Silvia Parmigiani - Poesie e Racconti

Il Suicidio 

 

Quei soldati di legno

Hanno smesso oramai di marciare

E la voce filtra dalle fessure;

 

una battaglia è persa nel sangue.

 

Quei soldati di vetro 

Hanno smesso oramai di marciare

E un’ombra filtra dagli spifferi;

 

una battaglia è persa nel sangue.

 

Quei soldati di cartongesso

Hanno smesso oramai di marciare

E un fluido penetra dall’infiltrazione;

 

una battaglia è persa nel sangue.

 

Anche quell’ultimo commilitone

Ha smesso oramai di marciare

E l’angoscia sgorga dalle crepe;

 

la guerra è già persa

e nessuno piange quell’esercito. 


 

 

Ansia Sociale

 

“Do I dare? Si, oso.”

Apro la porta e mi guardo attorno.

La luce improvvisa del sole mi abbaglia

Togliendomi momentaneamente la vista.

L’odore di erba tagliata e il ronzio delle api,

in compenso, mi assale. 

Che bello spettacolo il mondo.

 

Attento un passo in avanti e sento la porta

Chiudersi alle mie spalle.

Il volto verso nord, le spalle ben leggere.

La brezza mi accarezza i capelli 

In un affetto quasi materno. 

 

Ormai rassicurata della dolcezza dell’aria

Muovo un nuovo passo.

Meno barcollante e più sicura,

decisa ad esplorare quell’ignoto.

In lontananza una voce, anzi due, 

forse tre. Dalle spalle o forse da est.

 

Oso ancora e avanti mi muovo.

Quel coro di voci sempre più forte

E disarmonico. Una donna allegra,

il ragazzo triste, l’anziano malinconico.

Un altro passo e i pensieri

Sempre più erratici si fanno.

Ora mi vedono, mi osservano.

Lo scrutinio è completo, o forse,

forse non mi guardano.

 

Lo faccio io, mi analizzo.

I capelli, il volto, la maglietta,

i passi, l’odore, è tutto errato.

Il respiro si velocizza, ma devo

Tenerlo sotto controllo.

Si vedrà, altrimenti, 

la mia paura. 

 

Il mio sguardo è incrociato

Da occhi estranei,

e come una gazzella alla mercé

del predatore,

mi riduco come marmo

di fronte a Medusa.

 

“Do I dare? No, non oso più”. 

 Un passo, due passi,

non li conto neanche più. 

Inciampo, non cado e temo

Che laggiù qualcuno ancora

Mi osservi e allora

Corro ancora un po’ di più.

La guancia bagnata,

Pochi passi, un altro sforzo.

Le mani mi tremano,

le gambe cedono,

La vista si appanna e 

Il respiro si annaspa.

Solo un altro e sarò di nuovo salva.

 

Eccola!

La porta si apre e si richiude,

priva di forze mi accascio a terra

inerme ed espiro ed ispiro e

mi asciugo il sudore, forse le lacrime

e un po’ ripenso, si ci penso. 

La mia pelle non mi ha protetto,

anche stavolta non ha retto

e come lo scudo logorato da 

milioni di battaglie che le frecce

non blocca più, 

mi ritrovo nuda di fronte al mondo.

 

Non ci penso e lo cambio,

riproverò domani. 


 

 

Amore a doppia Lama

 

Ritorna a me,

limpido come l’acqua che mi riempie lo sguardo,

il ricordo del giorno che mi giurasti il tuo amore. 

 

Ma ora l’unica traccia di te,

la tua mano sul mio petto.

Una volta mi solleticava il cuore, 

ora quelle stesse dita lo spremono

con la freddezza di un carnefice

e le gocce del mio sangue sporcano questa pagina,

come gocce di rugiada sull’erba dopo l’alba,

componendo queste parole destinate a te.

Le stesse parole che mi riempiono la mente.

Le stesse parole che mai nessuno sente. 

 

E quando mi dovessi cercare

Altro non troverai che il sangue sulle tue dita,

ancora adagiate sul mio cuore,

da tempo ormai freddo.

