Luigi d'Antonio - Poesie e Racconti

Avrai

 

(dedicata a mia figlia per la maggiore età)

Avrai  dei sogni da realizzare,

ti auguro di riuscire in tutti…

…ma uno per volta.

 

Avrai scelte da fare,

buone, cattive, convenienti o meno…

…fai quella giusta.

 

Avrai tante porte da passare,

se ne trovassi una chiusa, sfondala…

…ma prima cerca di trovarne la chiave.

 

Avrai amicizie da ricambiare

vere o false che siano, sii sempre leale…

…una persona vale per quel che è, non per quel che pare.

 

Avrai bocconi amari da ingoiare,

invita i tuoi cari a pranzare con te…

…ne avrai meno da mangiare.

 

Avrai un lungo percorso da affrontare,

sul sentiero accidentato della vita,

non affrettarti, poggia bene i piedi

e, se mai stessi per inciampare, 

in chi ti ama con mente, cuore ed anima,

troverai sempre una mano tesa da afferrare…

 

…tienila stretta e continua a camminare.


Il petalo

 

Da ‘n pò de tempo dentro a lo mio giardino

ha fatto capolino ‘n fiorellino;

è ‘n fior nato così, alla chetichella,

senza fanfara e senza caciarella,

me s’è piazzato lì bono bonino

ed ogni giorno cresce ‘n pochettino.

Tutt’e mattine ‘o guardo ben attento

e m’accorgo che sto fiore è ‘n gran portento:

piccolo, fiero, forte e resistente,

affronta l’intemperie irriverente;

e nun è solo questo che stupisce,

ma la bellezza sua che man man cresce

e ch’ogni dì lo fa così lucente

da fare a gara con er sol nascente.

Oggi ‘na cosa strana m’ha attirato:

‘n petalo novello era spuntato

e so rimasto là com’en fregnone,

senza sape’ che fa per un eone.

Poi gli ho sorriso e come ‘n fidanzato,

tenero ‘n dorce bacio gl’ho ammollato.


Il dolore che ho dentro

 

Il dolore che ho dentro,

è il vagito di un bimbo che nasce,

è la morte di un giglio sbocciato tra i rovi,

il dolore che ho dentro.

 

Ma pur soffrendo per non essere amato

io amo!


Eternità

 

…e quando più niente sarà di queste umane spoglie,

vivremo ancora nel cuore di ogni uomo,

perché noi siamo Amore.


‘Na  prumessa

 

‘Na prumessa,

da che nce l’amme data

‘a vita nce ha cagnata,

purtannece pe strade

assai cchiù strette e rade.

 

‘Na prumessa,

fatica nce custata

ma l’amme respettata,

pè ‘o bene e ‘a serietà

simme arrivate ccà.

 

‘Na prumessa,

c’ha date ggioie e dulore,

surrise, allucche e cchiante,

ma meglio ‘e ogni ata cosa

c’ha date sti duje infanti

 

‘Na prumessa,

vinticinche ne so’ passate

‘e st’anne travagliate,

ca nce hanno stramutato,

da figli, a mamm e pat.

 

‘Na prumessa,

pe’ cchesto stamme ccà,

annante a chi nce ha stritt’ o patto,

pe’ ringraziarlo ancora

e giura’ n’ata vota eterno ammore.


“A Michele Widenhorn, amico fraterno, per i suoi 40 anni”

IL CAMPIONE DEL RE


1.EPILOGO

Sir MERKLAR allacciò il pesante mantello e si fissò ancora una volta allo specchio; voleva essere impeccabile innanzi al suo re anche in questa ultima occasione. Nella sua mente echeggiavano ancora chiare le parole che aveva attese e temute per tutta la vita: «è giunta l’ora del rinnovamento. Alla prossima luna ti recherai alla grotta sacra per cedere il passo a colui che verrà dopo di te, così come e stato per colui che fu prima di te»Non era rammaricato verso il suo signore, nessun senso di abbandono o di esclusione lo attanagliava; provava solo un timore mai conosciuto prima: la paura dell’ignoto. In passato aveva già vissuto quest’esperienza, come cavaliere subentrante, ma non la ricordava affatto, né il come né il quando, e neanche ricordava il nome o il volto del suo predecessore e, quale che fosse stata la sua sorte, mai nessuno ne aveva parlato o fatto menzione, come a commettere un sacrilegio. Cosa, dunque, gli riservava la sorte? Il suo animo si sarebbe inaridito o inasprito? Sarebbe stato esiliato e dimenticato? Come poteva essere possibile che attorno a chi lo aveva preceduto, e a quelli prima ancora, ci fosse un impenetrabile muro di “dimenticanza”? Mai un nome, mai una sola impresa, il nulla! Cercò di scacciare ogni cattivo pensiero andando con la mente al suo Signore che conosceva profondamente e che sapeva incapace di qualsiasi atto vile. «E sia», si disse, «affrontiamo il nostro destino……qualunque esso sia».

