Edmondo Tiberi - Poesie e Racconti

FIGLIO DEL PASSATO

 

Provengo 

Da stracci lisi

abiti scoloriti 

appartenuti ad altri

Da mattoni sconnessi

come le vite 

di chi li percorreva

Da acre odore di sudore

nelle camere ad agosto

Dalle stesse tinozze 

capaci di lavare

panni mai nuovi 

e bambini mai spensierati

Da povertà 

che nessun lavoro

ha mai cancellato

Da violenze 

di menti impaurite

per il mondo 

che vedevano cambiare

L’irreale è ora

scegliere 

i colori più intonati

le parole più mature 

i modi più adatti 

gli odori più armonici

gli amori più consoni

gli slanci misurati.

Avessi 

una vecchia casa 

con mattoni da cambiare

con pareti da inventare

con travi di legno vivo

ti ci porterei 

a cercare una via armonica

tra i passati pesanti 

ed un futuro di plastica

Quel terrazzo fiorito 

che guarda alla sera



PERDUTI NEL TEMPO

 

Dove eravamo

Quanti 

inutili pezzi di tempo, 

di vita: 

persi inutilmente! 

Nulla è inutile 

amico mio, 

il tempo 

è una sfera informe 

una specie di palla matta 

che prende 

le sue direzioni, 

un po’ come i ricordi,

chiusi 

dentro le pareti dei pensieri, 

anche a gettarli lontano 

alla fine,

seguendo percorsi 

solo apparentemente casuali 

tornano indietro … 

e ti ritrovo


ALBA

 

L’alba trafigge

le insidiose ombre notturne

la rugiada 

brilla sulle tele dei ragni

un fischio

poi dieci..cento 

risvegliano il bosco

Io che da tempo non dormo 

vivo questo nuovo risveglio

e ti penso 

e ti cerco 

tra gli alberi della mia mente

Ti ho vista 

con lo stesso ammirato stupore

della mia prima alba in montagna

E ti vivo 

e mi immagino la bellezza 

del giorno che arriva.


MARE

 

Il mare che trascina

e riporta

ci ha lasciati sulla spiaggia

lontani

non tanto da non vederci

ma stanchi

ognuno con il suo naufragio 

negli occhi

E ci incamminiamo 

per differenti orizzonti

voltandoci a volte 

per guardarci scomparire

cercando ognuno 

la sua prossima zattera

senza un cenno un saluto

solo rumori di onde monotone

a cantare un addio



PENSIERI INATTESI

 

Poi all’improvviso 

una nuvola strana

una solitudine 

un vento più freddo

la luna più grande

quella cazzo di canzone

un whisky di troppo

un pensiero che entra

un bel culo che passa

un cane che piange

il gatto che dorme

quella voglia di andare

quel bacio mai dato

dov’ero

cos’ero

chi sono

mi piaci

mi manchi

un amico

una moto

stasera mi ubriaco

un sorriso rubato

chi sei

le mie verità

le finte ragioni

ancora un sorriso

l’alba

i rumori

un volo lontano

le oche che tornano

la strada

quel mare irrequieto

un abbraccio

una figlia

le foglie

il sole non scalda

tu

una mano che cerca

occhi

respiri

ti penso

fuggire

la moto

dove sei

cosce e sudore

l’estate

la sabbia

aspettarti

la notte

la pace cercata 

Immaginare domani

Oblio



TRASPARENZE

 

Vorrei vederti 

ancora una volta nuda

attraverso i miei pensieri

finalmente trasparenti

Vorrei vederti nuda

per la prima volta

come non ti ho mai visto

coperta com’eri

dai miei stracci 

parodia di sentimenti 

E ti guardavo muoverti

intralciata da quei cenci

che io stesso 

ti cucivo addosso

Compiaciuto di vestire

ciò che non doveva

Vorrei vederti nuda

come ti sento 

ora

libera di muoverti

bella come sempre

come non ti ho visto mai.



PARIGI

 

Parigi trovata per caso

dentro ad un giornale vecchio di un anno.

Parigi pensata, cercata

che culli i pensieri più strani

come fossero veri.

Parigi gatta assonnata la sera

ti passi la lingua bagnata

a pulire le strade

per la notte che spera.

Parigi pensiero Normanno

di Gotica pietra grigiastra

e cuore latino che ride

alla gente improbabile

che ti accarezza la mano.

