Giancarlo Aquino - Poesie e Racconti

A Noemi

No, non è quello l’amore,
non è portarti nell’incubo,
lasciarti con l’angoscia,
uccidendo i tuoi sogni di ragazza.
No, quello non è amore.
L’amore è libertà d’amare
senza essere giudicati,
senza essere sottomessi.
Amare è appartenersi,
non essere umiliati.
Scusa Noemi
per quello che t’hanno fatto,
per averti distrutto,
ammazzata e dimenticata,
come se non fossi mai esistita.
Dell’amore hai conosciuto il peggio.
La violenza e la sopraffazione
dell’uomo mediocre e coglione,
di quello che non sa farsi rispettare
e annientandoti, crede di primeggiare.
No, Noemi.
Non è questo l’amore credimi,
Porta con te solo quei pochi momenti felici
e dacci ancora la speranza di sperare
in un mondo senza violenza,
zuppo d’amor e di coscienza.
John Charles
Dedicata a Noemi Durino, 16 anni, uccisa dal suo fidanzato


Dormi amore

Dormi amore.
Questa notte hai dipinto il buio,
illuminando il mio lato oscuro.
Sento il tuo respiro profondo
che come del mare le onde,
sussurrano a riva il tuo riposo.
I tuoi capelli sciolti
inondano il letto che dividiamo.
Come tentacoli di una piovra
si allargano sul cuscino
e sembrano abbracciarlo.
Dormi amore.
I lineamenti del tuo corpo controluce
mi stuzzicano pensieri maliziosi.
Sei bellissima anche quando dormi,
resisterti impossibile da farsi,
ma è così dolce guardarti da vicino,
seguire il ritmo del tuo respiro
che mi spiace interrompere
questa dolce sinfonia.
Guardarti dormire
è come amarti ora per ora.
Dormi amore.
Continuerò a guardarti questa notte.
Continuerò a resistere per non toccarti.
Ad essere sempre più felice di amarti
ricordando il primo nostro incontro.
Sorriderti nel buio della stanza, mentre a me le spalle volgi
e pensare che tra tutti i miei sbagli
tu sei quella che non correggerei.
Perché per me sei l’amore
e se tu non lo sei,
l’amore non esiste.
John Charles
Finale ispirato da un passaggio de “La luna blu, il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti


L’amore costa

 

L’amore costa.

Ti batte il conto,

sempre salato

per le tasche del cuore.

L’amore costa.

Ti fa dire “hai ragione”,

quando forse ce l’hai tu,

ma la ami tanto

e va bene così

 

L’amore costa.

Ti fa ammettere colpe,

implorare un perdono,

di cui non sei sicuro che ci sarà.

 

Costa impuntarsi.

Costa cedere.

Costa capire l’indecifrabile.

Costa sopportare i difetti

e quegli stupidi dispetti.

 

Paghi lontananza, distacco,

nubi passeggere o cicloni.

Costano le differenti opinioni

e anche dire un semplice si.

 

L’amore esiste

Vola alto dentro di lei,

così alto che non c’arriva con i tacchi

così alto da superare la vista dei suoi occhi.

 

L’amore resiste.

Perché ha basi robuste,

perché è il più forte di tutti,

perché in noi due non viene da lontano,

ma da sempre

 

John Charles

 

(ispirata dal web)


Sai di magia

 

Cammino solo per strada.

Una ruota viene bagnata da un cane,

mentre le vie, pestate da altre mille.

I semafori illuminano l’aria a colori.

In questa sera di primavera,

le luci del carosello delle auto,

fanno balera.

 

Mi lascio superare da due ragazzi

che discutendo come pazzi,

litigano per la loro situazione.

Intanto il marciapiede viene misurato

dallo sguardo basso di una donna,

mi abbandono ai miei pensieri

e alla mia paura di perderti,

di non essere come tu vorresti.

 

Mi ritrovo a pensare alla mia gelosia

Alla facilità di essere sostituibile,

al dolore che mi provoca il pensiero

di essere stata abbracciata da un altro,

al fatto che lui per un momento,

abbia tenuto tra le sue braccia il mio mondo,

perché in quelle braccia io ci voglio abitare,

in quegli occhi, voglio annegare

in quella bocca, morire.

