Astrid Benasciutti - Poesie e Racconti

Come una foglia

 

Come una foglia trascinata dal vento,

così mi sento,

in balia delle correnti

senza alcuna possibilità di scelta.

Forse in passato ero parte di qualcosa,

ma il tempo mi ha portato via tutti i ricordi,

tutti i momenti.

Vorrei posarmi a terra

per placare questo eterno movimento,

giacere immobile,

marcire col trascorrere tempo,

per dare nutrimento alla terra,

servire finalmente a qualcosa.

Invece volo via,

nulla mi ferma,

sono alta nell’aria

smarrita e sola,

troppo distante da tutto e tutti

per poter sentire un senso di appartenenza.

Quale altra punizione la vita mi riserva?

Nonostante l’altezza

non mi godo neanche il paesaggio,

tanto è forte la corrente che mi trascina.


Liberazioni

 

Guardo sempre il cielo,

con i suoi colori e la sua vita;

egli è in grado di portare la mia mente alta

su tutti e tutto,

trasmettendomi la pace

che da sempre cerco.

Mi soffermo ad osservare il mare,

mi c’immergo,

per pulire la mia anima

da tutto ciò che l’ha sporcata,

facendomi sentire più libera,

lontana da tutte quelle persone

alle quali non riesco a legarmi.

Ascolto melodie,

lente o frastornanti,

a seconda dell’umore,

a seconda dello scopo che voglio raggiungere,

a volte restando immobile

a volte in movimento, ballando.

Leggo,

per trovare delle risposte alla vita, la mia,

per trovarmi negli scritti di altri,

per scorgere qualcuno simile a me,

sentendomi così meno sola.

Scrivo,

come valvola di sfogo,

restando comunque invisibile agli occhi di tutti.


Illusioni

 

Se tutti collaborassero insieme,

per la riuscita comune;

se non ci fosse persona alcuna,

che volesse primeggiare sull’altro;

se il pettegolezzo fosse bandito;

se tutti facessero costantemente del loro meglio;

se l’amore vincesse sempre

sull’odio e sull’invidia;

se nessuno godesse mai

delle disgrazie altrui;

se ci si aiutasse;

se si rimanesse umili sempre

e nonostante tutto;

se si potesse amare tutti liberamente,

senza essere fraintesi…

Allora e solo allora

sarebbe un posto migliore il mondo

e tutti sarebbero finalmente grati

della propria esistenza.


Vademecum

 

Piangi pure se ti va,

non sentendoti per questo debole.

Ridi, ogni volta che ne senti il bisogno,

non pensando a coloro

che ti guardano stupiti.

Balla, canta,

ogni volta che una canzone

solletica la tua anima, il tuo corpo.

Rimani in disparte

oppure aggregati ad un gruppo di persone,

pur di non farti ferire,

pur di guarire.

Sogna, sogna sempre,

tutti ne hanno diritto;

i sogni rendono migliore il mondo,

lo colorano.

Perdona tutti,

appena sarai pronto a farlo,

perché il rancore appesantisce l’anima,

la quale merita di volare libera

sopra tutto e tutti.

Ama,

te stesso soprattutto,

successivamente gli altri,

perché l’amore guarisce,

l’amore cura, l’amore salva

ed ognuno di noi ne ha bisogno,

pur non ammettendolo.



Senza respiro

 

Quest’oggi ho un male che non riesco a spiegare,

ho un peso sul petto che non mi fa respirare;

sarà la tristezza che comincia a pesare

oppure l’amore che comincia a mancare…

Sapermi sola da tanto tempo,

a volte mi sembra un tale tormento;

ho aspettato invano l’amore per così tanti anni,

che mi sembra quasi siano trascorsi millenni.

Ora invece non so più sperare,

mi sveglio ogni mattino e non mi voglio neanche più alzare;

credo sia una tortura vivere senza l’amore,

forse delle punizioni è quella peggiore.