Parigi ventre trafitto

da un ferro elegante

che con la suo ombra slanciata 

nasconde chi sei veramente

Parigi che ladra, ti adorni

vezzosa di gemme rubate

alla gente del mondo

Parigi poi violentata, percorsa 

stravolta da gente che dal mondo 

frenetica ti viene a vedere

e non prova a capirti davvero.

Parigi dalle vie troppo grandi

per percorrerle soli

almeno un pensiero, una donna

una speranza che valga

per non perdersi dentro.

Parigi sulla collina più viva

sviluppi speranze passioni

artistici tratti

o rassegnate effusioni di linee

Parigi di lassù ti lasci guardare

la sera ti prepari a mostrare le cosce 

e le mille lascive notturne presenze 

Parigi promesse mai mantenute 

espressioni vistose di sesso

dalle esuberanti mammelle

Parigi mille finzione notturne

calore illusorio di alcool

Parigi ti muovi ed io fermo

non voglio guardarti

non alzarti le gonne

mi basta sentirti

carpire le infinite presenze

Parigi al mattino

un gran mal di testa

percorsa da folle affannate

ad inseguire il prossimo orario

un lavoro la casa l’amore

un niente che comunque lontano ti chiama. 

Parigi vetrina di genti,

speranze bestemmie ….

io, ..piccolo fuori la sfera

ugualmente distante dal centro

mi muovo e non trovo

tra le mille Parigi che penso

un fiume tranquillo

da cui farmi portare.


 

L’INIZIO

 

La mia vita é divisa in due parti distinte; esiste un “prima” ed un “dopo” che ovviamente ne subisce gli effetti. Mentre il “dopo” è punteggiato di luoghi che ho scelto o sono stato portato a scegliere, il prima è completamente circoscritto e rappresentato da una entità fisica ben definita; un insieme di mattoni, pietre, cemento, tubi, fili elettrici, bestemmie, sudore, lacrime, tegole, finestre…: dalla Casa! Non sto parlando di una casa, come credo sia giusto concepirla, quale uno spazio delimitato che contenga i servizi ed i confort per vivere i propri affetti, ricovero sicuro che dia tranquillità, dove ricevere gli amici e vivere serenamente con le persone care; casa che può essere cambiata se cambiano le esigenze, un qualcosa insomma al proprio servizio: no! Parlo di una entità che è passata attraverso centinaia di anni legandosi ad una famiglia ed utilizzandola per sé stessa, unico valore che sopravvive. Così nel suo cammino si è impregnata della vita di tutti, lasciando all’ ultimo occupante il compito di mantenere i ricordi dei fatti importanti, di difenderla e migliorarla tanto da diventare per costui una ragione di vita, più importante delle persone che contiene, più importante della propria vita. Fu durante il “dopo”, mentre combattevo per mantenere stabile il mio esistere costruito su un “prima” tanto costellato di voragini che sentii l’impulso di manifestarmi oltre quello di me che traspariva. 

Avrei voluto scrivere un libro che potesse raccontare la mia storia, così tragicamente particolare fin dal mio primo ricordo ed oltre indietro nel tempo, fino ad arrivare alle radici che rendono uniche le vite che sostengono. Finalmente avrei potuto raccontarmi ed insieme capire io stesso, lasciare una testimonianza a quanti si sentono diversi, sfortunati, non capiti o forse soltanto scontenti.  Così mi sono trovato a raccogliere i ricordi e le emozioni, dapprima i ricordi di inizio secolo, soltanto sentiti raccontare, ma così incredibilmente vicini alla mia vita, da averla condizionata, fino ad arrivare a quelli propri: i ricordi vivi. Ed allora improvvise si mescolano le sensazioni, gli odori forti, il caldo accecante di Agosti solitari, le lacrime che urlano ma non escono, gli adulti come Dei incomprensibili e l’amore, l’odio cieco, le risate le gioie grandi, le speranze. Poi, i mille tentativi di dare un motivo al nostro essere qui, che tornano immancabilmente al credere o non credere a questo grande Padre, ed i disperati Dio mio.. perché proprio io!? Episodi talmente diversi da qualsiasi altra storia sentita; così.. soltanto miei, da dover essere raccontati. Proprio allora, raccogliendo le idee per scriverli, mi sono accorto che poi effettivamente non erano del tutto miei, o meglio appartenevano indubbiamente, nella loro totale particolarità a me, ma anche a molte altre persone che avevano vissuto gli stessi fatti, costruendoci intorno, come del resto io stesso, la loro vita. Il rispetto per queste persone, per tutti i loro sentimenti e per i loro sforzi per vivere più normalmente possibile, mi impedisce di fatto di poter scrivere qualsiasi cosa che a loro si possa riferire.

