Giovanna Consolo - Poesie e Racconti

Per fare la poesia

Cosa ci vuole per far la poesia
Cos’è che fa correre la fantasia
Che mette insieme segni e parole
Che ai suoni fa fare salti e capriole?
La voce del vento
Il profumo dei fiori
La luce del sole che svela i colori…
O forse gli amori gli affetti gli amici
I momenti tristi I ricordi felici…
I giorni passati, le forti emozioni
Le case dei nonni le vecchie canzoni
Le stelle che brillano la notte scura
Il coraggio Le idee la pietà la paura…
Gli alberi spogli le foglie i germogli
Le gocce di pioggia i disegni sui fogli
L’azzurro del cielo,  del mare, degli occhi
L’eco lontana di noti rintocchi
I sorrisi bambini gli sguardi incrociati
sui bianchi cuscini i sogni sognati  …
…O forse ogni cosa che incontri per via
Se ti entra nel cuore
Diventa  poesia.

 


 

Omaggio a Don Chisciotte

Guardatelo bambini piano piano
quel cavaliere che arriva da lontano…
La lancia in  resta e uno scudiero al fianco
Sopra un ronzino con il manto  bianco…
È un grande hidalgo di terra d’Iberia
Per lui la fantasia è una cosa seria.
Nella sua stanza con un libro in mano
Sognava un mondo sconfinato e strano
Leggeva e rileggeva le avventure,
Decise di sconfigger le paure
Cosi partì per compiere il suo viaggio
Armato solamente di coraggio.
I mulini a vento eran per lui giganti:
Voleva sterminarli tutti  quanti…
E il buon vecchio Sancho che lo assecondava
Ogni volta alla realtà lo riportava.
Per Dulcinea nutriva un grande amore
Eppure in cuore aveva il suo dolore:
Da tutti esser considerato folle,
Perché accettar la vita egli non volle.

 


 

I luoghi del cuore

Mare, montagna, lago o pineta
Quale sarà la tua meta segreta?
Il luogo più amato, il posto del cuore
Quello in cui torni con affetto ed amore
villaggio, metropoli, paese città…
Pensaci bene, quale sarà?
Un albergo di lusso, una casa in campagna
Un camper, una tenda, una piccola stanza…
Dove hai trascorso la più bella vacanza?
In un luogo lontano o in casa di amici
Son conservati i tuoi giorni felici?
E come raggiungi quel posto sereno?
In macchina, aereo, in nave o su un treno?
O forse il ricordo ti basta a viaggiare
E con la mente ti fa ritornare
Nel prato  fiorito, in terrazza sul mare
Sull’isola calda, nel bosco intricato
In quel lungo sentiero su cui hai camminato?
Si viaggia e si arriva in tantissimi modi
E occhi e memoria  sono i soli custodi.

 


 

DEI, EROI, UOMINI E SOLDATI
Miti e leggende che li hanno raccontati

Conoscete bambini voi la storia che gli antichi aedi cantavano a memoria
Di una guerra lunga dura e sanguinosa che con ira funesta  distrusse ogni cosa
Seminando dolore e disperazione in un mondo antico e pieno di passione?
Era per Troia questa lunga guerra, nata in nome di Elena “la bella”,
La figlia di Tindaro e di Leda, fu lei ad esser scelta come preda
Moglie di Menelao, gran sovrano, che regnava In quel posto lontano
Come quasi ogni storia che si racconti e si rispetti
Anche questa inizia  a corte e con banchetti,
Con invitati esclusi, caso strano,tra i nemici giurati del sovrano.
Eris entrò a palazzo inaspettata, Sapendo di non essere  invitata,
E gettò sul tavolo imbandito il  dorato frutto già proibito.
“Eccolo – disse sprezzante quella- che venga consegnato  alla più bella!”
Da quel momento stesso la discordia tesseva già la lunga corda,
che i popoli con lacrime ha annodato, come gli antichi ci hanno tramandato.
Fu chiesto al bel principe troiano di prendere la situazione in mano
E decidere lì, in quel momento chi meritasse il riconoscimento…
Atena? Era? Afrodite? Chi era la più bella…Voi che dite?
il giovane da bravo sognatore concesse solo a  Venere l’onore
Di esser sull’Olimpo senza eguali per grazia tra gli dei e tra i mortali.
Da lì iniziò, come una cascata, una guerra lunga e sconfinata
Omero con le Muse al mondo l’han narrata e alla memoria di tutti consegnata
Iiade e Odissea sono chiamati i due poemi tanto noti e amati:
Parlano di viaggi, di passioni, di avventure, di eventi e fantastiche figure
Raccontano dei, eroi, uomini, soldati e altri personaggi immaginati,
E questa lunga storia che ancora stiamo a raccontare
Continua da millenni a affascinare tutti quelli che la vogliono ascoltare
E a dire al mondo intero e a questa Terra a cosa porti mai qualunque guerra.

