Sconfinata primavera della vita!

Il paesaggio era ancora avvolto nella foschia mattutina quando il sole spingeva per sospendersi alto nel cielo. Zia Donata spalancò le finestre e gustò l’odore acre della terra, resa umida dalla notte, e le diverse fragranze dei fiori nascenti. Un leggero venticello faceva oscillare con delicata armonia le foglie e liberava l’aria da quella nebbiolina così suggestiva e misteriosa da apparire quasi fiabesca. E quasi fiabesca era l’immagine che si stagliava in quel rettangolo di luce. Minuta, con i capelli raccolti a chignon, occhi più limpidi e azzurri di un cielo terso, avvolta in quel caldo scialle la zia mi incuriosiva e mi intrigava. Respirò profondamente quell’aria frizzantina, si guardò intorno e, quasi volesse impossessarsi di quella chiara bellezza, sussurrò: “Quanta vitalità in questo giardino, come è rigoglioso!”
Non potei che darle ragione, ma lei, quasi trasfigurata, lentamente si allontanò da quella piccola realtà e si trovò sprofondata nei ricordi…
-Che cos’hai, le chiesi, A cosa pensi?
-Non so perché, ma stavo pensando- mi rispose- al rigoglioso giardino della nostra mente in cui l’albero frondoso dei pensieri si dirama in tanti rivoli, ognuno dei quali rappresenta un evento diverso. Ma come spesso succede per le cose che non ci piacciono o non ci soddisfano o che riteniamo irrilevanti e marginali, a volte qualcuno viene oscurato dalla chioma folta e oscura e non riesce a venire allo scoperto per rubare l’afflato del mondo; qualche volta appare all’improvviso forse resuscitato da una frase, una foto, una situazione particolare; altre volte, invece, ci dobbiamo mettere in posizione di ascolto per avvertirlo e cogliere il suo respiro mutevole, frastagliato, sbiadito, ma pur sempre importante.
-Confesso che mi ero un po’ persa in quelle filosofiche elucubrazioni della zia e i suoi pensieri li intuivo appena; pur tuttavia, ero pronta ad assorbire ogni parola, a scrutare ogni espressione del viso, ogni minimo movimento di muscolo mentre i suoi occhi, quasi per contrasto, sembravano fissare un punto lontano anni luce dal nostro piccolo giardino.
Fu così che, arzigogolando su quelle fantasie, riandò indietro nel tempo e rivisitò quella meravigliosa stagione in cui le emozioni seguivano alle emozioni senza sosta in un turbinio di risa e di pianto e si gravavano di palpiti e batticuori assolutamente esclusivi. Osservavo il suo volto che mutava ad ogni istante, si illuminava e si rabbuiava, si accendeva e si spegneva e quel silenzio mattutino sembrava restituirle in pieno i momenti in cui, pur senza accorgersene, avvertiva la necessità di un mutamento e la voglia di raggiungere un traguardo di sogni.
-Sai, mi diceva, ho la netta sensazione che questo silenzio mi parli e mi faccia riascoltare le voci lontane che hanno segnato i miei anni giovanili e che hanno dato valore e propulsione al mio essere.
-Mi fece vedere scene uniche e destinate a lei soltanto e che, proprio perché legate ad un periodo così distante dal mio, mi apparivano fittizie o semplicemente e fantasticamente irreali. Pur tuttavia, non avevo il coraggio di interromperla.
