Mannenquin  

Portava un abito

per tagliare il vento,

per svoltare disinvolta

gli angoli aguzzi delle strade.

Fatto d’un tessuto

amaro e fitto,

pressato dai sui passi.

Lo portava lungo,

per ricoprire

il cammino

oscuro e rosso

delle tante ferite.

Vestiva un abito

come una lama d’argento,

per riflettere il sole,

per segnarsi i contorni

d’una via impervia.

Senza fori,

senza bottoni,

come un liscio sipario

su di un palco vuoto

e si nascondeva al mondo.


Chiamami

Chiamami
con mille e più nomi
tanti quanti quei fitti rami
di foreste eterne e aperte al cielo.
Chiamami
Per quelle di noi franate
nella trincea dei giorni.
Vigili al mondo
Intrise di stanchezza
Le noi inclini
all’attenzione
all’ansia
al desiderio e al sogno.
Tutti quei nomi
iscritti
pronunciati
poi dimenticati.
Chiamami
semmai
in ordine alfabetico.
Prima o poi
avrai risposta.
O forse già
alla A di amore.


 

Mio cuore

Cuore,

cuore mio

animale notturno

con ali troppo grandi,

fai un rumore assordante,

come di tuoni estivi.

Sta fermo ch’io possa dormire,

ch’io occupi luoghi silenziosi.

 

Oppure immobile

osserva quei sogni a metà

tra sonno e follia

ch’io non trovi più risveglio.

 

Cuore,

cuore mio

di petali schiacciati,

tra pagine lette e pagine scritte.

Hai macchiato così tante parole!

Ora il tuo suono

mi fora il respiro

e rimbalza come l’eco di mille tamburi

Non cercare una strada.

Resta quieto,

c’è tanto Nulla qui fuori.