Cataldo Convertino - Poesie

Glorifico la vita di quel giovane pieno di speranze e di ideali e la sua penna fedele all’ispirazione e alle parole dell’amore, dettatore della poesia e dittatore della sua anima
rivoluzionario e neoclassico al tempo stesso,
dal piglio veemente ,volitivo e contemplativo
straniero, alieno assoluto alla scaltrezza del mondo
affascinato dai vagabondaggi,
dedito a svaghi, i più innocenti
condannato ,oggi, è a vivere, a lungo, forse per sempre, in luoghi infelici ,che suscitano diletto e doglia, piangere e cantare, le sole cose che può fare
molto si è stancato di girare per città senza alcun risultato
erra ora in un territorio desolato dove nulla di buono succede, e lì, il far niente, è la sua legge
in questo clima assurdo, in queste condizioni insensate, dal porto sicuro dei sogni si è allontanato
asciutto è l’immane letto del fiume in una stagione dove il gioco del girovagare non ha un lieto fine
ammainato ha le vele al vento sfiduciato.
E allora scrivo, vi scrivo da Angelo selvaggio, che altro posso fare?/cos’altro posso dirvi?

 

 

 

 

Natura, ambiente, uomo.
Vertici di un triangolo equilatero.
Legame inscindibile non solo fisico, ma anche spirituale, culturale
Un rapporto che di sacro e misterioso sa
dove dimora il senso dell’andare dei pastori, l’atavica saggezza del contadino che tutto a terra riporta
Non solo un bel paesaggio nella foto immortalato, energia pulita o tisane diuretiche
Accanto al proliferare di cuccioli di gatto tenerissimi, virus, cataclismi , flagelli ci sono
All’ideologia naturalista che fa rima con l’economia, trovando nel business il fine primo dell’umano impegno, contrappongo il pianeta come una specie di dio ,in cui adattarsi con giusto equilibrio, e non da depauperare delle sue risorse , di regole spontanee frutto
Dagli antichi parapetti ,uno acuto sguardo rivolgo a ciò che davanti agli occhi miei ,da sempre sta
un faccia a faccia che le piaghe dello sfruttamento disfa, e gli odierni scarti concettuali che in tensione mettono il pensiero, fa emergere
Il concreto vivere detta i passi e non la vita ,astratta nozione di un segmento con inizio e fine
opaco partners della terra l’individuo è nel creato che di continuo ,nel ciclo inesauribile delle stagioni , si rinnova
Io respiro con i talloni ancorati al suolo , in fase mantenendomi con le sue inclinazioni
da esso, fin dalla nascita, sono stato accolto ed invitato ,in serena sintonia a cui la morte stessa integrata è.

 

 

 

 

Estasiato ammiro , dell’ universo, l’ armonia che ,dalle qualità contrarie degli elementi, si forma, come la musica che dalla dissonanza emerge
da cose contrarie, gravi e leggere, in certo modo tra loro temperate
senza disunione di parti non c’è intesa, né chiaroscuro
senza unione, l’ affiatamento riesce confuso.
Gli oggetti tra di loro, possiedono un ordine preciso, e questo è forma che di Dio creatore e’ somigliante
il moto di ogni particella e il giro degli astri non potrebbe succedere né durare senza la Musica;
perciò che l’ Artefice all’assonanza dedicato si è
L’ispirato suono, sollecita le note,
che sanno come dare movimento
alle stelle, alla salata onda e alla eterea luna che
per il mare va
e sulla terra,
i mille volti con i raggi e le ombre, in uno con gioia li ricongiunge.
Il fonema sparso per l’aria, e di colori accesi nel sole,
alla memoria del gran ricordo dono e’ della vibrante voce agitatrice del tempo
La consonanza, per questa valle, in un canto grato all’orecchio e al cuore ,
rende concerto e
inalza le menti oltre la terra, simile alla
colonna che ,con la sua scanalatura, verso il cielo svetta la sua eleganza ,brillio di luce propria
un filo che tra loro saldamente cuce materia e spirito, cultura e bellezza.

