Brigida lb Santabrigida - Poesie

CONOSCENZA CHE CI FA LIBERI

Quante cose a volte non conosciamo di coloro che più ci amano. Stati d’animo e sentimenti racchiusi nella riservatezza, stoica concezione della sofferenza. Quante deformate impressioni, demotivate visioni immotivate sensazioni, quanti dolorosi rigetti, inappropriati giudizi, paventati isolamenti affettivi abbarbicati e incolti nel profondo, inconfessate alienazioni di noi stessi e di chi amiamo. Sentimenti non compresi perché inespressi, sentimenti espressi ma non compresi, un’ eterna implacata dualità risolta solo nella implacabile nemesi del dolore – ineludibile identificazione e cimento della vita stessa – che dispensando, riequilibratrice, i compatimenti della fragilità umana restituisce al passato, riedificando ciò che è a venire.

Questa è la sola Conoscenza, incontrovertibile verità che davvero ci fa LIBERI.


FESTEGGIAMENTI SUI GENERIS

Quando lessi su un social “auguri a tutti i figli di due padri che oggi, invano, cercheranno una madre a cui fare gli auguri” era la festa della mamma. Non potei fare a meno di interloquire idealmente con il popolare autore della provocatoria battuta, notoriamente (quando in vena) prodigo di amenità e ricco di spirito, immaginando di potergli dire Sgarbi, sei ingiusto. Non pensi anche a quei bambini che non possono fare gli auguri al papà avendo due mamme: e fai ironia senza pensare che questa è una questione seria, che ci porterà all’estinzione della razza.

E chiedi perché? Ma perché ormai bisogna adeguarsi, presto tutti dovranno adeguarsi sennò ti cambiano i connotati, (te l’hanno scritto, li hai sentiti, te ne hanno dette di tutti i colori), così non passerà tanto tempo che ci ridurremo a due schieramenti duellanti: quello dei maschi che hanno fatto fare figli in affitto e che quando reclameranno il pargolo se lo vedranno scippare da chi lo ha portato in grembo o gli ha fornito gli ovuli; e quello delle femmine che, a loro volta, dovranno sostener tenzone coi maschi reclamanti il privilegio del seme, fino a che, pur di non darla vinta all’avversario, nessuno oserà più commissionare figliolanza, nemmeno in provetta. Ti rendi conto, Sgarbi? I paralipomeni della batracomiomachia…e poi…LA FINE!!! L’armagheddon e la fine del genere umano.Altro che battutine, Sgarbi! Io comunque non ti condanno per queste, mi piace l’ironia, vorrei solo che non dicessi tante parolacce, davvero. Quando fai coprolalia perdi classe.

Allora auguri alla tua mamma!


CANTICO

Beato e felice colui che non cerca altrove, lontano; che vicino, qui, dentro di sé trova il cambiamento, l’essenziale, l’autentico, qui, dove la verità non distrugge illusioni e la mente – che è là dove tutto esiste – è corpo, energia, movimento, vita che tutto trasforma senza che niente la possa trasformare; dove passione, felicità, libertà, amore, sono nella bellezza che già abbiamo dentro e non fuori del nostro essere, non in deita’ straniere ed estranee lingue, sono in quell’infinito che è già in noi, apeiron del Creato ed energia dell’esistenza, non equazione di opinioni e prospettive.

Beato, colui che già questo sa, perché chi lo sa lo vive e chi lo vive è già il cambiamento del mondo, che è così fatto diverso da quello di chi così non lo vive: senza che nemmeno cerchi, senza che paradossalmente nemmeno agisca, perché – al centro del mondo – lui è già il movimento e il divenire dell’infinito.

Oh, primavera, nel tuo ciclico fluire tu ci riveli che si può ritornare sui nostri passi senza che ce ne siamo andati, infinito del Tutto che espelle ciò che è spurio perché non gli appartiene, canzonature e coprolalismi inarrivabili a ciò che invece gli appartiene.

Intoccato infinito nonostante l’oscuro toccato.


LA VOCE DEL MARE

Chi ama profondamente il mare lo ama quando risplende abbandonato al sole senza resistenze, così come quando sempre più increspandosi dirompe in flutti vigorosi e improvvisi, impressionando. In tale stato può sembrare albergo di sinistre grida, ma di queste invece riporta un’eco che parte da lontano, rimbalza, riaffiora, triste eco dell’umanità sofferente; e si confonde con la voce del mare.

No, io non confondo la voce del mio mare. Io riconosco la voce del mare, tumulto di una sinfonia, irrompente dodecafonia: ha in sé l’impeto tonante dell’amore, ha in sé la forza del suo esistere, vero. Il mio esistere è il mare.


