IL PECCATO

La conobbi che aveva poco più di vent’anni.
Si chiamava Agata ed era stata assunta per uno stage al supermercato nel quale
lavoravo dall’anno in cui lei era nata.
In verità, me la ricordavo già da ragazzina. La vedevo aggirarsi nel mio
quartiere, fin da quando frequentava le medie e tornava da scuola, con lo zaino
che le piegava la schiena, proprio quando io uscivo dal negozio all’ora di
pranzo. Qualche volta avevo pensato di aiutarla a portarlo, quello zaino, ma mi
ero sentito sporco e viscido.
Poi la vedevo nel pomeriggio che rientrava a casa saltellando, dopo la lezione
di danza.
Sprizzava l’energia incontaminata della pubertà, era bella e singolare. In
particolare lo sguardo era intenso e accattivante, mentre il corpo era ancora
incerto e da modellare.
Osservavo quella ragazzina con distacco, mentre fumavo mie ultime sigarette e
percepivo la tensione che la percorreva nell’attesa costante, dettata da film
per ragazzi e dagli anime, di trovare qualcuno che la corrompesse e ne facesse
una giovane donna.
Ma le qualità di una donna le aveva già tutte: era seria e decisa, sicura
nell’incedere e dimostrava rispetto delle persone che incontrava.
Mi passava davanti, ma non so se mi notasse.
Ad ogni modo, non ci conoscevamo.
Poi, un giorno, io mi avvicinavo ai cinquant’anni e da tempo avevo smesso di
fumare, me la ritrovai di fronte, cresciuta, il corpo si era definito in forme
fini e sinuose, l’espressione del volto, non era più cambiata. E permaneva
ancora qualche traccia di quella tensione adolescenziale.
“ Dante, lei è Agata.”, mi informò il capo-cash. “ E’ la nostra nuova stagista.
La affidiamo al tuo reparto, quindi ti farà compagnia tutta l’estate. Spiegale
bene qual è il lavoro!”.
Il capo mi fece l’occhiolino, senza che lei lo vedesse, come ad intendere che
non importava che imparasse veramente, intanto alla fine dell’estate se ne
sarebbe andata.
Il bello del reparto dell’ortofrutta, sono i colori certamente, ma soprattutto,
i profumi, in particolare d’estate al mattino presto, mentre si scaricano e si
mettono a posto le casse della frutta fresca: meloni, fragole, pesche…e i loro
aromi si mescolano in una macedonia inebriante.
Questi afrori, ricchi di ormoni, riempiono i polmoni e vivificano il corpo che
se ne beneficia fino alle dieci del mattino, quando il caldo soffoca ogni
passione.
Essi furono forse complici del mio inebriarmi giorno dopo giorno del fascino di
quella giovane donna, ancora genuina e fresca come la frutta d’estate. Ella
veniva al lavoro una mezz’ora dopo di me e mi trovava immerso in quell’effluvio
magico, divenendone ella stessa parte, col profumo delicato che sprigionava
attraverso la sua scorza pallida e luminosa.
Si legava i capelli lunghi in una sorta di muccio, chiuso da una treccia che ne
seguiva il giro.
Alle dieci andavamo a prendere il caffè e chiacchieravamo del più e del meno.
Io vivevo solo e le descrivevo particolari di casa mia, le raccontavo delle
cenette che mi preparavo ispirandomi ai programmi in tv, le parlavo della mia
gattina Enrica, ormai anziana e da sempre zoppa.
Lei abitava coi suoi genitori, sempre nel palazzo nel quale l’avevo osservata