 

Perché la mia vita da sempre fu

Nelle mani di colui che amai,

tu.


 

La Mia Introversione

 

Come una cipolla,

ti conviene che io abbia molti strati.

Come un riccio,

ti conviene che io mi richiuda in me.

Come il ghiaccio,

ti conviene che non mi sciolga con te.

 

Ma tu non lo accetti e mi vuoi nuda,

di fronte a te.

 

E allora;

Come una cipolla,

ti farò piangere.

Come un riccio,

ti pungerò.

E come il ghiaccio,

io sarò fredda al tatto.

 

Quindi chiamami pure Pandora,

perché mai a te mi aprirò,

e il mio segreto per sempre custodirò.


 

 

La Parola

 

Il mio viaggio è giunto al termine

E ora temo ne cominci un altro…

 

Una porta maestosa è dinanzi a me

E una donna quasi angelica ne è a guardia;

“Pronuncia la Parola e l’ingresso 

Anche a te sarà concesso”.

Dietro a lei verdi Pascoli intravedo.

 

Frugo nella mia mente per ciò che vuole

Ma essa rimane vuota come una pagina

Mai sfiorata dalle dita dell’inchiostro.

 

Nel mio rimuginare distratto ignoro

Le porte ferraresi e svanite davanti a me.

Il buio mi avvolge con facilità 

Come un lenzuolo su un neonato

Ma la cii presa su di me

Non è altrettanto gradita.

 

Il cammino che indirizzava alla porta

Ha contorni sempre più sfocati.

La luce che l’avvolgeva s’offusca

E rimango brancolante nell’oscurità. 

 

In pochi attimi i miei occhi

Si abituano a quelle ombre

Con la familiarità di chi

Dopo anni ritorna in patria.

 

Che io sia sempre stata

Cosi lontana dalla luce?


 

La Fiamma della Vita

 

Una sigaretta.

 

Con lo schiocco delle tue

Esili e fragili dita,

mi accendi,

mi dai vita.

 

E io subito travolta

Da un ardore soffocante

Sento una fiamma

Accendersi in me,

che subito divampa.

 

Ora si spegne, poi si riaccende

Come fosse da sempre

La mia prima volta,

unico delatore,

sono sempre più corta.

 

Mani amiche però

Mi proteggono da venti nemici

Facendo da scudo,

lasciandomi in nessun luogo

al nemico ignudo.

 

Affrettati però a sorbire

Dal mio ormai inerme corpo

Tutta la mia linfa,

che la tua vita

di colore si tinga.

 

Ma ormai è ora e,

rapida come un battito di ciglia,

mi spengo.

 

La facilità con cui io,

prima cara amica,

vengo gettata al suolo

e come per incanto scordata,

disarmante.

 

Ma che strana la somiglianza

Tra la tua vita e la mia,

non credi?


 

Occhi Profondi 

 

La mattina.

 

Il sole è alto

e tu cadi nell’inganno,

tu gioisci beato.

Ed io, costretta

ad indossare

lenti spesse

che la mente

mi annebbiano

e la lucidità

mi affievoliscono. 

 

La Sera.

 

Io getto via quel velo

che giù mi ancorava

e in prima fila

per lo spettacolo siedo,

il mondo pian piano

prender vita ammiro,

come una lucciola

la cui luce

soltanto di sera

il cielo illumina.

La notte, 

quando il Sole

si allontana

l’anima del mondo

si sprigiona.

 

Prendi la mia mano

e come Mosca

scoprirai che il tuo Sole

è molto più buio

della mia Luna. 


 

Aforisma 

Il tempo è un’arma a doppio taglio. Oggi sei tu ad ingannarlo, ma domani quando non ne avrai più, sarà lui a tenere il coltello dalla parte del manico. 


 

Aforisma 

Al buio l’uomo ha il terrore di ciò che non può vedere, ma gli basta accendere la luce per combattere la paura. L’ignoranza è l’unica vera nemica dell’uomo. 


