Chiara Babocci - Poesie e Racconti

PENSIERI

 

Spiegami perché la libertà deve essere conquistata.

Spiegami perché, consapevolmente, decidiamo di vivere in una società che ci priva di quello che dovrebbe essere un diritto assoluto.

Spiegami come riusciamo a farcelo andare bene. 

Quando a me basta ascoltare la mia musica per avere voglia di perdermi e non ritrovarmi più. Quando mi basta chiudere gli occhi per camminare nei luoghi del mio cuore. Quando mi basta un ricordo per sentire di nuovo quei profumi unici. Quando quello che vorrei veramente non si può comprare. 

Spiegami perché uccidiamo la nostra anima e poi chiediamo vendetta come se non fosse nostra responsabilità. Spiegami perché ci manca il coraggio di essere liberi.


Mi chiedi cosa voglio?


Vorrei essere l’unica. Vorrei che un uomo mi amasse come nessun’altra mai.
Vorrei che mi desiderasse sempre, che mi trovasse bella.
Vorrei che ascoltasse i miei pensieri, che chiedesse la mia opinione.
Vorrei un uomo che amasse leggere con me; che si interessasse a me.
Ai miei bisogni, alle mie necessita.
Vorrei un uomo con cui litigare e fare pace.
Vorrei un uomo che non desidera altro che stare con me.
Vorrei un uomo che mi amasse con passione, con ardore. Un uomo a cui risulterebbe impossibile non toccarmi.

Io non lo so com’è, non lo so come ci si sente a essere amate così. So che è quello che vorrei.
So che il non averlo mi sta inaridendo e so che non voglio spegnermi.

Perciò continuerò a credere che da qualche parte c’è l’uomo che mi amerà come vorrei essere amata.
L’uomo che mi amerà come merito di essere amata.

E no, non asciugherò le mie lacrime mentre ti dico queste cose perché non mi vergogno della mia sofferenza e non mi vergogno della mia speranza.
Mi chiedi cosa voglio?

Vorrei essere l’unica. Vorrei che un uomo mi amasse come nessun’altra mai.
Vorrei che mi desiderasse sempre, che mi trovasse bella.
Vorrei che ascoltasse i miei pensieri, che chiedesse la mia opinione.
Vorrei un uomo che amasse leggere con me; che si interessasse a me.
Ai miei bisogni, alle mie necessita.
Vorrei un uomo con cui litigare e fare pace.
Vorrei un uomo che non desidera altro che stare con me.
Vorrei un uomo che mi amasse con passione, con ardore. Un uomo a cui risulterebbe impossibile non toccarmi.

Io non lo so com’è, non lo so come ci si sente a essere amate così. So che è quello che vorrei.
So che il non averlo mi sta inaridendo e so che non voglio spegnermi.

Perciò continuerò a credere che da qualche parte c’è l’uomo che mi amerà come vorrei essere amata.
L’uomo che mi amerà come merito di essere amata.

E no, non asciugherò le mie lacrime mentre ti dico queste cose perché non mi vergogno della mia sofferenza e non mi vergogno della mia speranza.

 


 

 

Sei la mia eterna condanna
La più dolce
La più sublime
La più perfetta
La più insopportabile


 

Cercando Mattew

Scorrevano lente le giornate nell’autunno fumoso di Londra, la pioggia costante penetrava nelle ossa facendo rabbrividire chiunque non fosse al caldo di fronte ad un camino. In queste condizioni Katrine arrivò a casa, dove ad attenderla c’era sua zia Jane.

«Zia Jane l’ho trovato! Ho trovato Mattew!»

La donna più anziana non appena udì le parole della nipote lasciò cadere la tazza di te sul pregiato tappeto del salotto.

«Dimmi dov’è! Dove l’hai trovato? Perché non è con te?»

«Zia, so dove si trova, ma dovrò andare a prenderlo e non sarà semplice.»

La delusione che si dipinse sul volto della zia arrivò sino al cuore di Katrine facendogli perdere un battito; erano nove mesi che cercavano suo cugino Mattew in tutta Londra. Era scomparso dal giorno alla notte, dopo aver comunicato di essersi innamorato di una certa Simone non aveva più dato notizie di sé. Vani erano stati i tentativi di avere notizie di lui o della sua innamorata. Katrine e la zia in un primo momento avevano pensato a una fuga d’amore, anche se non ne capivano il motivo: come unico uomo di famiglia il conte Mattew Fallen avrebbe potuto sposare chiunque, certo, ci sarebbe stato uno scandalo se la sposa fosse stata di una classe inferiore alla loro, ma questo non era il caso. Scavando tra le loro conoscenze le due donne avevano scoperto che questa Simone era figlia di un conte francese, un certo Deboussy. Agli amici avevano raccontato che Mattew era partito per il continente, intento a viaggiare prima di accasarsi. Dopo nove mesi senza notizie questa scusa non reggeva più e la preoccupazione per la sorte del loro amato era sempre più forte. Katrine in preda ad una determinazione forte come l’acciaio si era spinta sin nei bassi fondi della città per scovare notizie del cugino e al porto aveva trovato le informazioni che cercava.

«Ho parlato con un marinaio di un mercantile, sei mesi fa era a bordo della Infinity ed è lì che ha visto Mattew e Simone imbarcarsi per le Antille.»

«Perché mai mio figlio avrebbe dovuto imbarcarsi per un posto sconosciuto? Che cosa dovrebbe fare laggiù?»

«Non lo so zia, ma arrivate a questo punto non posso dire di sapere cosa passi per la mente di mio cugino. Credevo di conoscerlo ma evidentemente così non è. Se vogliamo rivederlo l’unica possibilità che abbiamo, è quella di seguirlo.»

«Vuoi dire che dovremmo imbarcarci anche noi?!»

«Sì. Ho parlato con il comandante del mercantile Jennifer. Ci ha garantito il passaggio sino ad Anguilla. Rimarranno in porto per un mese e poi ripartiranno per Londra. Se vogliamo andare, ci aspettano domani all’alba.»

Una miriade di emozioni sul viso della zia fecero dubitare Katrine del buon esito della sua proposta; in ogni caso anche se la sua amata parente avesse deciso di non partire lei sarebbe andata comunque. Sapeva che suo cugino non le avrebbe mai abbandonate senza un motivo e sentiva dentro di sé che era in pericolo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvarlo. 

La loro non era certo una famiglia convenzionale per l’epoca: mentre per tutti i rapporti di parentela erano un dovere dettato dal costume e dalla società, loro si amavano veramente. Dopo la prematura scomparsa dei suoi genitori Katrine era stata accolta a casa degli zii come una seconda figlia e siccome con Mattew la differenza di età era di soli undici mesi erano letteralmente cresciuti insieme. Jane le raccontava spesso di quando Mattew la vide per la prima volta nella culla e la chiamò “ma bimba” o di come le portasse i suoi giocattoli preferiti senza che gli adulti riuscissero a comprendere quel loro infantile dialogo segreto. Katrine stessa ricordava di come lo costringesse a giocare con le bambole promettendogli poi di giocare ai pirati. Quando lo zio morì Mattew cadde in uno stato malinconico che lo fece estraniare da tutto e quando non riusciva a difendersi dalle parole crudeli dei bambini, era Katrine che lo difendeva a spada tratta. Per tutti questi motivi non poteva abbandonare suo cugino al suo destino: la decisione era presa e non avrebbe guardato in faccia nessuno.

«Ebbene bambina mia, credo che andresti anche senza di me perciò prepariamo i bagagli e preghiamo Dio che tutto vada per il meglio»

«Oh zia, lo sapevo! Lo sapevo!»

