Antonio Sbarra - Poesie

CORTINA D’AUTUNNO

 

Novenari liberi caudati 


Quel soffio del triste garbino,

dell’ultima estate retaggio,

il piano ritorce, sabbioso:

memorie di cose passate

svaniscono in breve pensiero.

La fola del capo canuto

al cuore spossato ritorna,

coi brividi d’una procella

cui attiene la sola speranza.

L’ Autunno!

 

Un mugghio di vano gioire

confuso diviene, gravoso:

e quel titubante ricordo

avaro, al cuore s’apprende!

Un volto, quel volto, ialino

la nebbia del tempo già rende

e il bacio, soffuso di gioia,

rimbomba nel petto già cavo.

La tua dannazione? I ricordi!

L’Autunno!

Bruiscono bimbi e cetonie:

lo sguardo li segue, indolente,

li guarda, ma senza vedere,

la vista si torce al suo interno.

E scruta la torma, che incombe,

dei dolci passati, di ieri:

l’Estate, giuliva d’Amore,

sfiorì nell’odierna canizie

di caste pulsioni foriera!

L’Autunno!


 

GUIDOGOZZANO MINORE

 

Sestine di novenari liberi 

 

Con guidogozzano convivi,

sognando gli amori ancillari.

Merumeni, l’altro tuo “io”,

tradisce la sua Makakita

con bombi e cetonie dorate,

sull’erta di Villa Amarena!

 

Rileggo, rileggo, rileggo

Colloqui e La Via del Rifugio:

un “dolce” malato ritrovo

in fuga, laggiù, verso l’ India!

Le rondini, amiche gitane,

si levano in volo garrendo:

 

profetiche nuove recando

di ghiaccio, di pattinatrici

schernenti il Poeta, atterrito

dal criiii ….. che, da stagno malfido,

raggiunge da “vile” la riva!

gabrieledannunzio minore!

 

Tuo nonno, al D’Azeglio sodale,

tra bombi e Loreto impagliati

s’indubbia su un certo Capenna:

monello alladiese, un volano, 

la dolce cugina ora inganna!

Il notaio, di gossip autore,

 

un’unione platonica infama!

“Me, che soltanto in seconda

avrei i miei studi lasciato,

sposare, Avvocato, vorrebbe?”

E vola laggiù l’Acherontia,

l’insetto a te caro, tra tanti:

 

quel nome, d’un eros pudico

riporta bramiti e pulsioni!

E Marta, intenta a un pugnale

a morte t’invita, suadente! 

E bocche leggiadre, d’intorno,

riaprono il Libro segreto! 


 

L’AMORE IN UN VECCHIO RINASCE? 

 

Novenari semplici e doppi

 

“Non, d’ogni passata procella, 

sei sazio? Ancor n’hai disio?

Pervade ancora la doglia 

tua fibra e ne soffri felice?”

 

E cadde, quel cuore “bambino”, nel solito dolo amoroso.

Felino, di nuovo l’abbatte Cupido col solito strale.

 

Riprende, feroce ma lene, del battito l’arduo tintinno.

L’insonne travaglio notturno scolpisce dell’ora l’andare.

 

E l’empito d’ogni pensiero s’appunta sull’unica algia.

Monotono, incalza l’appunto che sale da triste coscienza:

 

sconfitta, frustata, gecchita, dal male d’amore sconfitta.

E gli anni son tanti, son tanti, segnati da fruste emozioni.

 

Del bene la via or ti segna damnatio di pecca passata:

la mente ora gode lo strale che insala quella ferita!

 

Resistere? Solita fola, 

cui manco il Titide potrebbe!

L’amore in un vecchio rinasce? 

Filar suo Lachesi sospende.


 

PREZIOSA, COME RORIDA GOCCIOLA

              

Sonetto                

 

Preziosa, come rorida gocciòla

nella d’estate abbacinante vampa.

Silente, ma, con voce che consola,

eri per me del vivere la rampa!

 

E, poi, partisti! Ancora e sempre sola:

ed Atropo, da cui niuno scampa,

lo stame suo ti porse, come stola!

Lasciasti solo in dono qualche stampa.

 

Anni Cinquanta! Povera “ricchezza”

d’un vivere al poco abbarbicato:

quei sandali, quel semplice vestire,

 

lo stesso muro rotto e scalcinato

eran davver la gran di Voi bellezza!

 Il dono tuo final? Saper morire!


 

SCOPRIRE? LA GIOIA!

 

Quartine di novenari liberi

Risuonano, lenti, quei passi

nell’ultima china pensosa.

Le fole del triste saluto;

nel vento, soltanto gli addii.

 

Crudele, la mente ritorna

al dolce mestar del passato, 

ai sapidi sbuffi di gioia,

al tempo di cui sei prigione.

 

Il tempo! L’occhiuto tiranno

che d’ogni temperie travolge

le fibre nell’intimo tuo:

inane lo guardi, stupito.

 

Il carro, quel carro “eschileo”,

nell’ultima curva scompare:

l’offizio funereo, suo, sempre 

si stampa anche adesso, nel cuore!

 

Cipressi, laurelli ed ontani

a spoglie mortali fan coro:

sei solo, deposto hai il dolore

nell’urna dal vento sfiorata.

 

La gioia? Vocabolo inane:

caduta è la fronte sul petto.

“Nonno, su, pigliami in collo!”

Ecco: l’ieri adesso è domani!

 

Manina si attaglia alla tua,

l’abbraccio più stretto s’aduna:

e al corpo d’inverno gravato 

tepore riportano: e gioia!


 

Lotto? NO! L’Otto!



- Ecco, vede, sono tutti qui. Il ciclo dei cinquantaquattro anni …..? Vede come combina perfettamente? […] indici di borsa […] basta chiedermi: qui dentro c’è tutto 

Ottone lasciò cadere il libro sulla moquette, a far compagnia al bicchiere di tequila annacquata col seltz e ai posacenere stracolmi di cicche di sigarette, la sua “compagnia” di quella notte insonne, l’ennesima, da quando la tragedia lo aveva colpito. Erano stati, Bacco e Tabacco, i suoi amici di gioventù, come quasi tutti quelli della sua generazione: un “rinsavimento” in età adulta glieli aveva fatti abbandonare, ma ora…!

Il volo 888 della XXYZ Airlines, da Milano Malpensa a New York JFK è scomparso dai radar: le ricerche non hanno sinora dato alcun esito, ma riprenderanno all’alba.” 

Sua moglie e suo figlio di otto anni erano su quell’aereo! 

La TV accesa nella Sala Mensa dell’Università, dove Ottone insegnava Fisica Quantistica, impietosamente gli aveva “offerto” di prima mano la notizia – “quella” notizia – raggelandogli il sangue e bloccandolo sulla sedia, vicino al tavolo dove stava pranzando. Poi, nulla più era stato come prima. La solitudine di una casa ora troppo vasta per lui, l’ombra di un futuro sempre più grigio e sempre più solitario, la scomparsa di ogni possibile empatia verso gli altri cui attribuiva erroneamente ogni possibile “colpa” e responsabilità di quanto occorsogli: tutti ingredienti, questi, che lo incupivano sempre più, finendo per farlo “avvitare” su se stesso fino a che il legno avrebbe finito per inglobare le sue fibre e quelle del tessuto asociale in cui si era immerso, come a trovar rifugio in un ancestrale, atavico liquido amniotico, includente e omologante in modo massivo e pervasivo ogni elemento in esso immerso.

Ed anche quelle due vecchie e consunte Antologie della Fantascienza, su cui si era esperita la sua prima “educazione” di lettore di sette/otto anni, erano state riesumate, quasi ad esorcizzare l’atrocità e il “vuoto” esistenziale in cui era piombato da quel giorno spaventoso. Erano le “sue” amiche di infanzia, dove la sua passionaccia per il genere Fantascienza si era fatta realtà, carne quasi della sua carne – se quel vago sentore di blasfemia apostatica lo avesse lui potuto cogliere e capire da fanciullo! 

Ed ora leggeva. 

Asimov, Clarke, Sheckey, Matheson, Brown, Heinlein, Bradbury e tutti gli altri “maestri” presenti o meno nella due Antologie, ancora una volta erano i suoi “compagni” di vita, capaci di trasportarlo in dimensioni spazio/temporali altre e, soprattutto, diverse dall’ hinc et nunc in cui era condannato a “vivere” se, vivere, avesse avuto il coraggio di definire quell’esistere senza “presa” effettiva sull’esistenza, quel coniugare amari attimi di vita con altri, identici, amari attimi di vita, uno dopo l’altro, in una sorta di discesa senza freni, con la tragica forza G unica vittrice, fino allo schianto finale in un  nulla indefinito e terribile.

Soprattutto il racconto “L’Anno del Diagramma” lo aveva sempre affascinato, per l’ineffabile capacità del protagonista, Brian Breen, di catalogare, registrare, enumerare ed interpolare tutti i fatti “strani” che cronaca e media gli mettevano sotto gli occhi. Per poi, analiticamente, derivarne una “curva” su un grafico che tenta di spiegare a Meade, la ragazza che si è denudata così, senza ragione apparente, in mezzo alla strada. Il grafico diventa, piano piano, una linea verticale che per il protagonista è un “segno” premonitore della catastrofe finale che attende il genere umano. Cosa puntualmente verificatasi al termine del racconto, con la morte del Sole.

Cosa lo aveva affascinato di quel racconto? Non tanto il finale, la distruzione della Terra, perché quello era uno dei  finali ”classici” di tanti racconti di Fantascienza: mutava solo il “fattore” determinante e scatenante quella fine (anzi, “la” fine!) che veleggiava tra invasori alieni, mutazioni genetiche, cataclismi endogeni come la mass-destruction  del Permiano, ecologici sconvolgimenti bio/climatici e via andare. No.

Era la “matematica” struttura di pensiero del protagonista ad affascinarlo, era la “geometrica potenza” delle sue deduzioni capaci di collegare fatti e accadimenti tra loro lontani e privi di ogni tessuto connettivo e fattuale, tale in ogni caso da renderne possibile una loro mutuazione reciproca e interfacciante. Come diavolo aveva fatto Breen a collegare tutto e, soprattutto, a coglierne una dimensione “storica” predittiva e indicativa di una catastrofe immane ed imminente?

Ah, se l’avessi potuto anche io “prevedere” quel volo maledetto in quel giorno altrettanto, o forse più, maledetto! Non avrei io certo insistito a convincere la mia famiglia a quel volo di piacere negli USA, per festeggiare il conseguimento del Dottorato in Filologia Classica da parte di mia moglie! 

Volo maledetto! Il numero 888! Giorno maledetto! L’8 Agosto! Mio figlio aveva 8 anni e mia moglie 38 ed erano nati entrambi, guarda caso, l’8 Agosto, lo stesso giorno della loro scomparsa!

Un momento, un momento: la sua formazione matematica gli preclude ogni possibilità combinatoria di eventi casuali e disposti in un caotico magma fluido, cui solo la legge del Caos presiede, coi suoi oscuri corollari ricadenti a cascata incontrollabile e rapsodica. No! No!

Ma, io “sono” un matematico; io sono addentro alle secrete cose del calcolo combinatorio, delle ricorrenze statistiche, delle funzionalità accessorie alla “massa” numerica e alle sue frequenze gaussiane! Posso provare a ritrovare il filo ”di Arianna” anche in un apparente turbinio imprevedibile di eventi e di situazioni, caotico e figlio esclusivo della Τüχη  greca; ebbene anche lì esiste – deve esistere! – una mente ordinatrice, un demiurgo catalogatore, una sequenza logica tale da dare un “senso” anche allo stesso apparente non-senso! 

La pulsione nelle tempie si fa più forte, come se l’intuizione che lo sta cogliendo all’improvviso l’alimentasse con rinnovata energia. Lontano, in un angolo remoto ed ascoso della sua mente si fa strada un puntino, ma angolare, tangenziale rispetto alla luce della sua coscienza: eppure, è lì, ma si cela beffardo in un cono d’ombra, pur conservando la sua suadenza e il suo “fascino” allettante. Lo invita, ma gli sfugge; appena gli sembra di possederlo, eccolo che, con insolenza culturale e psicogena, scantona in un altro recesso della sua coscienza, obnubilata dall’alcool e dal dolore, che, sordo, continua a martellare la sua anima.

Poi, la “vittoria”: è li, ma stavolta è fermo, immobile, ialino addirittura dopo tanti eoni di fughe in anditi sempre più tenebrosi. L’ipotesi si fa sempre più trasparente e i suoi contorni si delineano sempre più netti, stagliantisi addirittura sul nero informe dell’inscienza di poc’anzi.  E via, a tuffarsi in una ricerca che potrebbe anche dare “corpo” e sostanza scientifica a quella che, per ora, è solo l’ombra di una verità o, meglio, dell’intuizione di “una” verità, una per ora, ma possibile, fattuale, se riesco a dimostrarla!

8 Agosto! Sembra una data come le altre, anonima e priva di qualsivoglia alone di importanza, per ritorni storici, per ricorrenze significative come, che so io, il 12 Ottobre, il 14 Luglio o il 4 Luglio o altro similare. No, è “solo” l’8 Agosto, ma ricorrente, ripetitivo, sfibrante nella sua vita: nascita e morte dei suoi cari avvenute nella stessa data! Coincidenza? Pura e fortuita casualità? Un maligno “rettore” delle cose umane ha determinato così? Le tre Moire hanno voluto beffardamente che lo stame vitale delle persone a lui più care fosse troncato in quella particolare data? La sua coscienza matematica si oppone a tale ipotesi, frutto più di un ottuso dolore che di una lucida realizzazione di quanto accaduto.

L’otto, l’otto, ora sì che so per cosa, o per chi, “lotto”: bella paronomasia, degna di miglior e maggior fortuna letteraria ed esistenziale!

L’otto Agosto (un altro Otto!) si diceva: ed allora vediamo se tale data, interpolandola con le frequenze gaussiane e le inferenze statistiche numerologiche, produce, novello Breen de ‘noantri, una – come la chiamava Heinlein? – pariglia, che potrà indicare un fine o, meglio, una finalità al tutto, ove mai ne esistesse una. 

Allora, 8 Agosto: sono tanti, davvero tanti, gli accadimenti che in detto giorno bifacciale hanno riempito di sé storia e/o cronaca in varie epoche ed in altrettante varie parti del mondo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, per un florilegio significativo. La sua “cultura” matematica gli ha fatto ormai rifiutare l’etichetta di una fatal combinazion numerologica, e tutto si incanala su una sua pariglia altamente significativa, un parallasse filosofico e storiografico che gli si fa sempre più chiaro, sempre più illuministicamente evidente ed evocativo. Non lotto più per nulla: l’Otto, invece, è centrale, indicativo, epidittico e predittivo!

Ma, oggi che giorno è? si chiede con un brivido di paura in fondo alla schiena. Il calendario del suo cellulare con fredda e quasi ieratica flemma gli “risponde” col sistema anglofono: 

2088/8/8!

Quattro ricorrenze della cifra maledetta! L’unione della sua totalità con la sua perfetta emi-cifra, quasi a significare un “abbraccio” mortale di due entità, una doppia dell’altra, che si perpetuano in una sorta di Uroboro, in cui testa e coda si inanellano una dentro l’altra, in un moto perpetuo. 



La placca tettonica pacifica si sub-duce a quella americana, mentre l’idro-metano siberiano emerge dal permafrost, ormai ridotto dal warming globale ad una sottile pellicola di ghiaccio, producendo un incendio su scala mondiale; l’Africa si schianta contro l’Eurasia, l’Antartide cozza contro quello che resta del Sudest asiatico; le masse continentali iniziano una “carambola” funambolica e …… 

 

di Sol 3, il terzo pianeta dal Sole, non resta che …….


PASQUA DI RESURREZIONE?

 

E quel sangue vi servirà di segno sulle case dove sarete; e quand’io vedrò il sangue passerò oltre, e non vi sarà piaga su voi per distruggervi, quando percoterò il paese d’Egitto. Quel giorno sarà per voi un giorno di ricordanza, e lo celebrerete come una festa in onore dell’Eterno; lo celebrerete d’età in età come una festa d’istituzione perpetua

Esodo, 12/12,13

Sette giorni, solo sette giorni e poi…..!

 

La “litania” gli martellava le meningi ormai da molti mesi, ma ovviamente l’avvicinarsi dell’Evento la rendeva sempre più cupa, sempre più stringente, sempre più stridula, come il verso di qualche strigide che esplodesse improvviso nel buio di una solitaria veglia notturna. Ma era – quello – un “grido” interno, intimo, che, come fimo salente da mucchi di letame decomposto, lo avvolgeva sino a stordirlo. Stordirlo? No, peggio: lo annichiliva, lo legava ad uno specifico hinc et nunc, ma senza valore effettivo, senza presa sul cosciente abito mentale di un “fare” come costume di vita costante e iussitivo, almeno per lui.

Laggiù, a Sud-Ovest, verso il mare lontano, quel puntino luminoso in cielo era sempre lì, sempre più grande, sempre più vicino, sempre più incombente e, soprattutto, con la sua forza di un’invincibile ineluttabilità e di una “necessità” da cui nessuno si poteva esimere. Era lui, Apophis 99942, il meteorite scoperto nel 2004, e che dopo innumerevoli calcoli si era dimostrato il “nuovo” Moloc che stava per investire la Terra e, forse, determinare la sesta mass extinction, l’ultima e definitiva, quella da cui la stessa eterea pregnanza filologica del lemma “vita” sarebbe stato erasa: per sempre!

Era lì, silente ma con un “fragore” psicologico immane ed assordante; freddo (bell’antifrasi per un corpo celeste che viaggiava ad oltre 30.000 km all’ora!), freddo, sì, per la sua disanimata “volontà” distruttiva, senza cattiveria, senza rancori di ancestrali odi o incomprensioni: senza nulla, se non l’obbedienza – pronta, cieca ed assoluta – alla legge sovrana dell’Universo, quella di Gravità, su cui anche lo stesso Einstein aveva avuto incertezze, dubbi e perplessità di calcolo e, soprattutto, di intuizione circa la reale “ragione” fisica (o metafisica?) del suo essere ed agire in ogni angolo dell’Universo! 

