Chiara Schembra - Poesie

Bacio ultimo

Luce
senza contorni
Luce
sparsa
nel vuoto
del sonno.

Luce,
non ti
sento, eppure
a me tu
da lontano
parli.

Luce,
dove sei.
Buio e

luce.
Sipario,
silenzio.
Ombre.
Silenzio,
in ascolto.

Giulietta bacia di
un bacio ultimo il
suo Romeo.

 


 

Contorsione intrinseca

Dentro il mio stomaco
un buco nero fitto
d’angoscia.

Ha fame, questo buco
di colpe, paure,

nero
di neri
sentimenti.

Questo profondo buco
nero dentro
di me si contorce.

Mi fa
rivoltare
gli organi.

Sale. E sale
fino allo sterno.
La gola afferra

Come fa un assassino:
la sua mano intorno al collo e
sale. Sale fino

alla bocca quel
fittissimo buco nero.
Giunge alla testa.

Sinuoso, s’insinua.
La tormenta.
I buchi neri.

L’unico argomento
che della fisica
davvero mi attrae!

Uno dei pochi
Eppure io non li capisco!
Ma quando

giunge
alla testa
fa male.

Sento voci
bisbigliare.
Sento i muscoli. 

Si contraggono.
Si rilasciano.
Così fa il mio petto

quando il respiro
viene meno e
accelera il battito.

I buchi neri io forse li odio.
A scuola è diverso.

Ma giungono
i buchi neri
nella realtà

dentro
la tua più
intima parte:

mi strangolano il collo.
Mi riempiono la testa.
Mi sussurrano adirati,
 
i buchi neri
nella vita, quella
vera.

La vita
di carne e non
di carta!

E queste voci
dannate
non smettono
di zittirsi.

 


 

Restare

Librare
in cielo
vorrei.
Planare
in alto.

Non ne posso
più
e non
posso

far altro che
restare e
stare qua.

Sento le
ossa
muoversi,
spezzarsi,
rompersi.

Sento. Ossa
sporgenti:
la mia
stessa pelle.

Sento troppo
poco capisco.

Sento
le ossa di
un’apparente vita.

Sentire
e sentirle.
nello stesso
secondo.

Essere
vorrei.
Appaio e
scompaio.

Vorrei …
sola eppure
non saprei.

 


 

 

Giorni sfumati

Passano
i giorni ma
non li vedi
scorrere via,
tu,

sfumarsi insieme
con il cielo.
La loro veloce
lentezza.

Il tempo inganna.
Velocemente passa e
passa pure quel giorno.

Quel giorno
io avrei voluto mai
se ne andasse via.

 


 

Naufragio

«Ma non sei tu,
sei simile.
Ma non sei tu!»

E intanto
naufragavano
nel tempestoso mare
alcune navi.

E intanto io
A quale
àncora

mi tengo stretta per
non cadere giù
ancòra?
 
Sto perdendomi come
loro, le barche!
Affondate!
Nella più
caotica tempesta.
Così la
mia testa.

Mostrami la tempesta,
via senza uscita
Ma io
a quale
àncora
mi tengo stretta.

Non voglio
cadere giù
ancòra?

Finalmente
ti prendo
ti bacio!

Finalmente
una luce,
via di scampo.

Come tutti
Lui a un àncora
si tiene stretto. 

Invece io
a un ancóra
mi tengo stretta.

Forse finalmente
mi guardi
ti guardo e …

… e ti … ho … perso.
E la nave è naufragata!
 
E le mie tempestive lacrime
sgorgano
come la tempesta.

«Simile a chi?»
«A lui».
«Lui … chi?»

 


 

Osservarsi

Occhi tuoi
grandi.

Occhi tuoi
espressivi,

occhi tuoi
clandestini,
 
innamorati,
d’ammirazione
mi guardano.

Occhi lacrimosi
guardano me
furtivamente.

E io guardo te.
Di tutto il mio corpo
è un coinvolgimento
tipico dei sensi!

Ci sei tu e
ci sono le biciclette …
nel sottoscala
molteplici giradischi.

I Beatles cantano
“Yellow Submarine”.
Ci sei tu e voglia

di fuggire altrove.
Dove non si sa.
Tu
resti
e tutto il resto

più non conta
io conto i libri:
sono come
mille occhi,
scrutano noi umani.

Conti tu nel mappamondo
tutte le nazioni 

e il mondo
a me viene
voglia di
girarlo per intero.

Intanto nella stanza tua
è rimasto acceso
il giradischi.

Continuano a girare i vinili,
a casa tua,

Seppur intanto girano già sull’asfalto
le ruote della bicicletta,
veloci,

E i tuoi occhi
continuano a guardare me.

