Federico Ferretti - Poesie

La follia mi stringe in un abbraccio

mi ruba un bacio nella notte

mi pizzica una natica e poi

un dito, aguzzo fra le costole.

“É un gioco – mi dice -

e questo tuo braccio

spezzato, vedi?

Se fossi abbastanza per me,

degno,

ti ditruggerei. In pezzettini

minuscoli.

Quei tuoi occhi così lucidi

li berrei

come fossero ambrosia”

Mi morde il labbro,

tenta di succhiarmi

la coscienza via dal corpo.

“Di te non deve rimanere nulla

Nulla – che non sia mio”

Con un sogghigno squadrato

poi mi prende e mi trascina

come una pezza sul pavimento

di altri corpi travagliati.

 

Guardali come sono obbedienti

come non oppongono la tua resistenza.

Futile.



Io sono una gemma grezza

Siedo su uno scrittoio francese

appoggiato come fermacarte

fra pile di lettere mai spedite

in costruzione.

 

Vengo baciato dalla luce

calda di un pomeriggio estivo.

 

É il mio momento migliore.

 

Getto radici di riflessi

color del miele puro

sulle venature scure del legno

ramifisco scintillii sulle pareti

schegge di abbagliante bianco

gettate sul vento immobile della tempera.



Che senso ha vivere

se non si sente il vento tra i capelli?

 

Se ne sono andati pure loro

da questo corpo morente

consumato dalle sue stesse cellule

cannibali.

 

Mi sparano nelle vene

come pallottole liquide

il veleno della vita.

 

Perdo coscienza e vomito

anche la mia anima tenta la fuga

mi lascia da solo

steso su questo letto asettico.

Sento il corrodersi

delle mie cellule

come un vespaio



Questi sassi sono ruvidi

taglienti

contro la mia pelle chiara.

Batte un cuore

in questa roccia

intrappolato nella sua gabbia toracica

di frammenti di pietra.

Così è lo stesso suono di un cuore di carne e sangue,

fiato sprecato contro le barriere degli altri.

Ci vuole coraggio

per battere sempre lo stesso numero di volte

in un minuto.

Una dedizione solitaria

un dominio personale infallibile

per non saltare una ripetizione,

una ogni tanto.

Bisogna avere le mani di Dio

per non far suonare

disarmonico

il cuore di un uomo.



Lievemente

sporcano questi segni di grafite.

Scorrono sul foglio

come piccoli fiumi

neri di significato.

La pagina diventa

il letto del Rio delle Amazzoni

le sponde sacre del Gange

il florido verde che sconfina

nel deserto, lungo il Nilo.

Solco la corrente, al contrario,

risalgo fino al pensiero.

l’idrogenesi della mia anima.

Cerco la cartina per queste

acque tumultuose di futuro

e mi risponde solo l’inchiostro.



Mi fa paura

l’immensità

di questa pagina bianca.

É un arido terreno

dove la mia anima

non riesce a gettare parole.

Così mi vince,

il vuoto della tua mancanza

e rimango ad ascoltare

il cuore che batte

contro le ossa

della cassa toracica.

La nostalgia rimbomba

nell’inerzia delle mani



I pirati ti rubano il cuore

poi salpano per terre lontane

conoscono la geografia del tuo corpo

e del mare che lo separa da loro

hanno la pelle riarsa dal sole

e gli occhi umidi

e salmastri

dell’acqua del mare.

 

Io sirena, che rimango e canto

della lontananza e del tuo ritorno

a casa,

io che non ho altro

se non le parole

con cui mi hai lasciato.

 

Le ripeto

eco ossessivo di speranza

 

Tornerò Tornerò Tornerò



Stringo la mano del Maestro mentre continua a tossire. La malattia se lo sta portando via in maniera inesorabile e lo sappiamo entrambi. Io, giovane e spaventata da quanto sta per accadere, da quanto sta per cambiare la mia vita; lui, ormai vecchio e stanco, impassibile davanti alla propria morte.

“Il nostro viaggio non ha una fine… Il saggio Fharlanghn mi porterà con lui per il mondo… Ci sono ancora così tante strade da percorrere…” – mi dice con la sua voce bassa e rauca – “Non aver paura per me…”

Vorrei dirgli che ho paura, invece. Di tutto. Di perderlo, lui che è stato la mia guida fin dal momento in cui mi ha salvato la vita, delle creature spaventose e orribili che ho promesso di combattere, che tuttavia affollano il mondo e i miei incubi, di tutte le strade sconosciute che devo ancora percorrere, da sola.

“Eri così piccola, indifesa, quella notte…” – tossisce ancora, poi, inaspettatamente, sorride. Curva gli angoli della bocca, il suo viso viene segnato da una fitta rete di rughe profonde – “Ti ricordi, quanto eri spaventata… eppure così forte, sveglia…”

Il momento che ha segnato la mia vita.

La mia famiglia è sempre stata nomade. Viaggiatori in cerca di nuove terre e popoli ma soprattutto nuovi mercati, merci pregiate e monete sconosciute. Io con loro, sempre in un posto diverso, conoscendo gente nuova, con quella spontaneità che hanno i bambini, senza mai giorno di tristezza o di paura. Il tutto strappato, in una notte, una sola lunga notte di molti anni prima.