Non feci in tempo a preparare la cena che sentii suonare il citofono.
Aprii il portone e feci scattare la serratura della porta, così che lei potesse
accomodarsi, mentre io seguivo le vivande.
La casa era inebriata di profumi di spezie orientali e carezzata dalle note di
una piacevole musica che avevo selezionato quell’estate.
Agata entrò, chiuse la porta e mi raggiunse in cucina. “ Che buon profumo!”,
disse.
Io mi voltai e, quando la vidi, i miei sensi si azzerarono. L’olfatto e l’udito
scomparvero e ogni mia energia si ridusse negli occhi con i quali la guardavo.
Il trucco leggero, che non deturpava la grazia del suo viso, si accordava con
l’eleganza sensuale degli abiti che aveva indossato. Nel complesso, vidi in lei
per la prima volta, con quell’occhiata, l’aspetto aggressivo, procace e
voluttuoso che si nascondeva dietro i suoi abiti quotidiani.
Quel minimo di trucco le animava lo sguardo e rendeva anche quello diverso da
come lo conoscevo: più audace e coraggioso.
La fissai almeno un minuto, poi la salutai.
Le spiegai che ero un po’ in ritardo coi preparativi.
“ Figurati, sono io che sono arrivata presto!”, mi giustificò lei.
Entrambi preferivamo la birra al vino, così aprii due franziskaner e le offrii
qualche verdura cruda.
Brindammo alla nostra conoscenza, avvenuta ormai un anno addietro.
Stare con lei era davvero piacevole, per me, che da tempo uscivo poco e non
provavo le emozioni travolgenti che si provano da giovani, che non mi sapevo più
godere il fervore frizzante dell’imbrunire, che ero troppo chiuso per invitare
amici o unirmi a loro quando facevano le rimpatriate in città.
Del resto di loro la metà si erano sposati e gli altri stavano peggio di me.
Lei mi divertiva e mi rendeva partecipe delle sue emozioni giovani e allegre. Mi
sentivo rinfrescato e reso più giovane. Sentivo scrollarmisi dalle spalle la
malinconia che ormai mi era compagnia di vita.
A metà della terza birra, potei servire la cena.
Mangiammo in una lieta ed ebbra armonia.
Bevuto il caffè, estrassi dal freezer la bottiglia di sambuca che lei aveva
portato, conoscendo bene le mie preferenze.
Ne consumammo più della metà, ascoltando la musica e arrivando persino, tra una
battuta e uno scherzo a ballare incertamente per la casa.
Fu un attimo. Un attimo maledetto e improvviso. Scaltro e infido, perverso,
ghiotto e ladro, il diavolo si infilò tra di noi e mentre cadevamo sul letto
inciampando nelle nostre danze orgiastiche, ci legammo in un bacio inaspettato,
insperato, non voluto, bramato, rifiutato, delizioso, orribilmente strano,
erotico e incandescente, meschino e peccaminoso.
Tutto il resto fu una conseguenza libera e travolgente. Ci trovammo nudi senza
accorgercene e io la penetrai, senza preoccuparmi di preliminari e altre perdite
di tempo, tali erano il desiderio, l’impeto e la naturalezza che ci guidavano.
Venimmo a tempo, o almeno ebbi la sensazione che fosse così.
Poi continuammo a baciarci, finchè non ci addormentammo sincronizzando i nostri
respiri.
Avrei constatato il giorno successivo il disastro che avevo combinato e a che
punto infimo mi avesse tratto la tentazione. Il peccato mi aveva sfidato,
sconfitto e imprigionato.
Mi sarei vergognato per sempre, per il resto dei miei giorni, prima di
raggiungere gli altri peccatori
all’inferno.

Scrollai la testa e scaccia le fantasie che, nella mia mente, si nutrivano della
mia solitudine e che mi avevano fatto eccitare. Avevo appena messo le padelle
sul fuoco ed il citofono aveva suonato.
Mi resi conto che, fortunatamente, avevo solo immaginato quello che potevo
ancora prevenire ed evitare. Sarebbe bastato mantenere il distacco di sempre e
non eccedere nei giochi e nelle provocazioni.
Andai al citofono.
Aprii il portone e feci scattare la serratura della porta, così che lei potesse
accomodarsi, mentre io seguivo le vivande.
La casa era inebriata di profumi di spezie orientali e carezzata dalle note di
una piacevole musica che avevo selezionato quell’estate.
Agata entrò, chiuse la porta e mi raggiunse in cucina. “ Che buon profumo!”,
disse.
Mi voltai, aveva indosso una tuta ed era più bella di come io la avessi
immaginata.