 

 

 

 

Di mia volontà, con audacia, baldoria ho fatto,
costretto dal vino che in allegria mi trascinava,
e dall’Amore che savia la mente non mi lasciava.
Con il bastone alla tua porta ho bussato, e tu, con la lucerna in mano, a me ramingo, l’anima tua hai aperto, che al desiderio abitua.
in estasi palpitante, il nome mio non ho gridato, e nel silenzio dell’ingresso, inchinandomi la soglia ho baciato.
Se mia colpa è questa,
va bene,
confesso accaldato,
Il magico ricordo da cui ero entusiasmato,
quando tu, di bellezza genio,
l’uscio hai spalancato, accogliendo con tenera voce, i sublimi lineamenti del mio cuore, che nell’ebrezza di ardore palpitava.

 

 

 

 

Doloroso ricordo,
di meraviglia cinto,
alle mute labbra, nel sonno sali.
Della notte, ingombrante nostalgia,
riemergi impassibile e vivo,
nel buio, morto silenzio
Nulla più odo al di là delle cose
l’inutile pallida luce del giorno che s’appresta,
in lontani pensieri sul volto assorto,
con stupore nel cuore solo subentra,
in dolci graffiti offuscato…

 

 

 

 

Ottobre
Il mio pennello l’amor dipinge
silenzioso tra ombrosi alberi di lacrime
di brina gocciolanti.
i boschi perdon la fisionomia nella nebbia mattutina.
I prati riempiono il mio cestello
di grappoli dorati.
La castagna e il riccio
sorridon tra le foglie.
Viva l’autunno e il suo melograno di chicchi rossi maturo
che si raccoglie dal ramo imperituro…

 

 

 

 

Questa mia vita è spaventosa,
Vero e proprio sacrificio
e sforzo di guardare sotto la coltre delle cose.
Eterna tremenda e amatissima nemica
che procura rabbia stanca e astratta,
che invita alla fuga in un progetto
di vagabondaggio e solitudine.
Una bilia argentea di mercurio che si dibatte,
si frantuma nei travasi che sfumano nella notte.
Un albero battuto dall’ impetuoso alito d’autunno,
spogliato delle sue foglie,
dal vortice trasportate lontano,
dando vita sulla terra ad altri germogli.
Dannazione: è la mia tenerezza gentile e voglia di allegria
che sconfina nell’ingenuità di una infinita giovinezza d’animo
ad espormi ai pericoli dell’inconscio,
alle minacce della società.
Quando il desiderio di vivere sembra sopraffatto dal puro sberleffo,
inaspettato torna a nuovo
conio in tutta la sua complessità e angoscia,
mentre cerco di proteggere dal vento l’integrità
delle palpebre che si abbassano,
prima che il cervello si accorga del pulviscolo
attraverso il mio labbro profetico.

 

 

 

 

È autunno,
bruciano le stoppie.
Nell’aria odore di terra ridotta cenere.
Quadrati giallo oro di messi,
trasformati in fazzoletti grigi.
Tutto nella città dei due mari è dualità;
vita e morte,
bellezza e degrado.
Passeggio sul lungomare di via Garibaldi,
affascinato dall’isola di vestigia ormai perdute,
che si erge e si abbarbica
nei suoi attuali diroccamenti.
Tra gli anfratti della via di mezzo,
per me figlio inconsapevole del nuovo centro,
cosa nascondono il buio dei vicoli,
gli interni dei palazzi in rovina?
Nel luogo dei pescatori,
dei miticoltori,
degli operai e piccoli artigiani legati alle tradizioni della pesca,
oggi, non ritrovo più quella vitalità di un tempo lontano
fra gli stessi vichi, fra gli stessi archi,
sconsolato avverto una realtà statica,
senza senso, un decadimento immutabile
eppure, sulle sue sponde,
due volte il mare tocca la terra,
lungo coste sorgive di pensieri millenari
di splendore e grandezza fecondi.