Spesse volte, l’amore per la “vita” in qualsiasi forma si manifestasse, nella sua coscienza – che aveva (questo sì che fu gradevole!) impattato l’Ecologia ante marcia, ante litteram, ante che lo stesso vocabolo si diffondesse nelle coscienze e nella temperie culturale globale – spesse volte, dicevamo, si era sorpreso a cercare di “vivere” dall’interno l’esperienza psicologica (o psicogena?) di un dead man walking, un condannato nel death row, cercando di intuirne l’accumulo dei pensieri e delle sensazioni, mentre il tempo che lo doveva condurre al patibolo letalmente diminuisce, in una tragica corsa verso la ……fine! Cosa avranno pensato quei condannati?  spesso si ritrovava a chiedersi! Il Tempo, che abbiamo sempre rincorso, desiderato, affannosamente dilapidato in varie (inutili?) attività, a quel condannato con che sapore gli scorreva nelle tempie, col martellare del cuore e dei suoi battiti, ognuno sempre più terribile di quello precedente, perché ognuno era latore di un altro “meno” nella congerie della chance di vita che gli restava!

E a me, cui ora resta solo un settimana, dunque? E che faccio, anzi che “ci” faccio di questi sette giorni mancanti all’impatto? Tanta gente a lui nota si era dedicata alle più impensate delle attività, qualcuna davvero stralunata (o strameteorata, visto quel puntino luminoso nel cielo, sempre più grande, sempre più vicino, sempre più incombente!) 

Quel viaggio da sogno che non ho mai potuto permettermi perché, come per l’Angiolieri e le tre cose che gli erano in grado, la mia borsa mi mett’al mentire? E una volta giunto nel “paradiso” che ho sempre sognato, quale felicità proverei? Un bagno in un mare da cartolina, o l’aria cristallina di un paesaggio montano da favola? Cosa mi potrebbero dare di diverso – e di salvifico – rispetto al rutilare sordo e costante di quel metronomo interno di cui mi ero dotato, da quando la data del 13 Aprile 2036 era stata “battuta” dal banditore dell’asta della vita della Terra, come suo spirare estremo? Nulla, di certo nulla; anzi il piacere di quel viaggio e di quell’esperienza sempre sognata e desiderata sarebbero apparsi più amari proprio per la coscienza di quanto era – e in ogni senso! – all’orizzonte!

Rifugiarsi in un eremitaggio, anche fisico, in un posto da anacoreta o stilita dei primi secoli del Cristianesimo? Solitudine che accrescerebbe di certo il senso del vuoto che mi circonda e che mi farebbe inabissare in gorghi psicotici sempre più profondi, ove solo il Leviatano o Moby Dick vivono ma non permettono il vivere a chi – ahi, vecchio Avvocato di Agliè! – sembra essere uno di quei “ «cosi con due gambe» che fanno tanta pena….” 

Gozzano, già il buon Gozzano! 

Forse lui ha ben descritto l’approssimarsi ineluttabile della Morte, pardon, dell’ineffabile Eguagliatrice che enumera le fosse: ecco, adesso, anch’io vorrei avere la tua stessa “forza” inerme, la tua disincantata ironia demistificatrice, quella disarmata potenza per cui si accetta il destino con nonchalance, indifferenza (almeno in apparenza)! Del resto, il tuo alter ego Totò Merumeni lo sa bene: Un giorno è nato. Un giorno morirà.

Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,

se già la Signora vestita di nulla non fosse per via….

 

Ma, quella, caro cantore di improbabili Signorine abitatrici di Ville Amarene a sommo delle ascese canavesane e di padri in fama d’usuraio, quella – ti ripeti – è la morte singola, la morte del singolo per maggior precisione: questa, no! È di tutti e la Signora vestita di nulla è in via per tutti e per tutto…………….!

Già, è letteratura, è “finzione”, è patto letterario: invece, lui è lì, quel puntino luminoso nel cielo, sempre più grande, sempre più vicino, sempre più incombente!

Ed ora che il Tempo sta per finire, non riesci neanche ad apprezzarlo sino all’ultima stilla, come invece hai cercato di far “gustare” ai tuoi Alunni, specie se ti trovavi a “passare” dalle parti del Seicento Barocco, con la sua fissa per i “congegni”, specie gli orologi: attratti come erano dal “dilatarsi” dello Spazio e del Tempo che inesorabilmente porta alla morte. Come diceva – e lo usavi come esorcismo anti vecchiaia – quello sconosciuto poeta friulano, Ciro di Pries, nel sonetto 96 della sua silloge? 

ed ha scritto di fuor con fosche note

a chi legger le sa: Sempre si more.”

 

L’orologio che affascina come congegno, figlio della genialità dell’Uomo ed al contempo funebre scanditore del Tempo che ci porta alla Morte! 

Ed ora, che da essa ti separano una settimana oppure oltre seicentomila secondi, cosa fa quel congegno? Dove mi porta, dove porta l’Uomo, tutto?

Un atroce brivido scorre sulla tua schiena: ti colgono all’improvviso una considerazione ed un ricordo, creando un brivido che supera tutta l’angoscia sinora “padrona” del tuo essere raziocinante. Quando è che Apophis dovrebbe impattare la Terra, dopo 65 milioni dall’ultima grande catastrofe similare? Domenica 13 Aprile 2036! Ma, è il giorno della prossima Pasqua ed allora i versetti dell’Esodo che istituiscono tale ricorrenza ti balzano alla memoria martellanti, flagellanti.

 Ecco cosa voleva dire il Profeta: quel “sangue” è il tributo solvendo da parte di un Uomo che ha costruito la sua morte attimo dopo attimo, e con sé quella del Pianeta ove ha abitato da “soli” 2 milioni di anni, sufficienti però a calpestarlo, inquinarlo, lacerarlo, esporlo ad ogni possibile “offesa” bio/chimica e/o meccanica! E, sempre quella “metafora” appresa sui banchi del Liceo dalla bocca suadente del suo prof di Scienze: se la “storia” del Pianeta Terra fosse paragonabile come durata ad una normale giornata di 24 ore, la “specie” homo sarebbe compara solo negli ultimi 5 o 4 minuti prima dello scoccare della mezzanotte! Sufficienti, quei pochissimi minuti, riflette con un gurgito amaro in gola – mentre il Terminator gli sembra essersi più fatto prossimo – a distruggere il suo stesso pianeta! 

Mandiamo gli astronauti nello spazio, pensa con acida ironia, raccomandando loro di ben utilizzare le risorse stivate a bordo della loro navicella e non consideriamo minimamente che anche il nostro Pianeta è una “navicella” che viaggia nello spazio, con nella stiva risorse limitate, finite, non rinnovabili: e noi giù a consumarle, deturparle, dilapidarle, tant’è che già a fine Luglio di ogni anno abbiamo consumato il budget di risorse a nostra disposizione! E a Natale dove lo troviamo il tacchino beneaugurante? 

Lui, passerà tra una settimana, ed Apophis 99942 è il suo “ordigno” per tale azione di resettaggio cosmico! Un momento: ma la somma delle cifre che lo qualificano astronomicamente quanto fa? TRENTATRE, ti ripeti con malinconico stupore, esattamente gli anni in cui si compì un’altra “profezia” laggiù, dalle parti del Golgota! 

Un’altra morte “singola” ma a valere per Tutti!

Veloce, ma subdola al contempo, la mente corre ad un altro riferimento letterario, assunto dalle tue giovanili, amate, letture di Fantascienza: quello short del “maestro” Arthur C, Clarke, The star. Il protagonista, un gesuita astronomo – nel ritornare sulla Terra dopo aver visitato i resti di un pianeta distrutto dalla “morte” della sua stella, divenuta una supernova – si pone la tua stessa domanda e chiede al “suo” Dio: “ Che cosa ti indusse a gettare nel fuoco quel mondo, perché il simbolo del suo trapasso brillasse su Betlemme?” La cometa dei Magi fu, allora, una supernova? Un pianeta, con una civiltà sublime, cordiale, artistica nel senso di una concezione della vita umanamente (umanisticamente?) simbionte tra di sé e il pianeta da loro popolati, spazzati via per “illuminare” una grotta, tre umani e due animali? 

Non sa darsene pace, ma soprattutto non ritrova una spiegazione razionale: non ha mai sentito così forte il contrasto tra il “duale” che è in lui, la doppia formazione religiosa e scientifica. Rivive, con un dolore mai avvertito prima, l’eterno contrasto tra Fede e Scienza, lui un Galileo nello Spazio infinito! Un gesuita condotto a pensare così?

Ed allora – l’angoscia del dubbio ti annichilisce – vuoi vedere che il brillio della Terra tra sette giorni potrebbe essere l’overture di un’altra ideologia su qualche altro sperduto pianeta della Galassia, spettatore inconscio del dramma? 

Ah, ecco cosa “ci” farò di queste sette giorni: penserò!


Antonio Sbarra

Da Barga ad Agliè

 

 

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L’aedo è l’uomo che ha veduto e perciò sa, e anzi talvolta non vede più ; è il veggente che fa apparire il suo canto 

1.- Il “ normale”. (Ma, esiste davvero un “normale”?)

- Allora, se avete bisogno di me, io sarò nel mio studio giovedì, dalle 15 alle 16. Arrivederci.

Un rapido alzarsi dai propri banchi, un frettoloso scambio di messaggi a mezzo smartphone, un educato saluto al Docente e i rumori dell’uscita degli studenti dall’Aula furono poi seguiti dal solito silenzio nell’ambiente, silenzio cui lui non si era mai abituato, anche dopo circa 40 anni di docenza. 

Quel restare “solo” dopo i canonici sessanta minuti ininterrotti di lezione, quel dilatarsi dell’Aula perché vuota e silenziosa non gli erano mai piaciuti e per questo gli ultimi minuti delle sue lezioni lo vedevano incartocciarsi sugli argomenti in essere, come se quel dilungarsi, quel parcellizzare le nozioni nelle loro “atomiche” segmentazioni fossero capaci di prolungare, esorcizzare “quel” momento, il finis temuto. Ma anche per oggi la campanella e i rumori che usualmente l’accompagnavano erano lì, erano suoi, gli incombevano sul cervello con la forza esagerata del loro essere – in definitiva – nulla più di una routine abitudinaria, di una normale prassi che vedeva la fine della Lezione, l’accomiatarsi educato e rispettoso degli Studenti e poi …… la solitudine che lo attanagliava, un’altra volta, l’ennesima. 

Anche gli stessi odori ambientali gli sembrano sempre nuovi, inauditi e sono, invece, sempre gli stessi: il gesso in polvere sparso nell’aria che, con la polvere ambientale, il fascio di luce proveniente dalle finestre trasforma in un caleidoscopio multicolore come un arcobaleno rifratto da un prisma; le abluzioni cui studentesse e studenti si sottopongono nel quotidiano “rito” del prepararsi per uscire la mattina, col loro effluvio di dopobarba, lozioni, deodoranti e eau de Cologne sparati in quantità industriale sulla propria pelle; qualche spizzico di cibo preconfezionato atto alla “ricreazione” e poi, sempre, non su tutto ma “dentro” tutto, quell’indefinibile e mai definito profumo/odore di un quid ascoso e nascosto, ma invadente, invasivo e pervasivo dentro e su tutti gli altri odori “normali” quali ci si può aspettare di cogliere in una “normale” Aula universitaria di un Dipartimento di Scienze Linguistiche e Comunicative. Odore non definito, come detto, in cui una vago sentore di materia organica, di elementi di sintesi e di altra natura si interfacciavano tra loro, alla vana ricerca di una sopraffazione mai conseguita di uno sull’altro, di una vittoria bio/chimica mai raggiunta: e quei composti sconosciuti erano lì, come sempre, erano suoi, anche oggi, come ieri, come domani. La solitudine dell’ambiente era maggiormente aggravata proprio dall’inscienza attinente a quel misterioso effluvio, quesito che si poneva ogni volta finiva la lezione, finendo per sospettare una “presenza” aliena ed inquietante, un moloc ed un Leviatano che lo attendevano, anzi lo irridevano con il loro comparire senza visibilità, con la loro dominante “assenza” che lo conturbava.

Sempre. 

Spento il PC portatile e disconnessosi dalla rete WI-FI della Facoltà, raccolti gli appunti – era ancora abituato a vergare di suo pugno le poche note necessarie alla Lezione, lasciando al PC l’onere e l’onore della “memoria” dei dati e la loro proiezione con le apposite slide sullo schermo – raccolto il cellulare, che poi inevitabilmente rimaneva spento sino a che la moglie non glielo rinfacciava al suo ritorno a casa, e via verso la sua utilitaria per il quotidiano nestos verso casa, che spesso davvero si trasformava in uno di quei drammatici “ritorni” cari all’epica greca classica degli eroi di ritorno dalla guerra di Troia. L’ Ulisse tra Lestrigoni e Polifemo o tra le settennali grazie di Calipso?  Agamennone atteso da Clitennestra ed Egisto con un cultro come “regalo” di bentornato? Aiace Oileo ucciso dalla sua superba arroganza? Menelao che, anche dopo la morte del “rapitore” Paride, deve ancora lottare con Deifobo per avere di nuovo la sua Elena, oltre che vagare per ben otto anni prima del suo nestos  a Sparta? E li chiamate nestos questi ritorni, circonfondendoli con l’aura del mito e dell’epos? Bazzecole: al più, gite fuori porta o al massimo paragonabili a quelle organizzate da qualche circolo CRAL, se li confrontate coi diuturni e defatiganti viaggi casa-università che a lui erano imposti dal contratto di lavoro e dal senso del dovere! Ingorghi sulla Tangenziale a croce uncinata retroflessa!!! Imbuti di autoveicoli sparsi a ruota di pavone su una sola carreggiata!!! Follie di guida contromano, con un rombare di cilindrate adatte più ad un circuito da Grand Prix di F1 che ad un percorso urbano, in una città dall’antichissimo centro storico soggetto ai più allucinanti divieti ed obblighi contraddittori tra di loro!!! E viaggiaci tu, in simili condizioni, due volte al giorno o più, nel caso di ritorni pomeridiani o serali per attività le più varie.

 

  • Ma, domani, non hai promesso al Preside di Facoltà degli appunti sul linguaggio pascoliano e sulla sua determinatezza nel Poemetto “Il vischio”? Gli servono per una sua prolusione al semestre prossimo, perciò devi impegnarti oggi pomeriggio, a casa. Niente calcetto stasera, niente pizza con la squadra, niente di niente: lavoro, lavoro e lavoro!”

 

Così va rimuginando, mentre parcheggia l’auto in garage – quel carburatore ha ripreso a fare le bizze e lo devo portare a far vedere prima o poi – e, svuotate le tasche da ogni ammennicolo ivi allocato – le chiavi di casa e dell’auto, le monetine per l’ascensore, i bollini che le commesse del Supermercato insistevano a regalargli – sa, così può ricevere ricchi premi – e tutto quell’universo di cose che continuiamo a portarci dietro senza mai usarle – si stravacca sulla poltrona preferita ed attende.

Cosa? Non lo sa neanche lui: forse la volontà mista a terrore di risentire a casa quell’odore sconosciuto della sua Aula all’Università? Quel mistero insiste al fondo della sua coscienza, s‘insinua tra quelli usuali di casa – stasera mi sa che sono spaghetti alla puttanesca – la cera da poco passata sui pavimenti e, in definitiva, tutta quella congerie olfattiva che accoglie in sé, e rende tuo, il tuo ambiente, usualmente, quotidianamente, sempre. Quegli attimi sulla poltrona, quel socchiudere gli occhi per un attimo, quel liberare la mente da tutto – ne sei proprio sicuro? – prima di completare il resto della giornata con le usuali attività professionali o familiari, sono il vero suo usbergo dal mondo, il vero suo “parlare” con se stesso, il vero tornare, per poco, se stesso davvero. Poi, l’usuale riprende la palla e gioca lui, adesso: dribbla, fugge sulla fascia, raddoppia le marcature, fa le diagonali, attacca lo spazio e la profondità (e sì che ne conoscono di figure retoriche, i giornalisti sportivi: metafore, sinestesie, ipallagi, iterazioni e via andare: magari, i miei Studenti!)

Ed allora, visto che mancano ancora un po’ di ore alla cena – E se non fosse puttanesca? L’odore mi sembra quello! – cominciamo almeno a “pensare” a quegli appunti da consegnare l’indomani al Preside di Facoltà. Allora: il testo “Il Vischio” è già stato stampato, il Contini lo rileggiamo un attimo, Debenedetti è già in pillole nel PC, ah cosa manca? Quell’ultima recensione ungherese (addirittura, sulle sponde del Balaton Zvanì è andato a finire?) che nota i legami sussistenti ed intercorrenti tra Pascoli e Gozzano è già stata “assimilata” e, ad onor del vero, gradita per alcune sue perspicaci illuminazioni critiche: il materiale c’è tutto e via andare.

La routine del lavoro accademico, la grinta nell’impegno sentito e perfino amato, il senso di una “sfida” da combattere e vincere una volta di più, e giù sul PC con furiosa volontà, la stessa da oltre sessant’anni, sempre nuova e virginea, sempre a sostegno del suo senso del vivere. Anzi, quello spunto “magiaro” mi serve, mi facilità: l’aver notato – ma non è certo GYORGYI TASSY il primo, né il solo a farlo – come la frase nominale o de-verbalizzata, l’allitterazione frequente, il tecnicismo nell’uso dei termini scientifici  (e chi le ignora le farfalle care al Gozzano, ognuna col suo bravo nome scientifico?) ed altro ancora è un ottimo spunto per un incipit d’essai: molti e profondi sono, infatti, i legami tra i due poeti e tale nota esegetica è un elemento critico/letterario acclarato ed inequivoco. 

Allora possiamo partire da lì? Ma sì: da lì, allora.