Katrine corse, ad abbracciare la zia, lacrime le scivolavano sul viso: un grosso passo era stato fatto, adesso iniziava la parte più difficile.

Quando la nave lasciò il porto, le due donne erano nella loro cabina intente ad aprire i bauli: si erano portate lo stretto indispensabile per la traversata, il capitano le aveva rassicurate che ad Anguilla non mancavano negozi e sarti. La cabina era abbastanza confortevole, Katrine la trovava molto suggestiva con quelle piccole finestre che si affacciavano sull’oceano. Non era avvezza ai termini che usavano i marinai e sentirli urlare sul ponte di alberi, vele e venti la incuriosiva da morire.

«Zia, andrei sul ponte se non è un problema.»

«Vai cara, io mi stendo un po’ ma non ti attardare troppo. Non credo si confaccia a una giovane di andarsene in giro da sola su di una nave, anche se certo, tutta questa situazione è talmente assurda…»

«Zia, cara zia, non devi preoccuparti. L’unico pensiero deve essere Mattew. La mia reputazione e tutto il resto passano in secondo piano.»

«Ho solo paura che non troverai più un marito quando si saprà quello che abbiamo fatto e hai già diciannove anni.»

«Troverò un uomo che mi ama per quello che sono o non mi sposerò mai. Voglio un matrimonio come quello tuo e dello zio. Non mi accontenterò di nulla di meno.»

«Bambina mia, dovresti smetterla di leggere certi romanzi. I matrimoni d’amore sono una rarità.»

«Per questo sono così belli. Non ti angustiare ora. Riposati. Tornerò a chiamarti tra poco.»

Salita sul ponte Katrine fu investita dal profumo di salsedine e dal vento che le scompigliava l’elaborata acconciatura. Il comandante la chiamò sul cassero. Una volta salita un’emozione nuova s’impadronì di lei: la libertà assoluta e mai sperimentata. Per la prima volta da mesi si sentiva felice, dentro di sé sapeva che quell’avventura le avrebbe dato molto di più di quanto stesse cercando.

Le settimane seguenti passarono tranquille e con ritmi molto regolari: la mattina e nel primo pomeriggio Katrine passeggiava sul ponte parlando a turno sia con il comandante sia con i marinai. La zia ogni tanto la seguiva, anche se preferiva passare il tempo in cabina a leggere o a scrivere sul diario. La sera, terminata la cena avevano preso la consuetudine di farsi raccontare storie di pirati dal comandante: Jane inorridiva al solo sentirli nominare, nonostante Re Giorgio avesse perdonato i pirati, il provvedimento non sortì alcun effetto se non quello di farli diventare ancora più sprezzanti del pericolo e cattivi. Katrine ascoltava queste storie affascinata e turbata allo stesso tempo e fu in questo stato d’animo che ascoltò la storia del comandante di quella sera:

«Credetemi signore, Connor Graham è il pirata più pericoloso di tutti i tempi. È il terrore dei mari, se si ha la disgrazia di incontrare la sua Arrow in mare si può dire addio alla propria nave e alla vita!»

«Veramente è così pericoloso capitano?»

«Sì signorina Katrine. Quell’uomo è il diavolo in persona. Non ha timore né della giustizia di Dio né di quella degli uomini. Incute timore al solo guardarlo. Si dice sia stato sfigurato durante un combattimento e che una cicatrice gli deformi tutto il viso. Il solo vederlo in volto fa morire di paura. Ora basta, questi discorsi stanno spaventando vostra zia.»

Jane si era fatta pallida, Katrine guardò la zia allarmata.

«Non è niente capitano, sono solo stanca e vorrei ritirarmi in cabina.»

«Vieni zia, ti accompagno.»

Giunte in cabina Jane si lasciò cadere su una sedia, scottava terribilmente così Katrine la fece spogliare e la mise subito a letto vegliandola per tutta la notte.

La mattina seguente trovò le due donne spossate per la notte passata in bianco: Jane ancora febbricitante e Katrine sempre più preoccupata. Il medico di bordo parlò di affaticamento e di troppa esposizione alla luce del sole, perciò Katrine relegò la zia a letto nella loro cabina.

Decisa a sgranchirsi un po’ le gambe prima della cena salì sul ponte: un vento piacevole faceva da compagnia al tramonto: la ragazza era convinta di non aver mai visto un paesaggio più bello in vita sua. Assorta nei suoi pensieri non si accorse subito del comandante:

«Signorina Katrine è meglio che rientrate adesso.»
«Capitano, mi avete spaventato. Perché tutta questa fretta di scendere in coperta?»

«Si sta avvicinando una tempesta, è meglio se andate nella vostra cabina. Potrebbe esserci parecchio movimento quassù.»

Poco dopo la tempesta si abbatté violentemente sulla nave: la pioggia incessante sferzava i volti dei marinai intenti a contrastare l’incredibile forza del mare. La notte, squarciata dai lampi, divenne terrificante, il vento sibilava promesse di morte. Presto l’albero maestro fu spezzato dalla furia degli elementi. La nave era perduta; il comandante decise di dare l’ordine di abbandonarla: le scialuppe bastavano solamente per lui e i suoi uomini: quando l’ultima fu calata, il destino delle donne sembrava essere segnato.

Katrine faceva fatica a rimanere vicino alla zia semi incosciente nel letto: la nave era sballottata da una parte all’altra e lei con essa. Pregava affinché tutto finisse, perché nessuno degli uomini sopra di lei fosse risucchiato da quella furia, pregava per sua zia e per se stessa: non voleva morire, non proprio ora che era così vicina a suo cugino.

Quando sentì il primo rivolo di acqua bagnarle le delicate scarpine non si fece prendere dal panico, sapeva di poter contare sul comandante: al primo cenno di pericolo sarebbe venuto a chiamarle.

All’improvviso si sentì solo il fragore della tempesta, le voci urlanti dei marinai erano sparite: c’era solo la voce straziante della natura a riempirle i timpani. Decise di andare a vedere cosa stesse succedendo e non appena uscì dalla cabina, acqua gelida la investì fino al busto: la nave stava affondando, doveva portare sua zia via da lì.

«Zia! Svegliati, dobbiamo andarcene da qui. Forza, la nave sta affondando!»

«Katrine, non riesco. Mi sento così debole bambina mia. Vai tu, vai senza di me.»

«Non vado da nessuna parte senza di te! Dobbiamo ancora trovare Mattew, non puoi arrenderti ora. Vieni zia, alzati. Ti prego. Fallo per tuo figlio!»

«Ascoltami bambina mia, ti sarei solo d’intralcio. Non sarei dovuta partire con te, sapevo che la traversata mi avrebbe debilitato ancora di più. Vai ora, trova tuo cugino e tornate a casa insieme. Digli che sua madre l’ha sempre amato.»

Così dicendo Jane svenne ricadendo nelle braccia di Katrine.

«Non moriremo qui zia, non so come ma ne usciremo. Te lo prometto.»

L’acqua continuava a salire, l’ampia gonna era un macigno da portarsi dietro e se, come sospettava, fossero cadute in acqua il peso delle vesti le avrebbe fatte affogare. Decise di spogliarsi e di fare lo stesso con la zia. Probabilmente sarebbero morte di freddo ma era preferibile al morire sprofondando nell’oscurità dell’oceano.

Si mise la zia, ancora priva di sensi, in spalla e iniziò a salire faticosamente verso il ponte: come sospettava i marinai erano spariti. La tempesta non lasciava tregua alla nave, o almeno a quello che ne rimaneva: il timone era scomparso, il cassero completamente distrutto. Gli alti alberi cadevano a pezzi. Mentre Katrine cercava di valutare le opportunità, un’onda fece quasi ribaltare la nave facendo precipitare lei e il suo prezioso carico in mare.