Ci accampiamo al margine di una foresta, dopo un’intensa giornata di mercato. La mia famiglia fa parte di una carovana di poche altre persone e questa sera, forse per il cielo coperto da nubi e il freddo pungente, la conversazione è più breve e spigolosa del solito, senza spazio per troppa cordialità. Ricordo di essermi addormentata fra le braccia di mia madre, nella nostra tenda modesta davanti al fuoco crepitante del campo. Poi dopo un tempo indefinito, un urlo mi strappa dal sonno. Mi alzo, corro fuori dalla tenda. Il fuoco è spento, la luna nascosta ma intorno a me i suoni sono vivi: una donna urla di nuovo, una spada viene estratta velocemente dal fodero, passi pesanti strisciano sul terreno. Un’ odore acre, simile a quello delle carni andate a male perché lasciate troppo al sole, mi colpisce distintamente, tutto intorno a me. Sento qualcosa che si avvicina, dalla mia destra e faccio appena in tempo a voltarmi e a scansarmi, quando vedo un uomo che quasi mi afferra. È lento, impacciato e appena un po’ di luce filtra dalla coltre di nubi, vedo che non è un uomo. O almeno, non lo è più. Al posto degli occhi brillano due luci viola, come fiamme immobili. La pelle del viso è in putrefazione e sul teschio sono ancora attaccati alcuni capelli ma non ha più niente di umano. Non rimane nulla dei vestiti che doveva avere sicuramente avuto o della pelle, tranne per pochi brandelli di carne che penzolano dagli arti, lasciando scoperte le ossa bianche del corpo. Corro verso il margine del campo, nella notte, chiamando disperata i nomi dei miei genitori, sperando di non incontrare altre aberrazioni come il teschio da cui sono appena sfuggita. Sento distintamente i suoni di un combattimento alle mie spalle, coperti dal battito del cuore che mi pulsa freneticamente nelle orecchie. Continuo a correre, allontanandomi nella direzione che penso si avvicini alla strada, in cerca di un riparo, di un aiuto… di qualsiasi cosa. Finalmente sento la strada sterrata sotto i piedi e scorgo, grazie al chiarore della luna che ha fatto capolino da una nuvola, la sagoma di un edificio basso poco lontano. Corro verso la porta e mi lancio contro la porta, che si apre alla mia spinta e mi lascia entrare. È un piccolo tempio, con un altare modesto alla fine della stanza, in cui sono sparse alcune sedie e un paio di giacigli. Sull’altare è dipinta una falce di luna rivolta verso il basso, verso una linea orizzontale curva.  Ho visto quel simbolo molte volte, lungo le strade, inciso sui cartelli, disegnato sugli stipiti delle locande: è un tempio del dio dei viaggiatori, Fharlanghn. Invoco aiuto ad alta voce, sperando che ci sia qualcuno, un chierico, un pellegrino, chiunque possa aiutarmi.

“Guarda guarda, eh, cosa mi ha portato il vento!” – Una risata fredda risuona dalla penombra dietro l’altare. Una figura alta e vestita di nero, emerge dalle ombre, diventando sempre più consistente. Ha capelli corvini e spettinati, la parte destra del viso segnata da profonde cicatrici scure, come una maschera macabra. Gli occhi sono rossi e iniettati di sangue, la bocca aperta in un ghigno malvagio, con denti marci e rotti. Tiene in mano un piccolo globo dorato, coperto di pietre preziose che brillano nella poca luce che entra dalle finestre. Lo lancia in aria e lo riprende, con fare ritmico, quasi fosse un tic. Indietreggio cautamente verso la porta, cercando di fargli notare i miei movimenti il più possibile. Se arriverò alla porta sarò salva, potrò scappare.

“Oltre a questa bella reliquia, eh… porterò a casa anche un po’ di sangue fresco” – la sua faccia si deforma nuovamente e poi, prima che io possa scappare, compie un gesto veloce con la mano. Cado a terra, come se qualcosa di invisibile mi avesse spinto e mi stesse tenendo a terra. Lo sento avvicinarsi, i suoi passi sempre più vicini, fino a che non è sopra di me. Appoggia la sua mano con le unghie affilate sulla mia guancia, mi scosta i capelli rossi dal viso.

“Questi tuoi occhi scuri staranno proprio bene nella mia collezione, eh… hmmm… Lo senti eh, questo suono? È il tuo cuore, vivo, pulsante… Pronto per essere mangiato eh” e con le unghie affilate comincia a tracciare solchi profondi sulla mia pelle. Il dolore è troppo, lancinante, non posso muovermi, scappare, urlare, non posso nulla. “Solo morire” penso. Poi un bagliore improvviso di luce illumina tutto, i miei occhi vengono accecati. E tutto diventa nero.

“Sì, eri spaventata, sì… Eppure ti sei ripresa subito. Hai accettato tutto con una grande forza d’animo: gli zombie che attaccano la tua famiglia, il negromante che quasi ti ha uccisa… Non credo nemmeno che tu avessi bisogno di essere salvata… Te la saresti cavata comunque, no?” Sorride ancora, prima di un altro violento attacco di tosse, il suo intero corpo scosso da un tremito incontenibile.

