Rapsodie

Una regione remota, sterminata, ai confini del mondo, due soli villaggi, uno popolato da 666 cittadini, tutti rigorosamente atei miscredenti, più 2 sorelle devotissime e perennemente sepolte in casa, l’altro da 999 residenti, tutti religiosissimi, devotissimi all’intero calendario gregoriano e con le abitazioni completamente ammantate di immagini votive. Per la precisione, 999 più uno, un vecchio impagliatore di sedie appassionato di filosofia, non credente dichiarato, considerato da tutti un reietto al punto da essere stato espunto perfino dagli elenchi dell’anagrafe comunale.
I due villaggi erano separati da poche centinaia di metri ma i rispettivi abitanti si guardavano bene dal mettere i piedi nell’altrui cittadina.
A dire il vero, narravano le leggende che molti, ma proprio molti lustri prima tre abitanti di Metaphysic, il pio villaggio, si erano avventurati per le strade di Ratiocinium, cittadina eretica, per vedere con i loro occhi ciò che i racconti orali dei propri vecchi gli avevano tramandato e cioè che in quel villaggio il demonio la faceva da padrone. E dopo aver visto un vecchio che sputava per terra, un giovin signore che di primo mattino ingurgitava alcol a fiumi e soprattutto due uomini maturi fornicare in pubblico, scapparono via inorriditi recitando ad alta voce, in latino arcaico, esorcismi di vario genere.
Da quel giorno nessun abitante di Metaphysic aveva più osato avvicinarsi a quel luogo di perdizione, dove, non solo era permesso il connubio omosessuale, ma addirittura uomini e donne si accoppiavano in continuazione senza convolare a nozze, e anche quando ciò accadeva, raramente e con rito civile naturalmente, lo facevano senza prima trascorrere almeno tredici anni di fidanzamento all’insegna della castità assoluta.
Anche alcuni abitanti di Ratiocinium, incuriositi da ciò che nelle bettole si diceva sui cittadini di Metaphysic, quando i fiumi di alcol rendevano gli animi gioviali, molti anni addietro avevano tentato una sortita in quel luogo “santo”, oltremodo increduli della diceria che un’intera comunità potesse essere così morigerata.
Ma dopo aver visto gente scalza camminare sui carboni ardenti per espiare colpe mai commesse, decine di persone percorrere in ginocchio viali ghiaiosi in cerca di assoluzione e soprattutto individui fustigarsi in pubblica piazza per aver copulato con la propria consorte per ben tre volte in un anno, dovettero arrendersi all’evidenza.
Per soggetti che rifuggivano da ogni atteggiamento fideistico e che credevano solo in ciò che i propri occhi potevano vedere e le proprie mani toccare, spesso anche con scetticismo, non fidandosi completamente dei propri sensi perennemente in preda ai fumi dell’alcol, visto lo smodato uso che ne caratterizzava le condotte, lo spettacolo che si era appalesato alla loro vista durante quell’incursione poteva avere una sola spiegazione: visti gli irreprensibili e illibati costumi di quelle genti solo una qualche forma di degenerazione mentale, una vera e propria patologia psichica collettiva poteva spiegare quell’irrazionale ed epidemico scenario.
Questo era dunque lo stato delle cose, questa la situazione dei rapporti e delle rispettive e contrapposte verità tra i due borghi.
Nulla avrebbe potuto scalfire l’incorruttibile fermezza del rifiuto a negare ogni possibile forma di contagio reciproco, a considerare il vicino dirimpettaio come un pervertito oppure un esaltato a seconda della prospettiva considerata.
In questo affresco di irrefutabili certezze fece però irruzione l’imponderabile…
In un bel giorno di primavera condito da esilaranti profumi e naturali mesticherie un suono indecifrabile ed arcano irradiò quella plaga dimenticata.
Inizialmente aspro, dissonante, stridulo, quando giunse in prossimità della cittadina di Ratiocinium si trasformò in un’ angelica, celestiale, soave melodia e incubò l’urbe in quelle mistiche sonorità.
Ma cosa ancora più sorprendente, quando si insinuò nelle stradine di Metaphysic quel suono stridente e sgradevole si tramutò in un ritmo travolgente, dalle vibrazioni coinvolgenti ed inebrianti.
Per 30 notti e 30 giorni quelle genti rimasero intrappolate in due distinti registri sonori, che senza soluzione di continuità ne stravolsero gli animi ma soprattutto ne degradarono le consuetudini.
Gli abitanti di Ratiocinium, da fauna viziosa dedita ad ogni sorta di abiezione, si erano trasformati in un gregge di agnellini probi e votati alla santità. Quella paradisiaca melodia li aveva redenti.
Fiumi di alcol vennero gettati nelle fogne, quintali di cera consumati in processioni interminabili, barili di lacrime femminili saturarono gli scarichi mescolandosi all’etile, ci fù addirittura chi si autoevirò, in segno di penitenza per gli eccessivi appetiti sessuali che ne avevano contraddistinto l’esistenza.