Mentre precipitava in acqua Katrine non riuscì a urlare, le sembrava di andare a rallentatore, come se quella caduta non dovesse finire mai. L’impatto con l’acqua fu devastante: minuscoli aghi ghiacciati si conficcarono nella pelle intorpidendole i muscoli. Stiletti di ghiaccio le facevano bruciare i polmoni e desiderare di non essere obbligata a respirare per vivere. Afferrando il polso della zia riemerse a decine di metri dalla nave che nel frattempo stava affondando. Nell’oscurità intravide una grossa tavola di legno: raggiungendola usò tutte le sue forze per adagiarci sopra la zia mentre lei esausta si lasciava andare a un pianto incessante.

«Uomo in mare!»

Il capitano Connor Graham si ridestò dai suoi pensieri non appena udì quelle parole: la notte aveva portato con sé una tempesta perfetta, di sicuro per parecchie settimane avrebbero continuato ad avvistare cadaveri di marinai, sempre che i grossi squali non fossero arrivati prima di loro…

«Capitano! Capitano! Sono due donne!»

«Andatele a prendere e portatele sulla nave, presto!»

Era da molto tempo che né lui né i suoi uomini vedevano una donna, mancavano ancora due settimane di navigazione prima di arrivare ad Anguilla. Se quelle due naufraghe si fossero riprese in fretta questo lasso di tempo sarebbe passato più velocemente. Certo dopo tanto tempo passato tra uomini, il suo equipaggio non sarebbe stato schizzinoso, perciò nemmeno l’eventuale mancanza di bellezza avrebbe salvato le donne.

La prima a essere issata a bordo fu Jane: era priva di conoscenza e di certo non giovane ma era ancora una bella donna adatta a dare un po’ di “compagnia” ai suoi uomini.

Quando Jack, il suo fidato secondo, arrivò con in braccio Katrine, il capitano rimase scioccato: una folta chioma rossa incorniciava un viso di porcellana dai tratti perfetti. Gli occhi erano chiusi ma sospettava fossero di un verde abbagliante. Ripresosi dallo choc, notò che le due donne erano praticamente nude: si avvicinò a grandi passi a Jack strappandogli Katrine dalle braccia e ordinò di portare anche l’altra donna nella sua cabina.

Qualche ora dopo Katrine si svegliò: per qualche minuto pensò di aver avuto un incubo, era a letto nella sua cabina e sua zia stava riposando. Fuori era buio, pensò che dovesse essersi addormentata subito dopo cena… “un momento, io non dormo nuda! E questa non è la mia cabina! Oh mio Dio, dove siamo capitate? Chi può avermi spogliato?”

Fece per scendere dal letto quando una voce profonda proveniente dalla scrivania della cabina la fece desistere:

«Non uscirei da quel letto salvo che non vogliate farvi vedere nuda da qualcuno che non sia vostro marito signorina… come vi chiamate?»

«Io mi chiamo Katrine Fallen, signore… voi chi siete?»

«Sono il capitano Connor Graham, per servirvi.»

Katrine andò nel panico, quel pazzo sanguinario esisteva sul serio! Se solo la metà di quello che le aveva detto il capitano era vero lei e sua zia erano spacciate. Forse sarebbe stato meglio morire durante la tempesta. Quella voce così profonda le faceva venire i brividi lungo la schiena, non riusciva nemmeno a vederlo in volto, la luce della lampada era distante.

«La mia reputazione mi ha preceduto, bene. Almeno sapete cosa aspettarvi.»

Era tristezza quella che percepiva dalla voce? Decise di non badarci, non voleva mostrarsi debole di fronte a lui.

«Capitano. Evidentemente voi e i vostri uomini avete trovato me e mia zia e ci avete salvato. Di questo vi ringrazio. Senza sembrarvi sfacciata vorrei chiedervi due cose: la prima è dove siamo diretti, la seconda è…»

«Ditemi signorina Fallen, volete sapere per caso chi ha spogliato voi e vostra zia?»

Il sangue le colorò la pelle delle guance, il capitano non era mai stato attratto da una donna come da quella piccola pel di carota.

«Sì capitano, vorrei sapere proprio questo.»

Katrine sperò che la sua voce fosse stata abbastanza ferma, anche se la vergogna per quell’incresciosa situazione la rendeva incerta e insicura.

Graham decise di non scherzare con Katrine: dal suo viso traspariva sincera preoccupazione.

«Siete stata voi stessa, non appena vi ho messa a letto vi siete tirata su dicendo che non potevate dormire con i vestiti bagnati. Mi avete cacciato fuori dalla mia cabina e quando sono rientrato, eravate profondamente addormentata e nuda.»

Va bene non scherzare, ma era così divertente metterla in imbarazzo… quel color porpora sulle guance le stava d’incanto.

«Devo accertarmi delle condizioni di mia zia, ho bisogno di vestiti puliti o almeno di quelli che avevo prima.»

«Quella era solo biancheria… sulla sedia ci sono alcuni vestiti. Vi attendo per la cena e non preoccupatevi per vostra zia, sta bene ma la vita in mare non fa per lei.»

 Così dicendo il capitando si alzò in piedi: Katrine poté solo vedere che era altissimo e che le sue spalle erano imponenti. Poi Connor si chiuse la porta alle spalle e lei rimase sola con la zia.

Si precipitò al suo capezzale:

 «Zia! Stai bene?»

«Katrine, piccola mia. Dove ci troviamo?»

«Dopo la tempesta, questa nave ci ha tratto in salvo zia. Ti devo dire una cosa: la nave è la Arrow, il capitano è Connor Graham.»

«Stai parlando di quel pirata di cui ci ha raccontato il capitano?»

«Sì zia, purtroppo siamo finite sulla sua nave. Ma non ti preoccupare, andrà tutto bene.»

«Non sarà di certo peggiore di chi ha abbandonato due donne a morire su una nave che stava affondando!»

«Zia, non dire così… forse nella concitazione del momento il capitano si è dimenticato.»

«Katrine, il comportamento del capitano è stato inqualificabile e lo sai anche tu. Comunque non sono preoccupata bambina mia. Mentre tu riposavi il capitano Graham si è preso cura di me. Non sembra così terribile.»

«L’hai visto in viso?»

«No, sta sempre molto attento a non mostrarsi. Porta i capelli in maniera tale che metà del volto rimanga coperta.»

«Vuole che mangi con lui stasera. Ma preferisco rimanere qui con te.»

«No, adesso ti preparerai e andrai a cena con il capitano. Non possiamo permetterci di indispettirlo Katrine.»

«Va bene zia, come vuoi.»

Connor sentiva il sangue scorrere più velocemente nelle vene. Quella ragazza era bellissima e ammirava il modo in cui aveva tentato di tenergli testa durante la loro breve conversazione. Se poi ripensava a quando, in preda allo choc e alla febbre, gli aveva comandato di uscire dalla sua cabina perché doveva spogliarsi il divertimento lasciava posto all’eccitazione. Nessuno gli aveva mai tenuto testa, nemmeno se febbricitante. Aspettava con ansia la cena, desiderava ammirarla con gli abiti che aveva scelto per lei: l’ultima scorreria gli aveva fruttato centinaia di abiti confezionati a Parigi e destinati alle nobildonne di Anguilla.

