Agata Motta - Poesie

NEI TUOI OCCHI                     

 

Nell’azzurro

intenso

dei tuoi occhi

si perde

lo sguardo

assopito

della mia anima

silente

 

Le parole

pronunciate

brezza

lieve

che sfiora

la mente                                          

smarrita

 

La spuma

leggera

cancella

il presente

banale

 

L’onda

dei ricordi

invade

il cuore,

mi trascina

sulla battigia

del mare

dell’eterno

ritorno 


 

L’INCONTRO

 

L’incontro

all’improvviso,

il cuore

batte all’impazzata,

gira

la bussola

veloce

 

Parole

pronunciate

nel rumore

della città

che non sa,

non conosce

la storia

infinita

dei nostri

inganni 


 

ASSENZE

 

Assenze

lunghe

silenzi

grigi

di piombo

 

Distanze

immense,

parole

non pronunciate,

sospetti

taglienti,

il cuore

impietrito

 

Anni

interminabili

di morte

annunciata 



HO INCONTRATO                        

 

Ho incontrato

la Signora

vestita

di nero

 

Nel lungo

abbraccio

è svanito

per sempre

il tempo

del dolore  


 

I SOGNI

 

L’anima

stracciata

si colora

di nero

nei giorni

dell’assenza

 

L’assenza

tutto

trasforma

 

Solo

i sogni

hanno

il sapore

antico

dell’anima

ribelle  



LE TUE PAROLE

 

Come il vento

mi giungono

le tue parole

 

Sibilano

sottili,

tagliano

il cuore,

si infilzano

spade

taglienti

nella mente

confusa

 

Siamo troppi-dici

scrivi parole

abusate

 

Giustificazioni reiterate

copione conosciuto

 

Immobilismo

 

Caparbietà

 

Egoismo

 

Mistificare

è il nostro mestiere

 

Spingersi in avanti

in attesa

di un nuovo

approdo.



TE NE SEI ANDATA ( a mia madre)

 

Te ne sei andata

ed eri lontano,

di notte

un tonfo

al cuore

 

Poi

lo squillo,

una voce

l’annunzio…

 

Lacrime

scorrono

a lavare

le ferite

 

Il dolore

implode

 

Il silenzio

inghiotte

residui

d’amore.



LUCE ( monologo interiore )

 

Luce abbacinante sole accecante calma distesa d’acqua mare increspato

Cielo azzurro limpido vecchi al sole donne dalla pelle scura bimbi sorridenti e rumorosi uomini raggrinziti e stanchi pescatori vicino alle reti rosse silenzio rumori lontani parole incomprensibili nel tramonto di vento vento sulla pelle pelle bruciata dal sole una croce in alto sul monte 

CALMA ASSOLUTA

ENERGIA NUOVA

GIOIA DI VIVERE



SE IN QUEL MATTINO DI SETTEMBRE…

 

In un pomeriggio afoso di Agosto, cielo e mare confusi in uno stretto abbraccio all’orizzonte sfocato di lontananze che serpeggiano nell’aria plumbea, mentre il mare si colora dell’ultimo barlume del sole indeciso che amoreggia con le barche dondolate dalle onde irrequiete, sdraiata sul comodo divano della sua casa dalle pareti gialle e turchine, Betty, come si fa spesso nel sogno, ripercorreva la sua vita, quella degli ultimi anni naturalmente.

 E rivedeva quell’uomo con la camicia bianca di lino e il mozzicone fra le dita, mentre si girava sulle scale della vecchia scuola di periferia, al richiamo della sua timida voce che gli sussurrava una richiesta appena appena percettibile, in mezzo al frastuono inevitabile del luogo.

E se Betty, quella mattina, tornando di fretta dal mare, non fosse mai arrivata lì, ma fosse fuggita lontano per seguire l’istinto che la spingeva con prepotenza alla fuga da un mondo, che negli ultimi anni l’aveva profondamente delusa?

Sliding doors – salgo su un vagone, oppure prendo l’altro?

Alla fine, era salita sul vagone marrone dalle porte scorrevoli e da qui, attraverso innumerevoli corridoi che si perdevano in uno zig zag tanto tortuoso quanto imprevedibile, era arrivata sulle scale del vecchio edificio di provincia.

