ANTONIETTA

 

Antonietta faceva negli anni ’50 due ore di strada a piedi all’andata e due ore al ritorno per andare a raccogliere le messi nei campi. I pomodori ad agosto con quaranta due gradi, e la casa della masseria a cui badare. E il fattore da evitare. Era rimasta vedova a trentrasette anni. Rocco, il marito, era morto misteriosamente. Chi diceva di un male oscuro, chi delle febbri malariche contratte in Abissinia agli ordini del Duce, chi avvelenato per invidia e di un amore malsano non corrisposto. Rocco aveva lasciato ad Antonietta quattro figli a cui badare. Di due, quattro, sei, e dieci anni. Il quinto, il più piccolo, Donato se ne andò  a pochi mesi dalla nascita prima di Rocco. Che non volle sopravvivergli. Donato era bello e biondo, capelli cherubini e occhi d’angelo. Paffuto e sano. Ad una festa di Paese, Filomena, la sorella più grande, lo teneva in braccio. Nella calca cadde. Tutti le furono addosso. Donato morì soffocato dalla ressa. Filomena non si riprese mai dalla colpa. Rocco se ne morì dal dolore. O dalla malaria. O dall’avvelenamento.

Antonietta restò sola. E quattro esserini a cui badare. Biondi e occhi azzurri, all’arrivo dei tedeschi erano i beniamini dei soldati. All’arrivo degli Americani erano i beniamini dei marines. Filomena se ne andava per il Paese mangiando sapone che scambiava per cioccolata bianca, dicendosi che la cioccolata italiana era rara, ma molto più buona.Perchè gli Alleati distribuivano beni di prima necessità. E tra questi cioccolata e sapone. Solo che Filomena, bambina e non avezza, non aveva ancora imparato a distinguerli.

Il Paese era Montemilone, seicento anime negli anni ’40, nella Basilicata, in provincia di Potenza. Alto abbastanza – 800 metri sul livello del mare – per imbiancarsi e gelarsi in inverno. Basso abbastanza per assolarsi alla calura mediterranea del Sud Italia in estate.

Rocco era stato cacciatore, al forno del Paese infornava il pane per la sua famiglia e lo divideva coi compaesani che non potevano permetterselo. Insegnava ai suoi figli ad andare a funghi, a godere dei beni dell’orto, del frutteto, dell’uliveto, a lavorare a maglia e all’uncinetto. Tutto faceva da sé. Maglie, calze, guanti, scarpe, giacche di pelle. Erano anni e posti in cui non si comprava niente. Non c’era niente da comprare, soldi non ce ne erano, e non ce ne era nemmeno il bisogno. Tutto si costruiva, con le proprie mani. O si raccoglieva il frutto col proprio lavoro manuale. E si barattava. Una gallina per una zucca, le uova per un po’ di zucchine. E così si faceva la spesa. C’era sempre chi portava in dono qualcosa. Le olive, i melograni, i pomodori. E c’era sempre qualcuno a cui fare dono di qualcosa. E così non mancava mai niente a nessuno. A Natale si ammazzava il maiale e c’era carne ed insaccati per tutto l’anno. Rocco e Antonietta avevano tutte e due la licenza elementare, erano i più istruiti del Paese. Antonietta la chiamavano L’Avvvocata. Perchè scriveva le lettere per gli altri. Senza farsi pagare. Rocco era sindacalista. Protestante di religione. Scriveva al Governo per difendere i diritti dei suoi compagni: una retribuzione migliore, giorni di riposo, diritti sul lavoro. Alla sua morte il Prete non volle celebrare il funerale in Chiesa. Fecero una funzione pubblica in piazza con la bandiera della neonata Repubblica Italiana sulla bara e lo tumularono così. Antonietta votò Repubblica alle elezioni del 1947.

Si ritrovò sola. Era stata figlia di possidenti. Terreni, cavalli e mucche. Sessanta cavalli e più di cento vacche da latte, pascoli e terreni da ulivo. Ma a lei questa eredità non arrivò. Come non arrivò ai suoi figli ed ai suoi nipoti. Ci pensò sua madre, la Nonna Marietta, a spendersi il patrimonio di famiglia.

Si industriò. Si fece bracciante. E si svegliò all’alba per raggiungere i campi col fresco. Lei, che era di pelle bianca come il latte, non se ne preoccupò. E lavorò tutti i giorni per mantenere i suoi quattro figli. A notte rincasava e faceva il bucato al lavatoio. Impastava il pane e non faceva mai mancare i taralli sulla tavola la domenica.

Da sola, coi suoi sacrifici, si costruì una casa. Modesta piccola, ma che rese accogliente. I più piccoli dei suoi figli, Vincenza, Maria e Antonio, furono messi in colleggio a Trani in Puglia. Dai frati e dalle monache. Erano ancora i colleggi che aveva voluto Mussolini per gli orfani di guerra. La guerra era finita da …….anni. Solo Filomena, restò con Antonietta al Paese. A prendersi cura della casa. I piccoli restarono in colleggio dieci anni. Antonio, il più insofferente, un giorno lo trovarono con i compagni, nei prati a dividersi un’intera mortadella di venti chili che avevano saccheggiato dalla dispensa del colleggio. Antonio, se  fosse stato ancora vivo e avrebbe visto la Malaeducacion di Almodovar, avrebbe pianto.

Vincenza era la più piccola. Non le sopportava le suore con la loro incomprensibile ferrea disciplina e rigore. Soprattutto agli occhi di una bambina di sei anni. Crebbe forte e risoluta, a volte selvatica quando la vita glielo imponeva, dolce e tenera quando la vita glielo permetteva.