-Lo sento quel vecchio pianoforte costato sudore e privazioni ai miei genitori. Se potesse parlare! Avrei voluto tanto saperlo suonare, ma il maestro di casa, il mio fratello maggiore, aveva altri e faticosi impegni di studio e lavoro e allora, insieme a mia sorella e all’amica Rosetta, dopo aver recuperato la chiave con cui “il furbastro” bloccava il coperchio della tastiera, cercavamo affannosamente e di nascosto, i suoni spezzettati e poi ricomposti di canzonette allora in voga. Che gioia quando quasi subito “azzeccavamo” qualche nota e sentivamo diffondersi nella stanza una dolce, se pure stentata armonia! Ripetevamo l’operazione cercando di ricordare le note giuste, mentre ci atteggiavamo a provetti musicisti. E quelle grandi fette di pane fatto in casa, abbrustolite, spalmate di conserva (sai, mi diceva cogliendo il mio sguardo interrogante, è quel passato di pomodoro lasciato asciugare al caldo sole dell’estate in piatti grandi e larghi e girato spesso perché non si annerisse…) e condite con origano, olio e peperoncino. Sentivamo lo schioppettìo del piccante in bocca!
-Come si può andare in visibilio per simili “ghiottonerie”!?- le feci osservare storcendo il muso, ma lei sorridendo mi confessò:
-“Oggi per me questi son davvero un bocconcino di squisita prelibatezza, ma allora invidiavo i ragazzi del vicinato che mangiavano sottili fette di mortadella tagliata all’istante e mollemente adagiata in un morbido panino a forma di rosa oppure tenera e dolcissima “cremalba” che rivestiva le fette larghe e croccanti di pane appena sfornato”.
– Sembrava un fiume in piena pronto a tracimare e trascinare ogni cosa al suo passaggio.
-Ce l’hai presente quella grande conca appesa giù in cantina? Era la nostra vasca da bagno, solo che nella stessa acqua venivano immersi dapprima i fratellini più “puliti” e via via tutti gli altri.
-Viva la civiltà dell’acqua e sapone!, dissi scoppiando in una sonora risata: cara zia, oggi per noi giovani che facciamo la doccia mattina, mezzogiorno e sera questo sistema di pulizia è davvero inconcepibile e inimmaginabile!
-Si, mi rispose sorridendo, ma noi per l’Ascensione ci lavavamo il viso con l’acqua di rose. La sera della vigilia, infatti, mettevamo i petali di rose in una bacinella piena d’acqua e li lasciavamo in ammollo per tutta la notte durante la quale si diceva che avvenisse la venuta dell’angelo a benedirne il composto. Al mattino sembravamo un roseto vivente perché, in segno di purificazione, dovevamo lavarci il viso con l’insolito preparato. Mi ronzano ancora nelle orecchie le parole di mamma: “Raccogliete le rose dal giardino, quelle più spampanate, mi raccomando!”
Poi, cambiò espressione…
-E i geloni che coloravano la pelle di viola; gli orzaioli cisposi e fastidiosi che provocavano disagio in chi ne era affetto e disgusto in chi guardava; non parliamo poi di quel nauseabondo sapore dell’olio di fegato di merluzzo e della sua “fresca e deliziosa fragranza”. Per rinforzare corpo e mente deboli, ci diceva per consolarci la mamma che ce l’offriva in bicchierini come fosse un rosolio prelibato, accompagnato da un mandarino già sbucciato o da una caramella alla menta e qualche volta – trappola per allodole – da cinque lire per i nostri piccoli sfizi.
Con un sorriso malandrino continuò:
-Certo che il lavandino di cucina si deve essere irrobustito abbastanza e i fiori del vaso devono aver trovato concime sufficiente per la loro crescita, visto che all’insaputa di mamma versavamo quell’allettante e saporoso liquido nel lavabo!
Ma quando proprio non potevamo sottrarci a quella incombenza mattutina perché mamma, furbacchiona- fiutando l’inganno- controllava i nostri movimenti, il sapore pestilenziale saliva e scendeva, scendeva e saliva per tutto il giorno. Ci vergognavamo da morire e pensavamo che anche quelli che ci stavano accanto potessero “godere” di quella dolce essenza.
-Però, zia anche tu ne hai combinate, eh?!
-Che c’entra, qui si parla di sopravvivenza!
-Nella sua corsa all’indietro, immagini e scene assolutamente sue, assolutamente diverse dalle mie, ma assolutamente vive si erano impadronite di ogni fibra del suo corpo. Per questo non volli interrompere quel flusso emozionale che la portava lontano.