 

Ora vorrei tu fossi qui,

per poterti baciare con un bacio fresco,

dolce, sulle labbra,

al gusto di “ti amerò per sempre”.

Perché amarti continuamente

è la cosa più giusta che potessi fare

e sta sicura che non sarai mai una candela

da sostituire con un’altra

quand’essa consumerà la sua cera.

O te o nessuna

Solo te, la mia immensa fortuna.

 

I suoni dei clacson delle auto

ravvivano il silenzio occasionale del poco traffico,

le mattonelle dei marciapiedi

si lasciano calpestare dai miei passi più decisi.

Ti scorgo da lontano.

Sfoderi un sorriso disarmante

ed è proprio in quell’istante

che i miei pensieri evaporano,

vanno via con tutta la loro gelosia.

Certe volte, sai di magia.

 

John Charles


Sei parte di me

 

E t’addormenti,

supina al mio fianco,

ti osservo

e guardarti non mi stanca.

 

I tuoi capelli sciolti,

nei boccoli avvolti,

sembrano chiamarmi,

adorano provocarmi.

 

E’ un sacrificio rinunciare

all’abitudine che ho di domandare

a me stesso di quanto amore posso dare,

nel silenzio del cuore.

 

Vederti accanto giacente,

rilassata e dormiente

accanto al mio corpo teneramente,

non si resiste al tuo profumo persistente

 

Siamo stati castigati da questo incantesimo,

di amarci e riconoscerci,

di sorprenderci e poi prenderci,

di condannarci e incastrarci.

 

Non servono eroi nella nostra storia,

siamo noi con la nostra memoria

a rendere magico ogni momento,

a voler trasformare un’occasione, in evento.

 

Tu sei parte di me

e da me non te ne andrai.

Perché cosi ho deciso,

perché così è il paradiso

 

John Charles


CHE NE SAI TU DI UN CAMPO DI FAVE

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita,

mi ritrovai una mattina

a varcar la soglia di casa mia

dopo che il giusto sonno avevo smarrito

 

Chi non si sveglia una mattina di primavera e approfittando di un tenue sole va per sgambettare un po’? Chi, mentre sgambetta, non s’accorge di un campo di fave e ne coglie qualcuna? Chi? Nessuno!! Io si invece…

Non so se siete soliti improvvisarvi podisti di una mattina di primavera alle sei, ma posso garantirvi che l’aria è ancora piuttosto frizzante. Così, dopo appena pochi metri, il mocciolo che normalmente comincia a pendere dal naso, si solidifica, le dita della mano assumono la tipica postura di mani affette da artrosi ed il relativo processo di degenerazione delle cartilagini avanza in modo repentino alle articolazioni del metacarpo, falangi delle dita, trapezio. Oltre a questo sinistro effetto, il rumore che si avverte all’inizio della corsa (cioè 50 metri prima) ai menischi non lo si sente più e quasi non ci si accorge che le ginocchia non si piegano più ma avanzano, come quelle di Rinaldo, figlio del duca Amone e di Beatrice, nonché fratello di Bradamante e cugino di Orlando… un pupo siciliano insomma!!! Le gambe diritte come tirate da fili invisibili dal cielo e le braccia oramai anch’esse solidificate, aperte e distanti dal corpicino che oramai aveva sintomi di assideramento. Infatti la rugiadina primaverile, bastarda, che solitamente bagna le piantine alla mattina, assume sulle sopracciglia, un velo arcato di colore bianco e trasformatisi dallo stato liquido a quello solido, diventano stalattiti con vari fenomeni di carsismo sparsi lungo il corpo. Per non parlare della vista che era stata già azzerata da circa 5 minuti buoni dato che lo sforzo aveva richiamato al dovere Santa Lucia che presentatasi con il piattino, vuole proporvi uno scambio di bulbi a cui chiunque oppone una vibrata resistenza, soprattutto dettata dall’affezione che naturalmente si nutre per le proprie cose.