La trattazione procede facile, scorrevole: Gozzano, Pascoli, Dante, Leopardi sono – alla rinfusa – amori inveterati, dal suo essere studente liceale in un piccolo ma “formatore” Liceo di provincia, sino alla Cattedra di Linguistica con specializzazione sui poeti italiani tra Ottocento e Novecento. “Il Vischio” Poemetto del 1897 forse, meglio di altre liriche, coglie l’anima “nera” del Pascoli, quella delle “male piante” dei “Fiori del male” che, da Baudelaire in poi, hanno “contaminato” la lirica europea tra ‘800 e ‘900: radici contorte, rami stecchiti, foglie su cui una mano sinistra ha steso colori rugginosi e malauguranti. Un universo botanico malvagio, cattivo, perverso che ben si presta a rappresentare il “male” che la nostra esistenza possiede o produce, il che non cambia di un grammo l’esito esistenziale per l’Uomo! E quei petali sul terreno, quella “improvvisa alba dei cieli” sono sì il contraltare della contaminazione, dell’ibridazione che rende portatore di male una pianta che muore perché è un “albero infermo della tua salute”: speranze, illusioni infantili, che l’età adulta poi disperde al suolo per sempre, come un tributo alla felicità di un’età scomparsa.

Il lavoro scorre rapido ma “sapido” al contempo: la prassi si fa legge critica, la cultura di fondo alimenta la produzione del pensiero e della riflessione gnoseologica; la “penna” semeiotica si fa atto descrittivo e rappresentativo dell’oggetto della ricerca accademica. Pagina 25, un ultimo sguardo d’assieme per espungere i – ahimè – numerosi errori ortografici (orrore!!!!!!) che la mano sinistra, mai curata per bene (anzi affatto curata!) dopo una vecchia frattura, continua imperterrita a vomitare su ogni tuo scritto al computer: ALVORO per LAVORO, GLIS TESSI per GLI STESSI, CONSOCENZA per CONOSCENZA e via. La Destra che “prevale” sulla debole Sinistra, e fa in modo che i caratteri si incrocino, con anacolutiche posposizioni o anticipazioni di una lettera al posto di un’altra. Pazienza!

Ma allora era davvero puttanesca!” la sapida spaghettata consola la sua cena e quella della famiglia “superstite” – due soli commensali – da che la sua mamma è in un altro “cenacolo” dalle parti del Paradiso (vorremmo sperare) e le due figliole sono alle loro magioni, in paesi non molto distanti, per fortuna, dalla casa-madre.

La solita preparazione della sua borsa per l’indomani, una rapida scorsa al quotidiano che anche oggi arriva sempre in anticipo sulla sua disponibilità di tempo e di attenzione alla lettura, uno spettacolo TV tanto per non andare a letto alle 21 e poi …. a letto davvero. 

Lontano, una TV ancora accesa nel salotto (perché mi devo sempre dimenticare di spegnerla?) blatera incomprensibili eventi lontani, di qualche dittatorello sopravvissuto quale “erede” degli eventi del XX° secolo che minaccia sfracelli e nuove Shoà termonucleari contro improbabili avversari, di oscuri maneggi sulle scelte essenziali (o esiziali?) dei mercati globalizzati, di…..di….di…. poi Morfeo!

2.- “…in fondo in fondo è il luccichio di Vega…?”

No, no! Un punto “luminoso” gli si accende nella mente, mentre cullava un sogno di una felicità lontana e mai veramente posseduta, forse quei petali che – lo sa bene – “Era, sai, la speranza e la promessa, quella….”; o, quell’amore per quella donna che lui ha sfiorato solo con lo sguardo e senza neanche stringerle la mano, come fa l’Avvocato con Felicita, là nella “loro” Villa Amarena! Un piccolo barlume, un atomo di coscienza nel soffuso abbraccio morganatico del sonno e del sogno, ma sufficiente a far svanire l’incanto incosciente ma soffuso di piaceri quali nel giorno reale non si conosceranno mai! Piccolo, ma sufficiente a farlo balzare dal letto, sudato ma di un sudore freddo, glaciale, terreo e terribile. Tenta, ma senza riuscirvi, di ricostruire il “percorso” psichico che lo ha portato a quel punto luminoso, troppo luminoso, che abbaglia la sua coscienza, che è lì, lo puoi cogliere con pochissimo sforzo, ma peggio del supplizio di Tantalo ti sfugge se osi appena avvicinarti a lui. È lì, è presente, è vivo, eppure non “è”, non lo cogli, non lo possiedi del tutto. 

Periferico, tangente alla tua soglia conscia ti illude e ti beffeggia anche: lo conosci, ma lo ignori; sai di che si tratta, ma al contempo è avvolto nel più buio di un mistero nero in una stanza oscura. Delle tante cose che la sua giornata lo ha visto esprimere come attore e protagonista, nessuna è in primo piano, ora: le immagini si accavallano in un caleidoscopio spento e monocolore e, per questo, monoformi e insondabili nel loro essere. Eppure qualcosa si agita là in fondo, si fa strada tra la congerie delle sensazioni che con aspetto proteiforme lo avviluppano e lo inchiodano ad uno stato di coscienza senza note di alert, senza warning su un possibile pericolo – reale o psichico che sia – che possa sopraffarlo, cogliendolo in uno stato di anossia intellettuale. No!

Il puntino luminoso, ora, si fa più ardente sin quasi ad abbacinarlo: è più vicino al suo campo sensoriale? Forse, ma resta sempre “dietro” una maschera anonima e perfino anodina, che lo precede e l’ottenebra, anche se i suoi contorni sono, ora, più definiti, più addirittura definibili sulla soglia della coscienza. 

Ecco, ecco, ci siamo: come alla fine di una sublime copulazione, esplode l’orgasmo di una rivelazione, improvvisa ma come se fosse sempre stata lì,  a portata di mano, e che lui non era stato abile e tempestivo nel coglierla. 

Un ricordo di una fanciullezza lontana; un libro compulsato con avida rudezza e sfogliato con rapida acquisizione; una sensazione di paura ancestrale ma modernamente concepita; un’acquisizione esegetica e fono/linguistica di poche ore fa; un agghiacciante impasto di brividi e di rilassamenti; una domanda!

Ecco cosa era quella “stella” nana che si agitava con un’orbita mono-forme dietro al velo dell’inconscia rappresentazione; ecco cosa era quell’urgere del pensiero incontrollato che nei sogni domina e si accampa regalmente; ecco il non-sonno cui è pervenuto nel cuore della notte!

Il libro? Ma, naturalmente, non poteva – ai tuoi anni verdi – che essere una raccolta o un romanzetto di Fantascienza, l’alveo culturale in cui ti sei formato come lettore e come amante della lettura, poi, di ogni genere essa fosse. Fantascienza, allora dicevamo: e chi ti sradicava da essa, nei pomeriggi liberi dagli impegni scolastici, allora davvero onerosi e gravosi a far tempo dalle Scuole Elementari e non Primarie! Rubinetti che perdevano in vasche dalla mostruosa capacità e di cui dovevi calcolare la portata e sapere in quanto tempo la si sarebbe svuotata sapendo che perde tot litri ogni ora; massai sbadate che immancabilmente perdevano, tornando dal mercato, mele e pere in quantità industriali; rombi che si intersecavano con dodecaedri assurdi e trovala tu la Superficie laterale!; affluenti di destra e di sinistra del più minuscolo fiumiciattolo lucano; date e nozioni storiche assommatesi una sull’altra. Ma se eri bravino, e lui lo era, tempo per fare “altro” te lo costruivi: il pallone first of all, la musica con i tentativi “dilettanti” di passare dalla batteria (pentole e coperchi, ovviamente) alla chitarra (di qualche altro, ovviamente) e la lettura dei volumetti di fantascienza che  paululo patrimonio comporta. Ancora citazionando, nevvero? Anche il Segretario della Repubblica Fiorentina ti torna utile per indicare che da ragazzotto il patrimonio familiare era paululo e di conseguenza il materiale librario a tua disposizione era minimalistico, ma tant’è!

Ed eccola la FS, la Science Fiction di cui ti sei imbevuto il cervello, lo spirito, la fantasia (e come farne senza?) le stesse tue prospettive di vita, presente e futura. E non solo i personaggi, i luoghi e gli accadimenti “topici” di questo genere letterario erano i suoi compagni di lettura e di vita finanche, talora: era suo specifico interesse, sin da 10/11 anni focalizzare l’attenzione di uno studente della Media di una volta (quella “del” Latino, a capirci!) sulle “previsioni” che i Maestri del genere sapevano lungi-mirare e descrivere col piglio di una rappresentazione en-direct anche se in anticipo di numerosi decenni. 

Cataclismi e catastrofi di varia natura e genesi; mutazioni biologiche e genetiche ancor prima che essa diventasse la “regina” delle scienze naturalistiche: la Terra diventata un immenso Condominium per la sovrappopolazione che ha reso la sua superficie abitabile, l’ecumene, un “edificio” da abitazione ininterrotto e alienizzante i suoi stessi abitanti; poco/troppo di risorse necessarie alla vita che con la loro  disponibilità “inadatta” ad uno sviluppo antropico normale (rieccolo!!!) rendono la stessa convivenza sociale atroce ed hobbesianamente impossibile; una Terra ricoperta dai suoi stessi rifiuti sino a soffocare; cataclismi climatici e geo/fisici di immane portata e tali in ogni caso da minacciare la stessa vita umana sulla Terra: ed altro similare o ad essi elementi riconducibile.

Ecco di cosa ti sei imbevuto, al punto tale che ciò che i mass-media oggi, e con quantità di dati sempre più sconfortanti attestata la loro implementazione quali/quantitativa, ci rappresentano allarmati è per te un “percorso” già noto, almeno nelle sue linee macroscopiche. È l’Antropocene, bellezza, l’Antropocene e tu non puoi farci niente!

Ed eccolo il suo “ecologismo” ante marcia, o risalente a tempi non sospetti, che torna sempre, che regima la sua stessa “presenza” sulla e nella vita di ogni giorno, che lo rende sempre più pessimista sul “domani” che lo, ci, li attende: tutti!

Ed è questo quel lumicino che improvvisamente lo ha svegliato, quella “verità” oscura ma presente, inindagata ma palese, a saperla riconoscere. È emersa, attraverso gli eoni che sono il continuum spazio/temporale in cui navigano i nostri sogni, i nostri incubi, le nostre angosce, il Super-Io e l’Es che a braccetto dominano l’Io notturno, inerme ed imbelle di fronte alla loro potenza onirica e psichica.

Ah, l’hai catturato alfine, ne sei ora compos finalmente: è tuo! Un vago umore di “vittoria” umetta le tue labbra, secche per il risveglio improvviso e lacerante. Ce l’hai, alla fine!

Il bello è che ora, con malinconica soddisfazione, realizzi che tale input lo coltivi da sempre, da quando Clarke, Ballard, Asimov, Sturgeon, Brown, P.K. Dick, Leinster  e via con tutti gli altri (ma quanti ne hai ingollati dalla Prima Elementare in qua?) hanno nutrito il tuo insaziabile “spirito” di sapere oltre quello che la routine scolastica e socio/familiare di una piccola città della provincia sannita nei primi anni Cinquanta ti concedeva di sapere. No: tu volavi alto, volavi oltre!

Ed ora dopo oltre sessanta anni quel barlume di idea, in una notte insonne, si è fatta da potenza atto, da energia intellettiva possibile a reale e concreto pensiero. Anzi, a ben ricordare lui quella “sensazione” l’ha sempre inconsciamente nutrita, ha serpeggiato nelle sue circonlocuzioni cerebrali inavvertita ma presente, dispettosamente quasi pronta ad offrirglisi ma altrettanto sfuggente e pronta ad occultarsi di nuovo. Ma ora ce l’ha, ne possiede anche le più minute sue componenti, la vede come sotto una luce abbagliante e tale da definirne contorni, specimen, sostanza in definitiva.

Ed ha paura, ma di un quid troppo superiore e troppo pervasivo della sua anima, capace di offrirglisi come muro invalicabile e stringente: un ambiente agghiacciante perché definito nella sua indeterminatezza, in cui non puoi muoverti perché tutto congiura contro di te, dalle pareti che ti si stanno stringendo addosso, al liquido indefinibile che sgorga da innumerevoli fori, dai gas – certamente letali – che da altre vie pervie ti stanno avvolgendo. E tu ti dibatti, in una lotta inane e perdente. 

Quello che hai “pensato” hic et nunc ti sta schiacciando, è vincente anche perché ad esso si accompagna la consapevolezza dolente di un accusatorio “Perché non ci hai pensato prima? Come hai fatto a non realizzare ieri quello che ora ti si appalesa chiaro ed evidente nella sua icastica verità storica e fattuale?”

Già! Per anni, decenni, con le tue profonde conoscenze letterarie, linguistiche, filologiche, esegetiche ed ermeneutiche ce l’avevi sotto gli occhi la “verità” che stanotte ti ha colto all’improvviso, che in un notturno travaglio ti ha reso tutto più chiaro, più palese, più ……….! 

Più! 

Il resto, tutto il resto, ti si fa minore, effimero, superficiale, limitato e limitante: valori, gerarchie, priorità scadono a livello di minuscole “cose” che hanno lo stesso peso specifico del “ronzio d’un ape dentro il bugno vuoto”! 

Quante volte, in un semestre dedicato all’analogia ed al linguaggio “determinato” nei Poemetti pascoliani, ti eri soffermato su tale immagine, in cui la nullità dell’umano a fronte del mistero dell’Universo, e l’umana, connessa incapacità di possedere davvero la sua “vita” , diventavano “Verbo” a cui dolenti dobbiamo chinarci, sottomessi! Quante volte, in una Tesi di Laurea avevi di buon grado plaudito alla sagacia filologica di una laureanda che, partendo dalla critica dello Spitzer  sull’“ibrido” dei suicidi danteschi – da valutare come realtà nulla e fuori “schema” – era pervenuta all’acuta introspezione di un “Male” che è alla radice dell’Uomo nella Storia e che risulta inalienabile e inestirpabile.

Il “male inalienabile e inestirpabile”: frotte di filosofi, sociologi, storici, psicanalisti hanno sempre cercato di analizzarlo, parcellizzarlo nelle sue sub-atomiche componenti: forse, in una orgogliosa e superba volontà di dominarlo, chiuderli in schemi controllabili e, perché no?, sfruttabili a fini altri e oltre. Ora ce l’hai davanti agli occhi: lo vedi tutto, ne assapori il venefico, ma suadente suo aroma. Ti si è squadernato in una orizzontalità che è stesa sotto i tuo sensi, puoi toccarlo, vederlo, sfiorarlo e, perenne, quel blando auto-rimprovero di come non avevi potuto rendertene conto prima! Prima! Ma prima le prospettive erano altre, le priorità erano altre, le premure erano altre. 

Tutto era “altro”, prima!

Ma ora è altro di nuovo, ora la strada si protende davanti a lui chiara, diritta, illuminata mentre le tenebre di prima principiano a diradarsi; quella nebbia gnoseologica ha perso il suo relativismo pirandelliano, in cui tutto era il tutto del contrario del suo stesso tutto, in un “gioco delle parti” infinito e illudente circa una effettiva presa sulla vita e sulla sua realtà!

Ora, no!

Ma, ora che sai, ora devi scendere in campo, è l’ora della sfida, come si diceva “ora che il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!”: ed è la tua partita, quella “finale” che inconsciamente hai sempre desiderato giocare, per alzare anche tu la “tua” Coppa e bearti dell’urlo del pubblico plaudente verso di te, la tua vittoria, la tua primazia. Lo stadio? Il tuo PC, il tuo cervello, le tue sinapsi, la tua cultura! Gli strumenti? Loro, gli Autori, quegli stessi sulle cui produzioni – e della loro interpretazione filologica ed ermeneutica – hai fondato la tua carriera, la tua stessa vita professionale, sociale ed umana. Quella illuminazione, da puntino lontano e quasi inavvertito sta crescendo dentro di te: una “gestazione” spuria, certo, ma che procede, coi caratteri di una maternità non voluta ma frutto do uno stupro violentatore e malvagio. Eppure è lì, cresce, si fa strada tra altri pensieri, li scavalca, anzi li cannibalizza e li elimina, tutti, per poter lei sola dominare ed essere da oggi in poi tu il suo sacerdote, il suo alfiere, il suo esecutore. 

Ti domina, davvero, al punto tale che quella “piccola” ricerca che avevi promesso al Preside di Facoltà non solo non la trascurerai, ma – anzi – sarà la cellula-uovo, il lievito-madre da cui tutto, anzi il Tutto, scaturirà come acqua di fonte, inesauribile, continua e generatrice di altre acque e di altre linfe gnoseologiche. È nei testi, negli Autori – che da stanotte gli si presenteranno in modo diverso e sotto altra luce – che devi cercare la risposta al quesito che l’illuminazione di stanotte ti ha posto, con la sua drammatica urgenza di risposta e soluzione.

Hanno, gli Autori, con un livello di appercezione e di coscienza tutto da analizzare e quantificare, nel corso dei secoli cercato di ammonire l’umanità della sorte drammatica e inalienabile che ci attende a breve? 

Hanno, gli Autori, con un livello di appercezione e di coscienza tutto da analizzare e da quantificare, nel corso dei secoli cercato di ammonire l’umanità sul suo tragico destino, cui le Moire stanno già conducendosi coi loro “giochi” tra fusi, arcolai e forbici?

Hanno gli Autori, con un livello di appercezione e di coscienza tutto da analizzare e da quantificare, nel corso dei secoli cercato di ammonire l’umanità che ciò che sembra essere patrimonio esclusivo della FS è, invece, già marcato nei geni del destino umano

Quei cataclismi, quelle catastrofi non sono puro “Ludus” letterario, cui il patto letterario conferisce viepiù una patina di realtà e di illusione al contempo. No: tu stanotte hai capito che “tutti” gli Autori, tutti gli Scrittori hanno lanciato i loro warning, ma inutilmente. E chi meglio di te, specialista nel “leggere” dentro al testo, padrone degli strumenti per interpretare un brano fin nei suoi precordi letterari e linguistici, può oggi ergersi a rivelatore di tali messaggi, passati per lo più sotto silenzio o addirittura inavvertiti per tanti secoli? 