2.VIAGGIO

Era una chiara mattinata d’inverno, il sole risplendeva alto in un cielo limpido, spandendo il suo tepore su tutte le cose; la vita scivolava serena tra la gente per strada. Tutto contrastava nettamente con l’umore del cavaliere. In sella a “Veleno”, il suo fedele compagno di battaglia dal manto nero, percorreva le strade diretto verso le porte della città e si guardava intorno assaporando e memorizzando luoghi, rumori, odori e volti che forse non avrebbe mai più rivisto. Quasi al tramonto, giunse in prossimità della grotta sacra, dove ad attenderlo c’era il suo Re, accompagnato dal Gran Sacerdote e dalla Guardia Reale; i cavalieri di cui Merklar era comandante. Scese dalla sella e si inginocchiò davanti al suo signore che, levando in alto la mano, gli disse: «alzati cavaliere, mio Campione! Oggi, dinanzi a tutti i presenti, proclamo che mai in tutta la mia reggenza ho avuto migliore soldato, amico, confidente e consigliere di Sir Merklar di Hanghaàr. Va quindi e celebra il Rinnovamento con il coraggio, la devozione e la benevolenza che sempre hai avuto verso il tuo Re; la nostra benedizione ti accompagnerà sempre!»«Si, mio Signore», rispose, e riconsegnato l’anello con il sigillo reale ricevuto all’atto dell’investitura, si avviò verso l’antro della grotta accompagnato dalle sommesse, cantilenanti preghiere degli astanti. Raggiunto l’antro, senza esitare, si inoltrò nelle tenebrose fauci della caverna.

3.RINNOVAMENTO

Addentrandosi sempre più in profondità, Merklar cominciava ad intravedere con più nitidezza i contorni dei costoni rocciosi che lo circondavano; non era la sua vista che si stava adattando al buio, dalle profondità di quel luogo proveniva un chiarore che si faceva sempre più intenso man mano che ci si avvicinava. Ad un’ultima svolta, il cavaliere riuscì finalmente ad individuare la fonte di tanta luce, restandone, allo stesso tempo, sconcertato ed affascinato: nel mezzo della parete sul fondo della grotta vi era incastonato quello che poteva sembrare un grande specchio la cui superficie, però, emetteva un bagliore innaturale e si increspava di continuo come fosse d’acqua. Dopo un attimo di esitazione, Merklar si avvicinò e si guardò ancora una volta intorno, dove non vi era traccia dell’uomo che avrebbe dovuto incontrare. Portò quindi la sua attenzione sullo strano oggetto che aveva dinnanzi constatando, sempre più meravigliato, che non era uno specchio, ma una pozza contenente un qualche liquido; “una pozza in verticale su una parete?” Era sempre più confuso, non poteva essere un fatto naturale e, se non lo era, chi o cosa poteva essere in grado di compiere un simile prodigio? Immerso nelle sue considerazioni, scorse d’un tratto un’ombra proprio lì, nella pozza; si accostò quasi fino a toccarne la superficie, non riuscendo a vedere chiaramente, ed ebbe così la consapevolezza di dover entrare; come se un ricordo di quella precedente esperienza fosse riaffiorato per sciogliere i fili di una matassa che diventava sempre più intricata. Facendo ricorso al puro istinto ed accantonando ogni logica, entrò nella pozza. Era come essere nel grembo materno, la sua mente ormai sciolta da ogni vincolo. Lui, Sir Merklar, aveva affrontato innumerevoli volte quel momento; da molti anni era lui il Campione del Re. Rivide tutta la vita scorrergli davanti agli occhi, rivide la sua gioiosa infanzia, la sua incerta adolescenza, si rivide fin dall’inizio della vita stessa lì, con il suo Re, del quale sempre era stato e sempre sarebbe stato Campione. Ripercorse nuovamente i suoi successi ed i suoi fallimenti, amareggiandosi nella consapevolezza che, in alcune occasioni, questi ultimi si fossero ripetuti nonostante l’esperienza pregressa. E, dopo aver rivissuto nuovamente e completamente, Merklar fu finalmente sereno. Intuì che una volta uscito dalla pozza i suoi ricordi non sarebbero stati più gli stessi: tutte le imprese che aveva vissuto fino a quel momento sarebbero divenute le gesta mai raccontate di uno prima di lui mai nominato, comprese anche che avrebbe dovuto ripetere questo momento molte altre volte fino alla fine dei suoi giorni, ma non gli importava. Quel che gli importava era che al di là di ogni cosa lui, Sir Merklar, era stato, sin dal primo suo respiro, e sarebbe rimasto accanto al suo signore sempre! 