“Sì, tutto è andato per il meglio” – gli dico, stringendogli la mano ancora più forte. Ripenso ancora a quella sera, a come il Maestro ha salvato me e la mia famiglia da quel mago e dai suoi mostri, da come mi ha mostrato che un cammino nuovo era possibile. Come mi ha mostrato che tutte le strade, quelle della terra e del cielo, tutte appartengono all’Abitatore dell’Orizzonte. “Tu, tu sei stato il giorno più fortunato della mia vita, il saggio Fharlanghn non poteva farmi regalo più grande”

Mi guarda con i suoi occhi profondi e mi tira a sé. “Piccola mia, sei stata una brava discepola. Sempre lì a studiare, instancabile contro le tue paure… So che hai ancora gli incubi… Sempre con questo cuore buono, me lo dicevano tutti… In ogni tempio che abbiamo visitato, ogni persona che hai assistito… <ha proprio un buon cuore> mi dicevano… Ti adoravano tutti… L’ho visto in te, l’ho sentito in te da quella sera e sempre… Ma ora devi andare. Il mio viaggio verso l’Orizzonte deve proseguire e anche il tuo…” Mi sorride nuovamente, con gli occhi stanchi. Sorrido anche io. Sapevamo entrambi di questo giorno, sapevamo che sarebbe arrivato. Ora che è qui, entrambi lo dobbiamo accettare.

“Va’ verso Friud… Lo sai, le nozze… E poi chissà, chissà dove ti porterà la tua strada… Buon viaggio e buon cammino! E chissà, chissà, forse un giorno potremo incontrarci di nuovo… Lungo la strada…”

Stringo la sua mano un’ultima volta e gli chiudo le palpebre ora pesanti.

La cerimonia di sepoltura è breve, il tempo del lutto è immenso. “La morte è solo la curva della strada” mi diceva sempre “Morire è solo non essere visti”.

Così mi rimetto in viaggio, come il mio Dio vuole e, se me lo concederà, un giorno forse, rivedrò il mio Maestro.

Lungo la strada.

 

Quella casa era sempre stata disabitata. Si erano persi negli annali i dettagli di chi l’avesse costruita e per quale scopo, di chi l’avesse abitata e poi abbandonata e nessuno si era dato troppa pena nel ritrovarli. Situata appena fuori dalla cinta muraria di Freddaluce, la casa era modesta e anonima e spesso i viaggiatori, costretti a passarle proprio di fronte, non ci facevano caso: nessuno notava come il vento e le intemperie non avessero intaccato il tetto di paglia o come l’incedere del tempo non avesse segnato i muri di pietra e l’alto camino. Anche la porta, infine, sembrava non avesse sofferto dello stato di immobilità a cui era costretta: solida e inflessibile per anni e anni. Fino a quel giorno di primavera.

Vandea Lainor era arrivata in un giorno di tempesta: tuoni e fulmini scuotevano il cielo con incredibile forza e la pioggia cadeva pesante e incessante, accompagnata da un vento gelido, carico di crudeltà. Con i capelli biondi portati dal vento e i modesti vestiti da viaggio completamente inzuppati, si era fermata davanti alla porta della casa e aveva sorriso. Era proprio come l’aveva descritta l’uomo del sogno, quello strano, affascinante individuo che ogni notte le faceva visita. Aveva sentito le sue parole distintamente, troppo cristalline e decise per essere frutto della sua fantasia, che le dicevano di partire, di lasciare quel poco che aveva e quella vita precaria, per trovare proprio quella casa, le venature del legno di quella specifica porta, i mattoni scuri di quei muri. Lei era partita, spinta da una forza che non riconosceva, dalle promesse fumose della notte e nonostante il viaggio fosse stato difficile e spossante, non aveva mai perso la speranza, aveva continuato a credere che quel vagabondare avesse una fine, una scopo, ed ora l’avevo trovato: era a casa.

Inizialmente nessuno se n’era accorto: il fumo che usciva dal camino era passato inosservato, i vestiti appesi ad asciugare al grande albero di fronte alla casa non erano nemmeno stati notati, la luce fioca delle candele si era persa nelle notti buie; fu solo il muro ad attrarre l’attenzione dei viaggiatori e poi dei cittadini. Da quando era arrivata, Vandea aveva cominciato a costruire un basso muro di pietre, raccattate qua e là dalla brughiera: aveva disegnato un perimetro circolare, il primo giorno, solcando la terra con un bastone intorno alla casa, lasciando solo un piccolo passaggio, al limitare della strada. Ogni giorno si dedicava alla costruzione del muro, con zelo e ardore, spinta da una forza sconosciuta: la forza di quell’uomo misterioso, dai capelli scuri e gli occhi di ghiaccio, dalle vesti scure e i modi gentili, che ogni notte le prometteva sicurezza e prosperità. Bisognava proteggere la casa, le diceva, mentre le accarezzava i capelli sciolti sulle spalle, perché il futuro è incessante e quella, solo quella, sarebbe stata la sua salvezza. Dopo alcune settimane di lavoro, quando posò l’ultima pietra, Vandea ricevette anche la prima visita. Un uomo vestito elegantemente, seguito da tre guardie a cavallo, si era fermato al limitare della strada, una mattina soleggiata. Si era fatto annunciare come uno dei consiglieri della città, intenzionato a scoprire di più sulla strana donna: chi le aveva dato il permesso di risiedere nella casa, chi di costruire il muro? Chi era, da dove veniva, che diritti aveva di rimanere lì? I modi melliflui e autoritari dell’uomo non spaventarono Vandea che, in cuor suo, sapeva che l’uomo non avrebbe potuto niente. “Sono stata portata dal vento” rispose con determinazione “che mi ha lasciata qui. E qui rimarrò.”. Il consigliere Horz la guardò a lungo, prima di decidere in cuor suo che non ne valesse la pena. Qualcosa lo intimoriva: lo sguardo fermo della donna, quella casa così vecchia che fin da piccolo gli aveva messo i brividi, l’atmosfera che regnava in quel preciso istante, come se qualcosa fosse rimasto di non detto fra i due, ma percepito da entrambi. Si disse che la donna non stava dando fastidio a nessuno e comunque la casa non era di nessuna utilità. Se ne andò con le sue guardie al seguito e sperò di non dover tornare mai più.

