EVA

Quel libro “Eva la donna dai tre volti” un regalo o un presagio.
Torneranno gli angeli e ci verranno a cercare, ma non ci troveranno perché noi saremo lontane, per sempre divise e per sempre inabissate in un unico abbraccio, non senza paura,non senza speranza, non senza lacrime.
Lasciando per strada cocci e vecchiume,lustrando i pensieri a specchio e lanciando sassi nell’acqua di giada, ci svestiremo di ali, di broccati e di sete di Jaipur, come principesse del Rajastan dagli occhi di brace. Attraverseremo il deserto senza sete,incontreremo l’uomo delle oasi, ci rincorreremo nel vento, intrecciando le gambe in un ballo antico. Ma presto la notte ci troverà nude, spogliate dal sole, imperlate dalla luna, accese dalle stelle. Cercheremo la più lontana ed allungheremo la mano per toccarla, bruciandoci le dita.
La notte ci coprirà ed i nostri segreti aleggiando d’intorno, aliteranno su di noi lo spirito della terra, grande ventre di madre.
Balsamo alle nostre insicurezze, una carezza bugiarda coccolerà la nostra pena , strappandoci un sospiro. Ed un sorriso, allora, volerà via su un sussurro. Un orecchio buono ascolterà le nostre parole, indicandoci la via, la più tortuosa, la più stretta.
Una vita, due vite, tre vite. Torneremo a guardare i piccoli giochi con bonaria pazienza, seccheremo le rose nascondendo i profumi, ci inebrieremo di respiri.
E poi cielo a pecorelle pioggia a catinelle, c’eravamo tanto amati per un anno o forse più, c’eravamo poi lasciati non ricordo come fu…
Io ricordo come fu!
Scappammo via lontano nel tempo, strappandoci il cuore a brandelli, credendo di non soffrire, sapendo di non capire, volendo non sentire quella voce nell’anima; una piccola voce che grida nel deserto, che soffia col vento, nera come la notte, fioca come una candela tra mille luminarie.
La goccia scava la roccia.
Il tuo pensiero ossessivo, celato sotto strati di roccia arenaria mi prende le meningi e le stritola come una lobotomia che anestetizza i sensi, effimero come i fuochi fatui.
Nel cuore della Terra un ribollire ancestrale richiama le mie attenzioni.
Tu dove sei. Scomparso nei meandri di Saarthal, sospeso in un volo pindarico, breve e ridicolo.
Risorgi dalle ceneri e pretendi quel punto di non ritorno.
Ma un anello manca alla catena e tutto si sgretola lasciando infinite briciole di amore. Chi le raccoglierà…. Io e te, tu ed io ed ecco il mio terrore affiorare nel regalarti i miei pensieri più puri.
La donna dai tre volti;uno per ogni occasione, uno per le feste, uno per le streghe, uno per…te
Tu ed io solleveremo il capo guardando l’azzurro. Per la prima volta. E scorgeremo un pensiero bambino da accudire per farlo crescere con noi.
E lui verrà.


Rossana

La prima volta che vidi Rossana era seduta alla finestra, scalza, arrotolata in un abito di maglina color prugna, intenta a dondolare il capo, reclinandolo di tanto da un lato, come per mettere a fuoco qualcosa,un che di indefinito: un’ombra, un segno, un intoppo, corrugando la fronte spaziosa ed aperta.
Al di là dei vetri all’inglese, affogati da tendine provenzali, tempestate di fiorellini azzurro lavanda, qualche foglia danzava, disegnando arabeschi nell’aria o si cullava consapevole della propria tenue solitudine.
Anche Rossana accarezzava un pensiero leggero come una foglia, oscillando la chioma, tutta ad onde morbide e castane, spettinate. Solo qualche filo dorato emergeva dalla massa uniforme dei capelli. Non le piaceva pettinarsi, amava però la sensazione tenera che danno i capelli lunghi e sciolti sulle spalle nude, che ad ogni più leggero movimento accarezzano la pelle, sussurrando qualche sottile brivido, simile al soffio di un Eolo ancora bambino e non avvezzo ancora alle tempeste.
Altre volte preferiva appuntarsi tra i capelli un fiore, dal colore intenso, vistoso, con la corolla decadente, così aperta da poterne contare gli stami ed avvicinare quella sfumatura delicata e più chiara al suo interno, ancora ignorata dal sole e racchiusa prigioniera lì in fondo. Quel profumo mono-essenza la stordiva e lei lo assaporava in un unico respiro, veloce, fugace, attenta a non perderne il cuore per sempre, in mille pagliuzze iridescenti e fatue.
Ed era lì Rossana,a tratti immobile, come quando le bambine giocano alle belle statuine, senza muovere neppure il più piccolo muscolo. Solo l’ingombrante sincronismo delle palpebre rendeva quella figura umana e non di gesso, rompendo l’incantesimo per sempre.
Cosa cercassero i suoi occhi è domanda ed è risposta insieme. Erano in attesa. Rossana tutta era in attesa; di cosa non saprei, ma so che aspettava.
Lì alla finestra, osservando un paesaggio d’autunno, un autunno umido e previsto come sanno essere gli autunni italiani, scrutato attraverso vetri inglesi e velato da tendine francesi.
Affiorava però, di tanto in lei un calore strano e vi era una frenesia inconsulta nel ripetere gesti uguali, che evocava altri cieli, altri slanci, altre vite, altri dondolii, altri balli, più simili ad una salsa cubana che al cullarsi intontito delle foglie.
Intravedevo, allora , in lei la ragazza che era stata, non la donna che era e la immaginavo a piedi nudi scivolare sui sassi levigati e lisci di un torrente asciutto, come quando le fanciulle di Coquimbo ondeggiano i fianchi per mantenere l’equilibrio, ridendo e scherzando col vento. Un vento sinuoso ed intrigante, che le scompigliava i capelli, le gonfiava i vestiti, le arrossava le gote, le rubava l’anima, trasportandola via, lontano chissà dove..Forse laddove si perdono i sogni e s’infrangono le onde, tra mille spruzzi freschi ed azzurri.
Avrei voluto correre con lei laggiù, ballare con lei, darle la mano e stringerla per dirle che si, si, si era vero; era tutto vero: il sole, la spiaggia, la salsa, l’arancio ed il rosso e poi il viola ; l’alba, il tramonto; il giorno che finisce e quello che nasce, la paura, il rimorso,il sole, la pioggia.
Ma lei era lì. Ora dondolava il capo, quasi seguisse una ninna nanna ed ora immobile attendeva, o osservava le belle mani morbide, senza anelli, scoprendo ogni giorno una linea sul palmo, una in più, una diversa.
Sono trascorse le stagioni, non so Rossana dove sia adesso. Se laggiù alla fine del cielo o forse quaggiù a sistemare le rose e le camelie, eliminando le foglie secche, strappando le erbacce.
Non più in attesa.