 

Da qui la scelta dei “lampi di luce”, parole libere che cercano di contaminare l’indifferenza senza spiegare i perché, sussurrando semplicemente il proprio messaggio, come un foglio in una bottiglia affidato al mare frenetico e spesso indifferente degli animi di chi legge

LA CACCIA (mio padre e un incontro inatteso)

 

La notte era mite, anche se il vento trascinava le nuvole pesanti di inizio autunno, lontano a restituire la parte di mare rubata agli oceani. Il gioco di luna e di stelle che ne susseguiva era in un certo senso inquietante, le ombre morbide ed appena accennate si presentavano e scomparivano secondo i capricci del vento.

Il giovane Remo camminava spedito, mascherando dietro un passo sicuro le paure accumulate dai lunghi racconti invernali. Aveva consolidato un suo sistema per non cadere preda della sensazione di presenze oscure pronte a manifestarsi: tutta la sua mente si concentrava a pensare alla giornata di caccia che di li a poco più di un’ora sarebbe iniziata, con le prime luci dell’alba, piuttosto che alle mille storie di streghe e lupi mannari che riempivano le serate delle famiglie allargate, racconti di fine cena, che rappresentavano la colonna sonora dell’addormentarsi dei più piccoli. Remo, grande non lo era ancora, tredici anni ed una passione che lo spingeva ad alzarsi alle 4 del mattino, prendere il fucile piccolo, quello ripiegabile, nasconderlo sotto il mantello, poi il cane … e via a piedi attraverso le vie deserte della cittadina, passando per la campagna circostante, con passo svelto fino ad attendere l’alba sulle prime pendici dei monti.

La passione per la caccia aveva sempre mosso l’animo turbolento dei maschi di casa Tiberi e lui, ne rappresentava l’espressione, più promettente, la più precoce senza dubbio. La vaghezza delle leggi e l’assenza di controlli veri e propri permettevano a questo tredicenne senza licenza di andarsene a spasso per le campagne a cacciare. D’altra parte il pericolo reale di fare brutti incontri, in questo entroterra della provincia marchigiana di fine anni trenta era remoto, per quei tempi, però l’immaginario collettivo, era denso di storie e credenze di entità inquietanti.

Dunque camminava con passo svelto, la sua andatura provocava lo sbattere ritmico dell’acciaio del fucile contro il fianco e la coscia, restituendogli una sensazione di sicurezza, il fucile era l’espressione del suo potere, un insieme di legno ed acciaio che rappresentava il mezzo e la ragione del suo girovagare per le campagne, la caccia era fatica, ricerca, conoscenza dei luoghi, delle abitudini della selvaggina, ma poi la sua espressione finale stava tutta in quell’allineare l’occhio attraverso l’acciaio della canna all’animale in movimento, mirando dove l’attimo successivo allo sparo la preda sarebbe passata. Il tutto era gratificato dalla finalizzazione, la riuscita … la fatica, la ricerca lo sparo si materializzavano attraverso il peso abbandonato della preda che dalle sue mani finiva nella bisaccia, la “catana”, da dove sarebbe uscita in casa, alla presenza dei genitori con quel misto di orgoglio e vanto che aumentava la sua autostima ed indirizzava il suo futuro sempre più verso la caccia.

Ora se ne andava inseguendo questa sua passione, malgrado il contrasto aspro di quella età che proponeva le paure e le voglie del bambino dilatate dai sogni ed i desideri del ragazzo. Così si avvicinava alla parte peggiore, del tributo che per assaporarla era tenuto a pagare: infatti per raggiungere la zona di caccia doveva forzatamente passare davanti ad un cimitero.

Prima ancora di vederle “sentiva”, immaginava, le centinaia di fiammelle dei lumini che l’incoerenza ed atavici retaggi accomunavano con le anime dei morti a cui erano dedicati, allora si preparava accelerando il passo con qualche decina di metri in anticipo, per passare davanti al cancello, senza variazioni (l’amor proprio glielo impediva), ma velocemente. L’opera si completava riempiendo la mente di pensieri veloci e frenetici, e mantenendo lo sguardo, avanti, sulla strada, senza volgere la testa verso il cancello, perché sapeva bene che se lo avesse fatto, questo avrebbe catturato tutta la sua attenzione e sgombrato la mente, lasciandolo “nudo” davanti a quei lumini con l’impulso irrefrenabile di correre, e la sensazione di oscure presenze che lo rincorrevano.

