Arduino Cialli - Poesie

Tufo

Pomeriggio festivo…mi guardo intorno
che cerco? che mi manca? cosa prova?
forse solitudine; che palle questa solitudine
ascolto “TIME AFTER TIME” di Miles Davis
il suono mi pervade, ritmico, denso e imprevedibile
le chiome verdi dei pini, che scorgo dalla finestra
non incidono, sul colore grigio di questo giorno
io, la pioggia, le nuvole e poi.. l’infinito
no, non basta, non servirà la tromba
ipnoseducente di Davis, a farmi sorridere
ci vuole di più, solo la convinzione di un pensiero
di uno squillo di telefono, per udire una voce
o il suono metallico e scordato di un vecchio pianoforte
che risuona magico, in antichi palazzi medievali,
dove, la ricerca dello “spirito”, si sente corposa
forse.. i rintocchi di campane, di qualche vecchia chiesa
…mi aiuteranno
o saranno le voci festose dei miei figli, sul terrazzo
a scuotere finalmente…questa vecchia testa di cazzo.

 


 

Assuntina

Scarne, le scale screpolate, di quel cortile a Capua
dove la tua immagine di bambina
con le pupille, turbinose, di un giallo leopardo
come le acque del Volturno
mi incantava, incontrandoti nel caldo pomeriggio campano
quegli orecchini, tropo grandi ed importanti
per un efebico volto di donna del sud
quella tua veste ordinata e disincantata
traspariva il corpo, rotondo, paffuto
profumato da quell’accattivante odore di amplesso
che pur non comprendendo.. mi faceva arrossire
poco oltre, sulla strada, sporca di fieno e letame
le voci della gente che ricordando gioiose tarantelle
si intrecciavano, in armoniosi fraseggi tribali
forse un rito, una remota preghiera contadina
che rimbalzando, nell’aria infuocata, cercava in me
l’istinto, la rivelazione, il corpo magico
il senso, i sensi, il ticchettio fatato
della pendola in salotto, la luminosità di quelle antiche case
abitate ormai.. solo da fantasmi
ma così vive nella mia mente
cosa sarà…di me…di te
povera gente!

 


 

Soffio…

Incontrarti…mi procura
sempre una strana emozione
a volte…sulla mia pelle
scorgo i segni delle battaglie giovanili
quando il sangue delle ferite
era commistione d’orgoglio
vorrei incontrarti…sentirti
vorrei tanto…parlarti
saprei parlarti?
snocciolare con sapiente maestria
le foibe, gli anfratti, dei tuoi psicodrammi mentali
la psico-genetica…le tue derivazioni geografiche
quanta Africa c’è in te
quante montagne da scalare coi geloni
ai piedi pelle di bufalo selvaggio
negli occhi…le pupille, incise dai colori del rif
i fiumi, l’hascish, i narghilé, i kif del sultano padrone
amami…e abbandonami senza acqua nel deserto…solitudine
lascia che, i sciacalli divorino brandelli di me
alle prime piogge…un fiore nascerà dai miei ricordi.

 


 

Onerotica

L’idea mi venne…mentre in un brutto cinema
De Niro emetteva con la faccia da furbo
io dagli altri?
O scruto e spero una tua sporadica ammissione
rileggendo in silenzio, le tue mosse
sulla cinica scacchiera della tua eclettica moralità
dighe, fossati, sabbah e ululati, ferro e cemento
non leniranno mai questo mio sentimento
e scruto, contemplo…e di nuovo sogno
seguendo un sentiero, nei miei alvei psicotici
che porta nel letto di creole amanti…
cantano, mi accarezzano, farfugliano rozze volgarità
per colpa tua! Giuro e la verità
ho posseduto (fisicamente in sogno), anche la mia onestà.