-Preparavamo bambole e palle di pezza avvolte nelle vecchie calze della mamma; giocavamo a “cuciniello” (gioco di bambine che fanno finta di cucinare per le bambole, ma in realtà, possono utilizzare anche cibo già cotto) nei freddi pomeriggi domenicali con le amiche del vicinato, alle belle statuine sui gradoni della Chiesa vicina e organizzavamo gare di catechismo e, quando non potevamo comprare tutti i libri (il che succedeva spesso) per sostenere un esame all’Università, prendevamo il testo in facoltà e con Rosetta ne facevamo un compendio servendoci di una vecchia macchina per scrivere.
-Mi sembra che tu stia esagerando, commentai; senz’altro i tuoi ricordi sono nobilitati dallo scorrere del tempo! Ma senza tener conto della mia interruzione, proseguì.
-Ricordo i primi Oscar Mondadori, pagati la bellezza di due-cen-to-cin-quan-ta-li-re, racimolate non senza difficoltà un po’ qua un po’ là o sottratte allo stipendio di qualche supplenza, e poi scambiati con quelli di Rosetta, Lella, M.Antonietta. Avevamo tanta voglia di crescere insieme, pur con le tante diversità e spigolosità. Dio mio, come valanga i ricordi si accalcano e prorompono senza un ordine preciso! Riuscirò a reggerli?
-Dopo un attimo di silenzio durante il quale mi sembrava di sentirne il rumore, riprese.
-Ci divertivamo con poco. Bastavano una fetta di anguria strofinata sul viso, una farsa, una parodia, un diversivo qualsiasi, un gioco di gruppo, oppure le gare di recitazione con i giovani delle altre parrocchie in cui mettevamo impegno, tempo, passione e tanta forza persuasiva da sembrare degli attori nati, e…concepivamo pensieri nuovi con tale gioia e grinta che involontariamente trasmettevamo anche agli altri.
Poi i primi batticuori, gli incanti e i disincanti, la costruzione di una famiglia affettuosa in terra lontana, gli inevitabili e “dolorosi doni” che la vita generosamente ci elargisce, ma gli amici, quelli veri che durano nel tempo, sono sempre vivide perle che ingemmano il cuore; anzi, nella mia terra d’adozione se ne sono aggiunti altri egualmente cari e sinceri.
-“Sai -continuò, come se parlasse tra sé e sé, come se la lingua emettesse un mormorio solitario- non sempre le parole riescono ad esprimere gli slanci, le emozioni, le amarezze, i palpiti dell’anima. Questi, come i profumi, si disperdono nell’aria, ma poi quasi per magia, scendono di nuovo giù e si depositano nei cuori”- -La sua figura, pur così esile, era un gigante davanti a quella finestra.
-Ascolta, mi disse, stavo riflettendo sulla rapidità con cui fiorisce e si conclude il tempo degli ingannevoli sogni, ma a differenza delle parole di quella vecchia canzone: “Gioventù, gioventù passa in fretta e non torna più”, io penso che quel tempo non si esaurisca del tutto perché è dentro di noi, fa parte di noi, vive con noi. Dobbiamo solo saper coniugare concretezza e freschezza di vecchie e nuove idee, anche quando la parabola della vita comincia la sua inevitabile fase declinante o quando qualche triste avvenimento ci stringe nella sua crudezza. Perciò, non ti intristire gioia mia, sappi solo che ogni tappa ha la sua affascinante bellezza; sta a noi saper frugare, scegliere, liberare le indicazioni giuste e rivestire il mondo di quell’aroma indefinibile, ma assolutamente necessario perché ad ogni esistenza venga restituita la sua autentica giovinezza.
-Un sorriso le spuntò sulle labbra mentre il cielo, definitivamente affrancato da quella nebulosità apparente, offrì il suo volto al sole crescente.