E allora mettiamoci al lavoro: recuperiamo le gemme della nostra produzione letteraria – da Cielo d’Alcamo al Novecento, da Folcacchiero a Luzi, da Lapo Gianni a Caproni e agli altri compresi – per vedere se quella “fiammella” intuitiva, che ti ha fatto balzare dalle coltri amiche, bagnato di un sudore “asciutto” e pertanto più perfido, sia dimostrabile e verificabile!      Veloce, recupera nel PC quelle dispense di tanto tempo fa, all’inizio della tua carriera di Docente, in cui inconsapevolmente proprio questo “messaggio” credevi di aver rinvenuto nelle liriche di Leopardi, di Pascoli e di Gozzano, i tuoi autori preferiti, dopo Dante, Rex Sacrificulus.

 Ributtali fuori quei concetti, quelle ermeneutiche “visioni” che ti misero anche in contrasto con altri Colleghi, cui queste fole sembrarono fuori “riga”, lontane dalla placida ed accademica routine di un’esegesi testuale “normale”, sulle orme di una tradizione inveterata ed inscalfibile.

Ora sai che hanno avuto torto, e marcio.

Il “messaggio” è lì, chiaro – a sapervi leggere dentro – ammonitore ma sfuggente, illuminante ma in modo poco avvertito ed avvertibile dai più, se non armati di strumenti linguistici, gnoseologici, esegetici, ermeneutici talora, gli stessi a te domestici e usuali. Via, partiamo. Cosa devo preparare per il Preside di Facoltà? “Il Vischio” di Pascoli? Occasione mai più propizia di questa: avere tale Poemetto come incipit del lavoro cui si accinge, perché forse il “segnale” cui gli Autori hanno affidato il loro warning esistenziale e planetario trova proprio nel radicamento maligno e letale del vischio nella pianta ospite – involontaria e succube, ahimè 

– l’esplicitarsi simbolico ed analogico di un destino ferale che ci attende. E l’analisi, sulla falsariga del vantaggio di sapere in anticipo “cosa” cercare, procede con velocità totale, con facilità esegetica e critica così lineare da sembrare quasi banale talora!

A far tempo dall’inizio: quei mattini che il Poeta illustra alla sorella cosa sono? Cosa simboleggiano? Di cosa sono analogiche “visioni” se non di una “alba” del mondo, incontaminata, radiosa, alba perché appunto candida, come la “neve” dei petali che imbianca il prato ai piedi degli alberi da frutto, finita la fioritura e all’inizio di quella “secreta felicità nuova” simbolo e pregnanza di una gravidanza avviatasi. Il mondo di ieri, il mondo senza l’Uomo, all’alba dell’Antropocene che avanzando ha distrutto se stesso anzitutto e poi il suo dintorno. Volete un neologismo che tutto abbracci e tutto esplichi? 

Et voilà: come vorremmo definire la Scienza che regola i rapporti produttivi, gli scambi, le reciproche inferenze di beni e servizi? Semplice: l’ EGO-NOMIA! E l’egolatria presente nel vocabolo può ben prestarsi a rappresentare l’avidità dispotica dell’Uomo, capace di distruggere, come detto, se stesso e poi tutto il resto, pianeta compreso!   

Ma, cosa  – e come lo dice – il Poeta? Lo scenario iniziale è un alternarsi di luci ed ombre, un bianco che si fa verde per poi scomparire. Ed all’improvviso….. il sole [(….onde mai sorto?) brillò di nuovo….] che preannuncia una “luce” nuova, diversa, più “rumorosa” del solito perché traluce in essa quel calpestare le memorie vane ognuna con la sua lacrima ancora!

I segnali? Riesci a vederli, ora, con una chiarezza critica mai avvertita e gestita prima, con la coscienza consapevole che è nelle parole, nei loro reconditi simboli fono/analogici che li riscontri quei segnali. Quell’aria pendula di fiocchi! Quell’improvvisa alba dei cieli! Una nube, una pioggia ….. a poco a poco tornò l’inverno! Il cielo smorto! E poi, l’apparizione improvvisa e gelante, da rabbrividire:

Non però questa (io m’interruppi) questa

Che non ha frutti ai rami e fiori al piede.

E sì che già nel 1897 qualcuno, dalle parti di Barga, mentre con l’orecchio sentiva la sua “ora” e liberava l’onda delle memorie e delle fantasie, aveva forse intravisto un’alba “altra” lontana, lontana dalla placida valle del Serchio e dal suo amato cantuccio, quella esplosa – diremmo – sul ponte del fiume Ota dalle parti di Hiroshima, alle 09.45 del 06/08/1945? Filologicamente potremmo esserci, anzi – per te – ci siamo, è così. L’aura e l’aureola riconosciuta ai Poeti, quel “demone” che si dice li riempie all’atto assoluto e supremo del poetare, non è peregrino pensare che abbia anche capacità divinatorie, visto che la creazione di una Poesia è stato spesso assimilato alla Creazione, tout court! 

E più scava nelle viscere del testo, più si avvicina al fiat primigenio del vocabolo, alla sua denotazione originaria, quella attribuitagli – forse – da un Adamo ante litteram (del resto è di Pascoli e del suo Fanciullino che stiamo parlando!) e più quel barlume si fa faro illuminante la sua intuizione, corroborandola e testificandola maggiormente. 

Procede.

La “ stranezza” dell’albero, il suo mostrare due verdi ed un gialleggiar discordi, quelle difformità tra le varie sue componenti, inusuali e impaurenti un occhio avvezzo al normale ondeggiare dei colori su una pianta normale, sono climax che lo portano all’eziologia primigenia del “male”:

ah! sono in te le radiche del vischio!

Radicale, diremmo, la conclusione dell’analisi alla ricerca del perché  di una difformità appariscente e che occupa ben presto la scena della lirica: il vischio! Essa ora cambia, si incupisce. Si fa triste, come la pianta malata. Ed il simbolo di una catastrofe, di una tragedia universale e planetaria è resa sempre più simbolicamente se si segue, come tu fai, il percorso biologico ed esistenziale del male che finisce per vincere assoluto. 

Più leggi, più interpreti e più ti sembrano “leggere” le pur numerose esegesi che sulla lirica avevi prodotto negli anni passati; oltre la valenza critico/ letteraria non eri mai andato e tutto si concludeva con una, pur approfondita e dotta, esegesi filologica e linguistica, ma ora è diverso.

La lente critica della tua ipotesi penetra con acume intellettivo sino al fondo e tutto si fa più chiaro: “la” catastrofe figlia dell’Antropocene è lì, squadernata sotto il fono/simbolismo ed il lirismo disperato e dolente di chi assiste alla morte, agonica, di una vita, della sua stessa vita e dei compagni di viaggio sull’atomo opaco di male!

E la domanda raggelante ed inane “Qual vento d’odio ti portò” sembra anticipare il rombo dell’Enola-Gay partito col Colonnello Paul Tibbett dall’isola di Tinian, ed in genere tutti i “venti d’odio” che alimentano le guerre e le distruzioni che la Storia ci presenta dall’alba dell’Umanità!  Ancora.

ti solcò tutto con sue verdi vene,

fimo si fece delle tue midolle!

Fimo, caro Giovanni? Hai detto proprio fimo? Eh già, vecchia filologia, tornami a valere del tuo sapore, capace di scandagliare attraverso le ere il mutarsi di ogni lessico, sino a scoprirne a ritroso la sua primigenia genesi. Il fimo, o concime specie se fumante, ben si apparenta etimologicamente col fumo, data la naturale ed accertata metatesi tra I e U: ed allora prevale l’idea di un fumo, di un qualcosa che si espande, biancastro, lattiginoso, un “fungo” (forse?) cui, da quella famosa mattinata di un Agosto di settanta anni fa, siamo abituati ad associare l’esplosione di un’energia nucleare ed atomica. 

Basta, basta: tutto gli si sta facendo terribilmente chiaro: il Nostradamus chiuso nel suo “nido” lirico a Castelvecchio di Barga ha posato un occhio allucinato e querulo su una (una? No! È ”la” tragedia dell’Uomo, quella!) tragedia, appunto, foriera di immani e totali distruzioni. E la potenza di tali cataclismi termo-nucleari riesce a coglierla anche nel vedere definito il male che si espande nella pianta come generata dalla sua stessa “forza”: albero infermo della tua salute! Un Uomo, cioè, che si ammala grazie alla sua stessa capacità di essere forte, in salute, ossia generatore di strumenti più grandi di lui, che alla fine sfuggiranno alla sua stessa capacità di controllarli! E, alla fine, non resta che il glutine di morte! Ed il perito linguista/filologo sa bene che   il glutine è colla, è vischiosità, è elemento che tutto unisce, amalgama ed uniforma, deprivandolo dei suoi caratteri originari.  Messaggio chiarissimo, perché ci dice dove stai, dove sta, dove stiamo andando tutti. 

È l’Antropocene, bellezza, l’Antropocene e tu non puoi farci nulla!

3.- “non ti farò dei figli.”

Il PC ha smesso di vomitare sullo schermo le pagine e pagine delle sue osservazioni; domani il Preside della Facoltà ne avrà di “pensieri” da riordinare per la sua prolusione semestrale! Si avvia verso il letto, per dormire, forse: ma, sulla soglia gli ritorna, ma in un’altra prospettiva, quel puntino luminoso, che come la “voce” di Zvanì lo sta ormai accompagnando da un bel po’. Solo il Vischio? L’impasto ideologico del Pascoli, come degli altri Poeti, non può certo esaurirsi in un verso o in poche strofe: l’Autore è sempre lui, ognuno col suo carico umano, dolente o ridanciano che fosse, ma con un imprinting che non muta, anche se sembra che si possa talora evolvere, “delirare” – uscire dalla lira, il solco dell’aratro – dal percorso abituale. No! L’Autore è uno, unico, eterno nel bozzolo delle sue convinzioni estetiche e/o ideologiche, anche se epidermicamente può subire qualche “palinodia” dichiarata o meno che sia. Allora, vuol dire che, in Pascoli, altre sue liriche possono “anticipare” un qualche dramma umanitario, preludendo a catastrofi più o meno avvertibili.

E se non fosse solo, in tale rappresentazione, che fa delle centurie del Nostradamus una vaga ed indistinta compagine di fuochi e fiamme non determinati e deterministici? E se anche qualche altro Poeta, ciascuno col “metro” a lui più congeniale e distintivo, ne avesse percorso la stessa dolente via, chiudendo sotto la fabula poetica una visione da Armageddon finale? 

Riprende, allora, il PC; recupera altro del suo vastissimo materiale critico prodotto negli anni della sua professione; compulsa con avidità critico/linguistica versi, strofe, lemmi singoli, immagini liriche che abbraccino l’intero omnia della letteratura, e non solo italiana. Le dispense del suo Collega di Letteratura Comparata sono a sua disposizione; Internet e i Social stavolta non servono solo ad una messaggistica quasi sempre banale e superficiale. Sono, invece, viatico e guiderdone di una ricerca vasta ed approfondita, che lo guida e lo regge nel suo progetto che, ormai, di accademico non ha quasi più nulla, visto che se la sua ipotesi fosse acclarata dai fatti ………… e chi lo leggerebbe mai, dopo?

Gli appunti si accumulano nel file che sta costruendo e che ingigantisce sempre più, tanto vasta è la congerie delle “corrispondenze” che ha ritrovato. E se nel “padre” della lirica moderna, Baudelaire, già nel 1857 di corrispondenze si parlava, se di Fiori del Male si sono nutriti tutti i Poeti a lui posteriori, allora quel “lumicino” pulsante nella sua mente  ha davvero aperto un’autostrada di corrispondenze. Anzi, nei gorghi letterari ora gli è perfino banale quasi ritrovarle, quei richiami e quei rimandi ad una catastrofe planetaria, che ha creduto di cogliere nelle bacche giallognole del vischio pascoliano.

Anzi. Ora quasi si “diverte” ad estrarre dalla fabula poetica i segnali di un Antropocene ormai giunto al termine del suo essere, pronto a lasciare il campo a …….. già, ma a chi? A qualche batterio resistente a tutto, a qualche forma mutante di insetto capace di ereditare il mondo, ormai senza più Uomini! Oppure, a chi altro? E se davvero di “altro” si trattasse? 

E, intanto, le citazioni e i riferimenti si accumulano, si addossano, fanno pressa e urgenza ai tasti del tuo PC, tanta è la voglia ma soprattutto la lampante evidenza delle corrispondenze che riesci ad enucleare dal testo poetico, da ogni – quasi – testo poetico.

Una, nello specifico, ti sembra – tra le corrispondenze che hai esaminato – più illuminante e maggiormente testificante l’assunto da cui sei partito: è l’hai creduta di ritrovare in un Poeta, non a caso, definito forse una sorte di erede “minore” del Pascoli, anche se a dirla con Montale il nipote di Nonna Speranza è stato l’unico ad “attraversare D’Annunzio per approdare a un territorio suo“. Amore botanico e naturalistico al massimo grado? È comune ai due, se solo si voglia pensare alla determinatezza del torinese nei suoi poemetti “Le Farfalle” carichi dei lori annuenti scientismi nominalistici ed entomologici: chiaro rimando alla paritetica volontà di “denominare” con la verginità fanciullesca le cose che ci circondano e  che, forse, sono le uniche capaci di collegarci col mistero insondabile che è fuori e dentro di noi.

Ma non è il Gozzano “scolastico” il bugno entro cui muoverti alla ricerca del miele residuo, dopo che la tradizione critica te lo ha svuotato con chiose, esegesi, elzeviri e prolusioni di varia natura. Ma non il solito Poeta/Avvocato di Agliè, perso dietro alla sua Felicita, quasi brutta, priva di lusinga; non chi porta entro di sé il copyright dei caratteri psicologici ed esistenziali di uno scafato e cinico Totò Merumeni, con i suoi amori ancillari e la sua scimmietta Marakita: e neanche chi si innamora di una cotal Carlotta raffigurata su un dagherrotipo del 28 Giugno 1850! E l’avrebbe davvero amata, perché lei è la sola che, forse, potrei amare, amare d’amore? Altro che donne rifatte sui romanzi!

È un altro Gozzano, anzi un Gozzano “altro”, quello ove tu scavi, con l’avidità del cercatore di pepite, laggiù nel Klondike de ‘noantri che è il tuo studio, solo, con la piccozza cara al Pascoli (ci risiamo!) animato solo dalla forza del pensiero che ti arrovella da questa sera, da quell’intuizione che ti macera l’intelletto, perché tu possa giungere a conclusione.

E in quel Gozzano diverso, forse, qualcosa emerge, faticosa, lenta, come un lepidottero (ed allora che ci starebbero  a fare la cavolaia, la testa di morto, la passera dei santi, per nulla dire dell’atropo soletto e prigioniero usati dal Poeta?) che emerga dal suo bozzolo, in una miracolosa metamorfosi che rende, poi,  il bruco più brutto la farfalla più bella! 

Il Gozzano “minore” dicevamo – anzi dici – ma che conserva intatta quell’autoironia demistificante, che copre le cose alte e di pregio con la polvere di un déjà-vu passatista, malinconico, dolente, da osservare con distacco stoico o, peggio, cinico: ma che, al contempo, rimpiangi proprio perché così vicine e, pertanto, sfiorite, o ahimè imbalsamate ed impagliate come un Loreto in un salotto borghese di fin-de-siècle!

Ed è quel Gozzano lì, quello malato e disincantato, quello cui non la morfina, ma un torace sano e un ottimo intestino sarebbero più salutari e tali da rendere il canto più divino, quello che ora ti ricopre l’io di paura e di ambigue descrizioni apocalittiche, sotto la levità dello “scherzo” poetico, sotto l’apparente lontananza psicologica e culturale della mente creatrice dal suo stesso prodotto letterario. Ed un titolo ti attira, ti colpisce con la semplicità espressiva della sua stessa valenza semantica ed etimologica: Nemesi nella Sezione La via del rifugio: 116 settenari – ed è già una scelta metrico/stilistica di rottura – costruiti con una perizia tecnica magistrale, con inarcature di enjambement spesso audaci; rime audacemente sdrucciole consecutive; un andamento giambico da cantilena per dare, forse, un sapore di nenia o filastrocca atta ad “abbassare” l’assunto psicologico e drammatico del materiale cantato. Ed eccolo, il Nostro, riprendere una sua lontana relazione ad un Convegno sul Gozzano – quanto tempo fa? – in cui aveva propugnato l’idea che ora ti si appalesa davanti: con scarsa adesione da parte degli altri Colleghi per il vero, avevi sostenuto che era già presente nei Poeti del primo Novecento – da D’Annunzio a Pascoli, da Gozzano a Marinetti, sull’onda di un “ritorno” sulle scene letterarie di Poe e sotto l’ampia copertura ideologica di un rinato Schopenhauer – un’ipotesi  da “fantascienza”, una apocalittica previsione di una “fine” planetaria, nascosta sotto il velame lirico e ideologico. Ma la cosa era rimasta lì; il dibattito accademico, ristretto ai soli “utenti” specialistici, non aveva avuto seguito e lui stesso aveva abbandonato il lavoro finendo per ritenerlo un “giovenile errore” e nulla più.

Ma ora ti torna prepotente alla memoria ed all’impostazione ideologica che hai intrapreso nella “tua” notte, che non ha avuto davvero nulla da invidiare al Bernardino Visconti manzoniano. Ora è lì, anzi è più fortemente lì, con un’evidenza filologica e semantica più luminosa che mai e con un barlume di verità sempre più fulgente e testificante la tua visione.

La nemesi, la nemesi: la vecchia dea greca della vendetta o, meglio, della vendetta su un’ingiustizia perpetrata, di solito per superbia o tracotanza, l’onnipresente peccato di ùbris. Non a caso essa deriva etimologicamente – e tu lo sai bene – dal greco nemo cioè distribuire, ossia giustizia, dare a ciascuno secondo giustizia e merito: si rompe tale giusto dare? ed allora la nemo si mostra con la inflessibilità che il teatro classico ci rappresenta tuttora.

Ma nel poemetto gozzaniano la sua solita aura demistificatoria rende tutto più quotidiano, i pepli e i coturni di un Eschilo vengono sostituiti, o peggio ridotti al genio di una cuoca! Il Tempo, l’interlocutore silente cui il Poeta si rivolge, si arma di fornelli e pentole come uno dei tanto modaioli super-cuochi televisivi per ammannire, dinanzi a truci giudizi i tuoi pasticci andati e il nuovo tuo pasticcio.