 

 

 

 

Il rumore del lutto
è un grido disperato
dell’emozione sincera
della commozione che non trova barriere
e vuole ricongiungersi
al mistero della vita
un percorso dall’alba al tramonto
non negazione dell’adagio “memento mori”
che vive il mito o, forse,
la dittatura della felicità
le persone vanno e le cose restano
sopravvivenza e consistenza della memoria
simile ad un impercettibile pulviscolo
che si deposita e prende la forma degli oggetti
gli averi sono scrigni di legami d’affetto
un salto oltre i confini dell’umanamente percepibile,
da ciò che è terreno a ciò che è infinito,
che non appartiene alla categoria dei numeri
un otto rovesciato nelle coordinate cardinali
e intermedie delle punte della rosa dei venti,
delle facce della torre di Atene
incommensurabile è lo schiudersi
del baco da seta che diventa farfalla,
gli occhi che nel sonno vedono
ciò che è celato nella realtà,
la Melia azedarach che crea unione
tra ciò che continua e ciò che resta.

 

 

 

 

Potessero le mie parole tristi e amare,
nella notte buia,
svelare le occulte macchie
Bugie, fantastica pseudologia,
per tornaconto personale utilizzata
Per opportunismo e vigliaccheria
inganni di verità assente
E mi sento vuoto,
in questo tempo d’autunno,
che suona di ore morte,
senza musica e serenità
presente sempre è
questo mio cuore,
di solitudine affetto,
dolente in petto
tra tenebre e grida
smarrito ha la strada
della grandezza e forza
Ha perso il suo pane ma non la fiducia
nei giorni che verranno
che alla sua porta busseranno
leggeri con mani di luce.

 

 

 

 

Alzo gli occhi al cielo,
guardo lontano nello spazio
verso il suo orizzonte
laddove l’universo nasce e il tempo
inizia un viaggio a ritroso
più che un tuffo nel futuro
un ritorno al passato
L’angoscia mi prende
Non so dove sono
mi perdo nell’embrione,
nel seme, nel mio cuore, e in tutto
Che senso può avere la mia vita,
le mura di questa casa,
gli ulivi fruscianti al vento,
il giorno e la notte?
Tengo in tasca il mio dolore,
mentre osservo il mondo da qui,
dal luogo in cui si mischiano i buoni e i cattivi
ostaggio del gioco dell’esistere
nelle mie mani il sogno del tuo volto
venuto dal mare
di baci dischiusi sull’arida bocca
portati via dal suo soffio
è bella l’illusione che cerca l’anima
in un sorriso di rassicurante pace.

 

 

 

 

Vino rosso del color di sangue
Nell’estasi, dal cristallo riflessa,
la tua bellezza brilla di luce
sotto il cielo trapuntato di stelle
questo succo d’uva
vivo godimento è per il corpo,
così come l’amore per l’anima lo è
stretto a te, nell’abbraccio avvolto,
al pari di Eva partorita dalla costola di Adamo,
di Venere dall’onda,
di Atena dalla testa di Zeus
Tu, nettare vaporoso,
ambrosia degli Dei,
teneramente disegni sul volto
e sulle mirabili sembianze,
pensieri sorridenti,
dove immortalati risiedono.

 

 

 

 

Massi precipitano
schiacciando il cuore
Tra le crepe raggi di luce
che l’intelletto scaldano
Nella desolazione opprimente,
l’imprevisto è la sola speranza
È una stoltezza pensarlo?
Dicono che sia sbagliato
Però non siamo soli nel nulla,
ed io non ho paura di splendere,
dopo che gli occhi miei si sono aperti
alla bellezza dell’infinito.