Non si fece mai mettere i piedi in testa da nessuno.

Maria, la figlia di mezzo, crebbe principessa. Di salute cagionevole, le suore non le facevano fare nessun lavoro domestico. Faceva la modista. Prese un diploma da sarta, che dimenticò appeso in un corridoio e usò solo per creare i suoi modelli per sé, e passava il tempo in colleggio a fare da modella nelle sfilate di abiti creati dalle suore per le possidenti baresi che dovevano sposare le loro figlie, effettuare le consegne per Trani, e andarsene al mare a mangiar telline e cozze pescate da lei, a svezzarsi dal tifo. A settantun anni Maria non ha ancora imparato a cucinare la pasta. Vive principessa. Dice che i Lioy erano nobili, e passa il tempo a cercare le sue origini e a ricordare suo padre. E veramente un nobile Lioy c’è stato davvero a Venosa, in provincia di Potenza. Esiste ancora il suo Palazzo seicentesco. Maria sicuramente discende da quel ceppo.

Antonietta se ne andò al Nord. Il lavoro scarseggiava e le bocche da sfamare erano cinque. Andò a servizio da signore bene in Piemonte. Ad Ivrea. Chiamò i suoi figli che la raggiunsero. Tutti e quattro.Trovò loro una casa, fece loro finire gli studi, li impiegò, e si ammalò.

Si ammalò di solitudine e di dispiaceri: Di vergogne per figlie non maritate che le davano nipoti, che Antonietta crebbe come una madre, di malelingue al Paese che non la lasciavano dormire di notte.

Si ammalò di dolore. Di tanti dolori uno dietro l’altro che il suo cuore non poteva sopportare.

Men che meno potè il suo cervello. Si ammalò di una depressione.

Aveva lasciato il Paese per la mancanza di un futuro per i suoi figli, ma soprattutto per sfuggire all’insistenza di uomini che sapendola vedova, volevano approffitarsi di lei, negli affari, il suo piccolo uliveto, i suoi terreni, la sua casa, ricomprati a fatica, e insidiarle il cuore ed il letto. Ma lei non era donna da tanti uomini. Rocco, l’amore della sua vita, il padre dei suoi figli, sarebbe stato il suo unico uomo nella sua vita.

Successe l’anno che Maria si sposò. Successe il giorno che Maria se ne andò in viaggio di nozze a Firenze con il suo Giuseppe. Successe il giorno dopo il matrimonio, che una consuocera, la madre di Giuseppe, aggiunse l’ultima falsa cattivera e vergogna al cuore di Antonietta. E alla sua mente. La consuocera, a nozze fatte, gettò il velo di Maria e disse che la ragazza non era illibata. Troppo. Troppo per tutti. Troppo per il cuore di Antonietta, che adesso doveva crescere anche Paolo, il figlio di Filomena. Figlio fuori dal matrimonio negli anni ’60. Troppo sapere per Antonietta che Filomena fu salvata in extremis da Antonio con le vene tagliate nei campi di granturco piemontesi perchè disonorata.

Il giorno dopo il matrimonio di Maria, mentre lei era in viaggio di nozze, Antonietta fu ricoverata   nel Manicomio di Collegno a Torino.

Già in Paese avevano frainteso la sua stanchezza, la sua depressione, le sue difficoltà di vedova con quattro bambini. Già il Paese aveva dovuto abbandonare, perchè in quegli anni un esaurimento nervoso non era cosa. Né da dire, né da vivere, solo da sopportare. Soli ed in silenzio.

Entrò a Collegno per un equivoco. Perchè allora gli esaurimenti si curavano così.

Ci restò due settimane.

La notte gli infermieri piombavano nel suo letto. La prendevano con la forza, la svegliavano di sopra assalto e la buttavano in vasche con acque gelide. Una due tre, quattro volte. Con l’acqua che le invadeva la gola, le urla e la violenza, le narici che non potevano trovare l’aria per respirare. Lo spavento, la paura, la certezza di non avere scampo. Dice che in quegli anni le curavano così le malattie mentali. Compresa la depressione.

Le fecero l’elettroshock. Una, due, tante, troppe volte. Una scarica elettrica che ti percuote il corpo e devono metterti un lurido straccio in bocca perchè tu stesso non ti strappi a morsi la lingua dal dolore.Dice che ci sono posti, dove le curano ancora così le malattie mentali.

La notte gli infermieri le fecero violenza.Violenza sessuale. Nel buio omertoso di quei squallidi corridoi approffitarono di lei. Una due, tre, troppe notti. Dopo due settimane a Collegno, Antonio, il figlio maschio se la andò a riprendere. Fu lì che Antonietta iniziò a sentire le voci. Fu lì che impazzì.

Si ammalò di un disturbo paranoide. Sentiva le voci. Voci cattive che nascono dai dispiaceri e rodono e tarlano la mente e l’animo.

Il Manicomio di Collegno negli anni sessanta era una struttura fatiscente, abbandonata a sé stessa dove le violenze erano all’ordine del giorno. Chi ha raccolto le testimonianze di anziani che ci hanno passato anche quarant’anni si è vergognato profondamente del suo lavoro di psichiatra o di assistente sociale. Non c’era un filtro, una regola, i casi scomodi venivano buttati lì dalla società e nascosti nelle cantine, nelle segrete. Tra i segreti. A marcire. Dimenticati dal mondo. Dalla incuria  di medici, ma non da abusi e sopraffazione di infermieri.

Era il 1963. Ed Antoniettà dopo due settimane a Collegno impazzì.

Antonietta era solo la matriarca.