 


 

L’arcobaleno

Vedi?
Nel cielo c’è l’arcobaleno
È un trasparente ponte sereno
Fatto di sogni e di sfumature
promette tesori e ricchezze future
Una lunga salita e una dolce discesa
Una bellissima via che non pesa
Che sale leggera nel cielo blu
E ti trasporta dove vuoi tu
Racconta fiabe, leggende, storie
Tramanda credenze, miti e memorie
Parla di gnomi, folletti e fate
Di creature fantastiche, miti, incantate
Vuole indicarti di certo una meta
Tracciando nell’aria una  pista segreta…
Non sai dove inizi né dove finisca
Perché sparisce  veloce alla vista
Con la magia di un vero alchimista.
Ma lascia impressi i suoi sette colori
A chiunque lo guarda con gli  occhi ed i cuori

 


 

Le porte delle aule

Le porte delle aule sono porte un po’ speciali
Per quante ce ne siano a nessuna sono uguali
Se solo le attraversi con un passo, in un momento
Ti trovi in un posto che è davvero un gran portento
Ci sono dentro storie, musiche e anche amici
Momenti un po’ noiosi e altri più felici.
Ci trovi frasi, regole, disegni, esperimenti
Libri, cartine, mappe e letture divertenti
Scopri date, lettere, numeri e parole…
Scova il suo interesse ognuno se lo vuole
Ci trovi un mondo intero, conosci ciò che è vero
Impari a ragionare, a confrontarti e anche a sbagliare
No, non c’è un’altra porta che ti conduca più lontano
Di quella che ogni giorno hai a portata di mano
La raggiungi ogni mattina e in meno di un minuto
arrivi lontanissimo nel tempo di un saluto!

 


 

Luna racconta…

Luna che illumini la notte scura
Il buio con te non fa paura
Luna che guardi dall’alto il mondo
Farei con te quel gran girotondo
Luna che incontri tutte le stelle
Chi è che narra le storie più belle?
Luna che balli nel cielo sospesa
E che conosci il silenzio e l’attesa,
Luna che sai sogni e desideri
Di tutti i bambini di oggi e di ieri…
…Quali segreti ci puoi raccontare?
Se vuoi inizia pure a parlare:
A bocca aperta e col naso all’insù
saremo tutti lì ad ascoltare.

 


 

Sole racconta

Sole bellissimo
giallo lucente
Sole che splendi
per tutta la gente
Sole che brilli
da milioni di giorni
che la sera vai via,
ma al mattino ritorni
Sole che parli di aria
e vacanze
E che fai nuove
tutte le stanze
Sole che scaldi
la pelle e il cuore
E quando tramonti
non fai rumore
Sole fantastico
che come i pittori
Dipingi il mondo
di mille colori
Dicci:
si vedono
dall’alto
i confini
del mondo in cui vivono
tanti bambini?
E c’è chi ferma
i tuoi splendidi raggi
quando nell’aria
sereno
tu viaggi?
Continua Sole
a darci energia
A ruotare libero nell’universo
Regala al mondo
la tua magia
E fallo sembrare
migliore e diverso.

