai, per la prima volta, che sarei potuta morire, da lì a poco, con il sangue che mi scorreva lungo le tempie , la paura che il cuore cessasse di battere e che la luce non appartenesse più al mio sguardo, il terrore che non potessi più vedere i miei figli, né Luca, con il suo sorriso appena accennato, gli occhi socchiusi e carichi di parole per me. Che dolore immenso pensare di perdere tutto ciò, che è quanto io abbia di più desiderato al mondo! 
Poi arrivò Luca in ospedale, dopo aver lasciato i bambini con Teresa e si tolse la giacca, la sistemò su una sedia e abitò, lì, con me per i tre giorni di prognosi riservata, giorni in cui ho fatto le cose più raccapriccianti, come rigettare a causa del trauma cranico, tremare come una foglia d’autunno scossa dal vento, perdere i sensi almeno tre volte, giusto per trasformarmi in un essere sgradevole al massimo. Ma lui era sempre accanto a me, con le maniche della camicia a righe tirate su, il sorriso sulle labbra e le mani che mi accarezzavano il viso, coperto dal sudore che producevo come un’idrovora e di cui, nonostante la poca consapevolezza, mi vergognavo. Gli dicevo di andare a casa, perché c’era un personale infermieristico estremamente efficiente e sarei potuta stare da sola, ma Luca rimaneva e dormiva sulla mia mano sinistra, mentre io sussultavo per quella febbre che mi consumava. Poi, con il passare dei giorni, tutto andò meglio e io diventai un essere un po’ più decente: ero sfebbrata, non rigettavo ogni quarto d’ora; mi tolsero la flebo perché potevo bere e già mi sentivo presentabile, chiusa nei pigiami profumati di ammorbidente, che Teresa mi mandava continuamente, insieme ai barattoli di miele e marmellata, che non avevo alcuna intenzione di spalmare sulle tristi fette biscottate, impacchettate in confezioni da due, che ogni mattina mi venivano lasciate sul comodino. A volte penso che quella volta andò liscia perché c’era lui, accanto a me; perché ho creduto che sarei mancata a Sara, a Mattia, il quale avrebbe ancora una volta perso tutto e a Luca che mi sussurrava che presto saremmo tornati in quel ristorantino in riva al mare, per gustarci il carpaccio di pesce spada e il cartoccio di frittura di calamari che in nessun altro posto si mangia così croccante. E poi mi raccontava, come si fa con i bambini, la favola di noi e così dopo cena, saremmo potuti andare sulla spiaggia e guardare insieme la luna che si riflette sul mare e regala anelli tremolanti di luce che risplendono, per impreziosire l’acqua scura della notte; e fingeva di riprendere fiato. E continuava, dicendomi che il mio letto grande ci attendeva e lui avrebbe fatto addormentare i bambini, leggendo le avventure di Tom Sawer e non appena loro fossero entrati nel mondo dei sogni, avremmo potuto tuffarci tra le coperte, stringerci forte e consumare nella notte tutto l’amore che ci abita dentro, anche quello che non avevamo conosciuto mai. Così io tra un cucchiaio di minestra insipida e un sorso di acqua, ascoltavo il programma e poi mi alzavo piano, guardandolo negli occhi, mi sistemavo il cerotto che mi scendeva sulla fronte e andavo in bagno a lavarmi le mani, sempre con Luca che raccontava e io intanto volevo guarire subito. Guarire al più presto per tornare ad aspettarlo a cena, con una mano in tasca e l’altra che muove la casseruola, altrimenti lo spezzatino si attacca. Guarire per abbracciarlo, sorridere, preparargli il dolce alle uvette, vedere insieme un film, rubargli le sue cose e tirarle via lontano, scappare e lasciarmi prendere, per subire l’aggressione più gradita che una donna possa desiderare. E così uscii dall’ospedale e potevo vivere ancora, non solo per raccontarla, alla Marquez, ma per congratularmi con me stessa, perché ce l’avevo fatta. 
Oggi amo i tramonti, perché ho l’impressione che essi rappresentino momenti in cui qualcosa sembra finire, per rinascere però più splendente e importante di prima. Belli questi pensieri che inducono a volersi bene e ad apprezzare una forma di amore per le cose scontate, quelle che vediamo sfilare tutti i giorni accanto a noi e poi, quando sono passate, capiamo che erano care e vorremmo una moviola per riavvolgere la pellicola e rimanerci dentro, prigionieri in un fotogramma che è l’immagine sfondo della nostra strana esistenza. 