4.PROLOGO

Il cavaliere emerse dalla pozza d’acqua stranamente asciutto, una gran confusione in mente; non fece caso alla luce che emanava alle sue spalle. L’unico pensiero cosciente era di recarsi innanzi al Re che lo attendeva al di fuori della grotta per ragioni che però stranamente non riusciva a ricordare. Uscito dalla caverna si trovò davanti una guarnigione allineata su un lato in assetto da cerimonia. In fondo allo schieramento, il Re con al fianco il Gran Sacerdote sembravano attenderlo con apprensione; si raddrizzò, riacquisendo una forma marziale, e si diresse verso di loro con atteggiamento fiero ed orgoglioso. «In ginocchio, Cavaliere», gli intimò il Sovrano,  «per il coraggio e la fedeltà dimostratami, in presenza di tutti questi uomini d’arme e con la benedizione di Dio, ti nomino mio Campione»;  poi aggiunse «Prendi! Questo anello porta il sigillo reale che ti rende secondo solo a me e ti pone a capo della Guardia Reale, da oggi in poi la tua vita è mia e la mia vita è nelle tue mani. Ed ora alzati, Sir Merklar di Hanghaàr, 40° Campione del Re».


IL GIOVANE IDIOTA

(storia di un uomo iniquo)

 

Salute a lor messeri e damigelle tutte! Oggi vi narrerò una storia, ambientata in un mondo di fantasia abitato da gente reale; un mondo di regni ormai dimenticati, di re, d’imperatori, anche di gran signori, di spie, buffoni, eroi, codardi, di orride megere e femmine mozzafiato, e di creatur fantastiche che, nella mente ormai dimentica dell’uomo razionale, son solo il mero frutto di un sogno molto brutto.

 

C’era una volta nel mondo virtuale di “Vittoria” (Dragons of Atlantis), un giovanetto in cerca dei favori di uno dei potenti regnanti di quel luogo, per farsi una posizione e sentirsi parte di un gruppo; Henry di nome si era dato anche se, come i fatti poi avrebbero mostrato, Giuda sarebbe stato più appropriato.

 

Non era uomo di grandi qualità, ma quella forse in cui di troppo difettava era la fedeltà a chi l’avea accettato. Un giorno, avendo in simpatia certi suoi amici, cambiò l’ennesimo emblema d’alleanza e si unì al “Pugno d’Acciaio” e lì rimase per lungo tempo. Purtroppo però il loro Signore Supremo, tale Erbamba(ccione), che gloria, ricchezze e lauti pasti aveva promesso, non era in forza né di salvar la faccia e né in condizione di offrire ai suoi null’altro da mangiare che un piatto di riso in bianco al giorno.

 

Perciò, mortificato oggi, mortificato domani; mangia riso oggi, mangia riso domani, il giovanotto si stufò cominciando a lamentarsi apertamente. Anche i suoi amici erano stanchi di vedersi calpestato l’amor proprio e del mangiar così funesto più che mesto e, chi più, chi meno, chi prima, chi dopo, decisero di lasciare quel Signore per creare una loro gilda.

 

La separazione non fu indolore ed Henry come gesto estremo di disprezzo verso quella che era stata la sua vita sino a quel momento, si calò le braghe e condì quell’ultimo piatto di riso con una soddisfacente dose delle sue feci; poi, tutto soddisfatto se ne andò.

 

Passò del tempo durante il quale il giovanotto sembrava felice con i suoi amici, e la nuova gilda si ingrandiva. Alla guida dei “Dragonslayer” era stato posto colui che era stato il braccio destro del precedente Signore ed Henry aveva assunto una posizione da leader, quindi era tenuto molto in considerazione.

 

Ma purtroppo, chissà come, un nuovo malumore si insinuò negli animi; incomprensioni tra alcuni si diceva. Fatto sta che non passò molto tempo che il giovane cambiò nuovamente vessillo e si trasferì in una nuova alleanza, con grande dispiacere dei suoi vecchi compagni.

