Assunta Di Giulio Cesare - Poesie

Clochard errante

 

Dimenticato dalla vita,

Passa le notti errando.

Tra whisky e cicche consumate,

Riscalda le sue notti fredde.

Accovacciato sui marciapiedi,

Intona stornelli alla Luna,
Unica compagna d’avventura.

Ai passanti che lo guardano,

Dedica versi inventati.

Aspetta l’autobus,

Finchè non si fa sera,

E si rannicchia sulla panchina.

A coprirlo cartoni raccattati qua e là,

Bagnati fradici delle lacrime del cielo.

Invisibile agli occhi della gente,

Soffre per la loro indifferenza.


 

Colpa d’un viscido

 

Al mondo v’è un bambino che non sorride più,

Che porta con sé un fardello troppo grande.

Non v’è  più pace nella sua tormentata mente,

Che grida rabbia per l’orrore vissuto.

Non v’è più luce nei suoi occhi spenti,

Che raccontano del più terribile dei crimini.

La sua anima di bambino innocente,

È stata violata in una notte malata.


 

L’abbraccio

 

Seduto di fianco a me

S’avvicinò per carezzarmi prima le gote

Poi i riccioli pendenti ai lati del viso

Sembrava c’amassimo ancora.

 

M’abbracciò forte

Provai profondo dolore

Era tutt’altro che abbraccio

Prese il telefono:

 

“Venite. L’ho uccisa”.


 

Involucro

 

Divenne madre in una notte d’estate.

Suo figlio le stringeva il dito con una tale forza,

Che sembrava non volesse più lasciarlo.

Lei gli carezzava dolcemente le guanciotte,

Lui le sorrideva e la stringeva forte.

Quella notte vagò per la città fino all’alba,

Per regalargli un futuro migliore.

L’avvolse in un telo di seta,

Gli cantò una dolce ninna nanna,

E l’adagiò sul prato di un parco.

Stette lì nascosta a guardare il suo bimbo,

Che stringeva i pugnetti come un guerriero.

S’allontanò per sempre dalla sua creatura,

Sicura tra le braccia di un passante.


 

Partito per sempre

 

Viveva a Milano ma era terrone,

Gli occhi ardenti per la Terra sua.

La sera quando tornava da lavoro,

Sedeva a vedere le foto del mare.

Con gli occhi spenti e il viso pallido,

S’apprestò a prendere quel treno,

Conscio che mai più sarebbe ritornato.

Si portò via solo i ricordi,

Il cuore lo lasciò a casa sua.

Con l’anima lacerata e ignaro del futuro,

S’aggrappò alla speranza,

Come il figlio s’aggrappava al collo suo.

A Milano andò a cercare lavoro,

Trovò pure la morte.

Schiacciato da una trave,

Tese le mani al cielo.

Sofferente, poco prima di finire,

Gridò di voler morire nella Terra sua.


 

Scusa, Africa

 

Terra saccheggiata

Terra prigioniera.

O Africa!

Terra nera.

Terra di ricchezze

Sottratte e usurpate.

Terra di conquista

Oltraggiata e sottomessa.

Terra di riti e tradizioni

Danze e canti.

Terra di sofferenze

Pianti e lamenti.

Ti lasceranno in pace mai?


 

Tempo infinito

 

D’improvviso accadde,

La terra iniziò a tremare.

Lui rimase fermo,

Mentre tutto si muoveva,

Si accorse di andare incontro alla morte.

Un attimo prima il boato,

Poi porte  divelte e vetri in frantumi.

Gli mancò il respiro

Non solo per la polvere.

Rimase sbigottito per lo spavento,

Stette immobile per ore.

Intrappolato tra le macerie,

Gridò a gran voce,

Pure Dio dovette udirlo.

Il domani sempre stato vicino,

Mai più lontano fu quella notte.


 

Vulcano di sentimenti

 

Il cielo si scurisce,

Come durante la notte.

Cadono lapilli,

Come fosse pioggia.

Cascate di lava,

Incontrano il mare.

La città inerme,

Si copre di cenere.

Prega in ginocchio,

La folla di gente.

S’abbracciano stretti,

Due amanti di Pompei.

Paura e morte,

All’ombra del Vesuvio.


 

Un’altra notte

 

Ormai non conto più i giorni

Non ho più le forze.

Chiudo gli occhi 

E penso a te, mamma

Vorrei averti accanto a me.

Riaffiorano i ricordi

Ritorna la malinconia.

Ho nostalgia di casa

Ma casa mia non esiste più 

Adesso un barcone è casa mia.

Le onde del mare mi cullano

Come fa una madre col suo piccolo.

Non ho paura del mare

Papà mi ha insegnato a nuotare

Sapeva forse il destino che mi attendeva.

Ho paura di quegli uomini

E del fucile che ti puntano contro.

Chiudo gli occhi e tremo

Poi piango e mi rannicchio

Un colpo di frusta e tanto dolore.

Soffro in silenzio, mamma

Potrebbero ammazzarmi altrimenti.

È l’alba di un nuovo giorno

E non vedo ancora la terraferma

Ho paura di non riuscire a vederla mai.

Non la vedrò mai

Sono troppo stanco

Chiudo gli occhi per sempre.


 

Ciao, mi riconosci?

 

Non mi riconosco più

Non ricordo il mio nome

Né quanti anni ho.

Sguardo assente e mente confusa.

Un uomo è venuto a trovarmi

Dice che è venuto anche ieri 

Ma io non me lo ricordo.

Dice di essere mio figlio

Ma Tommy è solo un bambino.

Quest’uomo somiglia a mio padre

Tiene per mano un bambino

E’ lui il mio Tommy.

Lo ricordavo diverso

Sempre sorridente.

Quest’uomo dice che sono nonno

Che questo è mio nipote

Ma io non me lo ricordo.

Solo tanta confusione 

Non capisco più niente.

Sono molto stanco ma voglio andare via

Questo non è il mio posto.

Tommy mi aspetta a casa

Ma non ricordo la strada.

Non ricordo più niente

Neppure come si mangia

Sono solo un peso per tutti.

Non sono più autonomo

È per questo che sono qui.

Qui non ci voglio stare

Ma non mi lasciano uscire

“Vi prego, non fatemi morire qui”.

Rivoglio il mio nome, la mia vita.