E scavi, scavi, verso dopo verso, ritrovi quello che cerchi e che credi di cercare giusta quella puntina luminosa che ti rumina nel cervello. Ed allora. Full immersion nei 116 versi della “vendetta” di Gozzano. Già, ma chi si vendica di chi? E lo strale punitivo da quale mano o mente è stato partorito? Il Tempo, forse, con cui il muto monologo si dipana? E su chi si abbatte, distruttivo e annichilente? Forse, è lo stesso Uomo ad essere distrutto? Ma, se è vera questa chiosa, allora anche Gozzano si mette, come avevi supposto, tanto tempo fa, su quella filiera di Autori che, proprio per far giusta adesione alla loro valenza etimologica, hanno aiutato – o  almeno ci hanno provato – l’umanità a “crescere” fornendole una verità ascosa e terribile al contempo: cosa le, anzi cosa ci succederà, a breve? E quel titolo ti sembra proprio la chiave d’accesso al tuo lavoro critico ed esistenziale al contempo: qualcuno (o qualcosa?) vuole ottenere vendetta/giustizia su chi ha osato sfidarlo, su quell’omuncolo sceso, oltre che dagli alberi, da una genetica evoluzione dalle protoscimmie laggiù, forse, nella Rift Valley dell’Africa Orientale: l’Uomo.

E su di lui cadranno, lo dice il Poeta, fulmini e saette da un Olimpo “laico” dove un Giove inflessibile lo distruggerà, come ha fatto con Prometeo, con Aiace Oileo e tanti altri eroi a lui invisi. Ma, se in Pascoli tale “morte” è lenta, progressiva, fredda, e la Pianta/Uomo sarà lentamente avvelenata dalle radiche del vischio sino a morire, la tragedia – dalle parti di quel dolce paese di cui non sapremo mai il nome – si fa farsa se non sberleffo, come un estraneo che osservi con disincanto il tracollo, la fine. E il Tempo ti sembra essere il vero vincitore sull’Uomo: esso cambia monti, cambia piani, rende vane le nostre tempre, riesce a giocare con le cellule al gioco dei cadaveri! E insiste il nostro Avvocato, insiste! 

Ma ben verrà la cosa

“vera” chiamata Morte

Oppure alla quartina finale, come vera nemesi dell’inutile storia umana (ma “chi” sono gli uomini?)

Certo. Ma che bisogno

c’è mai che il mondo esista?

Allora, quell’intuizione datata, partenogenesi esegetica ai primordi della tua carriera, rimasta in un angolo del PC e della tua memoria come una cosa inutile, pretende ora la sua primazia: è viva, e soprattutto è vera! Anche chi riesce a far rimare Capenna con Vienna o, addirittura, Nietzsche con camicie ha intravisto – e anticipato – il destino di una catastrofe planetaria su cui ha ammantato il velo di una consorte partecipazione sotto la fabula dell’autoironia, del disincanto, della capacità notevolissima di “retrogradazione” dell’aulico e del sublime al quotidiano, al modesto, al domestico:

come una dama secentista, invasa
          dal Tempo, che vestì da contadina.

E di nuovo il Tempo, l’eterno nemico dell’Uomo,  che alle soglie del XIX secolo non ha più come suo antagonista e vincitore la Poesia, come favoleggiato dal Foscolo: l’Uomo passa, il Tempo resta. Lenta o fulminea che sarà, la sua vittoria è prescritta e prevista: che sia vischio o altro il rendez-vous finale è lì ad attenderci. Con l’eterna indifferenza dello stesso Universo che vedrà passare, svanire, un’altra – l’ennesima – forma biologica, un altro – l’ennesimo – anello di una catena, di cui l’Uomo ha valenza pari a chi lo ha preceduto ed a chi lo seguirà: zero!  

Ma, la lotta col Tempo ha un guizzo finale, in piena zona recupero, mentre già l’arbitro sta  per fischiare: l’arguto guidogozzano è ben cosciente della nullità umana (vero, Leopardi?) ma uno scatto di reni finale può trasformare la sconfitta in una alzata d’ingegno, caustica, sadica forse, ma con un brillio di soddisfazione amara ed acida negli occhi: 

Tempo, ma so il tuo gioco:

non ti farò dei figli.

Ecco: una sorta di auto-castrazione globale può essere, forse, l’arma per combattere il Tempo e le tragedie che sta per rovesciarci addosso, siano catastrofi da Guerra Mondiale Termonucleare Globale, cataclismi climatici ed ambientalistici, sovrappopolazione e crisi globale da emigrazioni dal sapore biblico o cosa altro mai potrà verificarsi, ma che si verificherà, deve verificarsi! 

I Poeti, gli Autori l’hanno visto e previsto questo nostro “esodo” dalla Storia e da Sol 3, dalla notte dei tempi, dall’alba stessa della nostra Storia e della nostra civiltà, presunta o autentica che essa sia o pretenda di essere.

La semplice Prolusione si avvia al formato volume, frattanto: esempi, citazioni, corrispondenze, richiami hanno assunto la dimensione di un vero e proprio trattato e, ad ogni elemento che va a corroborare la tua ipotesi, l’angoscia in te cresce perché essa si avvalora, sempre più, si rende sostanza reale ed autentica ad ogni brano letterario che confermi quanto da te assunto come ipotesi di lavoro critico ed esegetico. E tante altre ne avresti voluto inserire, tutte tra loro ciclicamente richiamantesi, tutte tra loro coincidenti come tasselli di un mosaico, ma freddo, allucinante proprio perché policromo. 

Ed ognuna rimanda ad altre, tante, di tutti i tempi, di tutte le epoche letterarie, di tutte le tradizioni culturali mai aventi validità tra gli uomini, anzi tra l’Uomo Sapiente come il Poeta lo definisce, beffardamente, ironicamente, amaramente. Stai per aggiungere alla tua Wikipedia personale un’ultima, l’ennesima peraltro, “cifra” poetica che meglio e più testifichi ed avvalori quell’ex assunto diventato ormai reale e pervasivo. Come chiude la “Coscienza di Zeno”? 

Ecco è l’ordigno che crea lo squilibrio, la malattia, con l’annullamento delle leggi di Natura. Forse attraverso una catastrofe prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo inventerà un esplosivo incomparabile e un altro uomo più malato ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della Terra, dove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udirà e la Terra, ritornata alla sua forma nebulosa, errerà nei cieli, priva di parassiti e di malattie.

Ordigno? Catastrofe? Gas velenosi? Esplosivo incomparabile? Effetto massimo? Esplosione enorme? Nebulosa? Terra …………! Ma se continuavi, caro Ettore Aronne Schmitz, a fare nel porto di Trieste l’industriale di vernici e di altro materiale navale, non era meglio per te, per il Cosini, per il Dottor S. e finanche per noi, no?

Ma anche un ricordo cinematografico gli piomba all’improvviso nella mente e le dita compulsano rabbiosamente i tasti del PC, per evitare che la nebulosa dei ricordi e delle ideologie critiche lo cancellino sul nascere. Come chiudeva quella bellissima, amara pellicola gelidamente in bianco/nero – Fail-Safe  o A Prova d’errore diretta magistralmente da Sidney Lumet nel 1964 – quando, per evitare una guerra “totale” per errore, il Presidente USA fa bombardare New York da un suo bombardiere, per “ripagare” un analogo bombardamento per errore di Mosca da parte di un altro suo B52? La frase, smozzicata per il terrore che la pellicola gli suscitò alla sua prima visione (aveva quasi 20 anni, allora!) emerge, sillaba dopo sillaba come se stesse passando su uno schermo proprio adesso, drammatico sottotitolo di una scena   drammatica: 

Signor Presidente dell’U.R.S.S. il rumore che, mi dicono, sentirete sarà come un  sibilo molto acuto. Sarà il telefono dell’ambasciatore che si fonde al calore dell’esplosione.” 

Ma quelle note gelide di Hobbes non le sottoponi ad analisi? E vuoi tranciare l’intero Guicciardini? E nei 14.233 versi della Commedia non ci vedi nulla di vaticinatorio, proprio nel Poema che è profezia sovrana e, forse, visione proprio escatologica, a dirla col Prof. Silvio Pasquazi? Ma, ti dici, così diventa un lavoro davvero enorme e capace di autorigenerarsi continuamente; ma le corrispondenze rischiano di diventare davvero infinite; ma – e lo sai bene – i libri tra loro “si parlano” per i continui richiami e le frequenti citazioni reciproche; ma ogni Autore si forma sugli altri Autori;…..

Ma, ma, ma………

Poi, la TV (ancora non l’ha spenta?) urla il suo Breaking News, su cui ogni net mediatico focalizza tutta la sua attenzione e la potenza dei suoi  mezzi comunicativi:



“Il nostro corrispondente dal XXXXX ci comunica che nelle ultime ore, su XXXXX è stata sganciata una Bomba H della potenza di 15 megatoni, con un razzo proveniente da un ancora ignoto paese dell’area. Subito XXXXX ha risposto con l’invio di uno stormo di Mirage e F14 ad effettuare una durissima rappresaglia atomica sulle principali capitali del XXXXX. Ci giungono notizie che XXXXX e XXXXX hanno effettuato lanci nucleari sui rispettivi obiettivi, mentre un massiccio movimento di truppe è segnalato al confine tra XXXXX e XXXXX, unitamente al bombardamento di XXXXX e al tentativo di XXXXX di invadere l’isola XXXXX. Attenzione: dalla CNN si apprende che la VI flotta XXXXX dell’Oceano XXXXX è in marcia verso il Mar XXXXX ed ha già lanciato i suoi A111 Stealth e i nuovissimi bombardieri B2 verso la costa asiatica a difesa dell’alleato XXXXX. L’XXXXX sta mobilitando le sue difese comuni e la XXXXX è in condizione di RED-ALERT e il XXXXX è a DEF-CON 1. Vi aggiorneremo su questa che sembra davvero la più grave crisi politico-militare dalla fine della Guerra Fredda. Non possiamo che augurarci che il buonsenso, l’intelligenza e la pietà congiunte tra gli uomini evitino il tracollo finale. Ad un –  speriamo – prossimo collegamento.

Lascia il PC, corre alla televisione ed è tutto un “unico” canale, un’unica network che brucia di terrore come le città cu sui la nuova Armageddon termonucleare (o è proprio quella vaticinata nelle Scritture?) si sta abbattendo con furia devastatrice ultima. Il fuoco di Sodoma e Gomorra ora arde, con una sua “felicità” inconsapevole, su quasi tutte le realtà metropolitane dei vari continenti; dai bunker sotterranei si alzano ripetutamente ICBM che vanno a colpire un improbabile “nemico”, come se nella folle tragedia che sta scorrazzando su SOL 3 si potesse razionalmente ammettere che qualcuno sia “nemico” di qualcun’altro!

Devo sentire qualcuno, devo relazionarmi con qualcuno: è vero tutto ciò? Chiamo il mio ex Allievo, che grazie al suo Dottorato di Ricerca in Linguistica con me, è entrato alla RAI: forse ne sa qualcosa di più, ha più agganci e maggiori informazioni di me. Col casino mondiale in giro, sicuramente è in sede, al lavoro.

La linea è più che disturbata, ma non assente: disturbi, scariche elettriche, sottofondi indecifrabili, poi il contatto: “Pronto, sono io. Ma che diavolo……………

Poi, sente il sibilo – “quel” sibilo? – nel suo telefono                  ………………………!



NEMESI DI UNA DIMENSIONE

Racconto breve

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                “ ……. Poi, nel silenzio, un rumore d’aereo dal nord mi riportò il primo annuncio di vita umana.

Le analisi di laboratorio ci dissero poi che gli invasori erano stati uccisi da comuni batteri terrestri contro cui i loro organismi non erano preparati: distrutti, dopo che ogni difesa umana era fallita, dalla più umile forma di vita che Dio abbia suscitato su questa Terra …..”

 

La mano, stancamente, lasciò cadere il volume alla cui lettura aveva atteso da oltre un’ora, preso anzi catturato spasmodicamente dalla sua scorrevolezza emotiva ed ammaliatrice. Era un racconto più volte letto e riletto, sin dalla sua prima infanzia, allorché le due antologie della prediletta fantascienza gli erano state regalate per un suo compleanno. Già: in quegli anni, la  possibile “mutevolezza” tra i regali la costituivano solo i titoli dei libri che i familiari usavano regalargli nelle – ahimè – poche occasioni in cui era norma scambiarsi qualche modesto regalo.

 

Ancora oggi, a quasi 50 anni di distanza, quei due volumi erano stati gli unici che aveva voluto portare con sé, nella “Grotta”, sul cui fondo  era allocato da …. (già: da quando?) centro e “motore” di una ricerca bio/geologica, a cui l’avevano dirottato dalla placida, tranquilla, sonnolenta sua cattedra di bio/geologia sperimentale presso una non grande, ma prestigiosa Università.

 

  • Occorre determinare con esattezza il  rapporto tra O2 e CO2  che un organismo umano consuma in un ambiente ristretto ed in condizioni di assoluto isolamento socio/culturale. Occorre determinare se le condizioni “anecumeniche” in cui un organismo umano si trovi a vivere, espunto dal suo abituale consorzio socio/familiare, modifichino, ed in che misura, le sue normali funzioni metaboliche, respiratorie e cardiache, oltre che analizzare tecniche di comportamento, eventuali disturbi delle funzioni cerebrali durante il sonno, e quant’altro desumibile.

 

Così il suo Rettore, oltre che collega di calcetto al giovedì sera, gli aveva comunicato circa ….. ma quanto tempo era passato? Il suo orologio “biologico” si era del tutto perso ogni possibile contatto con quello civile, quello da cui dipendevano tutte le attività di una normale giornata umana. 

Anche i contatti con “quella” normale giornata umana erano stati prima ridotti progressivamente, per poi essere del tutto cessati ….. quando? Boh! Da tanto, tanto tempo, di sicuro.

Il tempo! Quella divinità sfuggente, cui diamo importanza solo quando ci manca o quando essa ci urge addosso con tutto il carico di impellenti obblighi e doveri, ma mai che ci accarezzasse con dita languide e morbide senza assilli e senza scadenze! Lo sciupiamo, lo maltrattiamo per poi lamentarne la mancanza e l’assenza nei momenti topici e determinanti.

Ecco cosa gli passava per la testa, mentre dava un’occhiata distratta e malevola ai monitor che erano la “sua” vita reale, almeno per i committenti della ricerca, alcune famose major farmaceutiche, veri avvoltoi multinazionali, che speravano di  ricavare da tali risultati vantaggiosi contratti con la NASA, in vista di future missioni dell’uomo nello spazio.

 

Il tempo! Mai aveva capito come adesso appieno il profondo assunto della coincidentia oppositorum, cara a Niccolò Cusano, ancora presente come reminiscenza dei suoi studi liceali, ora che era imbucato a circa 250 metri al di sotto dell’imbocco della caverna! Ora che di tempo ne aveva tanto, non sapeva come utilizzarlo! Il massimo che diventava minimo e viceversa; eppure – da contratto – ne aveva di cose da fare e tante. 

 

La cura della persona, anzitutto. L’equipe medica aveva stilato e imposto protocolli e procedure minuziosi, prescrittivi, assillanti forse. L’igiene doveva rispondere a degli standard di assoluta asetticità, con 

cura scrupolosa circa l’uso costante di guanti appositamente predisposti, il muoversi sempre negli stessi spazi, l’utilizzo di strumenti asettici e continuamente sottoposti a sterilizzazione molecolare e quant’altro poteva – e doveva – farlo vivere in una sorta di “bolla” impenetrabile e tutoria al più alto livello scientifico. 

 

Ecco perché il finale del racconto wellsiano, ancorché vecchio di quasi 120 anni, lo intrigava ancora, lo entusiasmava: oltre al “naturale”  rifiuto della minaccia aliena, c’era ad eccitarlo la nemesi di una strana vendetta, quasi una biblica inversione dei ruoli: l’alieno, potente, intergalattico, tecnologicamente avanzato in misura indicibile, sconfitto e distrutto  “ ….. dalla più umile forma di vita che Dio abbia suscitato su questa Terra ….” 

L’ennesimo mega Golia abbattuto dall’ennesimo micron Davide; tecnologie umane, frutto di secoli  di progresso e di sempre nuove acquisizioni, si erano dimostrate – ed erano state – inutili, infantili, ridicole addirittura di fronte allo strapotere galattico degli alieni invasori; mentre, di converso, poche molecole proteiche, con il loro semplice DNA e RNA, erano state capaci di abbattere la più disastrosa minaccia che l’umanità avesse incontrato.

Quasi gli dispiaceva, mentre attendeva con annoiato scrupolo alle quotidiane operazioni di bonifica ambientale, tese proprio all’eradicazione di quelle forme di vita minuscole, invisibili, ma pur sempre presenti intorno e dentro di noi. Gli dispiaceva.

Chi mi “salverà” se arrivano i Marziani? Quale forma batterica sarà in grado di ripetere il miracolo della notte di Halloween del 30 Ottobre 1938 quando – sotto l’abile regia di Orson Welles – solo alla fine dello sceneggiato radiofonico si capì che era fiction allo stato puro e che tra i mondi non era scoppiata alcuna guerra. Ma. ad onor del vero, pensava, sarebbe bastato spostare la data un anno avanti e il mondo avrebbe conosciuto davvero “la guerra”!

 

Non li vedeva, non ne percepiva la presenza, non era a sua disposizione alcuna contezza della loro vitalistica essenza, ma sapeva che erano lì, intorno e dentro lui, e tale “presenza” era per lui una sorta di polizza assicurativa, una garanzia biologico/culturale, contro ogni possibile perniciosa presenza che gli si facesse contro per minacciarlo e sopprimerlo.

 

Da fare? Tanto, e lo sapeva. La routine scientifica, il fulcro della sua presenza solitaria ed anecumenica, nel fondo di quella grotta carsica, in un asettico contenitore a temperatura costante, vedente ma non visto dalla folla di turisti che ogni giorno scendevano  i 100+100 scalini con cui giungevano al suo fondo e ne risalivano la parete opposta sino all’apertura. Scolaresche soprattutto: rumorose, fracassone, disinteressate al massimo grado, tese solo a controllare se “ma tu c’hai campo qua sotto?” per poter inviare MMS a tutta la tribù con cui sono costantemente connesse via satellitare, senza essere mai davvero “connessi” con se stessi!