Quella notte l’uomo si ripresentò a Vandea, come faceva tutte le sere. La strinse tra le braccia e la baciò a lungo. “Mia cara” le sue parole sembravano provenire da lontano, eppure erano chiare e soavi “sai cosa devi fare. Per completare il cerchio, manca ancora un sigillo.” La baciò di nuovo, prima di spiegarle nei dettagli cosa avrebbe dovuto fare. Il mattino dopo, Vandea raccolse le erbe che le erano state indicate, usò una picola ciotola per raccogliere il sangue del gallo che aveva ucciso, come le aveva spiegato. Infine pronunciò alcune parole che non comprendeva appieno, mentre disegnava simboli sconosciuti lungo il perimetro interno del muro. Partendo da un’estremità, quando ebbe completato tutta la circonferenza e arrivò all’altra estremità, si sentì completa e sicura, per la prima volta da molto tempo. Accese una candela sulla finestra che dava sul piccolo orto posteriore, per concludere il rituale e richiamò alla mente le parole che le erano state sussurrate nel sogno la sera precedente: “Quando il cerchio sarà completo, la nostra nuova vita potrà cominciare”.

Per un anno tuttavia sembrò non succedere molto. Vandea aveva continuato a vivere in tranquillità, sognando alla notte il suo uomo misterioso, conducendo una vita rispettosa di giorno. Si raccomandava che nessuno sapesse dei miscugli di erbe che regalava alle donne per sedare i mariti maneschi almeno una sera, si raccomandava che gli amuleti che fabbricava per gli agricoltori delle fattorie vicine, fossero ben piantati nelle profondità della terra in notti scure e che i frutti prosperosi dei campi fossero attribuiti alla pioggia, o al terreno. Nessuna delle ragazze che aveva aiutato, poi, a liberarsi degli inconvenienti che crescevano nel loro utero dopo sconsiderati pomeriggi di passione con i giovani della città, aveva voglia di raccontare questa storie alle proprie famiglie. Vandea sapeva che passare inosservata le avrebbe risparmiato molti problemi, perché sapeva che le sue pratiche avrebbero potuto essere mal viste, mal interpretate, ma se ne preoccupava poco: sapeva di non stare facendo del male a nessuno che non se lo meritasse e soprattutto, notte dopo notte, sapeva che sarebbe stata protetta, fino a che una candela sarebbe rimasta accesa alla sua finestra. L’uomo dei sogni la rassicurava e il loro amore cresceva forte, ogni notte di più. Ben presto, tuttavia, sempre più voci arrivavano all’orecchio del sovrintendente Horz. Chi diceva che fosse una strega, chi un’ammaliatrice. Chi per certo sapeva aiutasse le donne come levatrice, chi aveva parlato delle erbe che gli erano state consigliate dall’erborista. All’inizio l’uomo decise di ignorare queste voci: il popolo era ignorante e dopotutto, non era nei suoi interessi immischiarsi in questi fatti di poco conto. Le sue casse continuavano a riempirsi e l’ordine continuava ad essere mantenuto. Ci vollero alcuni mesi ancora, prima che si decidesse a far di nuovo visita alla donna.

Quel giorno la donna lo aspettava sulla soglia, segnata dall’apertura nel basso muro. Non fu sorpresa di vederlo, né di vedere il suo drappello di guardie, questa volta più numeroso. Horz si fermò ancora una volta a qualche metro di distanza. Non avrebbe saputo dire perché, ma quella donna lo intimoriva ancora di più. Era il suo sguardo freddo, la sua postura rigida, il modo in cui la mano si cingeva il ventre gonfio con fare protettivo. Sarebbe potuta passare per una perfetta rappresentazione della Grande Madre Nienna, se non fosse per un’ostilità palpabile che emanava il suo intero corpo, una ferocia che sentiva scorrere sotto l’apparenza stoica della donna. “Vorrei parlare con vostro marito” le disse con il suo tono più autoritario. “Non vi è alcun uomo in questa casa, siamo solo noi” – sembrava non battesse nemmeno le palpebre, tanto era fisso il suo sguardo. “Eppure portate in grembo un bambino” la voce del sovrintendente tremò leggermente e giurò a se stesso che la donna se ne era accorta, che l’aveva sentito. “Il mio amore è lontano, questa casa è solo nostra”, il tono imperioso della donna sembrava chiudere il discorso. Horz voleva andarsene il più in fretta possibile, quella storia non gli piaceva. Concluse brevemente la visita, non certo di cortesia. Le disse di come gli erano giunte le voci, i sussurri, i pettegolezzi e di come avrebbe preferito che cessassero, prima di far intervenire le guardie e i giudici del tempio. Non vi era posto, nell’ordine e nella fede di una città così per bene, per questo genere di pratiche. Che lo ritenesse un ammonimento. “E sia” concluse Vandea, impassibile. “E sia…”. Horz tornò alla sua casa, senza smettere di pensare alla donna, sperando di non sentirne parlare mai più, di non dover intervenire in quella faccenda ulteriormente. Ricevette notizie della donna solo quell’inverno, con la prima nevicata. Era nato un bambino in quella casa.