 

Lo Specchio 

 

“Benvenuto al Museo! Io sarò la sua guida per questa serata, la accompagnerò e risponderò a qualsiasi sua domanda”. Improvvisamente aprii gli occhi udendo tale voce, la quale con quasi assoluta certezza potei dire essere rivolta a me. Numerose domande mi invasero la mente come granelli di zucchero in un bicchiere d’acqua a tal punto che in quella soluzione nebbiosa di “Dove sono?” e “Perché sono qui?” rimasi impietrito dinanzi all’uomo. Sosteneva di essere una guida? Un museo? Ma quando ci sono entrato in un museo, se l’ultima cosa che riesco a ricordare è la mia camera da letto? 

 

“Signor Mursia, se non le dispiace, comincerei con la nostra visita. Abbiamo molto da vedere e poco tempo a disposizione, purtroppo”. Quest’uomo conosce il mio nome? Non feci neanche in tempo a rimuginare sulla situazione che l’uomo mi prese per il braccio con una forza del tutto inaspettata e cominciò a trascinarmi in avanti. Per la prima volta mi concessi di guardarmi attorno, e soprattutto di osservare l’uomo. 

 

La sala non aveva decisamente l’aspetto di un museo, ma in realtà non saprei io stesso a cosa paragonarla. Di fronte a me un lungo corridoio di cui neanche riuscii a scorgere la fine, per terra un tappeto rosso che seguiva fedelmente l’andamento del corridoio e alle pareti varie cornici. L’uomo accanto a me era tutta un’altra storia. Non sembrava azzeccarci niente con quel luogo silenzioso e, ammetterei leggermente raggelante. Era un uomo anziano con pochi capelli bianchi come la neve e una lunga e folta barba altrettanto candida. Il volto ricoperto di tenere rughe che gli conferirono un’aria del tutto innocente e amichevole. A guardarlo ricorda tanto come mi potrei immaginare Virgilio. Chissà se come guida sarà altrettanto curante nei miei confronti. La sua mano mi lasciò pian piano il braccio, probabilmente fiducioso che lo avrei seguito anche da solo, e aveva ragione. Dove altro sarei potuto andare? L’unico corridoio che vedo va in avanti. 

 

“Se mi vuole seguire, le propongo subito la nostra prima tela. Come noterà sono tutte senza nome, ma sono sicuro che lei riuscirà a immedesimarsi anche senza”. Lo seguii e come lui, mi fermai di fronte alla prima tela appesa alla parete destra del corridoio. Ciò che subito mi colpii non fu il soggetto del ritratto, bensì la gamma cromatica scelta dal pittore, chiunque egli sia. A primo impatto si distingueva solamente il nero, e solo dopo un’attenta analisi a distanza ravvicinata riuscii a intravedere le diverse tonalità e sfumature del colore. “Guardi pure con attenzione signor Mursia, riesce a vedere qualcosa?”. Con la mano mi stropicciai gli occhi per permettermi di vedere in quella pozza nera di pittura la figura scelta come soggetto. A poco a poco cominciai a notare quello che sembrava il contorno di un animale, non riuscii a comprendere bene di che cosa si trattasse, ma doveva essere molto vicino a un maiale. “Ha paura signor Mursia?” mi chiese avvicinandosi il signore, di cui a pensarci ancora non conoscevo il nome. “Paura? E di cosa? Non crederà mica che io mi spaventi così facilmente? Tant’è vero che mentre chiunque altro avrebbe dato di matto risvegliandosi qua, io sono ancora calmo. Niente può spaventarmi”. Alla mia risposta piena di coraggio e di sicurezza in me stesso mi parve quasi che il signore abbozzò un sorriso. Perché mai dovrebbe sorridere? Vuole per caso beffarsi del mio orgoglio?