Così anche per me quella mattina si è presentata in tutta la sua drammaticità. La vista di una pietra miliare a bordo strada mi invita alla seduta anche per far riscaldare i muscoletti intorpiditi dalla brina. Faccio appena in tempo a sedermi che scorgo dietro di me un vasto campo di fave già cariche e mature. Passare dall’idea all’azione è un attimo. Mi lancio allora nel campo e non avendo con me né sacchetti, ne contenitori vari, prendo il lembo davanti della maglietta e formando una sacca tra il ventre e la maglietta stessa, mi do da fare per riempire questo marsupio occasionale. La veemenza che mi spinge alla raccolta, è  dettata non solo dalla fretta di tornare a casa dove, rimembro, in frigo c’è un bel pezzo di guanciale (che ne sanno i vegetariani!), del pecorino romano, del pane fresco e una Nastro Azzurro ghiacciata, con relativo rutto libero fantozziano, ma anche dalla paura di essere scoperto dal padrone del campo che probabilmente non sarebbe stato molto contento alla vista della mia esile e snella, nonché atletica figura, intenta a rubargli le fave.

Sembra che tutto stia procedendo bene quando mi sento chiamare con tono imperioso. “Giancarlo…Giancarlo!!!”. Prima di alzare gli occhi, riconosco la voce: mio padre! Nell’attimo di rialzarmi penso già alla sua domanda: “che cacchio stai facendo nel campo di fave del vicino?”. Mi isso e scorgendolo in lontananza mi chiede se avessi fame già a quest’ora. Dopo un attimo di sbandamento, realizzo che non sono nel campo del vicino e che la famigerata corsettina era stata meno di 50 metri e mi trovavo praticamente lungo un lato del perimetro dell’orticello di mio padre che vedendomi nel suo “territorio” giustamente si preoccupa per la mia salute mentale e non tanto di quella fisica. Cerco di attaccarlo sul suo “terreno” di conoscenza agricola rimproverandolo che se non me ne fossi accorto della maturazione avanzata delle fave, si rischiava di perderle. Non so se per pietà o per misericordia, o proprio per la sordità che oramai gli ha fatto fuori le trombe di Eustachio, si volta e se ne va, ma lo scorgere nitido del gesto della mano destra che dal basso si alza verso l’alto, non lascia adito a nessun dubbio che mi manda paternamente a quel paese e fuga ogni titubanza, qualora ve ne fossero, che avesse perfettamente capito.

Torno lesto a casa, ma nella fretta di salire le scale, le chiavi, approfittando di un leggero buco nella tasca dei pantaloncini, si erano infilate e lo avevano trasformato in autostrada a cinque corsie da percorrere in tutta libertà e cadono. Cadendo si intersecano tra il gradino e la scarpa sinistra che in quel momento preciso stava raggiungendo il piano del gradino stesso. Risultato: la scarpa atterra sulle chiavi che per effetto del gradino liscio fanno da catalizzatore di velocità ed io con tutto il marsupio di fave volo con un triplo carpiato in aria per atterrare sul pianerottolo nella famosa posizione a X o a 4 di spade o a croce di Sant’Andrea. Il raccolto delle fave, volato a ventaglio durante il capriolone, sembra irrimediabilmente perduto, ma il muro della casa a cui le scale sono assicurate, salvano parzialmente il bottino e le fave, rimbalzando contro, atterrano di peso sul pianerottolo. Ma il grosso viene inesorabilmente schiacciato dal mio corpicino riducendo ciò che capita sotto, in un orribile poltiglia verde di dubbia e sinistra visione. Contestualmente riuscendo miracolosamente a conservare intatto il mento, la mandibola, la lingua e tutto l’apparato dentario appena rifatto alla modica cifra di 13 mila euro, parto con un bestemmione da competizione: 36 minuti!!! Di fronte casa mia, una signora zitella, nota bigotta della zona, sentendo il chiamare dei santi e non con toni simpatici ed amichevoli, ha un’extrasistole e va in crisi cardiocircolatoria. Dall’altro lato, dove c’è la casa dei miei zii, sentendomi urlare, anche non capendo cosa stessi dicendo e soprattutto pensando che fosse il loro vicino con il quale hanno una diatriba risalente al paleolitico e che molte volte hanno tentato di risolvere all’arma bianca, si producono in fantasiose ed edulcorate rappresentazioni delle immaginette tipiche della chiesa e cosi, la bigotta di cui sopra, che sembrava riprendersi dalla mitragliata bestemmiatoria, defunge definitivamente. L’armistizio, intanto, che reggeva già a fatica, da oramai tre giorni, viene definitivamente stracciato e riprendono, con più veemenza, gli attacchi ai mezzi agricoli dell’avversario con svariati atti di sabotaggio.