 


 

Lezione di scienze

Le piante hanno radici: lo sanno tutti, non serve essere scienziati. Esistono radici di diversi tipi e di diversi generi: fascicolate, a fittone, aeree, avventizie… Una delle prime cose che i bambini imparano è che le radici sono fondamentali per la vita delle piante: specializzate nell’assorbimento di acqua e sali minerali dal terreno, servono a nutrirla, a farla crescere, a tenerla salda al terreno, a mantenerla viva, a trasferire la linfa fino ai germogli che da essa nascono. Non le vedi, le radici, eppure svolgono un lavoro indispensabile. Sono forti, le radici: perforano il terreno, si fanno strada negli strati più nascosti del suolo e sono capaci di raggiungere profondità inaspettate. E poi lo consolidano quel terreno in cui si nascondono, specie nei tratti più scoscesi e ripidi. Lo rendono capace di resistere alle piogge e al vento che potrebbero farlo franare e lo fortificano. A volte fanno da dispensa per la loro pianta, accumulando e conservando sostanze che tornano utili in caso di carenza di nutrimento. Tutte queste notizie studiate sui vecchi libri di scuola mi tornavano in mente mentre guidavo lungo la strada che conoscevo a memoria, una curva dopo l’altra, tra gli alberi dorati che, rassicuranti e solidi, mi dicevano che mancava poco ormai e le luci accese nella sera dentro le case sul Monte Celeste mi avrebbero salutato. Rassicuranti e fedeli, anche loro. Ad un tratto mi è venuto in mente che – anche se non è scritto in nessun libro di scienze e non si impara da bambini ma solo quando si diventa sufficientemente grandi – anche le case hanno radici. Proprio come le piante. E hanno le stesse funzioni, la stessa importanza, le stesse capacità. Non per la casa che sostengono però, ma per le persone che la abitano. E anche per quelle che l’hanno abitata. O per quelle che la abiteranno. Nessuno le vede, nessuno lo sa. Ma le radici ci sono. E nutrono, fanno crescere, tengono saldi, legano, perforano, raggiungono profondità impensate, non ti fanno crollare quando sai che potrebbe succedere, affondano dentro e poi spuntano fuori a distanze impressionanti. Perché le radici delle case, specie delle case dell’infanzia, sono invisibili e anche elastiche. Incredibilmente elastiche. Sono capaci di allungarsi e di fare il giro del mondo, ma poi quando sono tese tanto, tanto, tanto che di più non è possibile, e pensi che quel filo sottilissimo stia li li per spezzarsi, ecco che scopri che invece è più resistente e tenace dell’acciaio e con uno scatto improvviso ti riporta esattamente in quel punto, dove la radice ha origine, dove la casa ha il suo indirizzo. Via dei Morroni 81. Sono arrivata. E le mie radici sono li, ad aspettarmi.

 


 