Una volta, a Natale, regalai ad una mia cara amica un oggetto che a me piace molto, ma che credo non sia apprezzato da molte persone. Si tratta di una sfera di vetro , di quelle contenenti un incantevole paesaggio invernale, con tanto di carillon che quando suona, aziona anche una suggestiva nevicata; un trenino corre intorno alla montagna ammantata di bianco e sembra salutare le casette di un villaggio. Volendo, si può premere un interruttore, si accendono le lucine di un abete allestito e il tutto è un incanto, un’immagine rubata ai libri di lettura di tanti anni fa. La mia amica mi diceva sempre che quell’oggetto è bellissimo e lei avrebbe voluto entrarvi dentro e rimanere lì, mentre tutto fuori seguita a scorrere con la frenetica corsa di sempre. Beh, anch’io ora avevo la mia magica palla di vetro che quando la giri viene giù la neve e nulla avrei desiderato di più, se non rimanere accanto agli amori grandi della mia vita. Con l’incidente, la paura di morire mi aveva fatto sentire profondamente me stessa e allora avevo pensato al modo migliore per spendere il tempo che mi sarebbe rimasto…
Ma perché dobbiamo sempre pensare che il tempo che rimane sia un concetto in cui galleggia un alone di cattiva sorte? In fondo, in qualsiasi momento della nostra vita, abbiamo ancora del tempo da trascorrere, sia che esso sia poco, sia che invece si presuma sia ancora molto. Allora voglio che il tempo che mi rimane risulti uno spazio che vinca ogni sfida e si dipani con la dolcezza di una matassa in cui i fili siano le sfumature della mia anima. Parlo delle lacrime, delle gioie, degli attimi indimenticabili, non perché siano eroici, ma perché hanno costruito dentro di me la consapevolezza che io sono un essere libero; libero di amare, di guardare i miei affetti, ritenendoli doni preziosi; libera di accendere il camino in una sera d’inverno e godermi la fiamma, che è la stessa che riscalda i miei pensieri. Forse per molti ciò non significa volere molto dalla vita, ma per me è bello arrivare a ritenere quello che consideriamo scontato, un enorme dono che scivola nella nostra esistenza, per assicurarci che tutto va bene e che il mondo, almeno in parte, ci appartiene. In fondo ci troviamo a percorrere una via diritta, che abbiamo reso a senso unico, perché ciò è bene e ci fa sentire in posizione corretta con noi stessi e con gli altri. Poi, con il trascorrere del tempo, ci viene da alzare la testa per scorgere vicine strade parallele, frutto magari delle scelte di altri e là dove l’intelligenza si esprime e il volersi bene affiora, notiamo delle alternative non considerate e così il viaggio non è più tranquillo, e senza sassi sul selciato, ma diventa un percorso lento, faticoso, in cui andare avanti implica un assestamento continuo. Chi l’ha detto che nella vita, al contrario che nella geometria, non possano esistere punti in comune tra rette parallele? Estrapolare un segmento, ad esempio, dal percorso di un altro non è che un arricchimento personale, un passo avanti, che pur arrivando dopo una pausa, che si chiama riflessione, concorre a rendere completa la nostra visione esistenziale?
Io avevo alzato lo sguardo e nei miei giorni non c’erano solo Sara, con il cromosoma in più, Mattia, con la storia di solitudine e Luca che, con il suo sorriso, aveva spalancato le porte del mio cuore deluso. C’ero anche io finalmente nel film di questa esistenza felliniana, dove ammettere una verità è un atto rivoluzionario, in cui personaggi grotteschi si aggirano nell’ipocrisia. C’ero anch’io, che dopo anni da baco, mi ero trasformata in farfalla e provavo a volare, con ali colorate, nel cielo, affinché il mio “provare sentimenti” non fosse solo un esercizio sterile, ma un ritrovarsi all’interno di un’umanità, che spesso scivola via, perché non ci appartiene.