Forse, adesso che aveva deciso di cambiare vita, poteva anche pensare a sistemarsi e Katrine era l’unica che gli aveva mai fatto pensare a una cosa del genere. Ma poi il suo volto deturpato fece capolino nella sua mente: nessuna donna sana avrebbe mai voluto un marito sfigurato, Katrine rimaneva irraggiungibile: con la sua reputazione e il suo volto, la nobildonna non si sarebbe mai potuta interessare a lui.

Katrine aprì la porta e fu invasa dai profumi della cena: non si ricordava da quanto non mangiasse, ma si sentiva affamata. Scorse il capitano che si affrettò a scostarle la sedia per permetterle di sedersi. Quel gesto la lasciò confusa: quale pirata avrebbe mai fatto un gesto simile?

«Non tutti i pirati sono rozzi e ladri, Signorina Fallen.»
«Capitano, la vostra abilità di leggere nella mente delle persone può risultare irritante dopo un po’.»

«Voi dite signorina? È un vero peccato perché io mi diverto un sacco. Vogliamo iniziare?»

«Mia zia?»

«Sarà servita in cabina, ora vi prego servitevi. E raccontatemi cosa ci facevano due donne sole in mezzo all’oceano.»

«La storia è lunga capitano, sono certa vi annoierà.»

«Sono curioso.»

«Ebbene se volete saperlo, prima dovrete dirmi dove siamo diretti»
«Raccontatemi la storia e vi dirò dove stiamo andando.»

«E va bene. Vi dirò tutto.»


Così Katrine iniziò dal principio. Dalla sparizione di Mattew all’accordo con il capitano della Jennifer sino al terribile naufragio.

«Dovrebbero impiccare quel capitano per avervi lasciato a morire!»

«Sì, in parte è quello che pensa anche mia zia. Ora però dovete mantenere la promessa capitano. Dove siamo diretti?»

«Siamo diretti ad Anguilla Signorina Fallen. Le ricerche di vostro cugino possono continuare.»

La gioia prese vita negli occhi di Katrine. Non tutto era perduto.

«Quanto manca per arrivare?»

«Circa due settimane non di più.»

«Grazie capitano, cercheremo di darvi il minor disturbo possibile.»

«Capite bene Signorina Fallen che il passaggio non sarà gratuito. Mi aspetto qualcosa in cambio da voi.»

«Certo. Siete pur sempre un pirata! Ed io che per un attimo mi ero illusa di aver a che fare con un gentiluomo! Ma se è me che volete fate prima a gettarmi subito in mare capitano!»

Katrine era livida di rabbia e risentimento. Come poteva quell’uomo crudele farle una simile proposta? Aveva ragione il capitano del mercantile, quell’uomo era marcio dentro.

«Katrine, pensate sul serio che se volessi quel genere di compagnia ve lo avrei chiesto?»

Connor si alzò dalla sedia avvicinandosi alla ragazza, la fece voltare con tutta la seduta verso di lui e s’inginocchiò appoggiando le braccia in maniera tale da bloccarle la fuga.

«Ditemi Katrine, trovate ripugnante l’idea in generale o solo me? Di certo vi avranno parlato del mostro che sono diventato. Probabilmente vi starete chiedendo cosa nascondano i miei capelli. Perché non li scostate e lo scoprite da sola?»

Katrine era paralizzata dalla paura, ma quegli occhi neri così tormentati le fecero muovere la mano contro la sua volontà: ed eccola lì la tanto temuta cicatrice: era bianca e partendo da metà fronte arrivava sino a metà della guancia destra. Era bianca e il contrasto con la pelle abbronzata la faceva apparire più grande di ciò che realmente fosse. Katrine non resistette e titubante passò un dito a seguirne tutta la lunghezza sino a fermarsi a pochi centimetri dalla bocca di Connor. Mostro? No, di certo non era un mostro. Assomigliava di più a come la sua fantasia faceva apparire i protagonisti dei romanzi che leggeva. Era bello, bellissimo. La cicatrice nulla toglieva a quel viso fiero e perfetto.

Quando Katrine gli accarezzò la cicatrice per un attimo Connor chiuse gli occhi sopraffatto da quell’emozione. Forse c’era una possibilità di conquistare quella ragazza. Non era scappata via da lui, era rimasta lì e adesso lo fissava con i suoi occhi verdi come smeraldo. Quasi inconsciamente si avvicinò sino a sfiorarle le labbra: una scarica elettrica percorse le sue membra. L’afferrò per la vita e la strinse a sé baciandola ardentemente.

Quando la lasciò andare Katrine era sconvolta: quello era il bacio che aveva sempre sognato. Forte, passionale e dolce. Ma non si sarebbe mai aspettata che a darglielo fosse uno dei pirati più conosciuti e temuti di sempre. Tentò di parlare ma dovette fare diversi tentativi prima di trovare la voce.

«Capitano, ancora dovete dirmi come intendete essere pagato.»

«Cenerete con me tutte le sere e dopo cena vi tratterete un po’ con me sul ponte.»

«Solo questo?»

«Solo questo.»

«Bene, a patto che l’increscioso incidente di prima non si ripeta. Non starebbe a me tirare fuori il discorso ma preferisco essere chiara con voi.»

«Come preferite Signorina. Per stasera potete ritirarvi, inizieremo il pagamento da domani.»

La congedava così? Dopo il bacio che le aveva dato? Forse lui c’era abituato ma per lei era il primo bacio! Lo odiava.

«Buonanotte capitano.» Così dicendo uscì sbattendo la porta.

Connor era confuso: nessuna donna gli aveva mai fatto quell’effetto. Katrine era quella giusta. Rimaneva da farlo capire anche a lei. Prima però doveva occuparsi di una faccenda.

«Jack!»

«Eccomi capitano. Ditemi.»

«Le nostre ospiti sono rispettivamente cugina e madre di Mattew. Sono giunte sin qui per cercarlo.»

«Oh no… questo vuol dire che non sanno nulla.»

«Esatto. Credono che il loro amato consanguineo sia scappato con una certa Simone Deboussy e non ne capiscono il motivo. Pensano che sia in pericolo e che la causa di tutto sia questa Simone.»
«Capitano io… cosa posso fare?»
«Non appena sbarcheremo, andrai a prendere Mattew. Deve spiegare alla sua famiglia come stanno le cose. Mi avevi assicurato però che tutto era sistemato Jack, perché mi hai mentito?»

«Volevamo che la famiglia lo credesse morto. Avremmo scritto una lettera con la notizia non appena fossi sbarcato. Non potevamo immaginare che una madre e una ragazzina decidessero di affrontare un viaggio così lungo. Diamine! Eravamo convinti che non riuscissero nemmeno a scoprire che fine avesse fatto!»

«Evidentemente non conosci Katrine. Ora vai. Lasciami solo.»

Man mano che passavano i giorni Katrine attendeva con trepidazione le cene con Connor: il capitano aveva una cultura vastissima. Le raccontava le sue avventure e le parlava di astronomia. La sua compagnia era piacevole e non aveva mai tentato di baciarla di nuovo. A dire il vero non era molto sicura che questo le facesse realmente piacere. La zia si rimetteva e Anguilla si avvicinava e con essa la possibilità di ritrovate il suo amato cugino.

Quella sera quando salirono sul ponte per la consueta passeggiata, Connor sembrava particolarmente pensieroso:

«Cosa vi succede capitano?»
«Domani sera sbarcheremo ad Anguilla.»

«Oh…» Quella notizia non la riempì di gioia come avrebbe dovuto.

«Già. Almeno potrete riprendere le ricerche di vostro cugino.»
«E voi riprenderete le vostre scorribande capitano.»

«No Katrine, questa vita non fa più per me. Una parte di me sarà sempre legata all’oceano ma ho bisogno di altro adesso.»

«Di cosa avete bisogno capitano?»

