Donatella Vallante - Poesie

L’ASCOLTO

 

Voglio un ascoltatore a pagamento

che venda i suoi abbracci e compri il mio tormento.

Che accolga partecipe entusiasmi e mie risate,

che assorba le scenate.

Non serve un burattino o chi altri pensino cretino:

mi basterebbe attore,

che finga però bene di capire il mio dolore.

Che sulla stessa onda si metta come radio,

che agli occhi miei sensibili non sembri avere tedio.

Gli parlerei di astri, litigi o melodie,

lo porterei in un mondo solcato dalle vie

dei miei discorsi validi, inutili o un po’ matti,

gli parlerei di gatti.

Sarebbe un gioco strano o forse semiserio,

romanzo solitario che annoto nel diario.

Sarebbe un gioco nato soltanto per distrarsi.

Sarebbe inevitabile se me ne innamorassi.

Potrebbe esser nevrotico o forse sembrar tale,

ma agli occhi di me stessa è questo ciò che vale:

mi servirebbe certo a definirmi sazia

di ascolto e chiacchierate,

momenti a tu per tu, risposte meditate.

Vorrei che il portafogli facesse il suo dovere

e questo mio progetto trovasse il suo cantiere.

Sarebbe originale e penso un po’ appagante,

potrebbe rivelarsi persino divertente.

Sarebbe una rottura di fronte a solitudine

che trovo più verbale che fisica e reale.

 

Sarebbe un punto fermo sull’asse dei pensieri,

lo annoterei da subito tra i pochi cavalieri

che pur a pagamento e quindi di ventura

assolvono ad un compito che piace a una signora:

stanare un po’ i pensieri, riuscire a dipanarli,

unire ai bei discorsi la caccia a strani tarli,

mimare un po’ un amico marito padre o amante,

poi accogliere pareri, non fare il figurante.

Non chiedo né la luna né un tocco di fortuna:

mi basta la magia della mia fantasia

per far di una persona un amico virtuale,

per dare alla mia vita un pizzico di sale.

Se sembro un po’ egoista o forse un po’ infantile,

i toni moderate e poi con far gentile

non ditemi utopista.

Piuttosto come Astolfo che punta sulla luna

stimate stravagante la stessa mia persona.

Vi lascio con l’idea che quanto appena detto

non vedo così assurdo né certo criminale.

Del resto non è agli altri che affidi il tuo “normale”

e quanto forse al prossimo pare insignificante

per te potrebbe essere davvero stimolante.



RIVELAZIONE

 

Non ho voglia di sentirmi nuda

di fronte a chi all’anima mette un vestito,

di prendere a schiaffi la mia dignità

di fronte a chi non regala un sorriso.

Ho voglia piuttosto di portare a spasso la mia intimità

con chi non mi provoca perplessità,

con chi nel mio gioco ha un ruolo a pennello,

con chi sui richiami non stende un mantello,

con chi non distratto abbraccia i miei sogni

invece di chi non incassa anche i pugni.

Sarebbe finirla con un secchio rotto

che insisto a colmare di umori e pensieri,

specchiarsi a uno specchio che non dà riflesso,

sentirsi trattata un po’ meglio di un cesso.

A chi dona il suo tempo quando gli pare

preferisco chi il tempo riesce a trovare.

Se forse è perverso cercare attenzione,

allora è coraggio rivolgersi altrove,

pensare che un rapporto mancato

è sempre meglio di chi hai mitizzato.

Finir di giocare a ustionarsi col fuoco,

finir di contare il cielo stellato.

Ha senso forse donare rancore

a chi non riesce a sentirne l’odore?

Ed ecco allora svelato il mistero:

è d’uopo percorrere un altro sentiero,

riprendere in mano la propria ragione

e dar nuovo lustro alla tua dimensione.

 

Imparare a gestirsi vivendo a distanza

e che l’amicizia a volte è incostanza:

è un gioco di ruolo in cui vince il forte

e non è bene sfidare la sorte.

Non c’è più gioia se ci si ferisce,

se ci si provoca a volte finisce.

Sospetti, nevrosi, illusioni e manie

lasciamole agli altri e non siano mie.

Finiamola dunque di ipotecare

il semplice gusto di stare assieme.

Si sbaglia, si esagera: si prende altra strada.

Si impara il confine della propria contrada.

C’è provocazione, non c’è risposta:

si impara che il tutto può avere una sosta.

E forse col tempo si può migliorare.

Nel tempo dal solco può nascere un fiore.


HO L’AMORE ADDOSSO

 

Ho l’amore addosso.

È un pensiero che per te sempre mi avanza.

È nel tempo tenace dell’attesa

che scandisce le speranze, le riserve

ed immagini sospese in un futuro ancora incerto

ma già audaci.

L’amore frena l’odio, avvizzisce la noia

e di ogni cosa stupisce.

Nel corpo è già una febbre,

nel cuore una speranza timorosa

e al posto suo una rosa.


DESIDERAR DI VIVERE

 

Vorrei aprirmi uno squarcio nella vita

in cui piano far passare un’emozione,

infilarci qui e là con le mie dita

un amore, una rivalsa od una lacrima

che non scenda solo per errore.