Cominciò a canticchiare, dapprima sottovoce poi con più convinzione: “Aprite le finestre al nuovo sole è primavera, festa dell’amor”.
Un nuovo giorno si aprì alla vita…una nuova vita colmò il giorno.

Dicembre 2004 Rosalia D’Ambrosio


La voce di Lei

Un lungo stridio di freni sulle rotaie mi fece sobbalzare.
Aprii gli occhi. Il treno si era fermato. Dovevo scendere e prendere la nave che mi avrebbe portata in quella terra misteriosa, circondata interamente dal mare…
Era la prima volta che, giovane laureata in lettere, con tanti sogni nel cassetto, dovevo affrontare un lungo viaggio lontana dagli odori, dai sapori e dai colori vivi della mia famiglia e della mia giovinezza; era la prima volta che mi trovavo di fronte all’opposizione vera di mia madre. Ma ormai i giochi erano fatti: non potevo più aspettare, non potevo più fidare nelle supplenze di qualche giorno, non potevo costruire la mia vita sulla precarietà e su basi già traballanti e instabili. Che cosa potevo aspettarmi da un paese in cui il lavoro scarseggiava per tutti? E poi, tanti erano i laureati a spasso…
Ed ecco la riunione di famiglia in cui tra le tante perplessità si sciorinarono tutte le difficoltà alle quali sarei andata incontro. Alla fine mamma, spossata ma sollecitata dal sorriso fiducioso di mio padre e dei miei fratelli, pronunciò il suo “E sia”!
Che buffo! Avrei dovuto sentirmi alleggerita, ma proprio allora il peso di quella decisione si fece più pungente e pressante. Ero piena di dubbi, ma non potevo avere ripensamenti e tirarmi indietro all’ultimo momento. Che figura avrei fatto con mia madre, proprio quando era riuscita, non senza sacrifici, a racimolare i soldi per il viaggio e per un breve soggiorno nell’attesa del lavoro? Che figura avrei fatto con me stessa, col mio orgoglio e con le mie aspirazioni? E allora, per mimetizzare o anche per nascondere il tumulto che quella situazione provocava nel mio animo e mi faceva oscillare dalla paura dell’imprevisto al desiderio e alla speranza di un lavoro certo e gratificante, fingevo serenità e pacatezza e a volte anche euforia, quasi avessi frapposto fra il corpo e lo spirito, fra l’interno e l’esterno una sorta di paravento, di riparo protettivo.
Nel giro di qualche giorno completai i preparativi della partenza e finalmente: “Fatti voler bene”, mi disse mamma con le lacrime agli occhi “non dimenticare Iddio, il dovere, la dignità, l’onore”.
In treno, trovai un posto vicino al finestrino, mi rannicchiai e mi avvolsi nel caldo cappotto di lana, regalo di laurea dei due fratelli maggiori e, quando il “bruco dai mille piedi” cominciò a stridere, a serpeggiare sulle rotaie nella sua corsa nel tempo e nello spazio, detti finalmente sfogo a quelle lacrime per troppi giorni trattenute e che mi liberarono dalla violenza psicologica a cui mi ero sottoposta.
E mi trovai a meditare, a riflettere e, perché no?, a indulgere su alcune immagini lontane che pensavo avessi dimenticate e che, invece, senza che fossero state richieste, si riaffacciavano alla mente. Mi sembrò di assistere ad un film, ma i fotogrammi cambiavano continuamente e mi si presentavano ora in bianco e nero ora a colori, ora lentamente ora più celermente senza ordine preciso. Sembrava che il tempo mi avesse avvolto in un tenero abbraccio, che un filo di continuità legasse il passato, la realtà presente e quel futuro ancora non ben definito e mi apparvero, in un intreccio e un sovrapporsi di immagini, scene già vissute, già sperimentate, già collaudate ma anche immagini sconosciute, di cui non avevo ancora saggiato il valore ma che, comunque, si stavano già fissando in cuor mio.