Moran Lainor era un ragazzo particolare. Il suo aspetto poco convenzionale, capelli bianchi come la neve, due grandi occhi azzurri che fissavano il mondo con avidità e una certa aria di sufficienza e la reputazione della madre, avevano fatto sì che crescesse solitario, osteggiato dai suoi coetanei, cosa che non aveva di certo aiutato la sua natura taciturna e indipendente. La madre ne aveva assecondato la curiosità e lo aveva spinto a migliorarsi, a conoscere sempre di più, gli aveva insegnato quelle poche conoscenze che l’avevano protetta dal mondo fino ad ora. Tuttavia, Vandea non poteva dire che Moran fosse docile. Era stato difficile, da bambino, tenerlo sotto controllo ed evitare che scorrazzasse fuori dalla sua supervisione, che si cacciasse in una qualche scaramuccia con gli altri bambini che lo additavano e lo sbeffeggiavano. Da adulto, poi, la sua tenacia e la sua indipendenza scorrevano impetuose sotto quell’aria spesso altera e quasi disinteressata che mostrava al mondo. Anche la sua rabbia e la sua solitudine, grandi e impetuose, affioravano con forza quelle rare volte che qualcosa faceva perdere le staffe al giovane. Vandea sapeva che quelli erano i momenti peggiori, i momenti in cui Moran aveva più bisogno di lei, perché il loro segreto doveva essere tenuto tale e il ragazzo non sempre era capace di contenersi. Vandea sapeva che Moran era potente. L’uomo dei sogni, suo padre, il suo Veles, che ogni notte le tornava a fare compagnia, glielo aveva preannunciato, la notte che insieme avevano generato quella vita: “Nostro figlio avrà nel sangue un grande potere, un potere difficile, di una discendenza nobile e potente. Un dono e una maledizione, che lui, come me, dovrà imparare a conoscere e ad accettare nella sua vita.”. Così infatti era stato, da quando era nato. Le parole di Moran, a volte, risuonavano di un potere antico e lontano, i suoi gesti, quando non erano controllati, producevano piccole meraviglie. Vandea sapeva che era una magia diversa dalla sua, di infinitamente più grande portata e sapeva che non avrebbe mai potuta capirla appieno, così la aveva semplicemente accettata. Aveva visto accendersi il camino sotto il suo sguardo, aveva visto i suoi giocattoli di legno levitare, aveva visto ombre danzare ai gesti del figlio e aveva accettato tutto, senza battere ciglio, sapendo solo che avrebbe dovuto proteggerlo, da un mondo che non capiva e che non avrebbe accettato facilmente come lei. Moran, da parte sua, aveva capito fin da subito di essere diverso. Lo aveva visto negli occhi della gente che lo incontrava per strada, nei bambini che gli tiravano le pietre per scherno, nello sguardo preoccupato della madre. Lo aveva sentito, anche, in maniera potente e distinta, nel sangue, nello stomaco, nelle mani, quando il potere sfuggiva al suo controllo. Faceva parte di lui e lo sentiva, come un eco, una vibrazione costante, nel mondo intorno a lui, a volte soffuso, nascosto, altre volte chiaro e distinto e potente, nelle sue parole e nei suoi gesti. Quando era cresciuto, sua madre gli aveva spiegato che non era un dono che avevano tutti, che molti non lo consideravano nemmeno un dono. Era una rarità, una maledizione agli occhi del mondo, che doveva nascondere. Così il suo potere era cresciuto con lui, in un mondo a parte solo di Moran, celato agli occhi degli altri. Il mondo non era pronto, gli diceva spesso sua madre e lui lo sapeva, lo aveva capito.

Come la stagione calda cede il passo a quella fredda, così anche le vite incontrano la loro fine: Vandea lo sapeva bene e il giorno in cui arrivò la sua, si fece trovare preparata. Veles, in sogno, quella notte, le aveva detto di quello che sarebbe successo, che quella sarebbe stata la loro ultima notte insieme. Non c’era nulla che si potesse fare, così era scritto nel Destino. Tuttavia, la rassicurò, il ragazzo si sarebbe salvato, la casa lo avrebbe protetto. Per lei, invece, sarebbe cominciata una nuova avventura, in un mondo diverso. La rassegnazione di Vandea a questa catastrofe derivava da un’intima conoscenza del suo innamorato: se ci fosse stato qualcosa che la avrebbe potuta salvare, allora lo avrebbe fatto. Se non vi era nulla da fare, era meglio andarsene con grazia, pensava. Quando alle prime luci dell’alba fu strappata al suo ultimo bacio di sogno dalle campane cittadine, che segnavano il pericolo incombente, si fece forza. Si avvicinò a Moran, svegliato anche lui e ancora confuso e gli disse poche parole: che gli voleva bene, che gli sarebbe sempre stata vicina, che doveva fare come diceva lei, stare dentro il perimetro della casa e che tutto, tutto sarebbe andato bene. Lo baciò sulla fronte un’ultima volta e uscì di casa. Moran si alzò di scattò, si vestì in fretta e la seguì.  