 


 

Maschere

Rimbalzo, papalla, strisciando sui muri
del paese vecchio, nel vicolo isolato
tamburi e gazzarra, mi sono nemici
cercando di star solo, mi dico fuggirò
e isolo la mente
alzo al ciel lo sguardo sopra i tetti sudati di Scac
ho piena la testa di vino e osterie, sepolte per sempre
risveglio il mio io, distratto e svampito
e ascolto il vocio dei tinelli di ieri
le maschere stanche di armenti e vigneti
già arsi dal sole, di opere, zolfo e tannino
mi appaiono a tratti dissolventi nei vicoli
e rimpiango quei giorni
quando Bixio Federici, il poeta contadino
umile, fiero ed alfiere, della rurale saggezza
irrorava la mia infanzia già pronta ai robot
rimpiango ammirato, rapito e ammaliato
le maschere, i visi del mio ‘900
Reginaldo, Paqualino, Carlino, Rondina
Ciocco, il carretto, la Cruciani, l’articolato
la festa del Tulipano, le attese notturne
Luigino Buò, nervoso artista dell’ebano
con l’eterna Nazionale senza filtro, appesa al labbro
scuotendo, imbronciato, il capo coperto dal basco,
bestemmie, inviava al Supremo
Verardo, ronzio di tafani, zucchero filato
la Parrocchietta, Mario lu zoppo, lu Napoletanittu
piazza del sole, san nicola, l’ammazzatora, la bullicara
Peppe lu rusciu, cor secchio di metallo a le partite
piazza dell’erbe, Muretta, Marietto, la merla
vorrei eterna, la mia gioventù, colma di odori
e inascoltati consigli, utili oggi solo ai miei figli.

 


 

Madre

Ricordi madre, gli occhi di tuo figlio
stupirsi increduli allo specchio
per la bellezza ipocrita del pianto!

Ricordi madre, le mattine in cui
levatomi dal sonno
ti cercavo in cucina, per parlarti di me
due mondi così lontani.. si toccavano
e ceravano tra sinusoidi iperboliche di idee
l’intreccio non meccanico,
ma miracolosamente umano.

Ricordi madre, la tacita intesa tra di noi
nelle puntuali conferme del.. poi
quando la mia cocciuta intransigenza
cozzava con la tua immancabile esperienza

Ricordi madre, come la poesia che era in te
così pura, contadina, semplice
era irrisa da me
che giocavo ad atteggiarmi prepotente

Ricordi madre quando in quei giorni
che il male che ti uccise venne fuori
il mio sguardo che fuggiva il tuo parlare
io! che ti vedevo morta, e non poter gridare!

ricordo infine, il posto dove riposi sul tuo mare
addio, ti amo, inutile è parlare!

 


 

Parole libere (Blues)

La falce della luna
diffondeva nel campo
un singolare riflesso di blues

affogare nella brina
il mio corpo flaccido
tremante e gemente

un maledetto blues
scaturiva omeopatico
dal pozzo dei desideri

la dimensione metafisica della musica
si impadroniva della mia psiche scellerata
e finalmente trasportava

sulle rive del tuo corpo cosmico
cercato.. avuto forse
i campi pregni di bionde ufoidi farfalle

qua e là inseminati
da polvere di sperma galattico, gelatina blues
Graffe, Ulriche, Burdhas family

coleotteri a due facce come Giano
ronzano nell’aria, fosforescenti, notturni, mostri opalini
e il blues, si amico il blues

li trasforma ancora
poliedrici occhi con elitre,
battono, battono il tempo

e il tempo si perde nella notte
nel fumo incandescente di una ciminiera
nel fumo grasso e felice, di mille pipe di marijuana

scende nei polmoni e nel sange
di Ignatio Solinas, campesigno
che percorre appoggiato al suo lama

un verde sentiero sulle ande cilene
pensando a suo fratello Francisco
rinchiuso in un eremo sul GRAND JURASS

in un umida cella,
bagnata dal solenne ghiacciaio
sovrastante il plumbeo monastero

che prega, prega, prega
ripulendo il pianeta dai peccati di esseri
che hanno, peccato solo nascendo
soffrendo

forse godendo?

