Dietro alla finestra

Non importa che io dica il mio nome. Un tempo provavo un certo imbarazzo a pronunciarlo: mi suonava banale, insignificante, di quei nomi che fanno pensare istintivamente a un senso di piccolezza, di mediocrità. Forse non è giusto essere così duri, impietosi contro se stessi, ma io sono a volte il peggiore nemico di me stesso…
Vivo in uno di quei tanti paesini adagiati sui fianchi del vulcano. Preferisco non dirvi il suo nome, anche perché mi piace mantenere un certo alone di mistero. La mia età oscilla tra i venti e i trenta anni e, anche se volessi, non saprei essere più preciso.
Il mio paese mi dà l’impressione di una creatura fragile e cagionevole, di un vecchio incanutito che se ne sta su una poltrona a sonnecchiare tutto il giorno. Anche se piccolo, insignificante per il resto del mondo, esso è il centro, il fulcro della mia vita. Per capire la nostra gente, per sentirla dentro, qui ci devi vivere da sempre, tutti i giorni, altrimenti ti sembrerà aliena, incomprensibile. Qui tutte le cose hanno una valenza, un significato particolare e tu, per viverci, devi un po’ penetrare in questa specie di buco nero, in questa realtà dai confini piccoli e angusti.
Oggi è la classica giornata umida e uggiosa, con una pioggerellina sottile e invisibile che sembra penetrarci dentro e una nebbiolina densa e vischiosa che restringe a pochi metri l’orizzonte visibile. Immobile dietro a una finestra, come me in questo momento, puoi vedere scivolare in sottili rigagnoli le goccioline di pioggia sul vetro, sentirne il flebile e monotono ticchettio, seguire con lo sguardo i vapori della nebbia che sopraggiungono dal basso e assumono una lattea corposità prima di dissolversi nell’aria incolore. Puoi trascorrere così un intero pomeriggio con gli occhi puntati oltre l’invisibile diaframma del vetro, senza che nulla accada: solo la pioggia e la nebbia, per ore e ore, forse anche per giorni… E non ti accorgi (o forse sì) che qualcosa si esaurisce in silenzio, come una riserva interna, una ricchezza che si consumano lentamente e inesorabilmente.
L’inverno, si sa, è triste, lungo da passare, una stagione che non è solo un gioco della natura, ma anche una rappresentazione della nostra mente. Dentro di noi è come una grande distesa antartica, il regno dei ghiacci e del silenzio…
Le luci lungo il corso emanano una debole luminescenza che ha qualcosa di decadente, di malinconico: si intravvedono le sagome nebulose delle auto che passano a bassa velocità, le insegne dei bar che evocano un’aria amica, rassicurante, le forme indistinte dei rari passanti che sembrano dissolversi nella nebbia.
Tutti aspettano una bella giornata di sole, la bella stagione, mentre il paese sommessamente, quasi ad occhi chiusi, aspetta la sua primavera.
Nei bar in questo momento si discute, si bestemmia, si fanno scommesse, si gioca a carte. Sulla parte bassa del corso, di fianco alla piazza principale col suo monumento ai caduti, si intravvede la sagoma evanescente della Chiesa madre, con la sua facciata chiara ed imponente che guarda verso il vulcano e il suo campanile, dalle forme semplici e regolari, che svetta solitario dentro i vapori della nebbia. Di fronte alla piazza, è il piccolo emporio che aspetta stancamente qualche cliente, accanto alla sala del barbiere dove, tra un taglio di capelli e una rasatura, si starà discutendo di donne o di pallone.
La chiesa mi evoca sempre immagini vivide e intense della mia infanzia, ricordi che affiorano automaticamente dall’archivio della memoria, facendomi riprovare le stesse sensazioni e gli stessi umori di un tempo. E’ un attimo per me ritornare bambino, in una delle tante domeniche della mia infanzia, rivedermi a Messa con mio padre e mia sorella, vestito da chierichetto con la mia tonaca nera che mi sta un po’ stretta, il breviario in mano e qualche monetina da donare alla chiesa… Riprovare l’entusiasmo e il fervore di quegli anni, quando pensavo di farmi prete, di entrare in seminario prima che arrivassero, come una condanna, le prime crisi esistenziali, i tanti dubbi irrisolti che mi faranno allontanare, mio malgrado, dalle sacre funzioni e dalla parrocchia, mentre il parroco, a suo modo perplesso, cercherà di dare un senso alle trasformazioni, ai turbamenti che agitano la mia coscienza…
Rivedere mio padre che, preso dai suoi problemi, decide di risposarsi e di portare in casa un’altra donna che dovrebbe essere per noi, secondo le sue intenzioni, una seconda mamma e invece… A volte mi sembra che tutto sia successo come in un film, che la vita corri rapidamente con le sue immagini e le sue storie infinite. Certi momenti mi sembra di essere già un uomo maturo, compassato, che non ha più nulla di buono da aspettarsi dalla vita, altre volte mi sembra, al contrario, di essere ancora bambino, in attesa di un grande cambiamento, di una svolta radicale.