In lontananza, nel silenzio lugubre della contrada, si sente zappettare mio padre che ignaro di cosa sia appena successo attorno a lui, continua imperterrito a far saltare erbe e piante dannose per il raccolto dei piselli.

Raccolgo velocemente e furtivamente ciò che ho seminato e mi precipito, con ciò che resta delle mie gambe, infilandomi in casa, riversando sul tavolo quei 10-15 baccelli che sono riuscito a salvare dal pesto. Dopo essermi ripreso dalla successione dei colpi di scena, decido di riposarmi e di provvedere al rifocillamento delle stanche membra per le emozioni vissute. Così decido di avventurarmi in un tipico piatto romanesco: la gricia! Solo che la arricchirò con le fave superstiti. D’altronde, chi alle sei e mezza di mattina non si alza, provoca incidenti diplomatici con riattivazione della guerriglia tattica e si mette a cucinare una gricia? Nessuno! Solo io!

Ingredienti per 4 persone:

  • 400 gr. di rigatoni
  • Alcuni baccelli di fave
  • 200 gr di guanciale
  • Pecorino romano grattugiato o da grattugiare
  • Pepe nero macinato o da macinare
  • Rosmarino e semi di finocchietto

Estraete le fave dai baccelli e liberatele dalla pellicina esterna. Mettete intanto sui fuochi due pentole. Una per bollire l’acqua per la cottura dei rigatoni e un saltapasta dove metterete il guanciale tagliato a listarelle. Non aggiungete nulla nel saltapasta. Lasciate che il guanciale sciolga la parte grassa. Aggiungete mano a mano che diventa trasparente, sia il finocchietto che il rosmarino. Poi aggiungete le fave e con un mestolo prendete dalla vicina pentola di bollitura, dove intanto starà cuocendo la pasta, dell’acqua di cottura, versatela nel saltapasta, aspettate che venga assorbita e che si evapori. Appena cotti i rigatoni scolateli alla men peggio lasciando che un po’ d’acqua vada nel saltapasta affinchè possano essere amalgamati con le fave ed il guanciale. Dopo quei 2-3 minuti di mantecatura, togliete il tutto e servite nel piatto. Coprite i rigatoni con del pepe (meglio se macinato al momento) e dell’abbondante pecorino romano. Io ho usato pochissimo sale e solo nell’acqua di cottura (non amo troppo il sale), anche perché la sapidità è data dal pecorino romano.

Preparato il piatto, servitelo, trionfante, al vostro commensale e gli sussurrate all’orecchio di non fidarsi mai di un cuoco magro!


MIO PADRE ALLA MESSA PASQUALE

 

Mio padre, qualche giorno fa, si anticipa sull’orario della messa e va in chiesa per “prendere posto”, manco ci fosse una distribuzione supplementare di pensione o dovesse assistere ad una partita della Juventus. In attesa della moglie che tarda ad arrivare e visibilmente annoiato dall’attesa, tira fuori dalla tasca i suoi cruciverba da cui si separa solo quando è nell’orto. Nel tirare fuori la custodia degli occhiali, commette però, un errore di valutazione del loro peso specifico e credendo fossero un tronchetto di quercia, questi volano via, dalla mano assieme alla custodia e, decollando nell’aere, atterrano sotto qualche panca più in là. Lo sconforto di mio padre è tangibile e lo manifesta subito con un bestemmione da competizione ululato ad alta voce (mio padre essendo debole di udito ha, naturalmente, la voce “leggermente” più alta del normale, pertanto un bisbiglio lui non lo sentirebbe e quindi ha bisogno di alzare il volume per “sentirsi”). Dopo aver “nominato” il suo santo a cui è “devoto” da sempre, San Gioacchino (non ho mai capito perché di tale ricerca elaborata tra un ventaglio di nomi più, diciamo, alla sua portata), si lancia come un novello Rambo alle esercitazioni, alla ricerca del fodero perduto simulando un movimento tipico dei Marines quando devono passare sotto a del filo spinato: disteso a terra, avanza tra le panche spingendo sugli avambracci. Ad assistere alla scena e a sentire la “chiamata” di San Gioacchino sono oramai in tanti in quella chiesa e quindi questi che si offrono volontariamente di aiutarlo, c’è una signora che spinta più dal timore di sentir risuonare nell’acustica della chiesa il nome di qualche altro santo invano (ignorando, naturalmente, che mio padre anche nelle bestemmie è devoto), lo aiuta nella ricerca. Lo fa chiedendo a mio padre maggiori dettagli dove fosse finito l’oggetto del desiderio, ma lui oramai, lanciato come un esperto Indiana Jones alla ricerca del fodero perduto, quasi non la sente, fin quando la sua insistenza viene premiata da mio padre con un: “signó, se sapev addó cazz’ enn’ ghiut’ a fernisc ste cazz e lent, mica e cercav pe quà sott?” (Signora, se avessi saputo dove fossero finiti questi occhiali, mica li cercavo sotto le panche?).