Betty era una donna sulla trentina. Slanciata tanto quanto basta, si ostinava, in certe occasioni, ad indossare delle eleganti scarpe nere a pois bianchi, che la facevano barcollare sui tacchi, dando alla sua andatura un non so che di sensuale e voluttuoso. Lo sguardo penetrante si perdeva dentro a quello dei suoi interlocutori. Il seno, fermo e vigoroso, conteneva a stento un cuore generoso ed indomito.

 Betty pensava alla vita come ad un immenso giardino pieno di rose vellutate. Fino ad allora, aveva colto qualche rosa con poche spine, ma sapeva di essere pronta a pungersi fino a sanguinare.

Così, un bel giorno, aveva voluto cedere alle lusinghe della vita che, come una gatta che fa le fusa, l’aveva circuita con le sue amene illusioni.

 Come in un gioco, si era voluta guardare in un immenso specchio appeso alla parete di un castello di altri tempi, uno di quelli che avevano popolato i racconti della sua infanzia.

Attraversato il ponte levatoio, Betty si era trovata dinanzi ad un pesante portone intarsiato, con il volto della gorgone appeso nella parte superiore: lo aveva spinto con forza ed era entrata.

Quale meraviglia l’imponente scalone di marmo bianco con le balaustre impreziosite da intarsi e i magnifici lampadari accesi ad illuminare il buio della notte!

E su questo scalone, che tanti anni dopo si confonderà con la modesta scala di marmo bianco della scuola di periferia, Betty vivrà un’intensa avventura, interrompendo il ritmo monotono della sua esistenza, fino a quel momento piatta e fin troppo borghese.

 Paolo la attendeva da un bel po’ di tempo; adesso che lei è arrivata, l’avventura può cominciare.

 L’uomo la prende per mano e la conduce, baldanzoso, attraverso le stanze ancora abitate del palazzo, piene di odori forti e brulicanti di vita.

 

-Dove hai nascosto il mio quaderno?

-Pieroooooo, Pierooooo, dove sei? Guarda che ti troverò prima o poi…

-Mammaaaa, è pronta la colazione? Devo scappare a scuola, sono in ritardo.

-Betty, aiuto, dove sei? Sto male….sto per morire…..devi stare qui con me…..devi venirtene con me….non provarci a lasciarmi proprio adesso!

-E no, non puoi dirmi queste cose….non è andata come tu pensi, credimi….

-Betty, non lasciarmi, morirò senza di te, ti prego, resta!

 

Finestre si aprono su cortili abbandonati e sporchi, porte si chiudono sbattendo su chi ne sta varcando la soglia per scappare, scale salgono e scendono in un andirivieni senza sosta, stanze piene della muffa del tempo, soffitti istoriati con le leggende di antichi eroi, stufe di legno ancora fumanti, cucine immense, con le tavole ancora imbandite.

 

 Vertigine, senso di vuoto, paura, angoscia…

 

Betty non ce la fa più, scende dalla scala di servizio e, giù giù, fino agli appartamenti ormai vuoti della servitù, in disuso da tempo.

-Paolo, dove sei? Ti sei smarrito cercandomi? O il chiasso che fa la vita ha sopraffatto anche te?

Ma Paolo non risponde più, la vita, quella semplice e banale di ogni giorno, ha lasciato ferite aperte e solchi profondi.

E’ andato via, si, è scappato una mattina fredda di dicembre, la vita gli aveva presentato un lungo conto. Non ce l’ha fatta, se ne è andato.

E dove si trova Betty, adesso? Sogna o è desta?

Passato e presente si fondono e confondono nella sua mente, fino a farla scoppiare.

Cosa è successo nel frattempo?

Nel frattempo, anche lei ha fatto i conti con la delusione, l’amarezza, il rimpianto, la noia, la nausea.

I figli mai nati sono rimasti sospesi lì, nell’angolo della parete ricoperta di raso rosso del suo nobile castello. 

Le notti vuote d’amore e cariche di angoscia sono la cornice del quadro di botticelliana memoria, appeso alla parete nord del salone dalle ampie volte ricoperte di stucchi arzigogolati.

L’Amore si è dissolto, lasciando il cuore impietrito e gli occhi vitrei che fissano un punto lontano della grande sala, dove il burattinaio di turno sta facendo recitare, alle sue marionette colorate ma senza vita, il gioco delle parti.