Salir lenta le scale dei miei anni

perché intanto raccolgo il mio vissuto,

indugiare tra cespugli di persone

delle quali sulla pelle aver l’odore.

Lasciar spazio a chi vuole me indagare

imparando a non recriminare,

tirar fuori la miglior parte di me

e donarla alla stessa mia persona

che più volte ha conosciuto l’amarezza

che comporta chi alla gente non si dona.


SPERANZA

 

Voglio vivere fino a morire

nel letto delle mie conquiste,

piccole gioie già percepite

e grandi estasi mai assaporate.

Solo così la fiamma perdura

e della fine non c’è paura:

se pensi che quel che hai immaginato

non resterà un sogno malato,

ma presto o tardi si tradurrà in atto

ed il tuo mondo sarà perfetto,

il miglior trono su cui siederai.

E di sognare non smettere mai.


IL SALOTTO DEI VECCHI

 

Ha una stufa nell’angolo, il salotto dei vecchi,

che resiste al suo posto anche se in pieno luglio.

Una bambola vintage che veste stantio

rintanata nel morbido di un vecchio sofà.

E lì accanto alla porta un carrello di tela,

quotidiano attendente di un solo padrone,

trascinato per mano, che fatica a star dietro,

come un bimbo riottoso che pena ti dà.

Spunta poi una coperta parcheggiata in poltrona

a tenere quel posto che occupanti non teme,

invasione di ospiti di un tempo che fu.

Da quel piano scordato non si elevano note,

le bottiglie in credenza non restano vuote.

Foto e quadri ti parlano di un passato trascorso

mentre un cesto da frutta ha trovato un riparo

che del freddo balcone nostalgia non gli dà.

Una pendola oscilla tra pareti silenti,

tra confetti scaduti e parati infiorati,

tra i ricordi ed i farmaci, tra il morire e l’esistere,

tra le pieghe già stanche di un nuovo giornale.

Il centrino convive con un vecchio cartone,

la ricetta del medico col tostapane

mentre accanto a un bel grigio c’è uno stinto marrone:

tutto ha un che di scomposto, tutto ha un che di vissuto,

tutto può raccontare pur se sembra taciuto.

È lo stesso salotto a parlare da sé:

è racchiusa una vita, in sei metri per tre.


A MARIA, PICCOLA DONNA

 

Ha dodici anni Maria, e tanti sogni nella tasca.

Due occhi neri aperti al mondo

e una protesta dentro il cuore.

Segni di tagli sulla pelle, segni di trucco in pieno viso,

un pianto in gabbia che non viene fuori

e forse neanche si perdona.

Risate e amici a piene mani, voglia di fare, voglia d’amore.

Dove vorrà trovar la meta

la guiderà il suo far precoce,

la sua saggezza acerba e adulta,

che parla infanzia mal congelata.

Non si ricorda questa Maria

di quel che è stato al cader delle foglie.

Nega a se stessa tanto dolore,

indossa lo scudo di giovane età

che della fine non ha percezione,

piuttosto tende all’immortalità.


SETTEMBRE

 

So che svanirai,

con le emozioni intense e brevi che concedi,

ma non mi tradirai,

ripetendoti negli anni col tuo cielo,

o mio settembre.

Col tappeto di nuvole di panna e azzurro di Sardegna,

col tuo afrore malinconico e di resa al mesto autunno,

coi tepori clandestini ed i passi disuguali

tra il principio e il tuo finire.

Con la tua preziosità,

della quale più m’accorgo se tu manchi al calendario.

Torna presto, mio settembre,

pur spazzando via ricordi, viaggi e amori,

pur essendo foriero di lavori,

pur volendo che l’estate ti si immoli.


DIS-AMORE

 

Il cuore mi ha posto uno strano agguato,

ma ciò che era in nascita è stato abortito.

Non lascia traccia di seminato

se sol da una parte è stato provato.

Non potrei dire che è stato perverso

il tuo modo di fare,

ma solo che non c’è stato verso

di farmi amare.

Non ho trovato una chiave di accesso

né potrei farti davvero un processo,

ma dirti solo che non c’è rancore

se dentro te non è nato l’amore.

Non si comanda né al cuore né ai matti

e del resto parlano i fatti:

se avessi colto un solo richiamo

o captato un solo segnale,

avrei avuto prova che nel mio cielo

non si sarebbe verificato

quel temporale che invece mi ha colto

abbattendosi dentro con una forza

che non è riuscita a scalfire la scorza,

ma è solo servita ad aprire una vena

che non stilla rosso ma vomita rime

e che per me il languore sopprime.


DIFENDI IL PRESENTE

 

Non gioire di un giorno che passa,

pur se brutto, noioso o che sia,

perché quello è un frammento di vita

che importanza vuol che tu gliene dia.

Pensa solo che il tempo che avanza

Implacabile, rapido o lento,

ha lo stesso rispetto che merita

quel che ancor ti procura speranza.

Quel che mediti di avere in pugno,

quel che forse cavalca le attese,

quel che forse dovresti tu vivere

senza aggiungere troppe pretese.

Quel che forse tarda a venire,

quel che forse vorresti raggiungere,

dopo aver lasciato alle spalle

quel che in troppa fretta vuoi chiudere.