Non essendo la parola “cazzo” consona per il luogo dove si sta svolgendo questa tremenda scenetta, la si ode distintamente risuonare nella chiesa visto che è stata pronunciata sotto le panche che poi, vai a capire il perché, amplificano il suono ancor di più. A queste bordate di “cazzi”, la cittadinanza tutta, presente nel luogo sacro, come un sol uomo, si spinge alla ricerca dell’oggetto perso che oramai ha assunto un certo non so che di divino. Lo fa, però, quando si è prossimi all’avvio della funzione religiosa che riguardava il lavaggio dei piedi o altre amenità cattoliche di cui non sono esperto.

La scena che si presenta davanti al prete che entra dal sagrato e quindi dalla porta principale, per poi passare attraverso la fila delle panche centrali con tutta la sua processione di ragazzini-chierichetti è biblica: un ammasso di gente al lato sinistro che, chi in piedi, chi disteso a terra, chi a quattro zampe, cercano, ammassati qualcosa. Pensando che qualcuno si fosse sentito male o peggio, fosse caduto, il prete preoccupatissimo, interrompe la sua camminata, ed assieme ai chierichetti, prosegue spedito verso l’ammasso dei fedeli. Mia madre e mia sorella, arrivate tardi e bloccate fuori dalla chiesa per via del passaggio del prete e del suo seguito, quando entrano in chiesa osservando questa strana e variopinta ammucchiata, si guardano meravigliate tra loro e mia madre le sentenzia: “questa è opera di tuo padre!”

Intanto dal mucchio risorge come un Cristo pasquale, un vecchietto con un oggetto rosso tra le mani tenuto come fosse la Coppa dei Campioni della sua squadra del cuore: mio padre. Il prete avvicinandosi non ha manco il tempo di chiedere che fosse successo che lui gli esclama: “don Antó, che cazz’ c’ facit’ ccà? Nu’ par’ e lent egg’ perz’, mica u bambiniell’?” (Don Antonio, che fate qua? Un paio di occhiali ho perso, mica Gesù Bambino?)


VISITA OCULISTICA

 