Tornando a casa

Mi piace sempre tornare qui, fiancheggiare la Chiesetta, passare sotto l’arco e vedere la casa di pietra costruita da mio padre, la casa che ha visto vivere e morire i miei nonni, che ha ospitato i giorni e le sere della mia famiglia e che adesso è vissuta dalle mie sorelle, dai figli, dai nipoti. E da me, in estate. Da me e dalle mie figlie. Mi piace fermarmi un momento a guardarla, provare a rivedere mia madre che mi aspetta seduta accanto alla finestra mentre lavora o sgrana il rosario, poi scosta un poco la tendina, si aggiusta gli occhiali, schiude la finestra, finalmente ci scorge e ringrazia il cielo che anche questa volta siamo arrivate, cariche di bagagli e di “impicci”, come sempre, ma siamo qua.. Mi piace, poi, scendere quasi di corsa i pochi metri che mi portano a casa, facendo bene attenzione ai sanpietrini sconnessi e lisciati dal tempo e salire Infine le scale, le scale di casa mia. Mi piace oggi salire almeno quanto da bambina mi piaceva scendere correndo e saltando spesso ruzzolando giù fino in fondo così che alla fine sfoggiavo quasi sempre cerotti e fasciature sulle ginocchia. Mi piace sostare lungo i gradini, guardare lo scorcio di valle, gli ulivi, la costa del colle, i mucchietti di case lontani, e, proprio dirimpetto alla finestra della cucina, fermarmi con gli occhi su quel cumulo di pietre grigie abbracciato dai tetti e dai rovi che è la Vecchia Torre medievale. Mi piace, arrivata sulla Loggetta, inventare chi o che cosa nascondono le figure che le nuvole disegnano nel cielo oppure contare le sfumature infinite del tramonto proprio come facevo la bambina. Mi piace sostare ancora su questo fazzoletto di casa sospeso a mezz’aria e ripassare gli odori delle stagioni anche se li conosco a memoria: il fumo dei Camini che scaldano e confortano nelle fredde giornate invernali, il profumo del vento tiepido di primavera, la fragranza delle calde serate estive, la stessa di quando, col frinire dei grilli e delle cicale che faceva da colonna sonora, inseguivo le lucciole cantilenando non so qual è nenia e poi l’ aroma del vino e dell’uva appena vendemmiata proveniente dalle cantine che furono di mio padre e che sono adesso di mio cognato. Ma l’uva è raccolta delle stesse viti, il vino invecchia nelle stesse botti di allora. Mi piace infine salire gli ultimi due gradini, appoggiare la mano sul portone ed entrare tra quelle stesse mura che mi hanno visto nascere, crescere, ridere, studiare, parlare, raccontare, piangere, cantare, andare via e ritornare. Le mie figlie sanno tutto questo. Sanno tutto di me, del mio paese, della mia casa, della mia storia. Sanno i volti, le voci, i colori. Indovinano gli odori, i sapori della mia infanzia, conoscono i racconti che ascoltavo, immaginano le cose che guardavo, quello che facevo. È successo così, senza che me ne accorgessi. Non saprei dire come, quando e perché, dove abbia svelato così tanto di me, ma a volte mi sembra che sappiano precisamente ogni cosa, che conoscano minuziosamente ogni evento, ricordino fatti, luoghi che non possono aver veduto e vissuto come se fossero state proprio lì dove ero io. Può darsi che semplicemente qua e là negli anni a me sia piaciuto raccontare e a loro ascoltare. Tutto qua. Sta di fatto che loro due non possono stare lontane da qui più di quanto non possa farlo io. Forse è una delle mie gioie più grandi: amano questa casa quanto me. Sanno che queste scale hanno visto passare tante vite, tante storie. Sanno che a levigarle e a consumarle sono stati, insieme al tempo, anche i passi antichi dei bisnonni e quelli lenti e buoni del nonno, mio padre, che tornava a piedi dai campi, cappello in testa e bisaccia al collo, stanco, ma non così tanto da non avere qualche parola per me, la sua “maestrina”, così mi chiamava, che giocava a nascondersi sotto il tavolo della cucina per fare il verso del gattino, o più tardi per le sue nipotine che lo aspettavano in casa per riconoscerne i passi via via più vicini, sentirlo aprire la porta, vederlo allargare le braccia