Freddaluce era sotto attacco. Alcuni giganti, scesi dalle montagne vicini, stavano compiendo un ennesimo attacco alla città, che aveva dispiegato tutte le sue forze per proteggerla. Dalle terre circostanti, tuttavia, c’era chi sapeva di poter approfittare di questa situazione. Krush della tribù orchesca dei crani rossi sapeva che quella sarebbe stata la loro occasione: mentre le guardie e le forze armate erano impegnate a difendere la città, loro sarebbero potuti entrare indisturbati da un lato lasciato incustodito e avrebbero potuto razziare e saccheggiare e uccidere, impuniti. Così la loro tribù si era guadagnata una certa fama nei territori vicini alla città ed erano riusciti a sopravvivere e a prosperare. Quella sarebbe stata solo un’altra delle loro imprese, così aveva radunato gli assassini più brutali e spietati della sua tribù ed erano partiti. Le lotte erano lunghe e spossanti, avrebbero avuto tutto il tempo del mondo e già pregustava il sangue che avrebbe inzuppato i suoi cenci e la carne che avrebbe potuto dilaniare. Lungo la strada, tuttavia, Burgud lo aveva fermato. Gli aveva indicato la casa al limitare della strada e la donna che ne era appena uscita. Krush guardò i capelli fluenti della donna, le sue fattezze minute, i tratti leggeri del viso: una preda che non desiderava lasciarsi scappare. Piombarono su di lei appena ebbe messo piede fuori dal muro, senza che potesse fare nulla. La sua pelle era morbida mentre le stringeva il collo fra le sue mani, il corpo caldo mentre si dibatteva cercando di liberarsi dalla sua presa stretta, il suo profumo di fiori intenso, tanto da dargli alla testa. Un grido dietro di lei, lo fece distrarre un attimo. Un ragazzo dai capelli bianchi, sulla soglia della casa, stava per lanciarsi contro lui e i suoi uomini. “Prendete anche il ragazzo” ordinò ai suoi compagni orchi. Tuttavia, nel momento in cui Burgud fece per avvicinarsi alla casa, fu come respinto da una forza invisibile, che lo gettò a terra. Anche il ragazzo, dall’altra parte del muro, cadde a terra con un tonfo quando cercò di uscire dal recinto della casa. Rialzatosi, Burgud tentò di avvicinarsi di nuovo al muro, con più cautela questa volta. Illuminati da una luce dorata e intensa, una miriade di simboli cominciarono a illuminare il perimetro del muro tanto da accecare sia Burgud che il ragazzo. “Lui non lo avrai mai” disse con voce strozzata la donna che ancora stringeva fra le mani. “È protetto” – un sorriso tirato le deformò il viso contratto. “Già ma tu non lo sei” – Krush le rispose, stringendo ancora un po’ la mano intorno alla sua gola.

Moran urlò con quanto fiato aveva in corpo, battendo i pugni contro quella barriera invisibile che lo separava da sua madre. E più urlava, più si agitava, più sentiva il potere crescere dentro di lui, come una marea incessante, sentiva le sue mani tremare, agitate da una forza che gli scorreva da dentro, sentiva il suo potere espandersi nella sua cassa toracica, comprimergli i polmoni, il cuore, desideroso di uscire, di manifestarsi, di spazzare via quella barriera che lo separava dall’orrore che si stava compiendo sotto i suoi occhi. La sua rabbia lo aveva reso cieco, inebriato solo del potere grezzo e impetuoso che gli scorreva sotto pelle, che faceva tremare quella cupola invisibile ad ogni colpo dato con i pugni. Ogni urlo di sua madre gli riverberava nelle orecchie, gli entrava nel corpo e scuoteva quella massa magmatica di potere che aveva accumulato, smaniosa di liberarsi, di lacerare il suo corpo e manifestarsi nel mondo. Gli sembrò un tempo interminabile, mentre la sua rabbia e il suo potere crescevano sempre di più, prima che la barriera crollasse in mille pezzi sotto il suo ultimo colpo. Il potere si sprigionò dalle sue mani con una potenza inaudita, si sentì lacerare dall’interno, mentre il potere che aveva tenuto sopito e che si era impossessato di lui, si spandeva intorno a lui in un’onda d’urto spaventosa. Cadde a terra privo di sensi.

Quando rinvenne, molte ore dopo, era ormai il tramonto. La testa gli faceva male e si sentiva svuotato, fece fatica a rialzarsi e non era sicuro che le gambe avrebbero retto. Si guardò intorno e vide quello che era successo. Dal punto in cui era, si era sprigionata un’onda che aveva distrutto il muro e aveva lanciato calcinacci e mattoni anche a grande distanza. Aveva colpito alcuni orchi di sicuro, il loro sangue aveva impregnato il terreno a grandi chiazze e uno di loro, quello che era stato più vicino a lui, giaceva inerme, il cranio spaccato a metà da un mattone. Poco distante, poi, vide il corpo inerme della madre. Si avvicinò a lei mentre le lacrime cominciarono a rigargli il viso, prosciugandolo ancora di più delle ultime energie che aveva. Ne guardò le vesti strappate, i profondi tagli sul corpo, i lividi che le mani dell’orco gli avevano creato sulla pelle candida. Gli tornarono alla mente le urla strazianti, i gesti scomposti delle violenze che aveva subito la madre, a così poca distanza da lui e dal suo inutile potere che non aveva potuto salvarla. Guardò un’ultima volta il suo viso straziato, il sangue scarlatto che contrastava con la sua pelle candida. Le chiuse gli occhi vitrei, tremando leggermente. Le disse addio sottovoce, mentre cominciava a scavare.

Il giorno dopo, il consigliere Horz, fece visita al giovane. Aveva saputo quello che era successo e si era deciso ad andarlo a trovare. Non si era portato guardie, perché non voleva che nessuno sapesse di questa storia. Se ne era parlato già anche troppo ed era meglio mettere a tacere il tutto prima possibile. Trovò il giovane carponi, su una zolla di terra appena smossa. Capì subito quello che era successo e appoggiò una mano sulla spalla del giovane, cercando di confortarlo.