A CHI MEN SA, DEDUR PER LOGICA PIÙ MANCA;

PUR CHI MEN SA MEN TACE E ANCOR DI PIÙ SENTENZIA.


DUBBIO AMLETICO

 

Ma allora, di Desiderio che è strettamente congiunto ad Amore perché da questo solo discende ed a questo ritorna, che ne è più? Custodito come si sa l’esistere di ciò di cui è essenza, Desiderio impera, dopo che Desolazione e Tristezza entrarono in agone per sopraffarlo e quello, offrendo nobile resa, abbassò l’armi e stette, incrollabile, sul campo senza uscir di scena; dopo che quei dolenti sensi pure raggiunti da Pessimismo e, con questo insieme, armati di tutto punto, non riuscendo ad infierire su Desiderio, rassegnati, se ne restarono al suo fianco, spento l’agone.


SCHIZOFRENIA CONVERGENTE

 

È vero, sono un doppio, dato dalla dotazione di due occhi. Uno di essi scruta tutt’intorno alla ricerca di arte, di poesia, di sentimento, di sapere, di contemplazione della bellezza che travasa l’anima; l’altr’occhio trapassa ciò che mi circonda denudandone la bruttezza, l’ambiguo, la cospirazione. Se la bocca è piena di ciò di cui è piena l’anima lo è anche di ciò che trasmettono dall’esterno quei due occhi scrutatori, la cui convergenza piena è la verità così come attraverso il cervello è il vedere.

Inutile dolersi per un’occhio che trapassa l’abominevole e del quale potresti augurarti di essere privata se per ciò fossero evitate le disarmonie amicali, affettive, contestuali: senza quella convergenza la verità, indivisibile, sarebbe semanticamente altro senza che si sappia cosa, ma senza verità ogni cosa è altro.

Dunque se mi dolgo di quando, nello scrivere o in certo agire, il sopravvento di un doppio proietta di me un’immagine nemica confido, invero, nell’immagine proiettata dalla mia viva presenza, quando la convergenza degli occhi di verità si contempera cedendo a quella che, dall’anima, fanno contemplata bellezza e tenerezza umana.


CHI NON È VERO NON È GRANDE. NON IL CONTRARIO.

Si può essere grandi solo nell’abbeverare in ogni frangente quell’Io profondo che è coacervo di ideali assoluti senza latitudine, non nell’abbeverarsi ai miraggi di quell’io che, in circolo vizioso, di patinati consensi e stereotipati traguardi o di psicopatologiche spinte si nutre. Mentre questo vive su sé stesso creando vuoto spinto, quello è sostanza di vita.


L’AMORE NON SI SPEGNE. CIO’ CHE SI È ESAURITO ERA UNA CONNOTAZIONE FITTIZIA, UN SURROGATO DELL’AMORE CHE NON C’ERA.

L’amore non si uccide. L’amore si nasconde, per difendersi per giocare per attendere, poi si manifesta ancora: per esserci sempre.


VANITÀ DELLE VANITÀ

Devo conoscere la sprezzantezza, l’indifferenza, il freddo vaglio della disponibilità, la ponderanza dei minuti e delle parole a termine di gong, affinché io mi possa convincere di non dover rimpiangere la lontananza da chi per questo si distingue.

Devo sperimentare che c’è chi può addebitare sempre qualcosa dimenticando la premessa che ha reso imprescindibile qualcosa, affinché io possa non rimpiangere di partire: possa non rimpiangere di lasciare anime separatesi dall’anima, galassie evolventi in materialità esterna ed interna, assenti in spirito.

E per siffatte testimonianze devo ricordare ciò che ero, ciò che sono, che non sono stata e non siamo stati, ‘si da poter rispondere come nave risponde a vento che l’accompagna sulla rotta, libeccio che allerta, tramontana che frena, brezza che rassicura, aliseo che libera la corsa su onde consone: e nel mentre, mi è disvelato che non una sola contingenza umana può determinare qualcosa che già non sia stata prescelta in origine, ‘si ché io possa sopire il rimpianto di ciò da cui sono fuggita.

Ma poi, proprio nel momento stesso in cui tutto questo ho riconosciuto essere quello per cui reputavo di potermi allontanare senza provar rimpianto, proprio in quel momento devo riconoscere non sopirsi, ma solo nascondersi, il rimpianto stesso, pur mentre mi è resa prova su prova che tutto ciò che accade è ciò che occorre accada, prescelto.

Distanti quei residuati frantumi di umanità il rimpianto resta ed essi stessi diventano oggetto di rimpianto: ed è vano l’andare.

Ora è la pietà che resta.