 

“Ha ragione signor Mursia. Mi perdoni. Ora se è pronto possiamo proseguire, venga”. E per la seconda volta le sue esortazioni non fecero che interrompere la valanga di domande che navigava nel mare in tempesta che era la mia mente in quel momento. A passo lento mi condusse lontano da quel primo quadro. Solo ora notai che l’uomo sembrava zoppicare. Niente di strano considerando la sua età. Mi sorprende, anzi, non faccia uso di un bastone per reggersi in piedi. Troppo preso dal ritmo stranamente cadenzato dei suoi passi, mi accorsi all’ultimo che si era fermato. “Questo, signor Mursia, è il secondo dipinto della nostra collezione. La invito nuovamente ad osservarlo con calma per apprezzarne a pieno il valore”. Spostai lo sguardo dal vecchio uomo e lo posai sulla tela appesa di fronte a me. Non sembrava neanche far realmente parte della stessa collezione dell’opera precedente. Il soggetto questa volta era chiaro come il sole. I colori, per quanto luminosi non rendevano giustizia alla protagonista del dipinto. In un’ambientazione regale che ricorda quasi le stanze di una regina, una dama stava sdraiata su un divano, credo si chiami triclinio, ma sempre divano è. I suoi lunghi capelli neri percorsi come da delle lievi scosse, piccole onde nere che contornavano quel viso pallido e chiaro nel quale quegli occhi di un verde palude risaltavano. Le sue labbra, rosee come i petali di un fiore appena sbocciato in primavera. Ma ad incantarmi non furono il suo volto e neanche quei lunghi capelli ondulati, bensì il suo corpo. Stava sdraiata, poggiata su un braccio. A coprirla solamente una veste quasi trasparente sotto la luce di quel lampadario. Ogni curva del suo corpo accentuata e pronunciata, perché io la potessi ammirare nei suoi minimi dettagli. Senti di colpo una mano afferrarmi la spalla, “Signor Mursia, non trova anche lei che quella veste starebbe d’incanto alla sua fidanzata? So che tra poco avete qualcosa da festeggiare”. E lui come diavolo fa a sapere di Bianca? Si, tra meno di un mese festeggiamo l’anniversario. Stiamo insieme da tanto ormai. L’immagine di Bianca sembrò però offuscarsi sempre di più nella mia mente, ormai incantata da quegli occhi verdi della tela. Ad essere completamente onesti, potrà anche essere solo un dipinto, ma non era la prima volta che guardai altre donne. Non sono esattamente il tipo d’uomo che si faccia inchiodare con una sola ragazza quando al mondo ci sono così tanti gusti di gelato da provare. 

 

“Ha osservato questo quadro abbastanza. Ora dobbiamo proseguire, si ricordi che il tempo stringe”. Senza lasciarmi neanche il tempo per un ultimo sguardo di addio a quella fanciulla fittizia, mi condusse sempre più lontano da dove mi svegliai poco prima. Questa volta non ci fermammo subito ad osservare delle tele. Al contrario accadde qualcosa di davvero strano. La mia convinzione che in quel corridoio ci fossimo solo noi fu stroncata quando vidi delle figure accasciate a terra e il vecchio che mi portava proprio verso di loro. Erano due uomini, stimerei della mia età. L’unica cosa in comune l’età. Mentre io vestivo un completo elegante ed ero ben curato, quei due ragazzi sembravano essere mendicanti. Abiti stracciati e sporchi, mani e volti più tendenti al nero che al loro naturale colore e un certo fetore mi arrivava alle narici dal punto in cui stavano. “Signor Mursia, vede questi signori? Sembrano essere molto in difficoltà, li vuole aiutare? Le confesserò che le è possibile aiutare persone lungo questo cammino, ma le costerà parte del suo tempo. Più tempo perderà e meno spazio percorrerà. E temo che una volta scaduto il tempo, se non ha ancora concluso la visita rimarrà bloccato qua per sempre come loro”. Il discorso di quest’uomo era veramente privo di alcun senso logico, ma d’altronde mi ero svegliato in un “museo” con un uomo che sostiene di essere la mia guida. Ormai niente rientrava realmente nella categoria “normale”. Cominciai perciò a considerare per davvero le parole della mia guida. Quindi la ragione per cui fin dall’inizio cercava di non perdere tempo era questa? Ne va della mia vita? Se non finisco la visita in tempo resterò qua per sempre? E cosa vuol dire “come loro”? Non è possibile che questi due…straccioni…  fossero una volta come me. Dovrei davvero dargli parte del mio tempo e rischiare? “Allora signor Mursia, cos’ha deciso?”. “Forza vecchia guida. Muoviamoci a finire questa visita. Non ho alcun interesse per questi due uomini. Se sono in queste condizioni significa che se lo sono meritato. Io ho lavorato duramente per ciò che ho e non intendo regalare ciò che appartiene a me. Andiamo avanti”. E se prima mi sembrò di essermi immaginato un sorriso da parte del vecchio, ora posso confermare che era realmente là, sul suo volto. Anzi, ormai più che un sorriso sembrava un ghigno.