“Cosa farete per questo? Quando gli darete la caccia?” chiese Moran sottovoce, quando riconobbe chi gli era di fianco. “Siete in grado di darle una vendetta, voi e la vostra milizia” – la sua voce si era fatta sempre più dura, tagliente. Il consigliere si irrigidì e cercò di farlo ragionare: “Queste lotte intestine ci uccideranno, gli attacchi dei giganti si fanno sempre più frequenti e crudeli, siamo stremati. Non abbiamo risorse per occuparci di queste vendette personali di poco conto”. Gli occhi azzurri del ragazzo sembrarono attraversarlo da parte a parte. Horz ritirò velocemente la mano dalla spalla del ragazzo. “Devi capire, non è un interesse della città. Ci sono altre cose che…”. Il ragazzo lo interruppe: “Non c’è più niente per me qui”. Il suo tono non sembrava ammettere repliche, così Horz si congedò. Quel ragazzo era grande abbastanza per cavarsela da solo, come aveva fatto sua madre prima di lui. Non erano affari suoi dopotutto.

Moran era giunto a quella conclusione, prima dello strano sogno di quella notte. Si era ritrovato in una grande caverna, talmente larga e alta da non riuscire a distinguerne le pareti o il soffitto. Una luce diffusa illuminava l’interno della caverna e si rifletteva con mille bagliori sulle gemme preziose e le monete sparse per il pavimento. Di fronte a lui, dalle ombre scure che aleggiavano dietro di lei, all’improvviso apparve sua madre, bella come non lo era mai stata, con un sorriso pacifico che le sagomava il viso. Di fianco a lei stava in piedi un uomo alto e slanciato. Aveva la pelle argentata, quasi fosse stata ricoperta da quel metallo lucente. La sua faccia era allungata e aveva un mento sporgente, quasi come fosse un barbiglio. Gli occhi erano del colore del mercurio fuso e al posto della fronte aveva una piastra piatta e liscia, che sulla sommità della testa si fondeva con un a cresta, supportata da lunghi aculei con punte di colore scuro. Sembrava emanare una luce argentata tutta sua, mentre cingeva con una mano la vita di sua Vandea.

“Sei bello, figlio mio, giovane e… solo purtroppo” – disse con una voce cristallina l’uomo – “Io Veles, tuo padre, non ho potuto proteggervi come desideravo. Mi dispiace siano queste le circostanze in cui ci incontriamo per la prima volta”. L’uomo abbassò la testa con aria dispiaciuta, il rammarico inciso a grandi linee su quello strano viso. Sua madre prese la parola, guardando Moran dritto negli occhi, mentre allungava una mano per accarezzargli il viso: “Devi partire ora, non c’è più nulla che ti leghi a questa casa, a questo posto. Devi partire per conoscere il tuo potere, che è forte e compiere il tuo destino, qualunque esso sia”. All’improvviso, nella grotta cominciò a cadere una pioggerellina leggera e sottile. “Ti saremo sempre vicini” gli disse sua madre, sorridendogli di nuovo.

Quando si svegliò, Moran si sentiva in pace. Mentre raccoglieva le poche cose che possedeva, si accorse che sul dorso della mano e lungo il braccio, la sua pelle si era ricoperta di piccole squame lucenti. Era uno dei doni di suo padre, ora lo sapeva. Si tirò su il cappuccio della veste e si mise i guanti di pelle, mentre usciva di casa per l’ultima volta. Aveva spento la candela sul davanzale posteriore solo pochi minuti prima e sapeva che era ora di partire. Il sole brillava alto nel cielo e le nuvole bianche avanzavano pigre, portate da un vento leggero. Chiuse la porta di quella che era stata la sua casa per tutta la vita dietro di sé e si avventurò oltre i resti del muro che l’aveva cinta. Seguendo la direzione del vento, lo stesso che aveva portato lì sua madre, si mise in cammino.

 

L’oste prese la moneta dal tavolo senza nemmeno guardare l’avventore, gli servì la birra frettolosamente in un alto boccale e tornò immediatamente a giocare a dadi con Ronan, il suo compagno. Stava per vincere e il piccolo gruzzolo che si stavano giocando era particolarmente interessante: Ronan aveva riportato da un suo viaggio un bel anello, dorato, il cui motivo ricordavo quello di viticci intrecciati. Già se lo immaginava al dito, pronto a vantare una ricchezza che non possedeva davvero. Dopo un altro lancio, fu lo stesso anello ad attrarre l’attenzione del nuovo avventore. Con una voce leggera e squillante disse: “Che posta interessante! Posso unirmi a voi?”

L’oste squadrò l’elfo che sedeva di fianco a loro: aveva i capelli corti e di un arancione spento, il viso affilato con zigomi alti e pronunciati, un naso dritto e gli occhi vivaci e scuri. Quando rispose che doveva giocarsi almeno due monete d’oro, il viso dell’avventore venne tagliato da un sorriso aguzzo e beffardo: “Oh, non credo sarà un problema.” Così cominciarono a giocare.

Dopo tre turni era evidente che Sivain, l’elfo, gli stesse battendo. Sembrava che ogni suo lancio fosse più fortunato del precedente, che non facesse mai un passo falso… Forse era fin troppo evidente… E ben presto l’oste si convinse che stesse barando. Non si spiegava come -d’altronde i dadi erano i suoi e nessun movimento sinuoso dell’elfo era sembrato sospetto- ma non poteva essere altrimenti. Vide che anche Ronan stava cominciando a spazientirsi e ci mancò poco prima che desse voce al suo disappunto: “figlio dei boschi, non starai mica barando eh?!”. Sivain lo guardò senza scomporsi, col sorriso intatto: “la fortuna è fortuna, nulla di più…”.