 

Infatti, era nella condizione privilegiata di vedente non visto: la “bolla” che lo conteneva da tanti  mesi (siamo già a tanti mesi?) era l’esatta riproposizione del famoso vetro a specchio degli interrogatori, all’interno delle fiction poliziesche e investigative, con supercervelloni scientifici che da pochi indizi sono capaci di riconoscere anche la marca del cultro con cui Bruto assassinò Cesare! Non lo potevano vedere, ignoravano cosa facesse in quel momento che passavano a non molti metri di distanza dalla “cellula” che era la sua casa da tanto, troppo tempo. Lui, invece sì: e si divertiva – ecco un modo di passare l’amico/nemico tempo – ad immaginare cosa stessero pensando quei turisti lì, a pochi passi da lui; cosa li avesse maggiormente impressionati dello spettacolo meraviglioso di quella voragine naturale.

 Chissà, quella turista sta in questo momento pensando a qualche persona cara che ha lasciato a casa o, forse, a cosa dovrebbe aver fatto o non fatto mentre è presa da questo viaggio di piacere; ecco, quei ragazzi di quella Scuola, in capannello, forse stanno organizzando cosa combinare stasera in albergo, ad onta delle spiegazioni dei Docenti che si sforzavano di mostrare loro il feldspato di calcio che affiorava dalla parete rocciosa. 

L’albergo delle gite scolastiche! Ne aveva “frequentato” qualcuno anche lui, ai verdi anni – per fortuna, pochi –  in cui aveva insegnato in un Liceo di provincia appena dopo la Laurea, in occasione di qualche gita scolastica cui aveva preso parte. Luogo di massonerie inconfessate, di consorterie notturne degne delle migliori camarille bizantineggianti o dei segreti maneggi di qualche fazione politica in Parlamento! Trasbordi tra camera e  camera sul filo di balconate periclitanti e lubriche; pigiama party perché “è l’ultima sera e dobbiamo salutarci” Salutarci? Ma domani non si riparte tutti insieme per tornare a casa e a Scuola? Mistero senza fine bello, direbbe un malinconico – e tisico – avvocato dalle parti di Agliè Canavese o, meglio, di “quel dolce paese” che non ci dirà mai quale è! 

 

Non l’aveva mai capito quell’atteggiamento, come pure quel “doversi” tutti mettere negli ultimi posti del pullman, accatastati, affastellati uni sugli altri, pur di stare “lontano” da lui, il Docente, portatore di chissà quali contagiosi mali e come tale da evitarne anche il solo star vicino. Ed invece lui era sano e, soprattutto, sapeva di avere – intorno e dentro lui –  come usbergo ed egida divina quei piccoli esseri, microscopici, capaci come sappiamo di sconfiggere anche l’invasore galattico, sicché ….!

 

Da fare? Tanto e nulla al contempo. Esauritosi l’orario di acceso al pubblico, allora era davvero “solo”, solo con la sua strumentazione scientifica, col computer su cui riversava i dati raccolti ed analizzati nel corso dei numerosi esperimenti portati avanti, con i libri che gli era stato consentito portare con sé. Era giorno, fuori? Era notte, fuori? La luce artificiale in cui era immerso era costante, fredda, diaccia, ossessiva nella sua monotonia, e gli impediva di computare l’alternanza cara alle leggi di Keplero tra giorno e notte, estate e inverno; l’abituale routine, di cui si era lamentato per la sua ripetitività alienante, ora gli mancava e di tale privazione ne avvertiva l’urgente bisogno, oltre che la mortificante assenza. Il primo caffè della mattina, la scorsa rapida dei quotidiani a mezzo internet, le lezioni all’Università, la corsa per raccattare al volo la  nipotina all’uscita dalla scuola e riconsegnarla – incolume – all’occhiuta rapina della consuocera, coabitante con la figlia ipsa nolente all’altro capo della città; le operazioni di controllo degli esaminandi a fine semestre e via andare fino a sera, la “sua” sera ove raccogliere le sparse “membra” della sua personalità franta tra  mille noi e nessun autentico io. Ora, ora sì che poteva davvero incontrarsi, conoscersi, discutersi se ne avesse avuto forza e, soprattutto, voglia.

 

Una formica – chissà come ha fatto ad entrare – attraversò il suo campo visivo, correndo sulle sue zampette tra la scrivania e il cubicolo che gli avevano con pretenziosa albagia presentato come il suo letto. Ne seguì le mosse,  ne cercò di anticipare il percorso fallendo sempre e comunque ( Ahi, la legge del Caos!) finché, dopo quasi avergli rivolto un ultimo sguardo (?????) l’animaletto scomparve nello stesso iperspazio da cui, forse, era entrata, aliena presenza di un’oscura minaccia a sei zampe!

 

Il cicalino della Centrale di Controllo emise il suo indifferente trillo, come quasi per svegliarlo dalle sue elucubrazioni, cui indulgeva sempre più frequentemente negli ultimi giorni, o mesi, o anni o eoni? L’ennesima pompa del modulo di servizio che era in mal-function? Ma in italiano non esiste la parola malfunzionamento, si era sempre chiesto? Perché voler anglizzare il tutto, anche in presenza di un corrispettivo linguistico reale, icastico, paradigmatico e addirittura diegetico? Il briefing? E la riunione, allora? Il cicalino suonava, suonava ed anche queste – pur logiche – sue riflessioni linguistiche e filologiche furono anch’esse interrotte.

 

Bisognerà vedere di che si tratta”, pensò mentre si trascinava in un’anabasi di pochi metri per raggiungere l’infernale oggetto strillante. Poi, come per rendere più desolanti i suoi pensieri, l’intero quadro controllo si illuminò di una serie infinita di luci, tutte maledettamente rosse, a segnalare una vera DEFCON 1, quella condizione in cui è guerra termonucleare globale, e la Terra può essere distrutta ben 14 volte, stante l’arsenale atomico della superpotenze. Si era sempre chiesto con ironico stupore, lui che la Guerra “fredda” l’aveva vissuta, attraversata – e temuta – tutta, come sarebbe stato il mondo se lo si potesse davvero distruggere  una seconda volta! E addirittura quattordici?

 

Il cicalino non smetteva e lo “spettacolo” delle luci di allarme si era ove possibile accentuato: ora era tutto uno sfolgorio di luci che neanche la più fantasmagorica Piedigrotta degli anni Cinquanta, laggiù sul golfo caro a Virgilio, o a un Leopardi che lo osservi dall’alto dello “sterminator Vesevo”! Il protocollo dell’emergenza fu subito compulsato, ma non servì a nulla perché il “caso” di una mal-function onnicomprensiva non era certo contemplato e meno che mai codificato in procedure sintomatiche e risolutrici. 

 

Poi, il nulla.

 

Il lieve soffio dell’aria condizionata si era per l’intanto affievolito sino a tacere del tutto; le luci si attenuarono sino a scomparire, il sottofondo sonico, cui l’abitudine non gli faceva fare più caso, scomparve anch’esso e il nero silenzio lo avvolse, con le sue braccia avvinghianti ed inesorabili . 

 

Ecco, sono in una bara, sepolto da vivo, sottoterra: l’avverarsi dell’incubo peggiore, quello che lo aveva accompagnato da sempre, grazie (?)  anche ad una claustrofobia “minore” che affiorava in qualche ascensore o in un ambiente ristretto e poco illuminato.

 

Aveva sempre nutrito una sorte di “invidia” generosa verso i minorati della vista, geloso delle loro capacità di “vedere” al buio, a rimborso bio/psicologico della minorità sofferta. Ne aveva spesso, da bambino, tentato di ripeterne le gesta quando, nella casa a più stanze in cui abitava, doveva recarsi da un capo all’altro e “non accendere le luci, che costano” era il diktat economico e familiare cui doveva adeguarsi. Anche da adulto era tutto uno scontro con la famiglia perché accendeva raramente – e solo davvero necessitato – le luci ed era tutto  un rimbrotto ed un rimuginio costante tra lui, la moglie, le figlie.

 

Ma, ora, quella pur minima facoltà gli è d’ausilio. Trova, a fatica ma trova, la torcia. Se l’era portata quasi di nascosto, senza che i soloni alto seduti dell’organizzazione se ne accorgessero: l’umanistica sua fiducia, sempre presente pur in uno scienziato di formazione classica come lui, negli strumenti “classici” stavolta lo aiuta e con la fioca sua luce raggiunge l’ovulo d’ingresso della bolla, quella minimale entrata da cui era passato, quando, tanti mesi addietro, o ieri mattina? 

Mentre cerca di capire come fare per aprirlo un pensiero lo folgora, non sulla via di Damasco, ma su quella più prosaica, meno biblica e meno profetica dell’uscire ad ogni costo, prima che l’aria si esaurisca e – ecco un buon risultato scientifico dell’esperimento – l’anidride carbonica la faccia da padrone su di lui, sui suoi alveoli, sulla sua emoglobina ormai ridotta a puro ectoplasma ed è la fine, la tanatos greca, l’avviarsi vero la landa, quella che i Latini definivano l’orbe, unde negant redire quemquam, da cui si dice che nessuno sia mai tornato indietro, o almeno tanto “vivo” da poterlo raccontare!” “

 

  • Ma, è da parecchio tempo (giorni, mesi, anni, eoni?) che non ci sono più visitatori nella grotta! -

 

All’improvviso, quella varia umanità – che egli osservava non visto dalla sua bolla e dalla cui presenza spesso era infastidito sino al punto di desiderarne la rapida scomparsa – gli manca: anche quel signore grassoccio che, ad onta di ogni divieto, ha lasciato imperitura sua traccia graffitando il suo nome sulla roccia; anche quella studentessa che ha gettato la sua lattina di birra sotto una stalattite millenaria; anche quegli stranieri (sì, erano stranieri perché seguivano un ombrellino con sopra una bandierina di qualche nazione new entry all’ONU) che hanno voluto portarsi un vestigio della gita bucherellando ogni ben di Dio presente in grotta. Gli mancano tutti e ciascuno: quei volti che gli passavano “sopra” come acqua su roccia ora gli ritornano vividi alla memoria, ne recupera ogni sembiante ed ogni fisiognomica loro caratteristica. Sono suoi compagni, ora, nel buio che lo accerchia, suadente, mellifluo, maligno ed esiziale.

 

Si dice che se uno cade dall’alto, nei pochi secondi del volo, rievochi tutta la sua esistenza, lucidamente condensata in pochi fotogrammi, i più rappresentativi: il volto della mamma, della persona amata e più cara, il giorno più bello e via andare. È vero.

 

La sua mamma,  la vecchietta degna della dizione di iron lady, vera dama di ferro, immarcescibile, inossidabile, vera roccia su cui anche le più perfide magagne della vita non hanno lasciato segno; la donna, amata forse più di ogni altra, che non ha potuto “amare” davvero, vicinissima essendo e lontanissima al contempo; l’emozione della nascita di una figliola. Tutto gli è ora davanti, presente, incalzante, e quasi lo sprona a salvarsi, a farlo per loro, come per assolvere ad un  dovere, dovuto per antico obbligo, contratto chissà dove, chissà quando.

 

Le mani da scienziato sono incerte, s’inceppano nel cercare l’apertura della bolla; ma poi si ricorda che per contratto essa si apriva solo dall’esterno ed alla scadenza dell’esperimento, cui si era sottoposto peraltro volontariamente, allettato anche dal lauto compenso che le multinazionali patrocinanti gli avevano promesso.

 

  • Ed ora? Buio ed asfissia! Bel modo di morire, per uno che pur ha sempre esorcizzato la Grande Eguagliatrice con ironia, distacco e filosofica agnosia! –

 

 Ma, appena essa si approssima “davvero” col suo passo felpato, ogni barriera esorcizzante che la tua cultura ha voluto erigerle contro cade, si vanifica e la paura ti prende in modo irresistibile. Si affanna con le sue mani da “non” tecnico a smontare il meccanismo di apertura della bolla, mentre il fiato si fa grosso, la lingua si intorpidisce e le unghie (quelle poche residue dopo il solito “pasto” quotidiano) si spezzano nell’inane tentativo. Parlare di tachicardia in tali frangenti è fare un’offesa alla più lenta tartaruga, anche a quella che – nei suoi ricordi liceali – volevano essere più veloce dello stesso Achille Pieveloce. 

 

Un suono strano, inavvertito sinora, lo circonda all’improvviso. Un sibilo, prima lene e poi sempre più potente inonda la bolla, con un retro suono di un qualcosa che cessa, che si eclissa, che scompare: sembra, al suo orecchio, la lenta agonia di un mostro preistorico o intergalattico, di quelli cari alle sue letture giovanili di fantasy o di horror. 

 

Poi, la bolla si apre! L’interruzione dell’energia, evidentemente, ha messo in azione il meccanismo di estrema “difesa” per cui a tale blackout doveva tener dietro l’immediata ed automatica apertura dell’ingresso alla bolla, per permetterne l’uscita ad eventuali suoi residenti.

 

Uno schianto “gelido” fa abbattere l’apertura e l’aria della Grotta, anche se vecchia di milioni di anni e consumata dal passaggio di numerosi visitatori gli si fa addosso, lo avvolge con il tepore confortevole dell’abbraccio di una mamma. La respira a grosse boccate, avido. Geloso che qualcun altro potesse portargliela via di nuovo.

 

Il buio domina non solo la sua privata bolla, ma l’intero complesso geologico della Grotta. Nel silenzio improvviso riesce finanche a sentire quello che mai prima aveva potuto notare e, forse, anche apprezzare: le poche gocce d’acqua che cadono dalla volta e che, con la concrezione dei loro depositi minerali, hanno saputo costruire i miracoli delle formazioni geologiche che ornano le formazioni similari in tutto il mondo. Sinora, il cicaleccio incessante degli studenti – disinteressato ed altrove rivolto – o il distratto e distraente parlarsi “addosso”  delle varie comitive di turisti, hanno coperto ogni possibile suono naturale godibile in tale ambiente vergine dall’umano contatto.

 

Li sente, questi suoni,  li assapora con la curiosità adamitica di un bambino di fronte ad una cosa nuova, che lo stupisce e lo affascina al contempo.

 

Ma, l’uomo e lo scienziato – che non sempre nei suoi sessanta anni di vita sono andati d’accordo – stavolta sono unanimi e concordi nel richiamarlo ad un senso del dovere impellente ed urgente: cosa succede? Cosa è successo perché tutto ciò ha smesso di funzionare e per cui mi ritrovo, solo, al buio, nella Grotta? Per fortuna, istintivamente, non ha mai abbandonato la torcia e la brandisce come Orlando la sua Durlindana o Artù la sua Excalibur o Rinaldo al sua Fusberta o Agricane la sua Tranchera. Vorrebbe con essa spezzare la cappa che lo inghiotte, ma le non potenti sue batterie sono solo capaci di illuminare episodicamente, singolarmente, individualmente frazioni e minime porzioni del vasto spazio in cui è immerso, come in un oceano sconosciuto ed infido. Laggiù, sulla parete ancora sono fissi i 100+100 scalini con cui le comitive scendevano e risalivano la voragine, con un andamento a  chiocciola lungo l’imbuto dal vago sapore da Inferno dantesco.

 

  • E se provassi ad uscire? Almeno là fuori qualcuno sarà in grado di spiegarmi cosa è successo

 

Le gambe, da troppo tempo abituate al poco movimento che la mini-palestra allocata nel suo cubicolo gli permetteva, fanno un immane fatica ad attraversare il fondo della Grotta, evitando con cura gli ostacoli naturali presenti sul pavimento, per poi iniziare il calvario della risalita. Ogni gradino è una sofferenza, ma la ricompensa è costituita dalla coscienza che uno di meno è da affrontare, uno di meno opporrà la sua forza di gravità al suo incedere verso l’alto. Novantotto, novantanove, cento! E siamo fuori!

 

L’ingresso della Grotta è posto su una lieve altura, tra uno spolverio di sassi morenici e rare piante della macchia mediterranea: del resto – ricorda – il mare è a pochissimi chilometri. Intorno, la rete che circonda il complesso e, laggiù, in fondo al vialetto d’ingresso, gli uffici dell’Ente che gestisce il complesso geologico: la biglietteria, l’amministrazione, i bagni e il parcheggio su cui staziona un solo bus con targa straniera. 

 

Intorno, nessuno.

 

Intorno, nessun rumore, se non quelli “naturali” di un rivo strozzato che, se lo ricordava bene, aveva guardato con poco interesse quando (un mese? un anno? un eone? prima) era entrato nella Grotta, col codazzo dei mass-media che lo fotografano, lo intervistavano, lo circondavano con asfittica ossessività, mentre lui avrebbe voluto fermarsi un attimo su quel rivo, sedersi sulle sue sponde già ingentilite dalle erbe novelle e lì, con la sua famiglia, riposarsi un attimo da quell’improvvisa notorietà oppressiva, lui, abituato all’umbratile e modesta routine di una vita di docente, marito, padre all’interno di una quieta esperienza di vita: sì, quieta, ma orazianamente “solida” perché le cose semplici sono quelle vere, quelle non ectoplasmatiche e fuggevoli di un solo” consumo” fine a se stesso!

 

Anche gli insetti sono lì, tutti e con tutti i loro suoni, i loro colori e le loro attività incessanti, singoli e gruppi singolarmente organizzati. 

 

Anche gli uccelli sono lì, tutti e con tutti i loro suoni, i loro colori e le loro attività incessanti, singoli e gruppi singolarmente organizzati 

 

Anche alcuni animali sono lì: due cani che si rincorrono tra di loro e poi improvvisamente si fermano a guardarlo, quasi con stupore: non gli abbaiano, non gli scodinzolano la coda, non lo minacciano né gli chiedono carezze. Sembrano meravigliati di vederlo. Uno si avvicina con sospetto, lo annusa e poi emette un guaito: a lui, gli dà l’impressione di chi si emoziona a rivedere una persona cara che non vede da tantissimo tempo e quasi lo “sente” come un fantasma piombato da chissà quale dimensione!