 

Procedemmo ancora lungo quel corridoio, i due da poco incontrati ormai dimenticati. Nessuno dei due parlava, si udivano solamente i nostri passi e il respiro leggermente più pesante dell’uomo alla mia sinistra. Passo dopo passo continuavo a seguirlo, ma stranamente sulle pareti ancora nessun quadro. Sembrava quasi che quel corridoio si allungasse sempre di più. La mia mente per la prima volta da quando udii la voce del vecchio si soffermò per davvero su tutto ciò. Nonostante gli sforzi, non riuscii proprio a ricordare niente su come arrivai lì. Quella sera ero stanchissimo. La giornata era stata molto pesante a causa delle ispezioni degli ultimi giorni. Quando finalmente arrivai a casa verso le 8 di sera ordinai una pizza e presi un paio di birre. Come al solito Bianca non era riuscita con un’intera giornata a disposizione a prepararmi qualcosa di caldo. A che mi serve averla in giro se anziché facilitarmi la vita, la complica solamente? In ogni caso, alquanto infastidito e già stressato dalla giornata di lavoro alla prima birra ne seguirono altre. Non mi sento però di attribuire la mia poca memoria ad esse, non ho bevuto certo abbastanza per dimenticarmi come sono arrivato qua. Dopo le birre andai subito a sdraiarmi avendo una nuova giornata altrettanto stressante davanti. Cosa potrà mai essere successo da quando mi sono steso ad ora? 

 

“Signor Mursia, siamo arrivati alla fine della visita”. Di fronte a me finalmente c’era la fine del corridoio. Non vidi però alcuna porta. Sulla parete di fronte a me un’enorme tendina rossa che copriva la parete nella sua totalità. La curiosità mi assalii tutt’un tratto. “Vecchio, dimmi. Dietro a quella tenda cosa c’è? La porta per caso?”. Alla mia domanda si girò verso di me e cominciò a ridere piano. Non la tipica risata che segue una battuta spiritosa, né quella che fa da sottofondo a momenti allegri e gioiosi. No, era una risata che nascondeva qualcosa di ben più profondo, di ben più sinistro e raccapricciante. Ogni traccia di bontà sembrava essere sparita dal suo volto, come non ci fosse mai stata. “Vuole sapere cosa si trova dietro alla tenda signor Mursia? È davvero un peccato allora che lei non possa saperlo. Solo pochi ne hanno il privilegio. Si tratta dell’opera di punta di questo piccolo museo. È la più spaventosa, la più vivida e realistica e la più disgustosa opera che abbiamo. Posso dirlo, l’ho vista io stesso numerose volte”. A questa sua affermazione la mia curiosità non fece altro che aumentare, prendendo il volo. Stava per caso implicando che non meritavo di osservare quell’ultima opera? Sentivo le mie dita stringersi lentamente in due pugni accanto ai miei fianchi. “Vecchio, ora tu mi mostrerai quello che c’è lì dietro. Sono stato al tuo gioco fino ad ora, la cosa finisce qui adesso. Non c’è alcuna ragione perché a te, vecchio barbuto, sia concesso qualcosa e a me no. Quello che hai tu, lo posso avere anche io!” Senza pensarci due volte alzai le braccia e le portai alle spalle dell’uomo e con forza e decisione lo spinsi abbastanza da farlo cadere a terra. Il tonfo del suo corpo contro il pavimento e lo sbuffo dolorante che uscii dalle sue labbra non mi fermarono dal compiere quegli ultimi passi che mi separavano ancora dalla tenda. Non feci nemmeno in tempo ad alzare la mano verso la tenda che una risata mi bloccò. Mi girai e il vecchio non giaceva più per terra. In quei pochi secondi si era già alzato e poggiava contro il muro. Se la sua risata prima mi sembrava raccapricciante, questa era ancora peggio. Rideva talmente forte che mi sembrò quasi di sentirne l’eco rimbombare. “Signor Mursia complimenti,” e con uno sguardo sempre più penetrante, “ha superato le 7 prove che le avevamo posto. Ora può spostare la tenda e ammirare quest’ultima opera. Dopodiché sarà libero di andarsene”. Senza riflettere troppo sulle sue parole mi affrettai a scostare l’enorme velo rosso. In un attimo cadde a terra e il mio sguardo subito fu portato su ciò che mi stava davanti…

