Niger al volo

Camminando, anche zoppi si raccatta polvere. Il guado è secco, ne crepano le sponde. L’argilla del fondo, spinge dai cretti dei ciuffi gialli. Si guarda di qua e di là dalla camionale. Le linee rette son le strade dell’uomo. Il resto son rigagnoli, zig-zag di crinali, ombre slabbrate di chi cammina; i saliscendi delle piste da cammelli con le sacche di sale. O la fila indiana di donne a terrazzare il colle cotto a Keita.
A profilo, dietro le capanne sullo sterrato, tremola lontano il Grand Erg di Bilma. Incontrati per caso allora, aspettateci al Djado! Verremo volando fino all’albero del Téneré. E poi, passo-passo, fra ciottoli e rena a salutare le ultime palme sopravvissute al secco– ormai per poco. Ma l’amore per voi resta.


Lavoro a mezzo

Martellano le tempie i rintocchi di campane dal registratore sul campanile della chiesa, a spaventar passeri e piccioni. Dal macilento venticello balzano leggera cade la pioggia sullo strame pallido della cavalla che ci stava allora e sulle pagine del diario rimasto a tanti anni fa.
Nell’officina tutto è come la sera che si chiuse. si staccò la corrente, si lasciò il lavoro a mezzo e posò l’arnese che si aveva in mano. Calato il berretto, s’inforcò la bicicletta verso casa. Poche le parole, poche le occhiate. Il futuro, buio. Ora un martello qui, le pinze là, il saldatore rotto, chiodi…Fine corsa mummificata sul campo. Gli ultimi movimenti son diventati eterni, seppur senza le voci dei bravi che ci misero la vita. Franchì se ne andò per sempre. Altri si dispersero in campagna e il fabbro andò in città, da un posto all’altro. Perse il diario ma la memoria rimase. Anche il sudicio rimase. E nella calce a piè del muro, prospera ancora l’erba pellegrina e pure si stendono le lucertole quando c’è il sole.
Ma un giorno, capitatovi per caso, al fabbro tutto si rianimò. La calandra grande, il trapano stridulo, la sega circolare, il lattoniere che cercava gli occhiali dimenticati, l’apprendista che assortiva le viti, il segantino attento al taglio ed il trabiccolo per tener le assi in piano, l’operaia che parlottava sempre fra sé e sé, a strambotti. Il padrone occhiuto e lo scarto dappertutto. Intorno, le cataste in attesa di diventar segatura.
Riapparvero a lato della corte gli asparagi ed il melo a rami sbracati al cielo, con le sue mele dolci e bacate.
Rimessosi un po’ e schiaritasi la gola, il fabbro se ne andò, accompagnato al cancello dalla banda dei suoni di allora: in testa il rumore del catenaccio della porta principale e, in coda, quello dei passi la sera, sulle scale.


La linea bianca

Leggere le ombre delle effemeridi d’autunno
Scorrono lente sull’acqua del fiume,
Zolla a zolla, fino alla linea bianca.
Né luogo né tempo; eppure, come ricordo?