 

Una mucca emette un muggito laggiù, nella pianura che circonda l’altura della grotta: non gli dà l’impressione di un richiamo normale, bucolico, ma di una sofferta consapevolezza di un qualcosa inusuale e tragico.

 

Si guarda addosso, per la prima volta. La tuta di servizio, quella che canonicamente doveva indossare perché intessuta di ogni possibile marchingegno atto a valutare e misurare ogni suo parametro vitale gli dà, stranamente, l’impressione di un qualcosa di fuori “luogo”, di una stonatura in uno spartito perfetto per il resto, di un essere “sopra i righi” e quindi altro rispetto al contesto in cui sei inserito. A passi forzosi, strascinandosi perché solo ora le sue membra sembrano riacquistare forza con l’esercizio fisico, si avvia verso la valle, verso la strada che, ricorda, porta alla città, la stessa da cui (un mese? un anno? un eone? prima) era partito per iniziare l’esperimento.

 

Finalmente un’auto. Ma è ferma, con la portiera aperta: forse il conducente è nei pressi per fare un bisognino o chissà cosa altro. Chiama, chiedendo se ci sia qualcuno. Gli risponde solo il frullo di un passero spaventato, che era sulla siepe vicino al ciglio della strada. Anche quel frullo, quel volo, gli danno l’impressione di un qualcosa di inaspettato, di improvviso o, meglio, di un qualcosa che sembra – agli occhi dell’uccellino – “ritornare” dopo una lunga assenza, una troppo lunga assenza, inabituale e discorde rispetto all’istinto sinora seguito. 

 

Ma, lungo la strada che ha deciso di percorrere per recarsi in città, altri autoveicoli sono fermi, abbandonati, e già ricoperti di strati copiosi di polvere accumulatasi – evidentemente – da troppo tempo. Su un furgoncino per le consegne espresse, addirittura, trionfa il nido di una coppia di corvidi (gazze, cornacchie o  merli non saprebbe dirlo) da cui fa capolino la testa implume di un nidiaceo che, vedendolo, lancia un richiamo di aiuto, cui subito fa riscontro il verso della coppia parentale che volteggia più in là, in cerca di cibo per la prole.

 

Un nido non lo si fa dovunque e non certo in poco tempo”  è il pensiero che lo coglie, accompagnato da un acuto senso di presago disappunto. Chi potrebbe aver abbandonato le proprie auto in mezzo alla strada per tanto tempo? E le autorità preposte alla circolazione non hanno voluto o potuto provvedere alla loro rimozione?  Ma – ed è la constatazione che più lo allarma – se è giorno (l’esperimento prevedeva anche la totale “assenza” di ogni indicazione temporale e pertanto non possiede orologi) pieno, dov’è la gente? Perché quella strada, che ricordava piena di traffico, è deserta? Ma, di nuovo, dov’è la gente? 

 

Nessuno passa, nessuno viaggia, nessuno coltiva i campi. 

 

Anzi, ora che presta la sua attenzione alla campagna circostante la strada, i campi sono incolti ed evidentemente da parecchio. Sembra che il set- aside che l’Unione Europea ha imposto agli operatori agricoli su una porzione del loro terreno, per permetterne il riposo stagionale ed il rinnovo batterico ed umico, si sia esteso all’intera proprietà agricola. Solo sterpi, vegetazione spontanea rigogliosa e superbamente trionfante, viluppi di erbe e di arbusti di ogni tipo, coprono con albagia e quasi “ironica” dominanza ogni angolo di terreno e già minacciano di invadere la sede stradale. Ma, le coltivazioni di cereali di varia tipologia che aveva notato, anche se distrattamente quando lo avevano accompagnato alla Grotta col conseguente codazzo di reporter ed inviati vari, che fine avevano fatto? Solo vegetazione spontanea e concorrente o macchie scure di terra incolta ai due lati della strada. Le coltivazione arboree, stessa rappresentazione: vigneti coi tralci lunghi sino a terra e deprivati di ogni pur minima manutenzione; arboreti coi radi frutti ancora sui rami e la presenza evidente di attacchi parassitari di varia genesi. Ma, soprattutto, un senso di “abbandono” come se un demiurgo al negativo si fosse divertito ad eradere ogni traccia possibile di civiltà umana, del suo operare e del suo intervento sulla natura. 

 

La strada, la percorre con sempre maggior angoscia: tante volte le sue letture e la filmografia prediletta gli avevano rappresentato scene di un mondo oramai “senza” gli uomini, ove il tempo avesse vinto – come vendetta su una presunzione umana di eternità – ogni loro vestigia, ogni loro ricordo, ogni loro traccia capace di testimoniare che lui, l’Uomo, lì, “c’era stato”!

 

La città, finalmente. O meglio, i primi caseggiati dell’estrema sua periferia. Nel viaggio di “andata” non l’aveva neanche notati, preso come era dalle ultime raccomandazione del personale medico e scientifico sulla su prossima esperienza o dall’ultimo SMS che la sua famiglia gli aveva inviato. Ora quei casermoni anonimi di un’umanità mediocre e modesta sono lì davanti ai suoi occhi. Li percorre con lo sguardo, uno ad uno, quei palazzi, fissando nella mente ogni particolare: dalle finestre,  aperte le più, quasi a voler “comunicare” tra loro un messaggio dall’arcano significato; agli esercizi commerciali a pian terreno, anch’essi aperti e privi di ogni possibile, umano, visitatore. 

 

Entra a caso in una lavanderia, la prima che gli capita davanti, mentre certe scene di certi film o di certi libri della sua gioventù gli scorrono, terrorizzandolo viepiù, davanti alla mente. È grande, evidentemente serve anche comunità oltre che singole famiglie. Le grandi lavatrici sono spente e polverose e da una, con ancora il grande oblò aperto, sono caduti a terra vari capi di biancheria, come un osceno vomito di un gigante: orami sporchi, polverosi, macchiati di unto, danno proprio l’idea di sfacelo e di abbandono; anzi, l’immagine che si forma davanti agli occhi è quella di una “fuga” precipitosa. Un cliente ha lasciato sul bancone alcune banconote che nessuno ha mai provveduto a raccogliere o incassare.

 

Quegli oblò delle lavatrici e delle asciugatrici sembrano tanti occhi di un mostro alieno, o di uno di quei ragni giganti che i documentari scientifici mostrano sovente. 

 

Su tutto, polvere e solitudine e quell’idea, dapprima minimalista e periferica, di una catastrofe che “DEVE” essere accaduta gli si fa sempre più pressante ed urgente: chi, o cosa, può aver generato tale assenza di umanità, così totale e totalizzante, al punto di farne scomparire perfino le stesse tracce fisiche?

 

Un’edicola poco più avanti è tutto un cumulo di cartacce, una volta giornali e riviste patinate, che il vento ha arruffato e mescolato con perfidia e noncuranza. Sfoglia a caso alcune pagine di quotidiani: strano, sono tutti fermi a pochi giorni dopo che lui si è inabissato nella bolla all’interno della Grotta. Rivive fatti, esperienza, notizie, gossip, annunci a lui già noti: ma soprattutto, non riesce a trovare nessun quotidiano o rivista posteriore a tale data (un mese? un anno? un eone? prima) come se la storia, la vita, il flusso umano si fosse interrotto in quella data. 

O Gesù: e gli altri? La strada è tutta un caos di autovetture “parcheggiate” in ogni modo possibile, sui marciapiedi, nelle corsie di marcia, addirittura alcune incastrate una sull’altra, come in un estremo tentativo di sorpasso, rischioso ma disperato! 

Qualche cane randagio, con tra le fauci qualche pezzo di cibo raccattato chissà dove, gli attraversa la strada davanti, ringhiando verso lui, un possibile contendente per quel cibo. Io, a contendere al cane il suo osso? Non fa a tempo a nutrire tale assurdo status mentale, che una volpe gli si fa davanti, incuriosita dalla sua presenza, per lei forse inusuale. Il suo afrore selvatico lo si avverte anche a distanza, segno di un inselvaticamento viepiù cresciuto col tempo: ha un ratto in bocca e, dopo un ulteriore sguardo incuriosito, si rintana in un sottoscala.

 

Una volpe in un sottoscala urbano? Ha sentito da tempo notizie circa una progressiva “urbanizzazione” da parte di animali selvatici, per l’eccessiva antropizzazione del loro habitat naturale: ma assistere al fenomeno di una volpe “condomina” di un Condominio, beh questo è davvero troppo! Scherza: chissà che quote millesimali le competano?

 

Man mano che si inoltra nella città, lo spettacolo non cambia. Animali, talora davvero impensabili per  un ambiente urbano, che si aggirano – e non certo furtivamente – tra le strade e i palazzi; arredi urbani evidentemente privi di qualsivoglia manutenzione e non da ieri; vegetazione spontanea che sta orami colonizzando ogni possibile angolo, penetrando nelle fessure, negli interstizi, nelle commettiture, ovunque.

Ma, soprattutto, quel senso di “vuoto” che lo assilla e lo angoscia, ma mano che si avvicina al centro della città.

 

Luci? Arredi ed addobbi degni dell’opulenza economica della città? E quel sapore di “dominio” sul destino che un centro commerciale sa trasmettere a chi lo frequenti, sciorinandogli davanti merci e beni di ogni genere, allusivamente persuasore all’acquisto? Dove sono finiti? Una “mano” gigante sembra averli spazzati via. Non perché siano scomparsi, anzi: le merci, anche le più raffinate e ricercate, le più costose e le più rare, sono ancora tutte lì, ma su di esse sembra essersi steso un “velo” di – appunto – abbandono, noncuranza, assenza. 

 

Assenza: ma, di chi o di cosa? Ma di chi quelle merci le usa, le consuma, le desidera, ne fa l’oggetto dei suoi sogni anche proibiti, di chi “vive” quasi per loro: l’Uomo.

 

In un raffinato negozio di elettronica, dove è entrato per connaturata abitudine di curiosare in un mondo che lo ha sempre affascinato con le sue luci, i suoi suoni, le sue esplosioni di colori attraverso i mega schermi TV,  questi caleidoscopi rutilanti ora gli si parano dinanzi, invece, come occhiaie vuote, orbite di teschi senza parola, senza suono, senza colore. Anzi, il silenzio è l’assoluto “Signore degli Anelli” nell’immenso stanzone, una volta (un mese? un anno? un eone? prima) rutilante di suoni e colori, esplosivi e martellanti dagli schermi, dai riproduttori musicali, dalla strumentazione ultraelettronica nella sua più alta ed aggiornata congerie sonora.

 

E se provassi a telefonare a qualcuno?” 

 

Eccolo, allora, toccare, svogliatamente, quell’ I-PHONE che aveva desiderato da tanto tempo. Bene. Funziona, la sua batteria, intatta, è ancora carica. Ma non riesce ad andare oltre il menù iniziale, o oltre i file in esso allocati per precedente memorizzazione, quella di serie, in default. Tenta la connessione wireless con Internet: mutismo globale. Tenta allora la connessione telefonica col suo numero di casa, col cellulare della sua famiglia, della moglie, delle figlie: Nulla! E, allora, dove sono? La moglie non è al suo solito posto – ormai è pomeriggio inoltrato – di lavoro, nell’ufficio di quel Notaio? E le figliole non sono ai loro posti di lavoro abituali? 

L’amico di sempre? Il Rettore? Il suo avvocato? Il suo commercialista’ Tutti “irraggiungibili” e tutti sotto un  manto di silenzio comunicativo. Esce.

 

Evita a stento che un cavallo, lanciato a galoppo sfrenato, lo travolga con la sua mole: poi, prova a rifugiarsi in un lussuoso ristorante del centro, quello dove aveva cenato pochissime volte, visto il costo anche di un solo tramezzino, ammesso che questo “proletario” cibo trovasse allocazione nei menù poliglotti del locale. Il solito senso di abbandono, la polvere ammassata a quintali sui tavoli e sui banchi della cucina: i frigo pieni sì, ma di un ammasso scuro e maleodorante di cibi avariati ed ammuffiti: almeno per oggi, in questo locale a 5 stelle, non si spende nulla!

 

Già, ma cosa mangio io?” l’istinto di conservazione gli reclama questa necessità ancestrale, insopprimibile e da soddisfare ad ogni costo. “Quel supermarket all’angolo avrà pur qualcosa ancora commestibile da consumare prima di morire di fame, dopo che mi sono salvato dall’asfissia

 

Entra. 

 

Gli scaffali sono tutti ribaltati a terra e moltissime delle confezioni sono state aperte con furia e dilacerate a morsi e  graffi. Il loro contenuto, almeno quello deperibile, è simile al contenuto del frigo del ristorante prima visitato; il resto, gettato – quasi con rabbia – sul pavimento e sugli stessi scaffali, in un caleidoscopio di colori, forme, funzioni, necessità mescolati alla rinfusa, senza un logos raziocinante, senza una parvenza di ordine primevo che ne catalogasse e disponesse la loro presenza in un contesto accettabile. 

Il banco dei surgelati? Altra amorfa mescolanza di tutto un po’! Lo scatolame? Ecco, qualcosa lì è salvo, protetto dalla confezione metallica. Apre alcune scatolette di tonno: è ancora buono ed almeno sazia i morsi della fame. Anche la frutta sciroppata è  mangiabile e se ne ciba con piacere. Tante volte era venuto in quel negozio con la moglie a fare shopping settimanale; conosceva quasi tutto il personale e lo stesso direttore era stato suo amico di gioventù, ai tempi del Liceo. Ora, solo caos primevo, puzza di roba avariata e marcia e confusione, tanta confusione. 

Ancora una volta, lo angoscia quel senso di “vuoto” umano, quell’aura di assenza che come un mantra da alcune ore gli si è attaccato addosso come una seconda pelle.

 

Sono solo! Sono rimasto solo, solo io. Ed adesso?

 

Si guarda intorno, una volta che è riuscito sulla strada, quella strada, ove (un mese? un anno? un eone? prima) era uso venire a passeggiare, per lo “struscio” del sabato pomeriggio, incontrare amici e conoscenti, scambiarsi saluti, omaggi, gossip, veleni, amori. Lo shopping natalizio? La corsa affannosa degli ultimi momenti per gli ultimi “pensierini” con le litigate e le baruffe di rito, per poi tutto sciogliersi in una risata, frutto della “complicità” derivante da numerosi decenni di vita coniugale ed affettiva insieme?

 

Finito!

Tutto finito!

 

Si è fatta sera e la temperatura è scesa. Perché non recarsi nel più “in” degli hotel al centro? Può darsi che anche lì non si paghi niente. O è meglio andare a casa, la sua, anche se è dall’altro capo della città?

Ma come mi ci reco, se non si muove più nulla e nessuno? – si chiede disperato, volgendo lo sguardo di qua e di là, nella malcelata speranza che l’incubo, quell’incubo, finisca e il solito suo Bus, il 24 rosso, passi per la sua solita fermata e lo rechi a casa, la sua, nel candido liquido amniotico del calore familiare. 

 

Familiare, ecco. Ha sempre avuto, forse per la sua primigenia formazione classica (…… e so legger di greco e di latino ….) una naturale “curiosità” per le parole e la loro semantica, filologica, valenza: familiare è usuale e gradevole proprio perché si svolge nell’ambito della famiglia, vocabolo generatore e dominante! La sua famiglia: struggente, viscerale si fa il senso della loro assenza, della loro evaporazione chissà dove, chissà quando, chissà come! La rivedrò ancora è ora la sua unica richiesta e, al contempo, speranzosa volontà. Con disperata mossa si infila nell’hotel, che è li vicino. Anche qui lo stesso senso di fuga, di abbandono, di mancanza del “tratto” umano: polvere dove una volta la lindezza e il glamour più sofisticato erano sovrani, sovrintendenti con perfetta professionalità al funzionamento, oliato sin nei minimi particolari, di ogni pur minimo particolare: le rose che, fresche, ogni mattina dovevano fare pendant cromatico obbligato col colore della stoviglieria che veniva ogni dì cambiata; il personale che al  nutum del concierge o del maitre di sala accorrevano ed eseguivano. Tutto per la più perfetta ed esclusiva soddisfazione del cliente. Del resto, a 870 € a notte e senza prima colazione ………… ! 

Meglio la suite imperiale o uno qualsiasi dei pur perfetti appartamenti ai piani intermedi? Si va al primo piano, meglio, perché gli ascensori – come ha capito finalmente – e tutti gli altri strumenti elettrici ed elettronici non funzionano più, salvo quelle stupide voci elettromeccaniche registrate che hanno dichiarato “irraggiungibile” l’intero consorzio umano, vicino e lontano!

  

È stata una notte d’inferno!  Dormire? Neanche parlarne; rumori, ma non quei soliti di una città – e del suo centro soprattutto – quali traffico veicolare, persone che passeggiano, ridono, piangono, parlano, si amano. No: questo occupa il silenzio “umano” che lo travaglia dalla mattina precedente e che non sa (e non vuole, forse) spiegarsi per paura della risposta che piano, piano sta cominciando a formarsi nella sua mente, soprattutto quello dello scienziato, che sta iniziando la sua lotta schizofrenica con l’uomo che ancora alberga in lui. Altri rumori – anzi, rumori “altri” – e diversi, non sconosciuti del tutto ad onor del vero, ma mai sinora sentiti (e neanche mai supposti per l’invero!) nel cuore della città.

 

Anzitutto, gli ululati dei cani: tanti, forti, ossessivi, cattivi. Non l’ululato del cane, compagno dell’Uomo da migliaia di anni, del cane che ulula alla luna, che abbaia per dichiarare la sua territorialità spaziale, che ulula per un richiamo sessuale. No. È un ululare ed un abbaiare mai sentito prima, carico di latenti minacce, come di una specie aliena che accampa diritti sul “tuo” territorio. Ma non sono stati solo gli ululati a rendergli impossibile un pur minimo riposo. 

 

Accanto e, talora, con aggressività superiore, ai versi dei cani si sono aggiunti altri versi animali, non sconosciuti del tutto per l’invero, ma mai supposti possibili al centro di una città metropolitana perché ritenuti possibili solo in habitat specifici, tipo savane o foreste pluviali: non certo al 45° parallelo Nord, nel cuore di una metropoli del moderno ed opulento Occidente!