Questa volta però qualcosa si frappose tra lui e la sua tecnica collaudata, qualcosa che non poteva ignorare e che rendeva inutile qualsiasi artifizio. La coda dell’occhio che si costringeva a mantenere fisso sulla strada testimoniava senza ombra di dubbio una presenza una figura accanto al cancello ….. e di qui iniziò un susseguirsi di momenti assolutamente mai considerati nemmeno immaginabili. Lo sforzo sproporzionato per non volgere lo sguardo, tolse di fatto ogni energia al suo procedere, per cui il passo divenne lentissimo, fin quasi a fermarsi, fu allora che la figura, si staccò dal cancello, e venne verso di lui  e Remo vide quella candida veste ed il volto diafano che contrastavano con i lunghi capelli neri scomposti, quelle bianca figura emergeva più o meno dall’oscurità in una altalena di luci e ombre che seguivano i capricci del vento e delle nuvole che scoprivano o nascondevano la luna. Non poteva più formulare ipotesi o cercare nella sua esperienza fatti simili che permettessero rassicuranti automatismi, lui era fermo, in procinto di essere avvicinato da questa donna irreale che si rivolgeva camminando con un braccio proteso verso di lui, lentamente chiamandolo con un nome che non memorizzò, mentre capì benissimo “figlio mio” vieni con me … torna da me! Irreale la scena, irreale il fatto che i pochi metri si consumavano con una lentezza esasperante.

Nessuno potrà mai dire quanto effettivamente durò questo attimo di incertezza, l’unica cosa certa e che nemmeno 10 minuti più tardi mio padre si era infilato tremante nel letto tra mio nonno e mia nonna, che non capivano il perché, ma lasciarono fare. Il giorno dopo mio nonno incontrò lo spazzino che dalle nostre parti chiamavamo “scopino” e che se ne andava in giro sul far dell’alba con due bidoni su un carretto a due ruote, la scopa di vinco e la tromba di ottone invidiata da tutti i bambini. Lo spazzino che conosceva bene la mia famiglia chiese a mio nonno cosa ci facesse il figlio alle 4,30 di mattina correndo a rompicollo  per le vie di Fabriano. Naturalmente i miei diedero al fatto una spiegazione accettabile: abitava non lontano dal cimitero una donna a cui era morto il figlio tredicenne poche settimane prima, quindi si dissero che doveva essere lei che stravolta dal dolore davanti al cimitero, in camicia da notte vagava sconvolta e che aveva scambiato la vista, improbabile di un ragazzino tutto solo alle 4 di mattina con quella ancora maggiore di un ritorno … di un interessamento di un qualche Dio che avesse voluto restituirle il figlio. Io non so cosa fosse veramente successo, ma posso dire che questa storia si è aggiunta alle tante che hanno accompagnato il mio addormentarmi con il capo sul tavolo alla fine di cene dense di storie e di ricordi, nel tempo in cui non c’era la televisione, ma era il vociare degli adulti la colonna sonora che conduceva al sonno i più piccoli.

Ora tutto questo non esiste più, le famiglie sono scarne, essenziali ed è la televisione ad accompagnarci tutti verso il sonno, per cui le storie si sono fermate alla mia generazione, i mille personaggi reali e fantastici sono sul punto di scomparire, le mie figlie ignorano le oscure presenze raccontate evocate da “protagonisti”, streghe, stregoni, lupi mannari, raccontati da chi aveva visto, o conosceva qualcuno che aveva ”certamente visto”, tutto finisce, ma forse qualcosa può essere scritto e  sottratto al nulla che avanza.



Una storia di altri tempi. L’Aermacchi 125-51

 

Io non ci volevo credere, ma ora come ora devo riconoscere che “la vecchiaia” porta l’essere umano a cercare i ricordi lontani, a rivisitarli e farli rivivere. Per questo gli anziani raccontano sempre del militare e di tante cose che all’ascoltatore sembrano appartenere ad epoche lontanissime.  Oltre a questo, lo sviluppo tecnologico e i grandi cambiamenti degli stili di vita fanno apparire quei fatti ancora più desueti, quasi storie improbabili o racconti ottocenteschi.  