E mi guardano e
amano i miei occhi.

 


 

Piani alti

Vivo in un modo
e in un mondo
che non sento

far parte
più
di me.

Mi sento
parte del mondo
ma questo mondo
non esiste.

Sto al mondo. 
Strano mondo.
Forse 

in questo mondo
la parola strana verrà pure
criticata.

Vivo!
Credo di farlo.
Forse sto al mondo.

Ma che mondo
immondo è
questo mondo! 

Non mi piace
più.
 
È sempre
stato così
forse.
Forse no.

Eccola la
dannata consapevolezza!
sconvolge i piani:

vivo in un mondo
che non riconosco.
 
e soltanto
stare al mondo
non mi piace.

 


 

Puzzle

Groviglio
confuso.
Ho in panne
la testa!

Ho perso
i pezzi!

Vorrei
raccoglierli,
ricomporli
come
da piccina
con i puzzle.

Fosse così facile!
I pezzi li ho persi
tutti.

Sono
un essere
vuoto.

Felice e triste:
la chiamano adolescenza!
 
Ma io …
adolescente
non sono più!
Ma da piccola non riuscivo
con i puzzle.

si è staccato
dal bracciale
il filo rosso. 

Il bracciale, quello
porta fortuna. 

Ho perso i pezzi!

 


 

Sei parte di me, ora

Milano,
città piena di nubi
di gas e tabacco.

Così t’immaginavo.

Milano, città
senza mare,
piena di vita.
 
Eppure priva della vita

Milano, ti immaginavo
così senza cuore

Milano,
piena di bus diurni,
di folla notturna.

Milano,
ti ho vista
ed erano belle

per me
solo

al tramonto le guglie
del Duomo.

Milano,
ti ho vista
ma così proprio

ti avevo immaginata.
Però adesso
hai una parte del mio cuore.

Però continui
a non piacermi,
Milano.

Tu, ora, Arianna
a Milano vai
a studiare

Adesso custodisci
un segreto, quello
della mitologia greca.

Milano, tu
possiedi ora
una parte del
filo di lana.

La figlia del re
Minosse e di Pasifae
l’ha dato al suo
Teseo.

Arianna,
ora che sei a Milano
Milano ti donerà

quello stesso filo che
Arianna donò
al suo Teseo

Teseo, scappa dal Minotauro!

Così tu
continui a salvare me
da lontano.

Eppure continuerò
a sentire te
da lontano.

 


 

Sola sentire solo

Non voglio più parlare
Voglio stare in silenzio!
Vorrei …

sola ascoltare solo
degli alberi le foglie,
il fruscio del vento.

In ascolto mi giunge
l’affanno di Lilly
quando cammina
alle orecchie.

“Tap tap” dicono,
affannate come
l’affanno di lei,

le zampette
sull’asfalto.
quel suo “Tap tap”.
Lingua singolare,
tipica.

La tovaglia
mentre
sul tavolo
s’adagia, la sento: “sciuu”.

La tovaglia
l’ha presa la nonna.
E bolle, intanto,
la pentola sul fuoco.

Il nonno si schiarisce
la gola e piano sospira.
il dondolo sotto al suo peso
parla pure.

“Truu trrrr trrru”:
una lingua tutta sua.
 
parla persino il nonno
parla una lingua tutta sua.

Se sto zitta, sento tanto senza sentire troppo.
Sento le macchine sulla strada: sono lontane.
Ma è la mia testa
non s’arresta!

E sento i grilli,
i cani abbaiano.
Si sente
meglio
senza parlare
dovrei imparare!

Così ascolto il rumore dei
tasti del cellulare.

Voglio stare in silenzio.
Eppure sono
un fiume di
parole in piena,

io ho troppo da dire
esprimere!
Eppure il
silenzio mi fa
paura!

Sento le persone
emettere suoni intorno.
E come con le
montagne
scalo
quell’indistinto vociare.

La notte è solita frenarsi.
Ma quando sono in compagnia.

Un dovere
il petto
mi stringe.
Fa “sfugdtIrirIrriUu”.
Se non parlo, chi sono?

Come nelle favole
non è. 
Le favole fanno
un tranquillante silenzio.

Rifugiarmici è calmante.
Pure da bambina mi
nascondevo
nelle favole.

Dove si sentono solo
i rumori che si devono sentire. 

E si ascoltano.

Ho deciso:
adesso non parlo più!
sto zitta, zitta.

Disfo
così
il tutto
E rendo
un nodo
fittissimo
tutto il resto.

Disfo e faccio
persino questa
poesia.

Quant’è silenzioso,
il silenzio!

E se …
Ma se … ?
Ma che rumore
fa il silenzio?