Stamattina c’erano tutti i presupposti per una mattinata di fuego. La visita oculistica prenotata da circa 15 giorni da mio padre era finalmente arrivata alla sua naturale scadenza (per mio padre 15 giorni di attesa equivalgono a sei primavere per Coda Chiazzata, noto capo Sioux della tribù dei Lakota Sichangu). Così ci siamo appropinquati alla cassa del cup dell’ospedale e ho preso il nostro bravo numerino allo sfolta file digitale dando di spalle alle casse e alla fila stessa. La poca gente presente comporta nel cervello di mio padre la metabolizzazione di uno status di privilegiato. Nel suo immaginario lui si sente come Burt Lancaster nella sfida contro Kirk Douglas nel film “Sfida all’O.K. Corral” dove scambia per suo nemico l’impiegato del cup e quindi deve abbatterlo prima che lui lo abbatta. Non appena il numero delle prenotazione scatta visualizzando il 210 e ignorando totalmente che il nostro fosse il 213, per mio padre quel lampeggiare del numero dello sfolta file indipendentemente che fosse suo o non suo, è simile ad un colpo di pistola dello starter nella finale olimpionica dei 100 metri piani, sapendo che al suo fianco, in corsia 5, ha Usain Bolt. Non faccio in tempo a placcarlo, mi sfugge e si presenta alla cassa, naturalmente prima dell’utente chiamato. Essendo un po’ duro d’orecchi non capisce ciò che l’impiegato Kirk gli sta dicendo, anche perché la sua voce viene attutita dal vetro che lo separa dal suo nemico (credo che abbia pensato pure che fosse uno scudo per ripararsi dalle sue pallottole). Ripresomi dal placcaggio mancato che per un rugbysta ha un certo non so che di depressivo, gli spiego che non era ancora giunto il nostro momento. Mi guarda e mi dice: “Giancà, il mio sicuramente non è giunto ancora”. Dopo aver soddisfatto le varie procedure scaramantiche dettate dal CIAS (Comitato Internazionale Anti Sfiga), di cui ne faccio parte, gli faccio vedere che il nostro numero è il 213 e non il 210. Lui seraficamente e con la calma proverbiale che lo contraddistingue mi risponde a volume un tantinello più alto, vista la sua sordità e risvegliando contemporaneamente qualche rigor mortis nel non vicino obitorio: “Ma addò cazz stann tutt’ sta gent che ccà nun ce stà nisciuno?” (trad.: dove cacchio saran gli altri utenti che hanno preso il biglietto, ma forse distrattamente, hanno avuto dei contrattempi o sono stati attratti da cose più importanti, che in questo luogo ameno, fatto di esborsi economici soltanto, non v’è niuno?). Arriva il nostro turno e nonostante tutta la mia preparazione tecnico-fisica non riesco che a giungere secondo, su due partecipanti, allo sportello. Inizia subito la diatriba con Kirk sul fatto che qualcuno non ben identificato lo avesse scavalcato nella fila e nonostante lo “gomitassi” nel fianco, non riuscivo a tenerlo a bada e il volume della sua voce era sempre un po’ al di là dei decibel consentiti dalla normativa vigente per la sicurezza uditiva negli aeroporti italiani.

Eliminato il pokemon Kirk, ci dirigiamo, con passo veloce (io correvo..) verso l’altra ala dell’ospedale. Giunti nella sala d’attesa del reparto oculistico, mio padre aggredisce (letteralmente) l’ignara infermiera che era al di là del bancone, raccontandole, trafelato, tutta la manfrina fatta per pagare il ticket e quindi giungere in quel settore, come se tutte le colpe, compresa anche quella relativa alla strage del treno Italicus del 1974, fossero della signora attempata che aveva di fronte. Tirati fuori una serie di esami e visite fatte, tra cui pure una della prostata che non credo c’entrasse molto con la visita odierna, lo scavalco dando alla malcapitata l’unico documento che le servisse e cioè la ricevuta dell’avvenuto pagamento del ticket. Preso atto del nome e della visita che deve sostenere ci accomodiamo sulle sedie dopo averlo sradicato dal bancone per non aver avuto risposta su una visita sostenuta dalla moglie qualche settimana prima e sussurrandomi (prego leggere il leggero sarcasmo intrinseco nella parola stessa associata a mio padre) “che qua non hanno voglia di fare un cazzo!” L’attesa si rivela più lunga del previsto e temo che questa, dal suo punto di vista, venga letta solo come una grandissima e fottutissima perdita di tempo, visto che lui ha un orto da portare avanti e non può sciupare tempo prezioso appresso a ste boiate benchè riguardanti la sua salute. Infatti dopo circa un’ora di “chiamate” ripetute a San Gioacchino (suo santo preferito e devoto), si sente nel brusio della sala il nostro cognome. La sordità si dissolve come neve al sole e con uno “scatto alla risposta” degno del miglior ghepardo, si avventa nella stanza che il dottore ha stento aveva aperto. Una volta entrati, il dottore ci fa accomodare e, chiedendo scusa, si assenta intrufolandosi nella stanza attigua. Inizia così il trasformarsi di mio padre che dopo ben “dieci secondi” comincia ad avere atteggiamenti tipici di coloro che hanno l’orticaria e non riesce a star seduto e fermo sulla sedia dove siamo accomodati. Allora iniziano le famose domande senza risposte che tutti noi conosciamo e dopo millenni ci si interroga ancora, ma nulla o nessuno può darci soddisfazione: “dove cazzo è andato ora?” “quanto cazzo di tempo stiamo perdendo stamattina per una visita di merda” “Giancà vai a bussare e vedi che sta facendo”, “vai a chiedere a quella scema che stava al bancone”, ecc. ecc.