Rinascita

 

Prendimi per mano,

portami lontano, dove non sono mai stata,

dove c’è sempre il sole a scaldarci ed il mare a cullarci.

Abbracciami, come solo tu sai fare,

trasmettimi amore ogni volta che mi guardi

e sii paziente con me,

come mai nessuno ha fatto.

Io ho bisogno di te, per stare bene,

dei tuoi morbidi baci

e delle tue dolci parole sussurrate.

Raccontami favole,

dimostrandomi anche che possono trasformarsi in realtà,

salvami da me stessa

e da tutti coloro che possono ferirmi,

restando al mio fianco sempre, anche quando sbaglio.

Insegnami l’amore,

aiutami a crederci ed a lottare per esso.

Non mi abbandonare mai,

perché l’abbandono già lo conosco

e non voglio più viverlo.

Perdonami se ti ferirò,

non è mia intenzione,

è che non sono abituata a sentirmi amata

e neanche a fidarmi.

Infine, sii paziente con me te ne prego

ed io ti amerò come nessun altra.

D’altronde io ti sto ancora aspettando,

sono molti anni oramai,

non deludermi anche te,

te ne prego, giungi a me.


Ritrovarsi

 

Ho sempre dato tutto per gli altri,

anche me stessa,

tanto che ora mi sto cercando

perché mi sono persa.

Mi sveglio ogni giorno e non so più chi sono,

mi guardo allo specchio

e non vi riconosco la mia immagine riflessa.

Mi addormento, sperando di non risvegliarmi,

tanto è dura ritrovarmi,

non accetto nulla di me

ed ammetto tutto degli altri.

Sono viva ma non mi ci sento,

non riesco più a lottare,

perché non ne trovo il senso.

Non so se riuscirò mai a sentirmi parte del mondo,

ogni giorno che arriva però, mi alzo e con fatica l’affronto,

nonostante questo smarrimento non mi abbandoni mai.


La battaglia

 

Le malattie che si protraggono nel tempo,

ti cambiano,

modellano il corpo e lo spirito,

rendendoti un’altra persona.

C’è chi riesce ad uscirne da guerriero,

chi invece diviene vittima,

perché la malattia è una battaglia,

dove sempre c’è un vinto ed un vincitore.

Tutto dipende dalla tua voglia di vivere,

nonostante tutto;

se ti abbatti,

la malattia vince e pian piano scompari,

lasciando un gran vuoto nei cuori dei tuoi cari.

Quindi lotta,

diventa guerriero e sconfiggi il tuo male,

se non vuoi farlo per te,

fallo per gli altri,

a cui mancheresti infinitamente.

Continua ad esistere.


Il serpente

 

In realtà io non sono sola…

Convivo da sempre con un essere

che io identifico in un serpente.

Questo mi si attorciglia al cuore, all’anima, al corpo…

Blocca ogni mia azione, mi lascia inerme

ed io non riesco a reagire,

non riesco a combatterlo.

Egli s’insinua nella mia mente,

condiziona le mie idee, le mie azioni,

facendomi sentire costantemente fuori luogo, impotente.

A causa sua non riesco a vivere, a sperare.

Da sempre sto cercando di liberarmene, ma invano,

perché gli anni l’hanno reso forte, più di me…

Vi chiedo perdono per la mia incostanza,

la mia apparente svogliatezza,

ma egli prende il sopravvento in ogni momento.

Si nutre della disperazione, delle lacrime, della tristezza

che pervadono la mia vita.

A causa sua io non sono mai come vorrei.

Credo che nessuno mi abbia mai conosciuta

per quella che sono realmente,

nemmeno io ci sono ancora riuscita;

egli mi svia dalla reale me

e porta l’oscurità dove vorrei ci fosse luce.

Sappiate però che ce la sto mettendo tutta,

lotto ogni istante contro questa creatura,

contro questo serpente,

che altro non è che la depressione.