Questa sera mio padre è a letto con la febbre, il medico ci ha rassicurati, si tratta solo d’influenza, ma io mi sento ugualmente inquieto, preoccupato, sto sempre così quando c’è qualcuno che sta male in casa. Mi fa soffrire tanto vederlo rigirare nel letto, lamentarsi, come un bambino irrequieto che non sa stare fermo, quando lui sta male è sempre così, insofferente, smanioso.
Continua a piovere senza sosta, la solita pioggerellina fitta e sottile, quasi invisibile nell’aria. Quando finirà, ti chiedi, mentre guardi quel cielo opaco e lattescente che non muta da giorni.
E ripenso, mentre sto pigramente a contemplare il fitto gocciolio della pioggia, ai miei amici che sono già a Milano, dove il tempo sarà anche peggiore che qui da noi e la nebbia la fa da padrona, ma che hanno affrontato un lungo viaggio per intraprendere un una nuova vita. Ammiro la determinazione, il coraggio con cui sono partiti, quella loro voglia decisa di cambiare vita, di provare un cambiamento possibile… Anch’io avrei dovuto seguirli in quella nuova esperienza nella grande metropoli del Nord e invece, dopo tanti ripensamenti, sono rimasto qui, vittima delle mie debolezze e delle mie paure. Penso: quando riuscirò a ribaltare questa mia inerzia, a dare una svolta alla mia vita? Mi è facile trovare delle giustificazioni e cadere nella trappola del non fare: mio padre è anziano e non sta bene, mia sorella è ormai prossima al matrimonio, entrambi hanno bisogno di me, può darsi che nel frattempo qui succeda qualcosa… E così, come un guerriero incatenato, me ne sto dietro a una finestra, condannato all’inerzia e all’immobilismo, immerso in un clima languido di attesa, di incompiutezza, agognando una vita migliore.
Mi scosto lentamente dalla finestra, ho un indicibile torpore addosso, un senso di apatia, di debolezza che rende molli, fiacchi i miei movimenti e riduce la mia voglia di agire, di fare qualcosa, io che pure sono uno spirito irrequieto e vorrei lottare, fare qualcosa, dare una svolta alla mia vita.
Sento dei passi dietro di me, mi fa piacere sentire la presenza di qualcuno nella stanza, è mia sorella, con la sua figura piccola e minuta, che si avvicina a me con l’aria di dover dire qualcosa.
– Che fai al buio tutto solo? – mi chiede, quasi stupita di vedermi da solo nella mia stanza con quell’aria contemplativa che si assume quando si sta a lungo a pensare.
– Niente, mi piace guardare la pioggia, – rispondo con una voce fiacca e pigra che esprime tutto il mio malumore, la mia apatia.
– Ti sei appartato tutto il pomeriggio… Papà sta male, lui è sempre smanioso quando ha la febbre, lo sai.
Fa una breve pausa, come a soppesare, a dare un significato al mio silenzio.
– Io sto per uscire, dobbiamo fare le prove di canto con i ragazzi in parrocchia, domenica ci sarà la visita del vescovo e il parroco ci tiene a fare bella figura.
Almeno lei, penso, ha qualcosa da fare e non posso non provare una punta d’invidia nei suoi confronti.
– Va’ tranquilla, resto io in casa con papà – le dico sovrappensiero. Il mio sguardo è fermo nel vuoto, la mia voce debole, atona.
Sento in quel momento il rumore fragoroso, metallico di un treno, il frastuono di una città, le voci irridenti degli amici che mi incalzano.
Che fare, mi chiedo. Uscire, magari sfidando la pioggia e il maltempo per raggiungere gli amici al bar e passare il resto della serata con loro? O magari telefonare a lei, candidata a un amore possibile e aprirmi con lei, raccontarle un po’ delle mie cose, della mia vita…?
Mia sorella esce in silenzio, quasi timorosa di turbare i miei pensieri. Faccio qualche passo nella stanza semibuia, quasi assaporando con voluttà la quieta penombra che mi circonda. Qualcosa farò…
Fuori, il paese riposa tranquillo o piange in silenzio, senza lacrime, o aspetta, come un malato, la sua medicina.
La pioggia, al di là del vetro, continua a venire giù lentamente…/


Incontro

Ci siamo incontrati,
dopo tanto tempo,
la gioia, la sorpresa,
ed eri un’altra…
Non più piccola ragazza
che gioca con le bambole,
non più la treccina sulle spalle,
il viso arrossato,
ma donna già cresciuta,
con il ventre gonfio.
Cambiata dal tempo,
quasi non ti riconosco:
moglie diventata troppo presto,
nei tuoi occhi traspare
la fatica di una vita ostile.
Mi parli di un uomo mai sperato,
che accompagna la tua vita,
di un bambino che nascerà,
di un sogno già svanito.
Non fervore nella tua voce,
mi porgi stanca la tua mano
per un saluto che corre,
veloce,
come il tempo già passato.


Alba

Un fievole bagliore all’orizzonte,
un tremolo indistinto
che si adagia sul mare
e smuove l’infinito,
erompono le colline
nell’aria incolore,
il sole nascente allontana
l’ultimo afflato della notte.