La lunga strada, “le voci di dentro” e i rumori esterni, lo sferragliare del treno, il movimento e il parlottio dei passeggeri mi distrassero e confusero i miei pensieri, ma mi aiutarono anche a sgravarmi un poco delle ansie e delle inquietudini presenti…
…poi lo stridio insistente dei freni mi fece sobbalzare.
Dovevo sbrigarmi per raggiungere il porto e prendere il traghetto che mi avrebbe portato a vivere una vita nuova, certamente prosecuzione della prima, ma con le varianti che la logica delle cose avrebbe generato.
Navigai tutta la notte. Il dondolio delle acque e la musica che da esse proveniva non riuscirono a liberarmi interamente dai timori e così trascorsi il tempo tra la veglia e il dormiveglia. I pensieri si rincorrevano nella mente, come i bambini nel gioco dell’acchiappare, e passai dal più cupo pessimismo al più roseo ottimismo, dallo scoraggiamento alla determinazione. Ce l’avrei fatta a superare le difficoltà? Sarei riuscita ad essere sovrana di me stessa? O invece sarebbe stata un completo fallimento la mia partenza?
Poi l’aurora dipinse il cielo di rosso.
Con forza imposi il silenzio al mio cuore e ascoltai il mormorio del mare. Mi sembrò che quell’immensa distesa di verde smeraldo mi sussurrasse dolci parole e mi desse quella calma e insieme quella risolutezza indispensabile per fronteggiare la nuova situazione e la mia nuova condizione, quella di EMIGRANTE.
“Ehi bella, datti una scrollata, rimboccati le maniche e percorri la tua strada se non vuoi soggiacere e soccombere”, mi dissi risoluta mentre salutavo con gioia quel sole generatore di nuova energia.
E sono trascorsi ben trentasei anni da quel lontano 1970, anni nei quali ho imparato una nuova lingua, ho allacciato nuove amicizie, ho costruito una nuova famiglia, ho ricevuto la stima e l’affetto di tanti, ma sono ancora impresse come un marchio indelebile le mie radici e quelle perle d’amore che erano state le lacrime di mia madre.
Ogni sera sento la sua voce e le sue parole: “Sii sempre te stessa, fatti voler bene”, ogni sera – carezzando il flusso dei ricordi – le invio il mio testamento d’amore.

Quartu S.Elena, 2005 Rosalia D’Ambrosio


Un passo indietro e…

Armata di certosina pazienza, decido, finalmente, di dare un ordine temporale alle tantissime foto distribuite alla rinfusa nei vari cassetti e di collocarle in album fotografici che io stessa ho confezionato con cartoncini rigidi, rivestiti di colorate e particolari carte di cotone.
Mamma mia! Mi accorgo solo ora che questa è un’impresa ardua e lunga perché non so veramente da che parte iniziare, sebbene la data scritta sul retro di alcune foto mi faciliti il compito. E intanto che penso a come ordinare, disporre, archiviare quel tempo, quelle idee e quei sentimenti, dò uno sguardo volante a questa o quella figura, faccio commenti ad alta voce, scruto, osservo, cerco di ricordare luoghi, tempi, situazioni. Ed è in questo “andirivieni” mentale ed oculare che malinconici e teneri ricordi affiorano da quelle foto ingiallite e logorate da un tempo impietoso, ma che comunque hanno superato l’esame arrivando quasi intatte fino ad ora; ombre del passato, storie dimenticate, spezzoni che pensavo non più recuperabili, volti giovanili che riemergono con una limpidezza tale da pensare che appartengano all’oggi; volti, invece, che faccio fatica a riconoscere nella trasformazione naturale dell‘età; occhi sognanti progetti futuri; occhi intristiti dalle necessità dell’epoca.