I fratelli hanno seguito il sentiero della lontananza, inerpicandosi anch’essi su vette scoscese ed improbabili.

E’ rimasta la consapevolezza, la consapevolezza di un traguardo ancora da raggiungere, da soli…..o in cordata?

Questo Betty ancora non lo sa.

Non si ritrova e da tempo insegue i fantasmi di una vita senza macchia, come il nobile cavaliere, che forse ha abitato il suo castello inesistente.

Vive sospesa e leggera nell’attesa di un futuro che l’avvinghi con i suoi tentacoli allettanti, carichi di lusinghe avvenenti ma vere.

Lusinghe vere: strana forma ossimorica pregna di desideri sempre inseguiti e mai raggiunti.

La nostra Betty sognerà un altro sogno o tutto si trasformerà lentamente nella palude stagnante di una vita senza vita?



A LISBONA, UNA SERA D’INVERNO

 

Dalla finestra della camera di un lussuoso albergo di Lisbona, Sofia spiava la vita della città. I frettolosi passanti sembravano agitarsi nella flessuosità dei loro pensieri.

A Sofia piaceva scrutare la gente che andava incontro, nella sera scura, ad una nuova estenuante routine.

La luce, che si rifrangeva sulla grande vetrata della stanza, la faceva sentire viva, un brulicare di sensazioni sfumate le percorreva la schiena, un’emozione intensa le saliva dalla pancia fino al petto, facendola sussultare di gioia repentina.

Sdraiata sulla poltrona di velluto rosso, pregustava la felicità dell’imminente incontro.

Ad un tratto, la donna scorge un uomo alto e robusto, chiuso in un impermeabile bianco, con un cappello scuro in testa. Legge il giornale appoggiato al lampione, proprio di fronte alla finestra dell’albergo. L’uomo, lentamente, si incammina lungo il marciapiede, fa una breve sosta per guardare l’orologio che segna le sei di un pomeriggio come gli altri, scende le scale che lo portano sull’altro lato dello stradone, sembra dirigersi verso l’hotel Miramare.

Sofia lo conosceva bene, i suoi gesti le erano familiari come l’odore del tabacco della pipa che teneva sempre in bocca, anche quando era spenta. Aveva persino imparato a distinguere i suoi passi da quelli degli altri passanti.

La donna, allora, si alza di scatto, apre la grande borsa nera che, entrando nella stanza, aveva  buttato quasi di scatto sul letto, fruga nervosamente dentro, trova finalmente il profumo, lo spruzza sul suo collo esile, poi, impaziente, comincia ad andare su e giù per la stanza, a passi concitati.

Conta i minuti intercorsi dal momento in cui Edoardo è apparso alla sua vista ad ora: sono troppi, non è possibile che ancora non sia da lei, deve essere accaduto qualcosa. Un conoscente lo ha fermato mentre attraversava la strada? Una telefonata di lavoro lo ha costretto a rientrare in studio? Oppure…..che altro sarebbe potuto accadere in quei pochi attimi in cui si è mosso per spostarsi dal lampione alla strada, e da qui alla grande porta girevole del Miramare?

Sofia si calma, torna a sedersi, sa che presto l’ansia svanirà .

 Magari Edoardo si sarà fermato a parlare con un passante che gli ha chiesto il nome della via- pensa fra sé.

Oppure avrà pensato di comprarle un bel mazzo di fiori colorati-mormora a mezza voce- quasi volesse allontanare una verità che cominciava a farsi largo fra i suoi pensieri.

Intanto i minuti passano, diventano ore. Ma Sofia resta là, sospesa nel vuoto di un’inutile attesa…

 

E’ notte fonda, squilla il telefono. E’ Mario, le dice che Edoardo non si è presentato ad un importante appuntamento di affari il pomeriggio prima. Nessuno lo ha più visto, a nessuno ha telefonato, non ha disdetto alcun impegno: semplicemente sparito.

Sembra tutto così strano-aggiunge Mario. Un uomo come Edoardo non sarebbe mai potuto andar via così, senza alcun avviso, senza neppure uno squillo per dire ciao.

E’ strano sì-mormora Sofia con un fil di voce.

Strano per gli altri, non per chi, sopraffatto dal peso di una vita percepita ormai come inutile, aveva deciso di spegnere l’interruttore in una fredda sera d’inverno, a Lisbona.