Glielo avrebbe detto. Le avrebbe detto quanto si era innamorato di lei e della sua risata. Le avrebbe detto quanto in quei pochi giorni lei lo avesse cambiato profondamente. Sapeva, sperava che Katrine volesse sentirsi dire quelle parole. Ma poteva portarle via la possibilità di essere felice con un uomo della sua stessa classe sociale? Con un vero gentiluomo? Poteva essere pirata fino in fondo? Oppure l’avrebbe lasciata andare? Katrine era infatuata ma innamorata? Probabilmente lui per lei era la novità, l’esotico. Ma si sarebbe stancata presto.

«Capitano, non mi avete ancora risposto.»

«Katrine, di cosa può mai aver bisogno un uomo dopo quattro mesi in mare? Di più donne compiacenti prima di levare di nuovo l’ancora!»

Le parole di Connor la ferirono: per un momento si era aspettata di sentirsi dire che lui l’amava, almeno quanto lei amava lui. Che avrebbe cambiato vita per lei o anche no. Ma che sarebbero rimasti insieme per sempre. Invece tutto era stato una menzogna: le sere passate a parlare, gli sguardi che si erano scambiati. Forse aveva frainteso, aveva colto segnali dove segnali non c’erano.

Sentiva le lacrime affacciarsi al viso.

«Ovvio capitano. Altro non ci si poteva aspettare da voi. Mi ritiro. Domani arriverà presto per fortuna. Considerando che sbarcheremo la sera spero di essere esonerata dal cenare con voi. Buonanotte capitano, addio.»

Se ne andò in un fruscio di gonne. Lasciandolo solo e con la morte nel cuore.

Al momento dello sbarco ad Anguilla Katrine non vide Connor da nessuna parte. “Meglio così” pensò, per come l’aveva trattata vederlo era l’ultima cosa che le serviva.

«Katrine, non essere triste. Se è destino, vedrai che il tuo capitano tornerà da te.»

«Zia, non so di cosa tu stia parlando.»
«Come vuoi bambina mia. Adesso cerchiamo la locanda.»

«Jack, grazie di tutto.»
«Signorina Katrine, non ditelo nemmeno per scherzo. Venite. Vi faccio strada.»

«Quando ripartirete Jack?»

«Dopodomani all’alba signora Fallen. Il tempo di vendere la merce e fare rifornimento E poi alcuni uomini qui hanno le famiglie e gli altri beh… diciamo che hanno bisogno di riposo ecco.»

«Oh sì, il tuo capitano ieri è stato molto esplicito sul tipo di riposo di cui ha bisogno.»

«Jack, questa locanda sembra chiusa.»

«Fidatevi signora è di un mio amico. Dentro è tutto nuovo.»

L’ambiente all’interno era confortevole: tutto era pulito e molto accogliente, ma del proprietario nemmeno l’ombra. Proprio mentre Katrine si stava iniziando a spazientire, il proprietario fece il suo ingresso.

«Mattew!»

«Mamma!»

Katrine era troppo scioccata per parlare: a malapena distingueva suo cugino e sua zia abbracciati l’uno all’altra. Quando ritrovò le parole, la sua voce era strozzata dall’emozione.

«Mattew, ti abbiamo cercato ovunque. Perché sei sparito senza darci una spiegazione?»

Jack e Mattew si guardarono:

«Venite, è il caso che ci sediamo. Dobbiamo parlare.»

A Katrine non era sfuggito quello sguardo.

«Adesso ci dite cosa sta succedendo qui. Dimmi Jack anche il capitano sa tutto vero?»
«Sì, ma se non ve l’ha detto era solo per proteggervi.»

«Proteggermi? Lui sapeva quanto stessimo in pena per Mattew e nonostante questo, non ha avuto il minimo rimorso a tenermi nascosto che mio cugino era vivo e stava bene! Quanto a te Mattew augurati che la tua spiegazione sia convincente.»

«Sedetevi. Jack vieni, vicino a me. Voi sapete che sono scappato insieme con una certa Simone Deboussy. In parte è vero. Ho conosciuto Simone e abbiamo deciso di scappare insieme ma come amici. In realtà sull’Infinity mi aspettava Jack.»
«Mattew, figlio mio, ma se volevi cambiare vita non potevi dircelo? Saremo venute con te.»

«No mamma, io non potevo rovinarvi. Le voci già giravano ed io non potevo permettere che…»

«Di quali voci parli? Mattew, io e tuo padre ti abbiamo cresciuto nella piena libertà, ti prego parlami!»

«Ho conosciuto Jack in una bisca clandestina quasi un anno fa. Da allora siamo diventati amici e abbiamo deciso che la nostra amicizia avrebbe dato fastidio a qualcuno e compromesso te e Katrine per questo era meglio sparire.»

“Sono innamorati! Mio cugino ama Jack! La zia non la prenderà bene.”

«Capisco… Jack è un pirata e questo avrebbe nuociuto alla nostra reputazione ma comunque Mattew non giustifica l’averci fatto passare le pene dell’inferno per ritrovarti!»
«Non dovevate ritrovarmi infatti!»

«Come cugino? Ci avresti fatto credere di essere morto? Magari facendoci spedire una lettera da qualche fantomatico sconosciuto che ci annunciava la tua dipartita? È questo che stai dicendo?»
«Sì l’idea era questa Katrine»

«Oh Mattew! Non era poi uno scandalo così grave. Anzi, tuo padre sarebbe stato fiero di te.»

«Lasciatemi da sola con la zia. Le parlerò io.»

I due ragazzi guardarono Katrine con ansia mista a gratitudine. Certo quello era il compito più difficile: con quali parole poteva dire a sua zia che suo cugino era innamorato di un uomo?

Non appena i due ragazzi uscirono Katrine si voltò verso sua zia: 

«Zia Jane, dobbiamo parlare.»

 

Quando uscì dalla taverna le stelle erano alte in cielo. Mattew e Jack sembravano due cani bastonati quando le corsero incontro.

«Allora cugina?»

«Allora cugino? La zia è dentro. Non è entusiasta, non capisce come sia possibile. Ma sono convinta che con il tempo si abituerà. C’è solo un piccolo problema.»

«Quale?»

«Che adesso che ha capito che da te non verranno mai nipoti ha iniziato a stressare me!»

I ragazzi scoppiarono a ridere.

«Mi sei mancata cugina.»

«Anche tu cugino. Ora vai dalla zia. Ma ti prego prima fammi vedere la mia camera. Sono esausta.»

«Signorina, adesso avete capito perché il capitano non poteva parlare?»

«Sì Jack. Ora ho capito. Ma chiamami Katrine. Ti prego»

 

Katrine si svegliò con il sole che le riscaldava il viso: suo cugino stava bene ed era innamorato, sua zia aveva preso la notizia meglio di quanto si fosse aspettata e lei? La ferita al cuore infertale da Connor sarebbe rimasta lì per sempre. Che cosa aveva detto a sua zia? Se non si sposava per amore, preferiva non farlo affatto. Così sarebbe stato. Connor era l’amore della sua vita ma non sarebbe mai stato suo perciò lei non si sarebbe mai sposata. 

Passò la giornata oziando e pensando al suo amato. L’indomani sarebbe partito e lei non l’avrebbe più rivisto. Pensò alla sua nuova vita. A come sarebbe stato vivere ad Anguilla ma non la colse il panico: quel posto le piaceva e il resto sarebbe venuto da sé.