Questa storia comincia in un paesino sul lago di Como, (Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno ….. e segna il punto dove l’Adda esce dal lago) il paesino si chiama Olginate, io avevo 12 anni circa, quindi eravamo nel 1965, massimo 66 e la mia famiglia si era da poco trasferita li perché mio padre faceva il ferroviere e il passaggio di qualifica imponeva un qualche trasferimento.

Ai tempi il solo mezzo di locomozione di casa era una lambretta 125 del 1953 con cui mio padre, con qualsiasi tempo e a qualsiasi ora del giorno e della notte andava a lavorare a Lecco (credo che fosse ad una quindicina di Km) oltre naturalmente a portarci la famiglia tutta abbarbicata sopra, per qualsiasi situazione di spostamento.  La formazione era: mio padre guidava sul sellino conducente, mia madre seduta di fianco (con tutte e due le gambe da una parte) sul sedile passeggero. Mia sorella seduta tra i due sellini (il vuoto veniva colmato da una coperta arrotolata) ed io seduto davanti, sulla ruota di scorta tra lo scudo ed il sellino del guidatore.

Era da poco morto un fratello di mio nonno che viveva a Milano In via Palmanova e la moglie aveva scritto a mio padre (i telefoni erano rari) Che nella cantina c’era una moto che questo fratello di mio nonno che si chiamava Bruno non usava da anni, e che se la voleva gliel’ avrebbero regalata.

 

Naturalmente andiamo a prenderla! Oggi sarebbe tutto semplice, ma allora si prende il treno e si va. Arrivare a via Palmanova con il tram è stato abbastanza semplice, arriviamo dai parenti che ci portano in cantina: lì vediamo un ammasso di metallo e ruggine che nessuno avrebbe mai preso in considerazione come mezzo di trasporto! Nessuno! Ma dato che mio padre era qualcuno, decidiamo (per modo di dire in quanto non penso che il mio parere avesse una qualche valore) di portarcela via! L’espressione dei parenti sembrava proiettare un pensiero del tipo: meno male non dobbiamo chiamare il ferrovecchio per liberare la cantina! Comunque la portiamo via! Già! Solo che abbiamo dovuto far fare al gioiellino meccanico le scale della cantina! Dopo una buona mezz’ora e tutti sudati, abbiamo finalmente la moto a livello strada. Il più è fatto: magari! Avete presente quanto è lontana Via Palmanova dalla stazione ferroviaria più vicina? Io non lo so, ma spingendo la moto a bordo strada in mezzo al traffico a me è sembrata lontanissima. Poi si fa il trasporto bagagli in treno e si parte! Uno pensa, beh è stato faticoso ma è fatta! Non credo proprio! La stazione ferroviaria a Olginate non c’è, quella più vicina è Calolziocorte, saranno 3 o 4 Km sempre spingendo la moto (per così dire!).  La lunga giornata finisce e arriva finalmente il meritato riposo.

Il giorno dopo si passa ad esaminare la moto e a prendere decisioni importanti. La moto in questione era una Aermacchi 125 2 tempi 4 marce una sorta di scooter a ruote alte (sulla falsariga del Galletto della Guzzi) modello 51 che doveva essere il primo anno di immissione sul mercato.

Da quel giorno e per un paio di mesi è iniziata l’opera di restauro. Mio padre era il meccanico ed io il garzone, è stata la mia prima esperienza su una moto. Abbiamo smontato ogni piccolo pezzetto, mandato a cromare quello che doveva e verniciando noi il resto, Il motore è stato aperto, sostituite le fasce, il magnete con le puntine platinate da regolare per far la scintilla al punto giusto una poesia! Dopo un paio di mesi la famigliola viaggiava  a ruote alte sempre tutti abbarbicati sulla nuova moto. Anni fa sono stato in India ed ho visto famiglie di 3 o 4 persone abbarbicate allo stesso modo,  solo che loro erano un po’ più scuri di pelle, le moto un po’ più moderne ed i vestiti delle donne (sempre sedute di fianco) un po’ più variopinti.

Ah, dimenticavo, la lambretta del 1953 è restata a casa ed ha aspettato i miei 16 anni per essermi affidata, lei del ’53 e anche io del ’53: due 16enni sulle strade dell’adolescenza!