Luca è piombato nella mia vita organizzata, per stravolgere i programmi che avevo costruito a tavolino, per dare senso a tante cose, anche pratiche. In fondo non avevo trovato l’amore di un marito e allora ho voluto un altro figlio a cui tutto fosse stato precluso, per trasformare la sua vita e fare di lui un essere che potesse sempre contare su qualcuno…Non come me, che avevo dovuto ricominciare in solitudine, senza la certezza di riuscirci, dopo essere rimasta in una casa vuota, in cui solo i pianti e le risate di Sara rendevano vivo lo spazio e solo il ticchettio dell’orologio della cucina faceva del tempo una dimensione che inglobasse anche me. Poi c’era Mattia, che praticamente non ha conosciuto mio marito; mio marito che è scappato da noi e non si è posto il problema dei bambini. Me li ha lasciati come due sacchi vuoti, non in grado di capire i motivi dell’abbandono e senza niente per restare in piedi. Giorno dopo giorno, ho provato io a colmare lo smarrimento e presto mi sono accorta che ero brava, perché loro parevano sereni, con gli occhi che guardavano lontani e i pensieri leggeri come quelle foglie d’autunno, che si staccano dai rami e si posano a terra, per diventare humus ed essere riassorbiti comunque dalla pianta madre. Crescevano con me, imparavano a camminare autonomi e ogni tanto si voltavano per avere il mio consenso e mi trovavano lì, per loro, mentre sorridevo, perché li apprezzavo, li avevo desiderati tanto, li amavo. 
L’amore è un concetto semplice da provare, ma complicato da spiegare; ci viene da affermare che non si possa fare a meno di una persona che si ama e non è vero neanche questo; pur essendo estremamente doloroso, forse la più alta manifestazione dell’amore è proprio saper rinunciare a qualcuno, quando sai che non renderesti felice nessuno, perché sono tante le cose che uniscono, ma altrettante quelle che dividono. E questi sono i casi in cui non concretizzi, rimani sospeso a pensare immagini e attimi che non vivrai mai, momenti che saranno di altri, sospiri che vagano nell’aria per incontrarsi con i suoi e provi un dolore che attanaglia lo stomaco e fa male, malissimo. E sei solo in questa palude da cui ci si rialza a fatica; il sole splende di meno, la luce diventa fioca e vorresti sprofondare per non sentirti un essere mortificato nella sua esigenza principale: amare, semplicemente amare ed essere riamato. Io ho un concetto più pratico di questo sentimento e quando ho conosciuto Luca, l’ho voluto, anche se non ero pronta a condividere di nuovo la quotidianità con un altro; ma lui non era “un altro”, lui era la sommità dei miei sogni, la tenerezza e il desiderio, il gioco e il bene, la paura e il coraggio, la passione e la vita, la ricerca e la scoperta. Finalmente avevo trovato una certezza, senza la quale si può esistere, ma non vivere. Luca mi ha aspettato sotto casa, una volta, con un pacchetto e un tulipano rosa acceso. Io non sapevo che dire, tenevo il dono come fosse un cristallo fragile e avrei voluto aprirlo subito, ma in mezzo alla strada, mi sentivo in imbarazzo, troppo osservata, soprattutto da Luisa, la portinaia, la quale, con la scusa del gatto da riprendere, era coinvolta in un avanti e indietro, dentro e fuori del palazzo, che mi confondeva. Lui mi guardava, guardava tutto di me e adorava ogni mia singola parte, penso anche le unghie un po’ troppo corte e i capelli lisci intrappolati in un mollettone, che non contribuiva a fare di me un essere davvero desiderabile. Passò un’auto sportiva che fece schizzare il fango di una pozzanghera e poi un pick up che si lasciò dietro una densa nuvola di fumo. Eravamo ancora lì, io col pacchettino e lui con il cuore in mano a fare di ogni attimo della mia vita un prezioso momento indimenticabile, incastonato nelle emozioni che non credevo più di poter vivere. A volte l’esistenza è come un album di foto: immagini in ordine cronologico che raccontano di noi; peccato che una volta girata la pagina, non si possa tornare indietro per riassaporare il gusto di certe giornate o per cambiare una scelta e migliorare la rotta, là dove crediamo che si sarebbe potuto fare meglio! Rimane sempre il ricordo però, che è una dimensione in cui tutto quello che abbiamo vissuto diventa substrato psicologico e nonostante il fatto che nulla di ciò che è stato possa riproporsi ai nostri giorni, di certo il passato contribuisce, in un confronto continuo, a renderci migliori. Spesso mi sono domandata se il vero amore nasca prima del bisogno che abbiamo di una persona ( ho bisogno di te perché ti amo) o sbocci dalla necessità di avere per noi l’oggetto di questo sentimento ( ti amo perché ho bisogno di te). Ebbene, mi sembra di avere capito, nel tempo, che la tesi più vera sia la prima, in quanto la concentrazione di sensazioni ed esigenze affettive rappresenta la tempesta emotiva che comunque ti conquista e solo dopo ci accorgiamo che, in effetti, non possiamo fare a meno di quell’essere, che ha fatto di noi anime in balia del vento della passione. Luca mi sorprendeva e non potevo credere che la vita mi avesse concesso questa chance per essere felice; finalmente ero capace di guardarmi allo specchio e mentre, con lo spazzolino, percorrevo lo smalto dei miei denti, sollevavo lo sguardo e mi ritrovavo una persona solida, con i suoi principi, due bambini che la adoravano e Luca. 