 


 

IF…

Se l’incontro di uno sguardo, senza età
scuote flessuosa nei circuiti cerebro psichici
un onda di ricordi primordiali
legati al passato, alla memoria atavica
trasmessami dai geni dei miei avi
se mi ritrovo sul ponte della nave della storia
di gemme, di tempeste, di tesori
se.. il mare intorno a me, infuria e spazza
il legno in cui mi trovo, come schiuma
l’azzurro dei tuoi occhi o il bel turchese
d’oceano il ricordo, d’avventura
mi svegliano, sorseggio il mio caffè
tu mi sei accanto.. con il tuo bicchiere
che ci facciamo noi tra questa gente?
noi siam diversi, anime elevate
viviam tra gli altri che non ci comprendono
ed io, che leggo in te l’animo libero
ti voglio conservare, pura, intangibile
insieme con il tuo sguardo, che ha dell’incredibile.

 


 

Freak brothers

Quanti anni son passati dalla prima fortissima emozione
provare la propria mente, l’esistenza oltre l’orizzonte
di una possibilità in più, di un allargamento delle proprie conoscenze
scoprire la faccia nascosta della propria personalità,
la parte bonaria, meno aggressiva più riflessiva
una dimensione soffice, una delicatissima nevicata in prospettiva
avere la certezza che la musica è componente essenziale di noi
e in questa dimensione mistica, unica in ogni uomo
determinate condizioni ne amplificano la fruizione
le scalette sonore, calcificavano la notte, appesi come stracci alle pareti
affogavamo lentamente …… nell’AGUA di Edgar Froese
ormai ridotti a forati di Rock, che viaggi nel sole del Guatemala
sul nevado del ruiz, snowboard, discese da panico
eremi solitari, caravelle di parole tronche, disperse nell’oceano
frammenti di erba di Buddah, galleggiano nel mio sangue
raggiungono a pioggia il cervello, odi, i ricordi affiorare sdoganati dal super io
fischia il vento tra le foglie del mio giardino… ricordo a Bari
da soldato, chiuso dietro quel muro, giallo di marescialli
la mia gavetta ricolma di erba conservata da saggio contadino, al freddo
dalle mimetiche che congelavano nel vento, pregno di strombazzanti inni e bandiere
la fantasia, dietro quel muro insuperabile, fili spinati, limite invalicabile
insieme in quella orrida camerata, senza patria, senza nonni ne generali
si fumava uniti, felici di trasgredire, di consumare il camulet della fratellanza
annodavamo e saldavamo insieme all’amicizia, l’ideale lenzuolo di evasione
alzare lo sguardo al cielo, e vederci qualcosa.. la giusta dimensione
l’essenza, il gusto, la favola di esserci e capirlo distinguendosi
con una mistica interconnessione tra astri, mondi e galassie
“armonia”, equilibrio, comprensione, bambulee….
ricordati di me fratello, amico, non ti ho dato niente
ho cercato di darti tutto, i miei limiti sono umani
la mia ricchezza è la conoscenza, il rispetto, per le piccole certezze umane
mai paragonabili all’infinita bellezza dell’universo
che ogni giorno mi incanta, e mi da la forza di sopportare i limiti fisici del mondo.

 


 

Figlio…? (dei sogni)

Sogno – Mondine – risaie deserte – cadenti
amore – amore – amore
proclamò l’uomo del riso
osservando le rotondità delle donne chinate sul raccolto odoroso
immischiandomi i sensi, intorpiditi dal sonno
rimboccami le coperte, luna piena, luna comanche
rossa, riluci e pratica una cosmica magia
sui miei atomi, soffocati, dall’umana ipocrisia
applica, forza del bene, positiva e benefica
risorgi quindi e finalmente cura quest’anima malata
delusa, scolorita, ammaccata
i gatti adorati, miagolano alla divina luce
è l’ora.. svegliati, presto, “Arduino”
carica il tuo fardello e riprendi il cammino.