In soli dieci giorni vennero edificate ben quindici chiese.
Nello stesso tempo, nel villaggio limitrofo, quegli integerrimi individui, si erano tramutati in famelici lupi, bramosi di depravazione.
In preda a quelle sonorità esaltanti ingurgitarono quantitativi di nettare d’uva equivalenti a quelli che, nei trent’anni successivi, sarebbero serviti per officiare le sante messe! Si badi bene, in quel borgo si celebravano circa settantacinque cerimonie religiose al giorno.
La perversione dei costumi deteriorò talmente che, ovunque, per strada e nelle stamberghe, era possibile assistere ad orgiastici amplessi. Si propugnava il libero amore, anche imprimendolo, a caratteri cubitali e rossa vernice, sui muri delle case.
Finanche il parroco, don Perfettino, di nome e di destino, si avventurò in spericolate acrobazie sessuali.
In soli quindici giorni vennero distrutte ben dieci chiese.
Quando ormai sembrava che quell’imperscrutabile sortilegio avesse, in modo imperituro, soggiogato quei due sventurati microcosmi, all’alba del trentunesimo giorno, quelle enigmatiche sonorità ripiombarono, d’incanto, nel nulla da cui erano venute, ritirandosi come fossero un lungo serpente che procede a ritroso.
Una sensazione di smarrimento, frammista a stupore, si impadronì, inizialmente, di quegli sconquassati spiriti. Si guardavano l’un l’altro, in ambedue i villaggi, come particelle di un universo sconosciuto, con pupille sfavillanti.
Nessuno ebbe il coraggio di proferire parola, così fù per sette giorni e sette notti.
Quando l’eloquio tornò, lentamente, a ripopolare i loro mondi, furono davvero pochi i temerari che cercarono di trovare una giustificazione per quanto accaduto, ma inutilmente.
Non vì fù, infatti, né dogma di fede, né dottrina scientifica, in grado di placare quel bisogno di capire.
Solo una elementare ed al tempo stesso, inconfutabile, a quel punto, constatazione attecchì nelle loro coscienze e si insinuò nelle loro menti, assumendo fattezze via via sempre più nitide…
Come una biglia posta su un piano inclinato, corre irrefrenabilmente verso il basso, attratta dalla gravità, cosi la nostra esistenza scorre inesorabilmente verso la sua stessa fine, attratta dall’eterno oblio, unico approdo possibile…
Il grado di inclinazione e la stessa lunghezza del piano sono dettagli insignificanti rispetto all’esito finale, la maggiore o minore inclinazione e lunghezza non fanno altro che accelerarne o rallentarne la corsa senza però modificarne la traiettoria…

Ennio Costantini


Diorami

Da molto tempo, ormai, era convinto che la fauna umana fosse sostanzialmente divisibile in due grandi categorie.
La prima, di gran lunga la più numerosa, composta da individui che hanno solo certezze, oltremodo convinti di aver carpito il senso della vita e, soprattutto, di avere una funzione da assolvere in questo mondo, creature immaginate e partorite da un’entità superiore e meticolosamente inserite in un meccanismo dagli ingranaggi perfetti.
Insomma, comparse e attori, più o meno protagonisti, di una sceneggiatura divina.
La seconda, meno affollata, abitata, invece, da soggetti in possesso di una sola, unica, grande certezza: quella di non avere certezze, se non la consapevolezza di fluttuare nell’universo della vita senza possibilità alcuna di stabilire la direzione di marcia.
E a proposito di certezze, della sua appartenenza a quest’ultima tipologia umana, egli non aveva il benché minimo dubbio.
Questi i pensieri che gravitavano nella sua mente quel martedì mattina, un giorno illusoriamente gravido di speranze, irrealizzabili, come tutti quelli che lo avevano stancamente preceduto e tutti quelli che lo avrebbero, sine die, seguito.
Anni e anni di psicoterapie, psicoanalisi e psicofarmaci avevano sortito, come unico effetto, niente affatto terapeutico, quello di illanguidire le già misere finanze famigliari, frutto agrodolce di duri anni di solo lavoro dei suoi genitori.
Aveva appena sganciato 300 euro ad una segretaria che, in altri tempi, avrebbe fatto sentire vivo il suo organismo come nessun concentrato chimico sarebbe mai riuscito a fare.
<<Pagamento in anticipo>> gli aveva detto, mentre lo sguardo di Rocco si perdeva inebetito tra le due splendide guglie che dominavano il suo orizzonte visivo.
L’eco cartaceo delle sei banconote da 50 euro che, come impazienti del destino che le attendeva, transitavano velocemente dalle sue mani a quelle dell’avvenente fanciulla, gli fece tornare in mente le parole di sua zia, inguaribile ottimista, la quale, tre giorni prima aveva, con tono stentoreo, sentenziato: <<non essere il solito piagnucolone idealista, 300 euro sono niente, se solo pensi che per ottenere un appuntamento mi ci sono voluti sei mesi e centinaia di telefonate alle persone pìù influenti che conosco.>>
<<Stiamo parlando dell’illustrissimo professor Erotavlas Onrete, mica di un dottorino qualsiasi, quell’uomo ha sovvertito radicalmente i fondamenti della psichiatria.>>
<<Tu devi pensare solo a guarire, finalmente, e a null’altro.>>
In effetti, si trattava di un metodo rivoluzionario.