Il dottore ritorna appena in tempo e lo fa accomodare dove sono gli strumenti. Prima di iniziare il controllo, mio padre dà il buongiorno al dottore chiedendo anche a lui notizie della visita della moglie e se ha coscienza di ciò che ha. Cerco di distrarlo con promesse rassicuranti e gli dico che lo faremo al termine della sua visita. Stranamente si rabbonisce non prima di essersi girato, tolti gli occhiali e guardato me, che ero nelle sue prossimità, mi dice minacciosamente e perentoriamente “nun t’u scurdà!”(non te lo dimenticare).

La visita procede normalmente e come un paziente diligente risponde agli inviti del dottore di chiudere un occhio o di appoggiare la fronte al macchinario con imperiosi “signorsì” degni delle migliori scene di Full Metal Jacket. Alla fine della visita, il dottore rivolgendosi a me, dà il suo responso ed il consiglio di intervenire solo su un occhio per eliminare la cataratta presente e cercare di migliorare la sensazione visiva. Il tempo di chiedere modalità e decorsi sull’operazione che non vedo più mio padre nel campo visivo. Mi giro e noto che sta cercando di salire su uno dei lettini che era presente nella stanza e che lui aveva individuato perché l’unico con il laser nelle vicinanze. Abbandono il dottore e mi fiondo su di lui e gli chiedo che stava facendo e lui, il sordo, aveva capito dell’operazione per rimuovere la cataratta e voleva farla subito per togliersi il pensiero perché lui…ha da fare e queste perdite di tempo sono deleterie per l’orto. Preso dal panico, cerco di convincerlo, coadiuvato dal dottore che si sganasciava a denti stretti, che c’era bisogno di prenotazione e preparazione e non è come fare una siringa. Lui mi ribatte premendo sull’urgenza di questa cosa e riesco a farlo desistere solo quando gli dico che il suo “fermo biologico” sarà di almeno una settimana. Manco gli avessi aperto la porta della verità! Si ferma pensieroso e davanti al dottore che oramai rideva sonoramente, ragiona a voce alta e dice che forse sarà meglio a settembre, a fine stagione, così ad agosto può dedicarsi a quei “4 pomodori” (la Cirio è visibilmente invidiosa del raccolto) e fare le varie conserve per poi farsi l’intervento.

Raccogliamo i referti, compreso quello di mia madre e andiamo via. Per strada, mentre lo accompagno a casa rimane muto in auto e non capisco il perché. Gli chiedo cosa abbia e lui: “no, pensavo che dovresti chiedere al dottore quanti giorni con precisione dovrei star fermo perché poi a settembre c’è la vendemmia..”


MIO PADRE ALL’ASL

 

Mio padre periodicamente ha degli esami di controllo da sostenere per il suo stato di salute e stamattina, recatoci presso l’asl competente territorialmente per prenotarlo, l’addetto ci dice che quel tipo di esame costa il ticket che la nostra Regione impone per questo tipo di prestazioni. Mio padre prontamente e a muso duro gli risponde che non è una cosa che a lui interessa in quanto ha l’”evasione” totale dal ticket. Noto immediatamente la risata trattenuta dall’impiegato allo sportello e sinceramente condivido la sua ilarità soprattutto per il tono e la fermezza che mio padre ha usato per affermare questo suo diritto. Cerco di rabbonirlo e di fargli capire che ora interverrò io a far valere le sue ragioni con l’impiegato. Quasi ai limiti della sedazione, riesco a convincerlo a sedersi sulle sedie difronte lo sportello che fungono da piccola sala d’attesa. Naturalmente questa scena deve essere immaginata con le sue parole di sottofondo ed i vari richiami che continuamente e puntualmente fa a vari personaggi santificati nel tempo da altri personaggi divenuti intanto papi o santi essi stessi, il primo fra tutti è Gioacchino che dai tempi della mia infanzia resta sempre il più gettonato anche se non ho mai capito il perché, visto che non risulta essere tra i santi in auge nella mia città né come patrono, né usufruttuario di chiese, né intestatario a sua insaputa di altri luoghi sacri. Un giorno gliene dovrò chiedere ragione di cotanta fedeltà e devozione, ma tant’è!  