Contrastanti pensieri si accavallano guardando queste foto in bianco e nero sulle quali mi soffermo un po’ di più per disincagliare le mie nostalgie, cercare di indovinare il colore dei vestiti, individuare i luoghi o i profumi della natura intorno e, intanto, silenziosa e involontaria, una lacrima scivola sul viso alla vista di persone care non più tra noi; un sorriso di nostalgica tenerezza si unisce al sorriso beato dei miei bambini e dei miei nipoti; una sonora risata riempie la stanza all’apparizione di ridicole “cotonature”, di gonne a palloncino inadeguate o semplicemente improponibili negli anni in cui il tailleur da manager la faceva da padrone, ma che oggi sono ritonate di gran moda soprattutto presso le giovani generazioni. Ma d‘altra parte, i corsi e i ricorsi della storia, di vichiana memoria, il periodico ripresentarsi di fatti, situazioni, fenomeni sono evidenti anche, e direi soprattutto, nel nostro modo di vestire. Un passo indietro, ma sempre con un tocco di originale modernità, e si ritorna al lilla, ai disegni degli anni ottanta, allo stile impero, all’infinita gamma di colori e di fogge che in questa primavera esigono obbedienza. Il nostro modo di vestire, alla fin fine, riflette l’epoca in cui viviamo grazie o per colpa di stilisti capaci di trasferire su tessuti non solo arte e amore per il bello, ma anche bizzarrie, stravaganze, stranezze; in sostanza, rappresenta un modo di vivere e di sentire i cambiamenti, le vittorie e le sconfitte di una società in continua evoluzione. Mi vengono in mente le parole di Coco Chanel “La moda passa, (come è giusto che sia, dico io) lo stile resta” e la mente vaga alla vista di una foto in cui indosso un prendisole a righe a spina di pesce grigio chiaro e bianco, completato da un coprispalle con le stesse righe, ma di un grigio più scuro che non aveva nulla da invidiare ai vestitini in voga ai nostri giorni. La combinazione di righe suggeriva un tocco di creativa originalità e indicava una capacità sartoriale davvero importante perché ogni linea doveva perfettamente combaciare; ma guai a metterle in orizzontale su persone la cui “silhouette” non denotava certo parsimonia nel cibo! Si diceva, in netto contrasto con le teorie moderne, che ingrossavano ancora di più; meglio, allora, le righe verticali! E rivedo le calde estati trascorse al lido di Mercatello, i castigati costumi di lana prima che il bikini si sdoganasse definitivamente da falsi moralismi e sfondasse su tutti i mercati con fantasie a quadrettini, fiori, frange e volant di ogni genere.
Ma torniamo alla foto. Di essa mi colpiscono soprattutto gli occhi carichi di quel guizzo, di quell’entusiasmo, di quella scintilla che genera curiosità ed energia, caratteristiche predominanti della giovinezza. Quando si è giovani, nel senso pieno del termine, si è ricchi di quella leggera incoscienza che ti permette di affrontare – con gioiosa esuberanza e con l’incanto dell’età – situazioni particolari, di pensare di possedere il mondo o sperare di modificarlo. Ma ora che quel periodo “glorioso” è già lontano e gli acciacchi dell’età che avanza si fanno sentire in forma più o meno acuta, ho idea che sia rimasto solo quel sapore vago e indefinito dei ricordi idealizzati dalla nostalgia e che, per questo e non solo, ce lo fa desiderare ancora di più. Diceva bene Oscar Wilde quando, per bocca di lord Henry sosteneva che : “Non c’è nulla al mondo che valga la giovinezza”.
Ancora una volta peregrino di qua e di là, in cerca di che cosa, poi? Qualcuno ha detto che i ricordi sono ingannevoli, ma nonostante tutto, non lasciano scampo, anzi, qualche volta possono anche uccidere. Perciò, per non lasciarmi sopraffare dalle emozioni, determinata, torno al mio proposito iniziale. Per il momento, metto da parte le foto che hanno segnato dietro l’indicazione temporale; quelle che riesco facilmente a datare per qualche avvenimento lieto o doloroso; le foto a colori che hanno rimpiazzato il bianco e nero e che quindi sono relativamente più vicine in ordine di tempo; quelle che mi rimandano a luoghi e a periodi facilmente collocabili e catalogabili.