 

Altro tempo passo e, cambia oggi, cambia domani, il giovane si presentò nuovamente alla porta di quel Signore, la cui parola non valeva nulla e che dava da mangiare solo riso, per essere riammesso alla sua corte.

 

Questi lo accolse benevolmente, facendolo sentire a casa propria e tenendogli compagnia ma, verso ora di pranzo, lo lasciò alle dame di corte e agli altri cavalieri per dirimere una faccenda; si recò in tutta fretta nelle cucine e, chiamato il capo cuoco disse: «Bastiano, dov’è quel piatto di riso?» «Padrone è nelle cantine ghiacciate come avevate comandato» questi rispose.

 

«Bene, prendilo! E’ tornato un caro amico ed è affamato, non vorremo farlo mica aspettare?» gli ordinò il Signore con aria sorniona.

 

«Non sia mai Sua Eccellenza» rispose il cuoco con un ghigno di comprensione dipinto sul volto e, recuperato il piatto di riso in bianco farcito di escrementi, vi pose una ulteriore porzione di riso caldo a coprirne le tracce e diede indicazioni ai garzoni di sala affinché venisse servito alla persona giusta.

 

I tavoli erano già pronti, il Signore presiedeva il pasto e tutti i cavalieri e le cortigiane erano seduti ai rispettivi tavoli.

 

Il giovane, considerato ospite d’onore, sedeva al tavolo accanto al suo Signore.

 

Entrarono i camerieri e servirono il pasto.

 

Il giovane accolse con entusiasmo il piatto di riso come la più eccelsa delle prelibatezze e dopo aver brindato cominciò a mangiare. Si accorse così che il riso era diverso; non era insapore come al solito, non avrebbe saputo dire di cosa, in quanto non era un gran palato, ma era insaporito e questo gli fece piacere.

 

Ad un certo punto il Signore si alzò e rivolgendosi alla sala invitò tutti a dare il bentornato al giovane che fu invitato a proferire qualche parola.

 

Henry si alzò e commosso ringraziò tutti per la calorosa accoglienza ed in particolar modo si inchinò al Signore della Gilda il quale aveva avuto non solo la forza di perdonare, ma l’amore del padre verso il figlio ritrovato avendo a lui riservato l’unica porzione di riso farcita.

 

A voi la morale della storia!


“A Michele Widenhorn, amico fraterno, per i suoi 50 anni”

Caro Michele,

son già 50! Si comincia ad essere “saggi”. Troppo forse per il ragazzo che eri, il quale cerca di sfuggire all’altro te che, togliendo linfa vitale al suo avversario diventa sempre più forte. Va a finire che prima o poi lo becca e lui, poverino, da solo probabilmente non riuscirà a vincere una lotta che diventa sempre più impari ed ingiusta. Potresti obiettare che chi ha una famiglia alle spalle dovrebbe potercela fare: errore! Consideriamo la famiglia:

 

I GENITORI

Spesso non si ha la fortuna di averli, uno o entrambi. Nel caso ci fossero, ci troveremmo davanti ad un papà che nel corso degli anni, non si sa come, ha cominciato a dire cose che condividiamo sempre di meno (magari son giuste ma non per noi) e perciò più che aiutare ci procurerebbe semplicemente un’incazzatura. La mamma invece (santa donna) non vedrebbe affatto il problema in quanto suo figlio, il suo “bambino” è perfetto così com’è, è ci darebbe aiuto in tutto quello che non le chiediamo tranne che in quello che ci serve al  momento.

 

I SUOCERI

A trovarne di buoni già è un aiuto che viene direttamente dal cielo! Se questo evento si verifica però non risolve la cosa poiché, se pure ci amassero alla follia, non avrebbero di noi la giusta percezione a 360° che potrebbe aiutarli ad aiutarci.

 

I FRATELLI

Con Caino ed Abele siam partiti male e a tutt’oggi non è che siamo messi bene; meglio tenerli alla larga!

 

LA MOGLIE

Un amore che, mentre dà e riceve, è troppo impegnato a: lavorare, badare ai figli, rassettare, cucinare, ecc. ecc.. Semmai riuscisse a percepire il problema, probabilmente aiuterebbe l’adulto in quanto di bimbi ne ha già troppi.

 

I FIGLI

Un tipo di amore che prende senza dare (magari lo fa qualcun’altro), troppo impegnati a chiedere per ascoltare.

 

L’AMANTE

A meno che non te ne sia procurata una ultranovantenne, sdentata e con tanti ma tanti soldi, un’amante risolverebbe di certo il problema perché te ne procurerebbe talmente tanti che, al confronto, l’altro sparirebbe.