 

 

 

 

È animato settembre da
lente melodie nei campi
da scogli, flagellati
da morosi, impauriti dal vento
Sulla vigna e negli ulivi
passeri incalzano
Nel cielo lo sguardo azzurro
si apre alle nuvole
fino a trovare la luce
radente del sole
Tra le foglie rosso-arancio
degli alberi sempre più rade,
si fa strada il solco
dell’aratro pesante,
nel sodo terreno
di grigio e nero riverbero
e il grappolo dorato dell’uva
matura pende dai tralci,
a prova di quell’immensa
e desolata fatica,
nella vita di fuggitive
e perdute presenze

 

 

 

 

L’estate volge al termine,
Sgocciola nelle giornate più corte,
nell’aria più fresca.
L’autunno inizia ad annunciarsi,
si insinua nel gaio colore
e in una sciarpa scarlatta
Ed anch’io, per non essere da meno,
mi preparo al cambiamento
con cuore irruente e forte…

 

 

 

 

Riflessione dal sottosuolo.

Immagino un palazzo di cristallo, trasparente, inalterabile nel tempo
dentro di esso uomini le cui azioni non sono più lasciate alla ventura, ma frutto di un continuo controllo che obbliga gli esseri viventi a mostrare un carattere cieco e convinto, scevro ,esente da ogni parte vile ed oscura.
Algoritmi censori, cancellazione acritica di ogni pulsione non allineata al ritratto idealizzato dell’uomo positivo, come dovrebbe essere.
Un mondo nuovo imponderato
Pero’ non c’è nulla di nuovo sotto questo cielo, come comunemente si ritiene, e i mezzi tecnologici, sempre più sofisticati, sono strumenti di un’ambizione antica, già fallita in passato.
Antiquato e retrogrado è l’ideale della pulizia etica praticata sui social.
Si pecca di ingenuità a pensare che l’evoluzione ingegneristica possa aprire gli occhi al l’umanità.
Sono scettico di fronte a questa illuminazione capace di far diventare l’individuo buono e gentile.
La gente, è vero, possiede una ostinata resistenza interiore che non desidera praticare la strada indicata dal suo arbitrio
ne cerca, invece, un’altra difficile, assurda, poco meno che nelle tenebre.
Alla bella cosa della ragione, che soddisfa la facoltà raziocinante, preferisco il volere, manifestazione di tutta la vita con la ragione e con tutti i pruriti.
La direzione in cui si muovono i procedimenti di calcolo matematico del web è l’eliminazione di tutti questi pruriti connaturati all’uomo.
Sorprende che gli attuali fautori della socialcrazia non finiscano in manicomio come Comte.
Vengono anzi salutati come paladini di un’era migliore.
Ma d’altronde, tutti stanno sempre online, e non hanno tempo per sfogliare libri, in cui la verità non tramonta..

 

 

 

 

Ode al risotto ai frutti di mare.
Na poesia alla trattoria del pescatore, seduto al tavolo in attesa della specialità del posto in cui primeggia regina la cozza tarantina ,nel suo guscio nero,
Allevata nell’antistante mar piccolo dove la miticoltura da secoli è praticata.
Un bel giorno d’agosto , di fronte alla marina che riporta al grembo sabbioso della costa il caldo dell’estate in un eterno viavai.
Ed ecco tra camerieri in divisa scura con voci di comando detonanti e risate di allegre comitive, la pietanza infine giunge, preceduta da un odore di mare, aria e luce , in bella mostra nella linda bianca porcellana.
Mi chino ,ficco il naso tra i capelli e il sorriso e mangio avidamente questi frutti saporiti
fragranza di pesca mattutina che marinai sapienti raccolsero tra le onde al chiarore della luna, al miele marino delle stelle navigando in paranze che di notte scivolano sul dorso della salmastra acqua.
E nella piazza ai rintocchi della torre dell’orologio, le ore del mangiare passano spensierate, mentre le ali di rondini in volo corrono nell’azzurro cielo stillando esistenza.