Eppure, il cuore è sempre lì su quel chiacchiericcio incessante delle immagini, su quel carico di esperienze, su quei sentieri che mi proiettano verso un futuro da definirsi e, mentre giro e rigiro nelle mani quei cartoncini patinati, ne “abbraccio” il respiro, ne sento vibrare l’anima e ancora una volta mi lascio soggiogare dal fascino che essi trasmettono. È possibile dire che dietro quelle immagini apparentemente statiche sia impressa la vita? È azzardato dire che attraverso di esse si possa ricostruire la storia di ognuno? Di una cosa sono convinta: non si può e forse non si deve prendere le distanze dal passato, qualunque e comunque sia, sebbene sia spesso il presente con i suoi problemi e le ansie dell’uomo contemporaneo a dettarne le regole interpretative. Ho letto che la memoria e la nostalgia del passato, unite alle aspettative e al desiderio del futuro, non sono nulla senza l’esperienza del presente. E questo è vero, ma è vero anche il contrario: non si può vivere intensamente il presente se alle spalle non c’è un passato vivo a cui si possa attingere per investire nel futuro. Sulla linea del tempo il presente altro non è se non il punto di incontro tra eventi passati e progetti futuri.
Oddio! Mi sto perdendo in ragionamenti e argomentazioni filosofici più grandi di me, mentre so solo che in questo magazzino della memoria, ritrovo le mille storie della mia famiglia come se frammenti di specchi, pur mantenendo la loro interezza e completezza, riflettessero ognuno una parte di esse. È come se quelle immagini chiamassero e non aspettassero altro che essere resuscitate e valorizzate. Eppure, non è soltanto un ricordare sic et simpliciter, è dipanare quella matassa, quegli intrecci, è trovare le discrepanze, le analogie, scoprire i cambiamenti tra quell’oggi che è già passato e l’oggi che ancora è presente; è sentire palpitare il tempo e restituirgli la sua piena libertà; è indagare su quelle labbra imbronciate, su quelle fronti corrucciate, su quei volti sorridenti e indovinarne le ragioni. Certo, quando si fanno le foto, la bocca è spesso atteggiata al sorriso, ma gli occhi? Cosa si legge in quegli occhi? Quando si lavora, quando gli impegni familiari e sociali si aggrappano a te con un ritmo incessante e frenetico, quando devi riempire di significati la tua vita non si ha tempo di leggere negli occhi le ansie, le speranze o molto semplicemente di scoperchiare le scatole dei sogni…
…Ricordi vecchi e nuovi si intersecano, si accavallano, si proiettano nell‘oggi: battesimi, comunioni, matrimoni, compagne di scuola mai più incontrate, gite in campagna con regolamentare strofinio di angurie sui giovani volti, la raccolta di more per i gelati estivi – sistematicamente buttati e sepolti sotto terra da figli e nipoti che non gradivano i semini di quel frutto -; i cinquant’anni di matrimonio dei nonni materni (la nonna paterna, di cui porto il nome, non l’ho mai conosciuta, ma di essa conservo una sola immagine che mia madre mi regalò molti anni addietro). Ero piccola allora, ma rivivo la commozione dei miei nonni (lei minuta e nervosa, lui, taciturno, accompagnato dall’eterno toscano), la megafesta in quella casa che ai miei occhi appariva immensa, la visibile contentezza di piccoli e grandi. Sorrido alla vista di colui che sarebbe stato poi mio marito, in costume da bagno al mare con gli amici; nell’armonia della sua famiglia o “vestito di nuovo” nel giorno della sua laurea. Della mia non ho foto, ma ricordo il sapore liberatorio del grande gelato gustato in un bar di Salerno con un’amica e mia sorella, uniche testimoni del mio traguardo di studi. Accarezzo le immagini dei miei tre figli, diversissimi tra loro, ma accomunati dall’affetto e dalla passione per i libri e per i film; li vedo giocare allegramente in campagna con i cuginetti durante le vacanze estive nel mio paese d’origine, nella casa dei nonni paterni, nei momenti salienti della loro crescita. Un vespaio di pensieri mi ronza nella mente: quelle voci argentine di bimbi spensierati e vogliosi di vivere diventano voci di giovani, ormai adulti, confusi nel labirinto della vita perché, è vero che il cambiamento porta al distacco, alla perdita, ma è al tempo stesso acquisto e conquista, soprattutto quando il profumo della speranza segna un nuovo cammino di vita.