Luca con i suoi occhi dolci che mi incantano; Luca che s’infila i jeans e poi fa un saltello per tirarli su bene; Luca che beve caffè amaro e subito dopo due dita d’acqua; Luca che scrive canzoni, suona la chitarra e mi stringe a sé, fino a non farmi capire, fino a confondermi; che accende una sigaretta e dice che è l’ultima. Lui che quando parla, mi guarda negli occhi e mi accarezza con lo sguardo, perché ha mandato all’aria la sua storia con Giovanna per stare con me ed ora, che ogni nostro incontro è benzina sul fuoco, sorride perché, dice, non vorrebbe stare in nessun altro posto. Ora che ho Luca, non so dire più che cosa rappresenti l’amore; mi viene da spiegare che esso sia il motore che determina ogni scelta degna di essere chiamata umana e mi ritrovo a pensare che il bene che gli voglio è una distesa di mare sconfinato. Anche quando c’è burrasca so già che arriverà la calma, il sereno e tutto sarà più bello di prima. 
Il pacchetto conteneva un quaderno con la copertina cartonata e dentro, sulla prima facciata , erano impresse delle parole dedicate : “Grazie di esistere”. La frase non è originale, nel senso che l’avevo già letta milioni di volte, ovunque, ma a me sembrò strepitosa, perché stavolta era per me; io ero necessaria, nel mio esserci, per qualcuno e mai mi ero sentita così preziosa agli occhi di un uomo. Ho voltato la pagina e ho cominciato a leggere. Quel diario è la Bibbia della mia vita, Greive Bradley sarebbe fiero se potesse sapere come il titolo della sua opera abbia contribuito a rendere felice una persona. Per la prima volta, aveva un senso alzarsi la mattina; finalmente riuscivo a sorridermi e quando ripensavo a come ero prima, con Claudio che mi tradiva e non amava nessuno, vedevo un cielo senza stelle e nulla che potesse illuminare la forza della vita, che comunque gorgogliava dentro di me, così come il mosto fermenta nella botte e attende di trasformarsi in vino buono. Poi, una volta, siamo andati in montagna tutti insieme e mentre Sara voleva raccogliere i funghi rossi, perché diceva che erano quelli del libro del bosco degli gnomi, Mattia correva avanti per essere finalmente il primo e poi, giunto accanto ad una malga, si voltava e sorrideva, perché realmente si sentiva amato. 
Ecco che cos’è l’amore: garantire all’altro un posto nel nostro cuore e mentre mangiavamo panna fresca e frutti di bosco, in una ciotola di terracotta, ho pensato che tutto ciò non fosse un momento banale: io, i miei figli, le montagne meravigliose che si ergevano intorno, come una sorta di protezione per il nostro stare insieme e poi Luca . 
Lui, dentro una felpa blu, fotografava le scene di questo amore ed io sorridevo, affinché rimanesse per sempre la magia degli istanti e perché i nostri occhi felici diventassero davvero le pagine bianche da riempire di parole, in un libro prezioso appena iniziato, quello della nostra storia: 
unica, struggente e nata per regalare un senso al tempo che rimane.