Passarono pochi altri lanci e Ronan infine perse le staffe. Schiantò forte il pungo sul tavolo: “Che fortuna e fortuna, stai barando, mangiafoglie!!!” e di lì a poco la situazione precipitò davanti agli occhi dell’oste. Ronan si alzò in piedi, rovesciando i due sgabelli su cui erano seduti gli avventori ed estrasse velocemente la spada che portava al fianco. Sivain, invece, con un unico movimento fluido saltò di lato, evitando di cadere a terra e gli si fermò davanti, con le mani lungo i fianchi, con un’espressione serena sulla faccia.

Ronan, con la spada ben salda e la furia negli occhi, disse: “Chi credi di essere eh?! A venire qui e tentare di fregare una guardia cittadina!”

Sivain corrucciò leggermente la fronte: “Non mi piace la tua arroganza. Ti ho detto che è stata solo fortuna.”

Intanto la guardia aveva proseguito dicendo: “Ti faremo vedere noi! Nessuno ti risparmierà un bel po’ di frustate su quella tua schiena debole.” prima di tentare un affondo verso l’elfo.

“Prima regola: non si versa il primo sangue” sussurrò sottovoce Sivain mentre scartava di lato con un movimento quasi impercettibile e assestava una botta decisa all’impugnatura della spada della guardia, che cadde a terra con un tonfo sordo.

“Seconda regola: è meglio colpire che essere colpiti” pronunciò scandendo bene le parole una ad una, facendo corrispondere ad ognuna un colpo preciso e sordo alla guardia.

“Terza: Chi sviene smette di colpire” Disse mentre con un ultimo pugno faceva stramazzare a terra la guardia, incosciente.

L’elfo rialzò lo sgabello e tornò a sedere al bancone con un sorriso soddisfatto, davanti allo sguardo attonito dell’oste.

“Mi scusi eh, ma non si può dire di no ad una bella rissa… – rise di gusto- O ad una mediocre ecco… – gettò uno sguardo fugace alla guardia – E poi non mi piacciono le guardie, mai piaciute. Nemmeno l’avanguardia elfica che mi ha addestrato mi è mai piaciuta. Per questo me ne sono andato, no? Poi tutti quei loro archi e tutte quelle loro spade e lo scudo qui e l’armatura di là e guarda che bella picca… non ci si stava dietro. – gettò un’occhiata confusa al suo interlocutore- Sono tutti orpelli, la vera forza è qui, nel cuore, nelle mani, nella testa. – L’oste notò una luce impossessarsi del suo sguardo – Addestrati con gli incantatori, allora, mi hanno detto. Te lo immagini? Tutte scintille ed esplosioni e lucette magiche. Mica faceva per me!  I pugni, i calci, la forza… Quelle sì che erano cose e loro lì, impassibili, grigi, a guardarmi male e a dire “questo non si fa e quello non si fa e non così” e non lo sopportavo più! Era troppo! Ero troppo poco per loro e allora ho preso le mie cose e via, no? La vita del viandante e dell’avventuriero! – Sivain si alzò in piedi sullo sgabello con aria trionfante prima di tornare a sedere e continuare – e poi la gente in guerra muore e giungono le tenebre e gli dei del freddo e delle cose morte e tutto finisce e non rimane nulla – i suoi occhi si adombrarono e la sua mente sembrò vagare nel passato – e tutti quei corpi lì, distesi a sanguinare e morire, una battaglia estenuante, lunghissima, piena di perdite e follia… – rimase un attimo in silenzio, come scosso. Poi scrollò velocemente la testa e tornò a concentrarsi sull’oste – Ma ci sono i dadi! La birra! Gli anelli d’oro! – prese dal tavolo l’anello abbandonato – e i tramonti e il mare sconfinato e la quiete sotto gli alberi in un pomeriggio d’estate – sorrise di quel suo sorriso affilato e sghembo, come se avesse appena compreso la cosa più bella della terra – e allora questa è la vita che voglio vivere! Voglio vedere posti e gente nuova e giocare con la sorte e ridere! Oh, ridere di gusto e bere e qualche volta, qualche bella scazzottata! Per che nessuno si merita un pugno più di gente arrogante come quella  – lanciò ancora uno sguardo a Ronan, disteso sul pavimento – che credono di poter fare il bello e il cattivo tempo con i più deboli. – Battè il pugno sul tavolo, lasciando una profonda concavità nel legno – Quello che manca a questo mondo, un po’ di giustizia! Di essere chi vuoi e fare quello che vuoi! Combattere per le cose belle e giuste, stare con contro le cose cattive. È così facile alla fine, no? – Sorrise nuovamente all’oste, che ancora non aveva osato interromperlo – Grazie per l’anello! È stato divertente. Lui dovrebbe svegliarsi fra un po’ – indicò la guardia – spero, almeno… grazie ancora eh!”

Sivain si alzò dallo sgabello e si diresse verso la porta. Un attimo prima di aprirla, si girò nuovamente verso l’oste, ricercò velocemente nella bisaccia e poi gli lanciò una moneta. “Grazie ancora eh! È proprio un anello notevole!”.

Uscì velocemente dalla porta mentre, davanti agli occhi increduli dell’oste, la moneta cadeva con un tonfo sul bancone.