Curare la depressione stando appesi mezzora al giorno a testa in giù…potrebbe apparire folle ai più, ma il metodo del dottor Erotavlas Onrete una sua logica ce l’aveva.
La depressione, in fondo, altro non è che il mondo capovolto, una sorta di rovesciamento di prospettiva, tutto ciò che è vita diventa morte, tutto ciò che è allegria diventa funesto necrologio..
Ad una prospettiva fisica diritta corrisponderebbe, a certe condizioni, una prospettiva esistenziale capovolta, quindi basterebbe capovolgere la prospettiva topologica per riportare in equilibrio il tono dell’umore..
Questa l’essenza della geniale teoria.
Nemmeno il tempo di destarsi dalle sue elucubrazioni mentali che si trovò catapultato nello studio dell’insigne luminare.
Seduto di fronte a se, dietro una mastodontica scrivania uniformemente nera come la pece, stava un omino minuto, dalla chioma argentata, il volto aguzzo e lo sguardo vitreo.
Dopo una rapidissima presentazione, questi pretese che Rocco rovesciasse, sulla piattaforma lugubre che fisicamente li separava, i cumuli di dolore sepolti dentro di lui.
Terminata l’espurgazione, l’esimio scienziato roteo le orbite verso l’alto, congiunse le mani e si lasciò cadere leggermente all’indietro sulla poltrona, dopodiché fissò dritto negli occhi il paziente e, plasticamente, proferì il suo verbo.
<<Non esistono -disse- bacchette magiche in questa dimensione spazio temporale.>>
<<Lei deve semplicemente trovare un punto di equilibrio tra le riflessioni sui massimi sistemi e le piccole incombenze quotidiane e per farlo non servono a nulla le tonnellate di farmaci che ha preso finora.>>
<<Trenta minuti al giorno, per sei mesi, appeso ad un albero, a testa in giù, nella nostra clinica giardino e vedrà che la sua visione della vita cambierà profondamente, e con essa il suo tono dell’umore.>>
<<L’energia vitale tornerà ad irradiare il suo organismo e lei si sentirà un altro, vedrà.>>
<<Se ha bisogno della ricevuta fiscale si rivolga pure alla segretaria.>>
Consulto finito e ritorno al futuro.
Stava tornando a casa in tram, quando, meditabondo e ancora tramortito dai fiumi di sapere scientifico che avevano inondato il suo cervello, durante una sosta del veicolo, scorse qualcosa tra i cassonetti della spazzatura, sul marciapiede…
Immerso in una pozza di sangue giaceva un piccolo cagnolino bianco, un meticcio dal pelo folto, le gambe grassottelle e la coda mozzata.
Il suo sguardo incrociò quello del malcapitato animale e in un battibaleno fù giù dal mezzo, mentre le portiere si chiudevano violentemente alle sue spalle.
Si avvicinò lentamente, schivando filari di amebe indifferenti, in punta di piedi, quasi temendo di poter ulteriormente ferire quel corpicino già tremendamente violentato, quindi si chinò sulla sventurata bestiola e per un attimo, lungo un’eternità, restò immobile, silente…..
Poi niente fù più lo stesso o forse fù come era sempre stato…
Raccolse delicatamente quel batuffolo insanguinato, lo ripose con cura sul suo caldo ventre, cingendolo in grembo, racchiuso nell’impermeabile e si avviò, semicurvo e con passo spedito, verso casa.
Mentre mordeva la strada, nevroticamente posseduto da una miscela esplosiva di dolore e rabbia, la sua mente centrifugava sul fatto che la stragrande maggioranza dei suoi simili era rimasta impassibile di fronte a simile scempio, ma soprattutto che avrebbe considerato, sempiterno, siffatto atteggiamento “normale”…
Così, ad un tratto, come folgorato, ebbe la lucida consapevolezza che dal suo male non sarebbe mai guarito e che forse era giusto così…
Al riparo nella sua dimora, curò quella carcassa dilaniata per tre giorni e tre notti, piangendo ininterrottamente, come la pioggia, all’esterno, grondava lacrime copiose, anch’essa in collera per l’umana crudeltà…
…e fù in uno dei rarissimi momenti di sereno, che dal suo animo riaffiorò il ricordo di quando, da bambino, insieme ai suoi amici, nelle sere d’estate, amava scorrazzare per i viottoli di campagna popolati di lucciole, tornando a casa esausto, a notte fonda, stringendo tra le mani una bottiglia luccicante e con il cuore illuminato di gioia.
Forse, era proprio vero, che, tutti noi, viviamo come imprigionati in bolle di sapone, dove miriadi di minuscoli aghi introducono freneticamente parvenze di vita come vuoti a perdere…