Spiego le ragioni di mio padre all’impiegato e mostrandogli una serie di documentazioni accorda l’esenzione del ticket e mi dice che per quel tipo di esame che dovrebbe fare, c’è possibilità anche a stretto giro, oggi pomeriggio addirittura. Contento di questa cosa mi giro verso mio padre per chiedergli la sua disponibilità a far l’esame ma, con mia grande sorpresa, non lo trovo. Mi giro intorno e non vedendolo e avvertendo l’impiegato che sto per andare a cercarlo, mi allontano chiamandolo. Nulla, sembra sparito da quell’ambiente. Mentre immagino già la Sciarelli che mi intervista in diretta la sera di mercoledì prossimo con la porta d’ingresso dell’asl sullo sfondo e i rumori del camioncino della raccolta differenziata che attraversa la strada con la sua lucina lampeggiante, interponendosi tra la telecamera e me che sto chiedendo all’Italia tutta di aiutarmi a ritrovare il genitore scomparso, chiedo al signore che funge, per qualche euro, come una sorta di portinaio e mi dice di averlo visto uscire e dirigersi verso il bar nelle vicinanze.

Trafelato mi fiondo nel bar e lo trovo intento in una discussione con altri astanti, tutta protesa sui risultati di amene gare calciofile e lui da tifoso di una squadra con maglia a strisce di Torino, ricordava a tutti la sua atavica devozione verso i santi e al padrone degli stessi nominandoli e accostandoli ad azioni di gioco e a interpreti del gioco stesso, che evidentemente non hanno raccolto il suo consenso tecnico. Cerco di inserirmi per poterlo distogliere un attimo dalla discussione che aveva lui come unico oratore e approfittando mi presenta ai suoi occasionali amici (età media apparente 81 anni e mezzo) come il figlio sfigato che non segue quella balorda e falsa commedia del pallone. Dopo aver ricevuto e sentito addosso gli sguardi schifati degli ultras, approfittando di un secondo di appannamento dovuta alla delusione che ho loro provocato, gli riferisco della possibilità dell’esame nel pomeriggio. Lui mi guarda da dietro gli occhiali che indossa con un’aria quasi rabbiosa e mi dice: “ma tu stai ‘bbuon’? Io i soldi a quelli non glieli do perché ho l’evasione totale!!!” (trad.: ma tu stai bene?). Illustro con tutta la calma residua a lui e alla platea che si era intanto adunata che l’esenzione ce l’ha e sono riuscito a farlo sapere anche all’impiegato dell’asl che aveva ragione da vendere, ma, gli aggiungo, di avere l’urgenza di confermare la visita per oggi pomeriggio. Mi bofonchia un “si” e guardando il tempo fuori me lo conferma con decisione. Penso tra me e me a quali assurde piantate o raccolte doveva fare visto che le zucche e i finocchi non v’è traccia nell’orto che accudisce, ma non oso chiedergli nulla. Prima di lasciare il bar dello sport, vengo trattenuto da uno di Villa Arzilla presente tra il pubblico calcistico, che mio padre aveva adunato e mi chiede se gli faccio la cortesia di parlare anche per lui all’impiegato in quanto non avendo l’esenzione (anche per lui era “evasione”, ma mi accorgo dai discorsi seguiti che era veramente così per lui), vorrebbe usufruire dei vantaggi alla stessa stregua. Ribadisco l’impossibilità di fare ciò che mi chiede e di non essere d’accordo con la sua intenzione. Lui insiste ed io ancora più fermamente mi rifiuto e cerco di allontanarmi da quel locale per completare la prenotazione per mio padre. Ad un tratto sento che abbandona la presa della manica del giubbino che indosso e rivolgendosi a mio padre che intanto si era di nuovo accalorato con i restanti ospiti a esaminare rigori e falli di punta e di tacco delle partite infrasettimanali, gli lancia questo monito: “Vicenzì, aviv’ raggion’! Figlit’ nun sta ‘bbuon. Puort’ a iss’ a ‘ffà a visit’!” (Vincenzino avevi ragione! Tuo figlio non sta bene. Porta lui a fargli fare la visita!).

Me ne vado prima che l’idea di sterminare la terza età beneventana prenda possesso delle mie facoltà e volontà psico-fisiche.