Racconto d’Amore

 

Era la notte di Natale, fuori nevicava ed io come ogni anno, ero solo. Accesi i tizzoni di legno nel camino, per sentire meno quel freddo, che solo la solitudine ti fa provare. Mi ci accostai, con quella che sarebbe stata la mia cena, seduto sul tappeto con una bottiglia di vino al mio fianco. Speravo che l’alcool svolgesse la sua funzione, di annebbiarmi la mente, rendendo tutto meno disperato. Finì il primo bicchiere e me ne versai subito un altro; ogni tanto mangiavo qualche boccone e nel frattempo sognavo una casa addobbata a festa ed una tavola imbandita. Un alberello lo avevo pur fatto, ma ai suoi piedi non vi era regalo alcuno. Lo guardai e piansi, so che da uomo non avrei dovuto farlo, ma mi sentii così fragile, forse, anche per colpa di quel vino che avrebbe in realtà dovuto salvarmi.

In quell’attimo di debolezza mi misi a pregare, nonostante fossero passati anni dall’ultima volta. Pregai il Signore di darmi una compagna con cui poter finalmente sentirmi parte di qualcosa. Tornato alla lucidità, mi versai un altro bicchiere di vino, lo accostai alla mia bocca ma un rumore all’esterno mi fece fermare.

Era come un guaito ed era vicino; incuriosito mi alzai ed andai alla porta, la aprii e con sorpresa ci trovai un cucciolo di cane. Era adagiato sul mio zerbino, pensai che qualcuno me l’avesse lasciato, così mi guardai attorno senza però scorgere nessuno.

Ripensai alla mia preghiera di poco prima e mi sentii sbeffeggiato, così parlai ad alta voce col Signore spiegandogli di avergli chiesto una compagna, non un cane…

Nel frattempo il cucciolo continuava a guaire, forse per fame, forse per freddo, così lo presi con me e lo adagiai sul tappeto, per farlo scaldare. Questo mi guardava tremante, ma iniziò a scodinzolare.

Mi allontanai per prendergli una scodella per l’acqua e lui mi seguì, sempre scodinzolando. Lo guardai pensando di non potermici affezionare; gli avrei dovuto trovare un posto migliore in cui stare, perché altrimenti sarebbe dovuto restare troppo tempo solo durante il giorno.

Tornai al tappeto, sempre con lui al mio seguito; gli adagiai la scodella dell’acqua vicino ma non bevve.

Ricominciai a mangiare e nel frattempo lui mi fissava, con due occhi scongiuranti, allora capii che aveva fame, così divisi il mio pasto con lui. Per lo meno non ero più solo pensai; stavo cenando con qualcuno…un cane.

Era sicuramente un bastardino ed era tutto bianco con una macchia grigia sull’occhio destro. Una piccola palla di pelo seduta al mio fianco, felice della mia compagnia.

Ritrattai su ciò che prima avevo pensato, lo avrei tenuto con me perché era il mio dono di Natale, l’unico. Pensai al nome che avrei potuto dargli e glielo chiesi, lui mi guardava quasi divertito… Non penso mi capisse.

Poi di punto in bianco con la coda mi fece cadere il calice di vino ed io lo sgridai, ma vedendo i suoi occhi così dispiaciuti per l’accaduto non volli continuare. Fortunatamente il calice non si ruppe, ma il vino andò a formare una macchia a forma di cuore sul tappeto… Allora iniziai a chiamarlo Calice, ma lui non si girò, poi Vino, ma ancora nessun risultato… Lo guardai e lo chiamai Cuore e lui scodinzolò.

Fu così che scelsi il suo nome, lo avrei chiamato Cuore. Ci accoccolammo sul tappeto e ci addormentammo insieme fino all’indomani.