e il sorriso e dire “Eccole”. E, ancora, indovinano i segni lasciati dai passi operosi e vivaci della nonna, della mia piccola mamma, intelligente, acuta, abile con ago e filo tanto che la casa era sempre invasa dal chiacchiericcio delle lavoranti e delle clienti, ma brava anche con inchiostro e pennino, così che era lei, rubando a volte frasi struggenti a un certo prezioso libricino, “Il cavalier servente”, a scrivere lettere d’amore per i cuori sempre frementi delle ragazze che venivano a imparare il mestiere. Avvertono poi i passi delle mie sorelle che tante volte hanno sceso e salito queste scale: passi veloci che volevano arrivare primi alla fontana per colmare d’acqua la conca di rame. Passi divertiti e silenziosi che andavano a ballare di nascosto in piazza o in casa di qualcuno. Passi risoluti, che si dirigevano decisi in città, a imparare e a studiare un mestiere, quello di ostetrica, voluto con ostinata passione. Passi intrisi di malinconia e gonfi di lacrime che una mattina portarono mia sorella più grande, suo marito, tre bambini e poche valigie lontano. Così lontano che faceva paura solo a pensarci. Dall’Australia sarebbe tornata dopo tanti e tanti anni e ad attenderla in cima alle scale, sul davanzale, avrebbe trovato la candela consumata da una notte e un giorno in cui, rimanendo accesa tutto il tempo del suo viaggio in aereo, aveva rivolto a Dio una preghiera piccola, quieta, silenziosa e lucente. E poi c’erano i miei passi, che salivano le scale a due, a tre per volta e che scendevano veloci che ancora era notte per correre a prendere il pullman che mi avrebbe portato a scuola, sui banchi, sui libri, a studiare, a capire, a diventare la maestrina che papà, chissà perché, vedeva in me da sempre. Loro tutto questo lo sanno. Sanno che camminando mi divertivo ad ascoltare il rumore che io stessa provocavo sui selci lucidi di pioggia, velati di brina, coperti di neve, che giocavo con la nuvoletta bianca nel mio respiro mentre tutti intorno c’era il freddo e il silenzio dei mattini invernali. Sanno anche di me che ero la più piccola di casa, coccolata e vezzeggiata, che essiccavo foglie tra i libri, che preparavo tanti vasi di fiori e li curavo e li collocavo su ogni gradino. Le mie figlie stanno anche che, proprio appena passato L’Archetto, prima di giungere a casa mia, c’era una bottega di marmisti piena di ragazzi che ridevano, scherzavano e corteggiavano le mie sorelle. Due di loro sarebbero diventati i miei cognati. Sanno di quando nevicava e si scendeva giù a raccogliere la neve appena caduta: soffice, bianca, buona da mangiare. Sanno delle collane che mi preparavo con certo bacche che sembravano coralli, delle corone da regina e del trono di pietra dietro casa, sanno del bicchiere di latte bianco sul tavolo, accanto ai libri, davanti al camino che accompagnava tutti i miei pomeriggi di studio. Sanno di quella volta in cui Nessuno riusciva a spiegarsi il motivo dei lacrimoni che mi bagnavano il viso e io mi di speravo perché- mi prendono in giro ancora adesso- al catechismo mi avevano detto che dovevo piangere il dolore dei miei peccati, o di quell’altra in cui, ero molto piccola e stavo male, un venerdì sentii mia madre mandare qualcuno a comprare un’ aringa raccomandandosi che fosse bella grossa, e io invece già mi figuravo una siringa grande così… Sanno del mio vestitino di Sangallo bianco con i fiorellini applicati in pannolenci, del sapore caldo del pane, del rumore delle forbici grandi che tagliavano la stoffa spessa, calda e pesante dei cappotti, oppure quella sottile e frusciante delle camicette. Sanno della vecchia Singer nera a pedali, che continuamente andava su e giù, dei canti e del chiasso allegro delle ragazze che lavoravano in casa. Sanno della scaletta di legno con un piolo spezzato – capii più tardi che si trattava dell’anima degli involti di stoffa- che trovavamo puntualmente il giorno della Befana nel caminetto. Sanno del vecchio zio d’America andato in guerra con i ragazzi del ‘99 e mai più tornato fino a quando, ormai