Si svegliò all’alba, quegli occhi neri come la notte l’avevano perseguitata nei sogni. Decise di leggere un po’ e quando aprì il libro, un biglietto scritto con una calligrafia elegante scivolò sul materasso. Lo raccolse per leggerlo:

 

“Ti amo di un amore che lacera il cuore, ti amo e mentre lo faccio la mia anima si lacera. Ti amo come si ama un sogno. Ti amo e sento che non è abbastanza. Ti amo come ci si ama da bambini, in modo egoista e cieco. Ti amo ma ho deciso di tacere, una vita non è sufficiente…”

Tuo Connor

L’amava. Anche lui l’amava. Si precipitò fuori dalla camera e giù per le scale. Non le importava di essere in camicia da notte: Jack le aveva detto che la nave sarebbe salpata all’alba doveva fare in fretta.

Corse a perdifiato ma quando arrivò al molo della nave non c’era traccia: Connor se ne era andato per sempre.

Si lasciò cadere sulla banchina. Dovevano essere partiti ben prima dell’alba, il sole stava facendo capolino ora all’orizzonte. L’amava ma se ne era comunque andato. Sapeva che non sarebbe più tornato ad Anguilla, sapeva che il suo cuore sarebbe rimasto malato per sempre.

Si alzò incerta sulle gambe, la consapevolezza che non l’avrebbe mai più visto le bruciava il cuore. Si ritrovò sulla spiaggia ancora una volta in ginocchio e con gli occhi pieni di lacrime.

«Avete perduto qualcosa Signorina Fallen?»

Bene, adesso aveva anche le allucinazioni: la voce di Connor era così reale!

«Sì signore, ho perso l’amore della mia vita»

«Ne siete convinta?»

«Sì… vedete è partito sulla Arrow. Non credo che tornerà ma passerò la vita a scrutare l’orizzonte in sua attesa.»

«Katrine, voltati.»

Si voltò e non appena lo vide bello e fiero gli gettò le braccia al collo.

«Connor sei tu?»

«Sì amore mio sono io»

«Ma la tua lettera… l’ho letta solo questa mattina.»

«Non sono giusto per te Katrine. Ho combattuto contro quello che provavo per te. So che ti meriti di meglio ma sono egoista e ti voglio per me»

«Connor…»

«Dimmi che mi ami Katrine!»

«Ti amo più della mia vita Connor»

Si baciarono, si consumarono… non solo i loro corpi si unirono: le loro anime si fusero in una sola. Niente e nessuno li avrebbe più divisi.



Travestimento muto

 

«Vi prego signorina Bice. Sapete quanto odi queste feste, e poi il duca mi spaventa. Studierò, mi impegnerò, non vi farò più arrabbiare, ma vi supplico, non mi obbligate ad andare a quella festa!» Bice si voltò con aria esasperata verso la sua pupilla: la Contessina Federica De Angelis, figlia del Conte Ugo e della moglie Barbara, era una creaturina graziosa e delicata. Non molto sviluppata, nonostante avesse sedici anni, era più propensa a perdersi nei suoi libri, che a partecipare a eventi mondani come la festa per il Carnevale che si sarebbe tenuta quella sera. Bice era sua istitutrice da quasi tre anni ormai, l’aveva vista crescere e sapeva perfettamente che quella creatura non era adatta al matrimonio. Di sicuro non avrebbe retto all’unione con il Duca Accusani. Ma anche se capiva la sua protetta, non poteva rimanere zitella come era accaduto a lei. Doveva sottomettersi alla volontà del padre, per quanto ingiusta. «Contessina, il ballo in maschera che i vostri genitori daranno questa sera ha lo scopo preciso di far capitolare il Duca. Voi non potete mancare. I Conti hanno investito molto in questo evento. Sarà la festa di martedì grasso più sontuosa che si sia mai vista e voi dovrete presenziare. Forza, adesso vestitevi e indossate la maschera». 

«Bell’affare, non potrò parlare per tutta la sera con quella sulla faccia!» sbuffò Federica fissando con puro odio la mo-retta, una piccola maschera di velluto scuro, importata dalla Francia, che veniva solitamente indossata con un delicato cappellino. Era definita un travestimento muto perché doveva reggersi sul volto tenendo in bocca un piccolo bottone interno.

«Non voglio andarci e non ci andrò. Accuserò un fortissimo mal di testa, mi chiuderò a chiave in camera, scapperò se sarà necessario! Non voglio sposare il Duca, non voglio che mi baci o che provi un qualche interesse particolare per me. Ho paura di quell’uomo. E poi è vecchio!» concluse Federica.

Vecchio e pauroso non erano certo gli aggettivi che avrebbe usato Bice per descrivere Cesare Accusani. Piuttosto bello e dannato, o affascinante e pericoloso. Il Duca, quarant’anni suonati, discendeva da una delle famiglie più nobili di Venezia ed era lo scapolo più ambito in assoluto. Sfacciatamente ricco e  bellissimo, aveva capelli scuri e occhi verdi come smeraldi che facevano da cornice a un naso dritto e a una bocca perfetta. Bice sapeva che era alto quasi due metri e rivestito di muscoli, braccia forti e cosce muscolose che face-vano sospirare qualsiasi donna. Non si era mai sposato fino ad allora e nessuno riusciva a capire il perché di quella stranezza. I pochi amici intimi che l’uomo aveva, non proferivano verbo in proposito. Fra  tutti, quello che si poteva definire il suo miglior amico era il Conte Filippo Turati. Più giovane del Duca di circa una decina d’anni, aveva dimostrato in più di un’occasione che Cesare poteva contare su di lui. Dovendo essere obiettiva, Bice capiva perfettamente la Contessina: per quanto bello e affascinante, Accusani incuteva timore un po’ in tutti. Non era mai scortese, ma emanava un’aura di potere che richiedeva obbedienza. Lei lo sapeva bene, visto che per un certo periodo aveva lavorato per lui come istitutrice. Si era presa cura della sorella Florenza, una ragazza viziata, egoista e stupida. Era rimasta solo un anno alle dipendenze del Duca e la vicinanza forzata l’aveva fatta innamorare di lui. Era colto, affabile, giusto con i dipendenti. Le era anche sembrato che ci fosse una certa simpatia tra loro, ma un giorno, di punto in bianco, il Duca le aveva fatto sapere che i suoi servizi non erano più richiesti e l’aveva mandata via con una lettera di referenze. 

Da allora erano passati tre anni e il pensiero di vederlo presto sposato a Federica le provocava una fitta al cuore. Mai sarebbe riuscita a dimenticarlo.

I Conti De Angelis erano gli ultimi di una folta schiera di genitori che avevano cercato di indurre in tutti i modi il Duca a sposarne le figlie, ma per quanto belle, ricche e sofisticate fossero, Cesare non aveva mai ceduto. Era stato per tale mo-tivo che avevano organizzato la festa. Certo, dopo la conquista della Serenissima da parte dei francesi, i festeggiamenti non erano quelli di una volta. Ormai solo nelle isole di Burano e Murano si festeggiava, e comunque in tono minore. I divieti erano sempre più numerosi, ma con le conoscenze giuste e oliando un po’ gli ingranaggi, i Conti avevano ottenuto quello che volevano. Nel loro palazzo si sarebbe tenuta la festa per salutare il Carnevale e, se tutto fosse andato secondo i loro piani, Accusani non avrebbe potuto fare altro che sposare la loro scialba e insignificante figlia. I genitori di Federica non avevano un’alta opinione di lei e non ritenevano fosse adatta a fare né la moglie, né la madre. Per questo avevano ordito un complotto contro il Duca.