 

Il primo periodo fu difficile abituarsi l’uno all’altro e soprattutto fu tanta la mia pazienza, ma Cuore era un buon compagno per me. Mi teneva compagnia nelle serate, mi svegliava al mattino per la passeggiata mattutina, mi aspettava al mio rientro, felice, vedendomi varcare la soglia di casa. Non era una compagna, lo so, ma fu per me un grande amico, il migliore.

Grazie a lui finalmente non stavo più chiuso in casa, facevamo infatti lunghe passeggiate nei parchi e si divertiva a rincorrere la pallina che gli tiravo, riportandomela indietro.  

Ormai erano passati mesi da quella sera, in verità cinque ed eravamo diventati proprio una gran squadra; una sera mi misi ancora a parlare con il Signore per ringraziarlo. Forse non era scritto nel mio destino trovare una compagna di vita, per lo meno però ora non ero più solo.

Tornai a casa dopo una lunga giornata lavorativa e come sempre Cuore era già lì pronto per uscire, col guinzaglio in bocca. Lasciai la mia valigetta nell’ingresso, gli misi il guinzaglio e mi ricordai di prendere la sua amata pallina. Insieme arrivammo al parco ed entrammo nella zona recintata, destinata ai cani; lo liberai ed iniziammo a giocare con la pallina. Era una spasso vederlo correre felice… Il telefono suonò, era qualcuno dal lavoro e dovetti rispondere; nel frattempo Cuore tornò con la sua pallina e mi costrinse a ritirargliela. Forse per distrazione, forse per altro, la tirai più forte del solito, tanto che la pallina finì fuori dalla recinzione. Ancora al telefono, salutai il mio collega che mi aveva chiamato e riattaccai. Mi distrassi un attimo per infilare il cellulare nella tasca, il tempo necessario per perdere di vista Cuore, il quale nel frattempo era riuscito ad uscire dalla zona recintata, per recuperare la pallina…Maledetta pallina pensai. Iniziai a corrergli dietro ed in un attimo un ciclista con cuffiette, forse distratto dalla musica, gli passò sopra con la bici. Rabbrividii nel vederlo a terra e correndo verso di lui cominciai ad urlare: “Mi hanno ferito il Cuore, il mio Cuore…Povero Cuore!!”. Le persone mi guardavano con gli occhi sgranati, scrutandomi nel petto, alcuni li sentii anche dire che ero pazzo, poi però capirono quando mi accasciai per recuperare il mio compagno.

Urlai contro il ciclista, che mi guardava allucinato, anche lui era disteso a terra ma non m’importava della sua salute. Mi gridò che avrebbe potuto farmi causa, visto che il mio cane non era al guinzaglio ma io lo ignorai. Presi Cuore tra le mie braccia e mi ricordai di una clinica veterinaria sulla strada per casa. Corsi come mai avevo fatto prima, Cuore tra le mie braccia che guaiva, più forte di quella prima sera, fuori dalla mia porta.

Entrai piangendo nella clinica e mi venne incontro una ragazza che mi chiese subito cosa fosse accaduto ed io le dissi la stessa frase del parco: “Mi hanno ferito il Cuore, il mio Cuore…Povero Cuore!”. La ragazza però capì e mi chiese come fosse successo ed io le spiegai tutto in lacrime. Mi prese Cuore dalle braccia e mi disse di non preoccuparmi, di aspettare in sala d’attesa. Passarono due ore, le più brutte della mia vita quando tornò in saletta la stessa ragazza. Scoprii che si trattava della veterinaria. Aveva operato Cuore, il quale aveva una zampetta rotta che gli era stata ingessata e qualche altra cosa che in quel momento non capii, vista l’agitazione. Allora la interruppi mentre mi parlava e le chiesi se si sarebbe ripreso e lei mi disse di sì, avrei solo dovuto lasciarlo in clinica per la notte sotto il suo controllo. Io d’istinto l’abbracciai e lei divenne tutta rossa, quindi mi scusai e le chiesi se avessi potuto fermarmi anch’io lì con lui. Non volevo lasciarlo solo e se mai fosse accaduto qualcosa, ci sarei stato io con lui. Inizialmente mi disse che non era necessario, ma io insistetti a tal punto che mi autorizzò a rimanere. Entrai nella sala dove lo tenevano, Cuore era sedato; mi avvicinai al suo muso e lo baciai. Piansi ancora vedendolo così, presi una sedia e mi sedetti vicino a lui. Passai la notte ad accarezzarlo, sperando che il mio amore l’avrebbe curato. Durante la notte venne da noi anche la veterinaria per offrirmi del caffè e facemmo due chiacchiere. Mi accorsi di quanto fosse bella, ma il pensiero mi sfiorò solamente, tanta era la preoccupazione per Cuore.