 

Il mio respiro si bloccò per qualche secondo davanti a una scena del genere. Un volto guardava dritto nei miei occhi. Faticavo a definirlo un volto umano. Era poco definito, avvolto da una strana nebbia. Non lo avrei mai ammesso ad alta voce, ma mi sentivo profondamente turbato da quel volto. La ragione, a me ignota. Attorno agli occhi delle falciate nere come solchi nel terreno. Oltre allo sguardo non riuscivo a vedere niente di quel volto. Una volta abbassato lo sguardo, però, mi resi conto che non avevo ancora capito di cosa esattamente dovessi avere paura. Non il volto, ma il corpo. Riuscivo a vedere distintamente ciò che indossava. Abiti neri; una camicia con i primi bottoni aperti, una cravatta leggermente allentata, una giacca di un blu scuro e dei pantaloni neri. Non fu finché non notai sull’orlo in basso a destra della giacca blu un filo penzolante che compresi. Quello che guardavo con così tanta paura ero proprio io. Era il mio riflesso, ma come? Non era un dipinto l’ultima opera, era uno specchio. Sullo sfondo riuscivo addirittura a vedere quell’uomo, il suo sorriso ancora stampato sul volto. Le sue parole mi ritornarono alla mente confuse, “la più disgustosa”. Cosa diavolo voleva dire questo scherzo? Perché mai quest’uomo, che senza dubbio sono io, ha un volto talmente raggelante? Alzai nuovamente lo sguardo e inspiegabilmente gli occhi del mio doppione non erano più neri, ma di un rosso scarlatto simile al sangue…

 

 ***

 

“Marco! Marco svegliati!” La voce familiare di Bianca mi arrivò dritta alle orecchie. Aprii gli occhi e subito rimasi momentaneamente accecato dalla luce del lampadario. Mi guardai intorno, ero nella mia camera da letto e accanto a me con un volto preoccupato c’era Bianca. Nessun corridoio, nessun tappeto rosso, nessun vecchio e soprattutto nessuno specchio coperto da tende rosse. “Tesoro, stavi urlando e ti ho svegliato. Stai bene?”. Una gocciolina di sudore mi scese lungo la fronte finendo sulla mia guancia, dove la asciugai. Certo che stavo bene. Che domande. Bianca, intuendo il mio scarso desiderio di parlare con lei si sporse dal letto e spense la luce, riportando nella stanza un buio e un silenzio simili a quelli di pochi attimi prima. Provai a stendermi e a chiudere gli occhi, pronto a dimenticare quell’incubo orrendo appena avuto. L’unica cosa che mi impediva di rilassarmi e di svuotare la mente era quell’unica domanda che rimbalzava da una parete all’altra della mia testa come una pallina. Che cosa potrà mai significare quel sogno?