Bice non era assolutamente d’accordo: non solo perché non voleva ingannare il suo ex datore di lavoro, ma anche e soprattutto perché sapeva che Federica non sarebbe mai stata felice con il Duca a causa del suo carattere sensibile. Si sa-rebbe spenta poco a poco. Il piano prevedeva di cogliere in flagrante il nobiluomo e la Contessina in una posizione scon-veniente. Bice, che doveva fungere da chaperon per la serata, li avrebbe scoperti per caso e gridato allo scandalo. Con un po’ di complicità da parte di Federica, che avrebbe dovuto alludere a qualcosa di molto inappropriato, la mattina dopo si sarebbe annunciato il fidanzamento. Era stato tutto programmato sin nei minimi dettagli.

«Contessina, sapete perfettamente che i vostri genitori vi costringerebbero con la forza, se necessario. Pensate a tutti  i vantaggi che trarrete da questa unione: vestiti, carrozze, gioielli, ville. Sarete invitata alle feste più belle e  accolta nei salotti più importanti. Immaginate la biblioteca che avrà il Duca nel suo palazzo!»

«Se è così perfetto perché non lo sposate voi?» Nel momento in cui finì la frase, Federica si pentì di aver parlato. Bi-ce aveva venticinque anni, una zitella fatta e finita senza al-cuna prospettiva per il futuro. «Perdonatemi Bice, non volevo essere cattiva, però… Perché non prendete il mio posto?»

«Contessina, ma cosa state dicendo? Io non posso farlo!» replicò l’istitutrice, inorridendo al solo pensiero. 

«Certo che potete. Con la maschera non vi riconoscerà nessuno, non sarete nemmeno costretta a parlare. Il mio vesti-to vi andrà forse un po’ stretto sui fianchi e sul petto, ma nessuno ci farà caso».

«Non avete pensato che in questo modo il piano di vostro padre non si potrà attuare? Non ho alcuna voglia di incorrere nelle ire dei vostri genitori e di perdere il mio posto di lavoro».

«Bice, vi prego. Potremmo dire a mio padre che non abbiamo potuto fare nulla. Ci inventeremo un contrattempo. Di-rò che mi sono sentita male nel momento decisivo. Vi prego, non costringetemi a una vita che non è per me. Lo sapete che non resisterei».

Sì, lei lo sapeva perfettamente, e quegli occhi azzurri rossi per il pianto le strinsero il cuore. Poteva portare via la felicità, o perlomeno la speranza di essa, a una ragazza così giovane? Vedere quella ragazza, che amava come una sorella minore, terrorizzata all’idea di sposare il Duca, le fece capire che non avrebbe mai potuto farle un torto simile. Conscia delle conseguenze in cui sarebbe incappata, se qualcuno le avesse scoperte, decise di fare l’unica cosa possibile. 

«Vi aiuterò, ma c’è un problema da risolvere. Cosa diran-no i Conti non vedendomi in giro da nessuna parte? Si insospettiranno!»

«Bice, grazie! Non sapete quanto mi rendiate felice. Rimarrò nascosta, e poco prima della fine della festa tornerai da me e ci scambieremo gli abiti. Vedrai, andrà benissimo, non ti preoccupare per il resto. Racconterò subito a mia madre che abbiamo deciso che tu ti debba tenere in disparte, in modo da non insospettire il Duca. Non dimenticherò mai quello che stai facendo per me!» le disse, poi dopo un abbraccio, uscì dalla stanza in cerca della Contessa. 

Bice non si sarebbe mai pentita di aver aiutato Federica. Forse non sarebbe servito a molto quel loro esperimento, ma valeva la pena tentare.

 

L’abito indossato da Bice era perfetto: il corpetto con la scollatura a barchetta metteva in risalto la pelle candida e i seni generosi. Il corsetto inoltre, sottolineava la sua vita sottile e fianchi morbidi. La gonna vaporosa era ornata da pizzi e l’azzurro del vestito faceva risaltare il blu degli occhi. I capelli biondi, dello stesso colore del grano maturo, erano raccolti in un’acconciatura elaborata che lasciava il viso incorniciato in ciocche di morbidi ricci.

«Sei perfetta, Bice. Adesso manca solo la maschera» suggerì la Contessina.

«Finirà male, lo so, ma vederti così felice mi ripaga, Federica».

«È la prima volta che mi date del tu» osservò la giovinetta.

«Perché potrebbe essere l’ultima» sospirò Bice. 

«Andrà tutto bene, vedrete. Ricordatevi solo che ci vedremo a mezzanotte in camera mia. Avrò il tempo di cambiarmi e nessuno si accorgerà di nulla» mormorò sottovoce la fanciulla.

«A tra poco allora» annuì Bice, prima di avviarsi.

Quando Bice fece il suo ingresso nel salone, la festa era iniziata da circa mezz’ora. Tutti si voltarono a guardarla e con sua somma sorpresa il Duca Accusani le andò incontro. Non era mascherato, ed era bellissimo.

«Permettetemi di invitarvi a ballare. Siete in assoluto la maschera più bella che abbia visto questa sera» le disse prendendola per mano e guidandola al centro della sala.

Essere tra le sue braccia fece battere il cuore di Bice all’impazzata. Quegli occhi verdi la scrutarono come se vo-lessero rapirle l’anima e la turbarono sopra ogni cosa. Si lasciò coinvolgere dal ballo e dopo quelle che le parvero ore, ma che in realtà furono pochi minuti, si ritrovò sulla terrazza. 

Non rammentava come ci fossero arrivati, a un tratto tutta la sala e le persone erano sparite ed erano rimasti solo loro due. Era una fortuna che i Conti vivessero nella campagna vicino a Venezia. L’aria fredda della sera avrebbe schiarito la mente di Bice, almeno così si augurava lei, e le panchine del giardino le sembravano una ricompensa adeguata dopo il bal-lo. 

Il Duca le era di fianco, intento a fissarla.

«Non amo le maschere» esordì d’un tratto. «Non permettono di vedere il viso delle persone, né tanto meno permettono a chi le indossa di parlare. Non è vero, signorina Bice?»

Il cuore le si fermò nel petto e per lo stupore aprì le labbra, permettendo alla maschera di scivolare via.

«V-v-voi, come avete… come sapevate.. oddio che ver-gogna!» Fece per recuperare la maschera e correre il più lon-tano possibile da quell’uomo che tanto la turbava, ma il Duca glielo impedì agguantandola per un polso e conducendola in un angolo appartato del giardino.

«Sedetevi Bice» le ordinò.

 Lei obbedì, era troppo stordita per pensare. 

«So perfettamente il perché di tutta questa messa in scena e, credetemi, non biasimo né voi, né la Contessina. Ma di certo non potevate pensare veramente di riuscire a passare per la vostra pupilla» dichiarò Cesare Accusani.

«Io pensavo che nessuno notasse la differenza. Mi dispiace Duca, vi chiedo solo di essere discreto. Non per me, ma per la Contessina» aggiunse. «Ma come lo avete scoperto?» si ritrovò suo malgrado a domandare.

«Bice… quando ordite certi piani dovreste tener conto di non coinvolgere cameriere a cui piace spettegolare».

«È stata Giovanna, vero? Ma perché riferirlo a voi?» chiese.

«Non l’ha detto a me, ma al Conte Filippo Turati. Dovete sapere che il mio amico è innamorato della Contessina da quando, lo scorso settembre, l’ha incontrata alla festa di mezza estate della Marchesa Dubois. Molto probabilmente adesso è in camera sua a comprometterla una volta per tutte» sogghignò, divertito.