La mattina arrivò e Cuore si svegliò, fui felice di non averlo lasciato solo al suo risveglio; iniziò a scodinzolare ma per il dolore guaì. Maledetto ciclista pensai. La veterinaria venne a visitarlo e mi disse che avrei potuto portarlo a casa, tenendolo tranquillo, ma che sarei dovuto ritornare per una visita di controllo dopo un paio di giorni. Allora lo presi ed andai a casa, prendendo un taxi. Chiamai al lavoro e dissi di non poter andare perché stavo male; chi mai avrebbe compreso la mia assenza per un cane? Di certo non il mio capo…

Somministrai i medicinali necessari a Cuore per tenerlo tranquillo e mentre dormiva gli parlai, dicendogli di non mollare, che se mai gli fosse accaduto qualcosa io non ce l’avrei fatta. Ormai eravamo una squadra lui ed io. Fu la terza volta che parlai con il Signore e questa volta lo pregai di non portarmelo via e Lui mi ascoltò, perché Cuore si riprese.

Arrivò il giorno in cui dovetti tornare alla clinica e pensai, per ringraziare la veterinaria, di portarle un mazzo di fiori e lei ne fu sorpresa. Dopo la visita mi disse: “Stia tranquillo il suo Cuore si sta riprendendo molto velocemente” e dopo questa frase divenimmo rossi e scoppiammo a ridere entrambi, per il doppio senso della frase.

Cuore nel frattempo ci guardava come per dirmi qualcosa ed io presi coraggio e invitai la dottoressa a cena da me. Lei non rispose subito, forse la imbarazzai, ma poi accettò. Ci saremmo rivisti sabato a casa mia. Le diedi l’indirizzo, chiedendole scusa se non fossi passato a prenderla, ma non me la sarei sentita di lasciare Cuore da solo in quelle condizioni, lei ovviamente capì.

Quel giorno arrivò, preparai tutto per il meglio con l’assidua presenza di Cuore al mio fianco, il quale si muoveva ancora con difficoltà, per via del gesso, che presto gli avrebbero tolto. Lei arrivò puntuale, facemmo un aperitivo prima della cena e chiacchierammo del più e del meno. Dopo cena ci sedemmo in soggiorno sul divano, lei mi guardò e mi chiese il motivo del nome del mio cane ed io, un po’ imbarazzato, le raccontai tutto nei minimi particolari, mostrandole anche la macchia di vino sul tappeto. Quando finii Cuore si avvicinò a noi e mise il suo muso tra di noi, sembrava ci sorridesse. Ci venne d’istinto cominciare ad accarezzarlo e mentre stavamo per poggiare le nostre mani su di lui, queste si sfiorarono.

Quella sera cominciò la mia storia d’amore con la compagna che tanto avevo aspettato. Parlai ancora col Signore, per ringraziarlo di aver portato nella mia vita Cuore e la mia dolce metà, in realtà ci parlai ogni giorno, da quella sera. Quando dicono le vie del Signore sono misteriose, ora ne capisco il significato; grazie a lui ora sono felice, noi tre insieme siamo una gran bella squadra…Immagino con l’arrivo del bambino, tra nove mesi…