 

A questo punto, potresti realizzare che non ti sia rimasto più nulla, nessuna chance; errore! E’ proprio questo il momento in cui si ha bisogno di avere degli amici. Amici veri, amici di sempre, amici che non si tirano indietro nell’affrontare l’ardua lotta interiore che non puoi vincere da solo. Ognuno di noi rappresenta per se stesso il nemico più duro da abbattere. Son proprio gli amici che salvano da queste situazioni; quando gli anni cercano di incalzarti per renderti più egoista, meno sognatore, più stronzo, son gli amici che riescono dove tu fallisci. Non ci sono distanze che non riescano a coprire né ostacoli che non possano sormontare per soccorrerti e dire quella parola magica che fa la differenza, bacchetta e mette a posto quel tuo io sgradevole che cerca di affermarsi con sempre maggiore insistenza. A onor del vero c’è da dire comunque che un “VAFFA” non costa nulla e lo si elargisce sempre con piacere, sopratutto ad un amico, a 50 e con l’aiuto di Dio pure a 100 anni.

 

Caro Miky………maVAFFA……… u.u


 

Quando il calcio da sport si trasforma in business e crea dipendenza: vergogna di un Popolo

 

Calcio, non-Sport che annebbia la mente

 

di Luigi d’Antonio

 

E’ domenica mattina, siamo in una delle tante città italiane diverse per storia e tradizioni ma tutte uguali rispetto ai problemi del Signor “qualunque“. Si è alzato presto stamane, lo  fa ormai ogni giorno; mille pensieri lo attanagliano: il lavoro, la società, la falsa morale, l’indifferenza. E’ sfiduciato, non sa se e come ne uscirà. Apre la finestra – la giornata è buona e l’aria è fresca – si affaccia e resta lì ad assaporare quel momento di tranquillità che sembra portargli via ogni ombra dal viso ma poi li vede, li sente e pensa: “Eccoli, i drogati della domenica”. Sono euforici, per loro non esiste crisi economica e non esistono nemmeno i problemi sociali, i figli, le famiglie, esiste solo una cosa “la squadra del cuore”. Un nome caratteristico per una droga che è alla portata di tutti e che costa meno, ma costa. Il calcio in Italia non è più arte e spettacolo bensì un fenomeno, purtroppo di massa, che soprattutto di questi tempi è sempre più elemento di “distrazione” verso il quale tanti, troppi si indirizzano per sfuggire ai problemi quotidiani, arrivando persino ad indebitarsi per comprare un biglietto o un abbonamento allo stadio. Il calcio moderno non rispecchia le qualità più auliche di uno sport, non è il confronto onesto, leale tra atleti che hanno impegnato tutto se stessi per rappresentare una parte di società, una città, una nazione e definirne l‘eccellenza nella disciplina. Oggi calcio è sinonimo di business, è solo una delle sfaccettature bieche di una società corrotta della quale riflette ogni peccato. Quel che prevale su tutto il resto sono i contratti milionari, gli introiti per gli sponsor pubblicitari, le concessioni, dietro compensi da capogiro, delle dirette Tv, il doping e, ciliegina sulla torta, il “calcio scommesse”. E’ quest’ultimo l’aspetto più inquietante della faccenda, la malattia per la quale non c’è cura; sembra essere stata debellata e poi d’improvviso rispunta.  Il nodo cruciale che dovrebbe far comprendere a coloro che ancora fanno uso della droga “calcio” che al risveglio ci si sta peggio. E’ tutta un’illusione, un inganno, non c’è confronto in campo ma fuori; non è il piede a portar la palla in rete ma una mano occulta; non c’è orgoglio ma disonore. Eppure l’italiano medio non vuol capire, si attacca al salvagente perché nuotare è faticoso; non vuole mollare il giocattolo di quand’era piccolo nonostante sia diventato grande. Sarebbe invece proprio il caso di mollarlo questo giocattolo rotto; spenderci per qualcosa di meglio che le risse e gli accoltellamenti allo stadio che mostrano tutto il nostro malessere. Forse a Sodoma e Gomorra il calcio lo seguivano ma, almeno a quei tempi, c’era qualche profeta che perorava la causa di “un solo giusto”. Oggi profeti non ce ne sono: povero signor “qualunque” perirai con tutti gli altri. Vivere, avere una passione per qualcosa non è negativo, anzi! L’importante è che in questa passione non ci sia vergogna per un intero Paese. Perciò se proprio amate il calcio, la domenica, andate a giocarci.

 

 

Calcio, non-Sport che annebbia la mente