Bice avvertì un brivido corrergli lungo la schiena. >Federica era in camera da sola con un uomo. La sua reputazione sarebbe stata macchiata per sempre. Non avrebbe avuto la  possibilità di un futuro adatto al suo rango. Non poteva per-metterlo!> 

«Grazie per avermi avvisata, signor Duca. La raggiungerò subito per evitare che scoppi uno scandalo». Fece per raccogliere le gonne e precipitarsi dalla sua pupilla, ma ancora una volta venne trattenuta. La mano calda di Cesare Accusani, a contatto con la sua pelle, le bruciò il respiro. Si voltò di scatto, accorgendosi che anche l’uomo sembrava aver percepito quella particolare tensione tra di loro.

«Non avete capito, donna! Non ci sarà alcuno scandalo. Filippo sposerà la Contessina, la ama. Dio solo sa perché, ma le cose stanno così e sembra che anche lei nutra un interesse particolare per il mio amico. Lasciate che le cose facciano il loro corso. Sedetevi, rimanete un po’ con me. Desidero la vostra compagnia, Bice» dichiarò il Duca.

«Non ne vedo il motivo, signore…» cercò di ribattere, tuttavia si sedette vicino a lui, così vicino che si sfioravano.

«Bice… non è solo il mio amico ad aver trovato la donna per lui» affermò guardandola con un’intensità sconcertante. I suoi occhi brillavano alla luce della luna. Erano occhi da predatore, occhi famelici.

«Non capisco cosa intendete. Ora, se volete scusarmi, credo che mi ritirerò nelle mie stanze».  Avrebbe voluto che la sua voce apparisse decisa, invece la vicinanza con quell’uomo le provocava un tremito in tutto il corpo.

«Bice, io credo che voi sappiate benissimo cosa intendo. Le mie intenzioni non potrebbero essere più chiare: Sposate-mi!»

«Voi siete pazzo!» squittì lei. «Oppure volete prendervi gioco di me».

«Non vi siete mai chiesta perché vi abbia mandato via così in fretta? Bice, guardatemi…» disse, accorato, mettendole un dito sotto il mento e alzandole il viso. «Ho cercato di dimenticarvi, mi sono detto che la nostra unione era sconve-niente e inappropriata, ma non posso più vivere senza di voi. Questi tre anni sono stati una tortura. Ne ho abbastanza di guardarvi da lontano, e non potervi avere. Sposatemi! » concluse accarezzandole dolcemente il volto.

Bice era sconvolta. Cesare Accusani l’amava. Era mai possibile?

«Cos’è cambiato adesso? Io continuo a essere un’istitutrice, voi  un Duca. Un matrimonio tra noi non resta impossibile» affermò lei, ancora decisa a mantenere i piedi ben saldi per terra.

«Non mi è mai importato dell’opinione altrui. Ho voluto aspettare che Florenza si sposasse perché sapevo che altrimenti vi avrebbe reso la vita un inferno. Ma forse voi non mi amate, Bice? Ho frainteso i vostri sguardi?»

Le si seccò la bocca a quella domanda. Ma doveva, anzi voleva, essere sincera. «Vi amo dal primo giorno che vi ho visto, Cesare» confessò.

Non servì aggiungere altro. Il Duca si impadronì delle sue labbra e in quel bacio riversò tutta la passione tenuta a freno fino a quel momento. 

«Questa notte la Contessina De Angelis non sarà l’unica ad essere compromessa» le sussurrò all’orecchio.

Senza darle nemmeno il tempo di riflettere, la trascinò alla sua carrozza, conducendola nel suo palazzo, nella stanza padronale. Quando Cesare richiuse la porta dietro le sue spalle, avevano entrambi il fiatone, quasi avessero corso per tutto il tragitto. 

Il Duca si avvicinò, prendendola tra le braccia, poi cominciò una lenta esplorazione. Le baciò il collo, la bocca, le orecchie. Ovunque le sue labbra si posavano, lasciavano dietro di loro un’umida scia di desiderio. 

Bice ricambiò con passione, aggrappandosi alle spalle del suo uomo e premendoglisi contro. Quel contatto infiammò i sensi di Cesare, che con frenesia iniziò a liberarle i capelli dalle forcine, stringendoli in pugno. Quella presa decisa e le labbra del suo amante sulle sue, fecero quasi venir meno Bice. L’intensità di quel momento era tale da spaventarla. Cesare percepì la sua paura e cercò di trattenere l’ardore. I suoi baci si fecero soavi come carezze e, quando si staccò da lei, la guardò con occhi talmente carichi d’amore che Bice non poté far altro che donarsi completamente.

Si trovò nuda di fronte a lui e non provò alcuna vergogna, solo un calore bruciante che dal ventre si propagò in tutto il corpo. Cosciente di quello che stava per accadere, gli tolse la giacca, il panciotto, la cravatta e infine la camicia. Prese ad accarezzargli il petto, mentre il respiro di Cesare diventava sempre più pesante e i suoi occhi la fissavano con bramosia. 

Quando arrivò ai pantaloni, l’uomo le bloccò la mano.

«Sdraiati, amor mio» le disse. «Sì  brava, così. Apri le gambe e fatti guardare…» 

Si aprì per lui senza remore. 

«Sei bellissima, piccola mia». Si tolse i pantaloni e rimase nudo di fronte a lei. Il suo membro, già grosso e turgido, sembrava ergersi sempre più mano a mano che gli occhi per-correvano il corpo della sua amata.

Si sdraiò sopra di lei, il pene pesava sul ventre di Bice, caldo e invitante. La ragazza allungò una mano e sfiorò la punta con curiosità e soggezione. 

Un sibilo fendette l’aria. «Amore mio, lascia che sia io a prendermi cura di te…» disse Cesare. Le prese il seno in bocca, leccando e succhiando sino a quando lei non mugolò per il piacere poi, mentre con la mano scendeva ad accarezzarle i fianchi, infilò una gamba in mezzo alle sue, sfregando il ginocchio sul suo punto più sensibile. 

«Ora sentirò il tuo sapore, so già che sarà dolcissimo» gemette il Duca al solo pensiero di assaggiarla. Non le diede il tempo di replicare. La prima sferzata la colse impreparata e un grido d’imbarazzo le uscì dalle labbra, ma quando Cesare iniziò a esplorarla, tenendola saldamente per i fianchi, Bice ricadde con la testa sul cuscino, in preda al piacere più assoluto. Sentiva di essere vicina a un punto di non ritorno e quando Cesare la penetrò con un dito, mentre continuava a leccarla, raggiunse l’appagamento dei sensi in un tremito di carni. In quello stesso istante lui la penetrò con una  possente stoccata, lasciandola di nuovo senza fiato.

«Non ti muovere anima mia, presto il dolore sparirà. Resta ferma e lascia che il tuo corpo si abitui a me. È  bello sapere che sono il primo e che sarò anche l’ultimo».

«Cesare, ti prego! Ho bisogno… Dio, ti prego muoviti…».

Dapprima con movimenti regolari e lenti, poi con spinte più forti dettate dalla passione, Cesare si impossessò del suo corpo e del suo cuore, donandole la sua anima e la sua vita. 

Il giorno dopo tutta Venezia venne a conoscenza di due grossi scandali: la fragile e delicata Contessina De Angelis era stata compromessa dal Conte Turati e probabilmente era già in dolce attesa. Per tale motivo, il Conte suo padre fissò la data delle nozze il primo giorno di primavera. Chi conosceva bene la giovane donna, disse di non averla mai vista così felice.

Il secondo scandalo, di portata ancora maggiore, riguardava il Duca Accusani e l’istitutrice Bice Borgogna. Nessuno capiva come mai il Duca avesse acconsentito a sposare una semplice educatrice quando poteva benissimo averla come amante. 

Quello era il vero scandalo: il Duca si sarebbe sposato per amore.


 

 

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