Ripercorro nelle foto di gruppo la mia attività scolastica, rivedo i giovani colleghi e la loro fattiva collaborazione; la gioia eloquente sul volto di mio padre, anche quando, stanco, tornava dalla campagna dopo un lunga giornata di duro lavoro; mi colpiscono gli sguardi ironici o il velo di malinconia dei miei quattro fratelli, ognuno con caratteristiche diverse: il musicista, elegantemente seduto al pianoforte o intento a suonare la tromba (mi par di sentir ancora le note di “Ciliegie rosa a primavera” che armoniosamente fluttuavano come in una danza nell’aria); il fotografo e i suoi dipinti a olio su tela e sulle gonne nere delle ragazze del vicinato; il viso da attore del terzo fratello e l’ultimo, vestito da seminarista (mamma voleva a tutti i costi un figlio sacerdote, ma la vita o forse il latino ha disposto diversamente…); i vestiti da sposa magistralmente usciti dalle mani di mia sorella; i cento anni di mamma e tanti altri avvenimenti altrettanto lieti o tristemente dolorosi che hanno costellato la mia vita.
Mi passa per le mani una commovente foto in cui mia madre, già molto avanti negli anni, ma ancora stupendamente vitale, imprime quel tocco personale al suo piccolo giardino, ornandolo di fiori armonicamente vestiti dei vivaci colori della primavera; più avanti la ritrovo al suo centunesimo e ultimo compleanno, circondata dall’amore della sua famiglia.
Mi arrendo a quella lacrima che, tacita e lenta, solca il mio viso…
E rivedo quei rossi tramonti e le albe dorate sul traghetto da Cagliari a Napoli e viceversa – presagenti gli uni i misteri, le alchimie della notte, le altre la gioia esplosiva di nuovi giorni, di nuove avventure, di nuovi sogni; mi incantano le limpide acque verde-smeraldo o azzurro- cielo e le eloquenti sculture granitiche di una Sardegna selvaggia e magica insieme, ma mi emozionano soprattutto le viuzze, gli stemmi, gli archi delle case, le pietre martellate della mia città natale. Sembrano luoghi senza tempo, resi immortali da un semplice flash, ma la nota dominante di questi paesaggi è il senso di pace e di libertà, dove il pensiero naufraga per accordarsi alla meraviglia del creato, per riflettere sul significato della vita.
Eppure, un malcelato senso di disagio mi prende allorché mi accorgo di non riuscire a contenere tutto e a comprendere tutto. Qualcosa sfugge sempre – mi dico – sarà una fatto, una canzone, una situazione, un nome, una persona, un pensiero, un luogo chissà… e intanto ascolto lo scompiglio emotivo del mio cuore.
Catturata dal racconto di queste foto, non mi sono accorta che il tempo è passato, senza peraltro riuscire a portare a termine il mio intento iniziale. Lo farò senz’altro domani, lo prometto; ma l’incanto, la meraviglia, lo stupore e i ricordi ricavati da questa “fatica”, hanno assunto per me un valore e un sapore davvero inestimabili.
Saprò trasmetterli alla mia discendenza?

Quartu S.Elena, 31 maggio 2009 Rosalia D’Ambrosio