ricco ma solo, tornò a cercare un figlio che non aveva tra quelli del fratello e a me, che avevo allora solo cinque anni e una tinozza in cui lavarmi, prometteva bagni lussuosi con marmi e specchi fino a regalarmi un brillante un brillante vero che tutto il vicinato veniva a guardare. Sanno del giradischi per i miei sedici anni, stanno dell’Orto davanti casa dove veniva lasciata al sole la conserva di pomodoro che io mi divertivo a stendere con un bastoncino formando tanti ghirigori. Sanno delle vacanze a Roma dagli zii, dove scoprivo novità eccezionali come il latte in tetrapak. Sanno della mia bella bambola di porcellana che finì con tutti i capelli tagliati dalla mia adorata nipotina. E sanno di quella mattina in cui a salire le scale di casa mia fu un ragazzo che avevo conosciuto mentre ero al mare con mia sorella e che aveva fatto giri immensi per ritrovarmi. Io ero a scuola e neanche lo sapevo che era andato da mio padre per chiedergli il permesso di fidanzarsi con me. Portava una cartella sotto il braccio e a casa pensarono in un primo momento che si trattasse di un agente delle tasse. Ci sposammo quattro anni dopo. Sanno che quella mattina c’era la neve e c’era il sole e che io – me lo disse un mio cugino – sembrava piuttosto una ragazzina pronta per la prima comunione che una sposa. Scesi le scale sottobraccio a mio papà. In fondo, a tenere il nastro che stavo per tagliare, c’erano i miei nipoti, eleganti e non troppo contenti che mi sposassi e me ne andassi via, anche se andavo al mare dove sarebbero venuti a trovarmi. Pochi passi ed ero già oltre l’ archetto, davanti la Chiesa.
Mi piace tornare a casa mia.
Ad aspettarmi, anzi ad aspettarci, impazienti adesso ci sono, prime tre tutte, le figlie di mia nipote. E alla bambina che abitava qui e che è rimasta in me piace un mondo sedersi sui due gradini d’ingresso con le bambine di ora, come faceva con i ragazzini di un tempo, i cugini di Roma, che tornavano al paese per le vacanze e riempivano la casa di risa e di scherzi. Mi piace parlare con le mie sorelle, vedere i miei nipoti, le mie figlie, i cugini che popolano la casa oggi. A volte li guardo e penso come cerchino in tutti i modi di stringere ancora di più il filo che li lega, quasi avessero paura che il tempo, la vita, possano finire per allontanarli. E così diventano di volta in volta testimoni per le nozze dell’uno o dell’altro, padrini e madrine dei figli, confidenti, amici, consiglieri, compagni di gita e di vacanze. Ma a parte qualche fine settimana e qualche giorno a Pasqua e Natale, è in estate che ci godiamo momenti davvero speciali: “… sono arrivate!” E allora incomincia quello che attendiamo per un anno intero: baci, abbracci, chiacchiere, saluti, resoconti, novità, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da fare, da dire, da raccontare. C’è chi canta, chi disegna, chi ricama, chi inventa, progetta, lavora, chi esce, chi parte, rientra, chiama, ritorna… “Questa casa è sempre piena di vita, è sempre stata così” dice qualche vecchia zia quando nei pomeriggi afosi ci si siede un po’ insieme per lasciarsi andare ai ricordi. Anche oggi è così: tutti si danno da fare, preparano, spostano incartano, parlano, scherzano, scrivono, ridono… “tutti pronti per la foto? Sorriso… tanti auguri!”.
Oggi compio 50 anni. “ Ma sei sicura? mi sa che non sei cresciuta mica, sai?”
A volte mi infastidiva quasi sentirmelo dire, adesso invece sono contenta. Perché forse è vero. Forse è proprio così che è andata. Forse dentro di me c’è proprio una ragazzina ed è lei che in questi anni ha fatto compagnia alle mie figlie e ha raccontato tutto di me come ero, di me come sono, a loro due mentre io imparavo a fare la mamma. Può darsi che sia questo il segreto delle madri, dei figli, della vita che nasce, cresce, continua, trasmette, regala. Forse è fare in modo che la storia, la nostra storia, non si declini mai al passato, e che il tempo, quella strana cosa che lascia i segni sulle case, sulle strade, sui volti, sulle mani, lasci intatto il cuore.