 

Latrati di iene, ruggiti di felini di ignota natura, barriti di elefanti! In città? Tra il traffico? Ma quale traffico! In mezzo agli uomini? Ma quali uomini? E che ci fa questa fauna esotica in Via Garibaldi o in Piazza D’Azeglio? 

No, no, un momento: e lo zoo cittadino? La “scomparsa” degli uomini e di chi li accudiva li avrà resi ”liberi” ed ora scorazzano indisturbati tra le vie cittadine in cerca di un territorio ove stanziarsi. 

 

Ed io – pacifista ed animalista convinto ante marcia e da tempi non sospetti – come mi ci confronterò? Non ho mai usato un’arma che fosse un’arma. Ho difeso le foche monache e il panda gigante cinese con scritti, apologie scientifiche, dibattiti acri ed accesi. Ora sono il loro invito a cena?”  

 

Dorme. Dorme? Brancola tra incubi e sprazzi di razionale acquietarsi dell’angoscia che sembra, a tratti travolgerlo. Poche ore di un sonno confuso e poco riposante e poi di nuovo in via. 

Un’arma, occorre un’arma. Sa di un negozio di armeria lì vicino; vi ci si reca. Stesso squallore silenzioso, stessa coltre di polvere, anche se regna uno strano ordine tra gli scaffali: sembra che non ci sia passato nessuno, anche se il registratore si cassa ha emesso uno scontrino per 607,45 € servito all’acquisto di una rivoltella Beretta, da come dichiara il tagliando bianco, che sembra sputato dall’apposita feritoia, in attesa di una mano che lo stacchi e lo consegni al cliente.

 

Pistole, fucili, rivoltelle: ogni apparato armigero è a sua disposizione. Solo, non sa cosa scegliere, non avendo mai neanche toccato uno di quei strumenti di morte. Un pensiero ridicolo gli frulla in un angolo remoto della testa.

E se facessi come tanti eroi dei film, che – superpalestrati – in un deposito d’armi arraffano di tutto, dalle mitragliatrici agli obici di Desert Storm, alle granate multi esplosive, sino ad un cannoncino a 50 bocche? E se mi dipingessi anche il viso, come un commando pronto ad entrare in azione?

 

Pensiero stupido, lo sa bene. A stento tocca una rivoltella, poi accarezza – con un brivido addosso – un fucile di cui ignora persino l’utilizzo, per poi decidersi per un piccolo mitra, forse un UZI israeliano, che ha visto usare in molte pellicole e che ha sempre apprezzato (si fa per dire!) per la sua apparente maneggevolezza ed apparente facilità d’uso. Ma, le sue munizioni? Quali e quante saranno quelle giuste? Lo scienziato che alberga sempre in lui lo induce  a leggere con attenzione – tanto di tempo ne ha a iosa! – ogni etichetta, indicazione, istruzione presenti sull’arma per poi rivolgersi allo scaffale delle munizioni per cercare l’accoppiata corretta tra arma e munizioni. Scardina con uno sgabello il vetro ed inizia la sua anamnesi tecnico/militare tra le numerosissime scatole ivi presenti. Alla fine, una certa “coincidenza” di grammatura e di calibro lo spinge verso una particolare congerie di scatole; ne prende alcune (basteranno?) e le infila in uno zaino paramilitare che giace a terra, lì vicino. Qualche arma “bianca” potrebbe essere giovevole? Ma sì, prendiamo anche quella: un coltellaccio di molti decimetri, con una lama affilatissima ed una cremagliera dentata sull’altro versante lo attira e se ne impossessa.

 

Poi, si va.

 

Già, ma dove? Verso  cosa? Verso chi? Verso l’università, sì verso l’università che, peraltro, non è molto lontana da dove si trova adesso.

 

 Lo sgomento angoscioso e l’annichilimento della giornata precedente stanno, piano piano, lasciando il passo ad uno stupito e rassegnato, ancorché dolente in modo subliminale, stato di intorpidimento, meccanicistico nel suo profondergli le energie sufficienti a procedere, passo dopo passo. Uccelli di cui ignorava persino l’esistenza e il nome passano a stormi nel cielo, in alto, in un azzurrino pulito, sì pulito, come non ricorda da bambino. Rumori animali o, meglio, animaleschi sono gli unici suoni da cui è circondato; occhio vigile, orecchio intento: gli sembra che i suoi sensi si siano acuiti con una soglia di sensibilità naturale, superiore all’abitudinario ottundimento in cui siamo immersi, profusi e pervasi dal rumore “meccanico” della moderna tecnologica società.

 Ecco, naturale. È l’aggettivo che gli frulla in un angolo della mente da quando è uscito dalla Grotta (un mese? un anno? un eone? prima) perché la sua cultura raziocinante e metodologica, abituata a cogliere l’universale dal particolare, e da molti decenni vincolata alla deduzione cartesiana e galileiana, gli ha permesso di cogliere subito la “differenza” più icastica tra il mondo in cui  è piombato dopo l’esodo dalla Grotta e quello precedente al suo ingresso nella bolla. L’assenza, alienante ed angosciante, dell’umano sembra aver rimesso in circolo energie biologiche, essenze vitali, forme pur presenti nel vastissimo caleidoscopio della “vita” ma sinora periferiche, marginali ed emarginate dal predominio del genere Homo Sapiens (due volte) e dalla sua tecnologia antropocentrica.  

 

Ora la vita, anche nelle sue forme più semplici e meno valutate, sembra essersi presa la,  o almeno una, rivincita: scomparso (già, ma come e perché?) l’Uomo ecco che le forme viventi “altre” si sono fatte avanti, reclamando quel ruolo, quel posto che l’antropocentrismo tecnologico e culturale aveva loro tolto negli ultimi diecimila anni.

 

Pensa e cammina, pensa e rimugina: un cervello, il suo, abituato alla riflessione metodologica per i numerosi anni passati a fare ricerca, sperimentare, supporre, vagliare, analizzare, dedurre. 

Ho capito – si auto/comunica, guardandosi intorno con cautela, pur camminando tra palazzi e negozi a lui noti da decenni – che per qualche causa ancora da scoprire di uomini in giro non ce ne sono, o almeno non qui, nella mia città. Ma a questo penserò, se possibile, dopo. Ma mi fa maggiore meraviglia e stupore la totale ‘assenza’ anche dei loro eventuali cadaveri. Dove sono finiti, vivi o morti che siano? Voglio andare all’Università, perché lì – o in qualche redazione giornalistica – posso almeno sperare di trovare una pur  minima risposta a questo cataclisma cosmico che sembra aver investito la Terra!

 

Anche l’Ateneo, cui giunge dopo aver respinto brandendo il coltello una coppia di cani ringhiosi e minacciosi, presenta lo stesso aspetto di abbandono frettoloso, di assalto agli scaffali, di rovesciamento a terra di ogni possibile documento; anche i laboratori sono un disastro, con un profluvio di provette, strumentazioni, computer a terra, rotti, infranti e coperti di feci di ogni dimensione e colore. 

 

Entra nel suo studio, che versa in condizioni non dissimili dal resto dell’edificio e dei suoi vari padiglioni. Documentazioni scientifiche sparse in terra, con segni di artigli, zanne, denti e mandibole dappertutto. Il suo diario, gelosamente conservato nel cassetto, strappato e dilacerato al pari del resto dei suoi libri e delle sue carte.

 

Fugge via, disperato: anni e anni di ricerca gettati al vento, mangiucchiati da qualche ignaro – ed  ignoto – animale selvatico o inselvatichito. Anche l’ultimo studio, cui attendeva da mesi e che lo aveva spinto ad accettare l’esperimento bio/geologico della Grotta, anche quello era stato “oggetto” di un pasto frettoloso da parte di qualche roditore o di chi sa chi altro! Solo poche pagine erano sopravvissuta alla furia, quasi iconoclasta, dell’animale che aveva sì divorato qua e là, ma con “scientifica” precisione, tant’è che era stato in grado di rendere incomprensibile il contenuto del documento. Solo il CD-rom su cui era stata riversata la massa dei dati della ricerca era sano ed intonso: ma su quale supporto lo andrei a leggere, visto che ogni elemento elettromeccanico è inservibile, per assenza di energia.

L’energia! Ecco il primo dei problemi. Come era scomparsa? Chi l’aveva succhiata o trasferita altrove, svuotando il “sistema” circolatorio della civiltà umana, ossia la produzione e la trasmissione dell’energia elettrica? Anche i grandi computer della sezione informatica erano riversi a terra, spesso spaccati, come se un gigante avesse su di loro rivolto la sua rabbia repressa.

 

“Ora capisco cosa dovettero provare gli studiosi, i filosofi, i sacerdoti della Biblioteca di Alessandria nel 391 d.C., dopo l’incendio dettato da Teodosio! Che ‘spreco’ di risorse culturali, incommensurabili ed irripetibili, svanite per furia ideologica, integralistica e fideistica. Ma qui sono state forze naturali, animali in primis, a ricreare lo stesso senso di inane sciagura, contro cui nulla è possibile!

 

     Non ha trovato la risposta la cui ricerca lo aveva condotto all’Università: è solo, non sa, non capisce, non può prevedere o organizzare nulla. Quella facultas che lo ha sempre retto e guidato, ossia sforzarsi sempre e comunque di vedere “oltre la collina” cercando di anticipare le mosse della vita e del destino, ora sembra essersi spenta o rivolta altrove. Ed allora vuol dire che è davvero solo, solo con se stesso, un se stesso minore, periferico. Forse, alla redazione del giornale ai trova qualcosa. Si aggrappa a questa residuale speranza e si incammina verso l’edificio del quotidiano locale, anche esso non molto lontano dall’Università. Un bar sulla strada gli offre uno spuntino, sotto le spoglie di alcuni croissant ancora incartati e, pertanto, intatti: la scadenza parla di un certo 12 novembre (ma è  “avanti”o “dietro”? E rispetto a quando?): quel “digiuno che poté più del dolor” lo stringe, perciò li ingolla voglioso ed affamato. Mai colazione in un lussuosissimo bar centrale, tra after/hour ed aperitivi lunghi, gli era parsa così voluttuosa. Una busta di latte ancora intonsa, rende meno avara questa colazione d’accatto: il sapore è un po’ acidulo ed egli, per esorcismo gastrico, evita di leggere la scadenza della confezione: del resto o questa minestra …..  o la finestra dell’edificio di fronte, su, al settimo piano! 

 

Il “Gazzettino” lo accoglie con il solito, previsto, spettacolo di distruzione, scompiglio, sporcizia, ammasso inerte di mobili, scrivanie, fogli e risme intere di carte: telefoni, computer, stampanti, monitor costituiscono una “artistica” composizione d’arte informale, messi – così some sono – alla rinfusa. Non ci fa più caso, ormai: cerca nel marasma che lo circonda una possibile chiave d’accesso al “file” misterioso che sembra aver inghiottito la vita umana, la sua vitalità, le sue espressioni, quelle cui l’Uomo da millenni è avvezzo e che gli scorrono addosso quasi inavvertite, ma di cui ne sentiamo subito la dolorosa assenza appena esse vengono a cessare. 

 

Una scrivania, stranamente “intatta” ed ancora in ordine, attrae la sua attenzione: la mente si rivolge sempre a qualcosa che sappia di nuovo o di diverso, specie se all’interno di una monoforme normalità. Ironia della sorte: una scrivania ordinata (cosa c’è di più “normale”?) ora è un isola di unicità assoluta ed emergente in un caos uniforme e quasi ordinario di caotico assommarsi di elementi accatastati in modo disordinato e illogico!

 

È la scrivania di un redattore di cronaca, uno dei tanti che fanno il lavoro “sporco” raccogliendo news, gossip, fatti di cronaca per poi o vergare qualche articolo relegabile avanti nella fogliazione del giornale, o permettere alle “penne” di spicco del quotidiano di trarne spunti per elzeviri, articolesse, corsivi ed editoriali degni dei salotti buoni del talk show televisivi!

 

La stampante è, ovviamente, spenta ma è riuscita, al momento del Grande Black Out (ormai ne è fermamente convinto, che qualche colossale, cosmico blackout, anche se ancora ignoto, c’è stato, deve esserci stato!)  a sputare fuori alcune pagine, le ultime che l’anonimo giornalista sia stato in grado di ideare e stampare. 

 

Le strappa furiosamente dal vassoio ove la stampante le ha depositate in un ultimo, disperato, atto di vassallaggio all’intelligenza creatrice dell’Uomo. Forse un messaggio, forse un ultimo SOS, forse …………..

Ne scorre le righe, le legge e le rilegge istupidendosi su quelle parole che come chiodi martellano la sua intelligenza ed il suo cuore. Forse ………


“Sono ritornato in ufficio, al giornale: del resto dove posso andare? Sono solo, tutti sono scomparsi. Anche quelli morti per le strade sono stati portati via, tutti. È arrivata improvvisa, veloce, totalizzante, la vera Eguagliatrice, come la chiamava quasi con affetto Guido Gozzano: la Morte. 

Voglio descrivere, anche se a sommi capi, cosa credo sia successo, almeno per quello che le abbottonatissime Autorità del mondo intero hanno finora fatto sapere ai loro concittadini, circa questa catastrofe davvero universale.

 

Dapprima, alcune avvisaglie in Africa e Sud Est asiatico, ove i batteri presenti nell’apparato  gastrointestinale, da milioni di anni nostri compagni di vita, coadiutori nelle funzioni metaboliche, hanno subito un rapida mutazione genetica, forse per l’inquinamento atmosferico o per l’alimentazione sempre meno legata a cibi naturali e sani, e hanno assunto una virulenza incontrollabile, pandemica, pan-antropica. I malati di questa nuova epidemia, che la vulgata mondiale ha battezzato subito L’ira di Dio, ha colpito con progressione geometrica prima ed esponenziale poi l’umanità: collassi intestinali, occlusioni o scariche diarroiche tremende, emorragie interne irrefrenabili hanno subito condotto l’organismo alla morte, rapida, atroce, improvvisa. Nessun farmaco conosciuto è stato in grado di opporsi all’epidemia e meno che mai di debellarla. Inutili le raccomandazioni e gli inviti dell’OMS: ben presto, anche per colpa del turismo intercontinentale e del commercio globalizzato l’epidemia ha raggiunto l’Europa e l’Occidente: e sono morti tutti. Io stesso sono – per ora (ma fino a quando?) – un po’ immune perché sono sempre stato vegetariano ed assuntore di poco cibo, oltre che seguire un regime di vita molto austero, sano e con numerose ore di esercizio fisico e ginnico. Ma sento già qualche sintomo, come le prime epistassi dal naso e le forti scariche diarroiche; avrò solo inconsciamente ritardato l’arrivo e la pervasività del contagio. 

 

Ah, ecco perché sembra che io sia immune: la dieta ultra-light che ho seguito per chissà quanto tempo nella bolla e l’ambiente ultra-settico in cui ho vissuto per chissà quanto tempo……! potrebbero avermi protetto (questo aggettivo verbale gli provocò uno scoppio interno di ironica auto-derisione) – 

fu il suo pensiero (l’ultimo…..?), residuale categoria di una razionalità ormai espunta dalla fisicità primordiale in cui si era trovato a “vivere” (vivere     ??????) da quando era uscito dalla bolla. Continua, incredulo ed angosciato a leggere, mentre la bile residua in lui gli sale alla gola.

Un ultima cosa: non cercate i cadaveri delle vittime, neanche quelli che le Autorità non sono riuscite a bruciare sommariamente, a mo’ di prevenzione anti contagio: ma poi anche loro hanno dovuto smettere in questa operazione di pulizia, che definirei “etnica” se non fosse ridicolo solo pensarlo. Sono morte anche le Autorità e chi doveva ottemperare ai loro diktat politico/sanitari! Non cercateli, allora, quei cadaveri! 

Perché? ecco il perché!

 

Sono arrivati!

 

Sì, sono arrivati, sono Loro; quelli che abbiamo cercato – e temuto di trovare – per migliaia di anni: i nostri “vicini” di casa nell’Universo. Poche settimane dopo che l’Ira di Dio ha cominciato a colpire villaggi e città dell’Africa o del Sud Est asiatico, sono comparsi nei nostri cieli, con le loro astronavi, propulse da energie da noi sconosciute: e si sono messi lì, a pochi chilometri di altezza,  sulle nostre teste, beffardi, invincibili, sardonicamente tesi ad aspettare.

Hanno cercato di abbatterli, ma niente: Loro sono ancora lì, freddi, glaciali, indifferenti a quanto di disastroso si sta verificando sulla Terra! 

Nessuno li ha visti, nessun Incontro di terzo Tipo si è verificato: sono lì, freddi, glaciali, indifferenti a quanto di disastroso si sta verificando sulla Terra! 

I nuovi “Cristoforo Colombo” sono arrivati: e come Cortes e Pizarro domineranno gli indios, alla cui condizione di sub-cultura noi umani siamo ormai ridotti, rispetto ad una civiltà capace di superare gli spazi intergalattici.

Poi, pochi giorni fa, una strana corrispondenza è arrivata dal Costarica, utilizzando quelle residue vie di comunicazione ancora funzionanti, le Onde Corte e le Onde Medie. Il coraggioso e sconosciuto corrispondente, certo Juan Pablo Mezor, ha descritto – praticamente in diretta – cosa stava avvenendo nel suo villaggio, aggiungendo che peraltro la stessa scena era riportata da altre numerose fonti relative ad altre zone del paese. Cosa stava succedendo?

Niente, si direbbe con intercalare giovanile odierno – che essi usano anche di fronte a catastrofi immani. Niente, se non che dalle astronavi, ferme e minacciose nei cieli, si erano staccate altre, più piccole, che scese al suolo, con strumenti di captazione, “raccoglievano” i cadaveri per le strade, nelle case, ovunque fossero caduti nell’attimo della morte.

 

E li hanno presi tutti! Li hanno presi tutti!

 

Tutti!

 

Ma, cosa sta succedendo? Un folata di vento, un odore di ozono sta entrando nella Redazione. Un braccio meccanico sta raccogliendo i poveri resti dei miei colleghi, morti in ufficio. Sta avvicinandosi a me. Farò in tempo ad inviare il comando per stamp…………………………………..”





Incredulo, agghiacciato da quanto appreso, si siede su una sedia: rilegge per l’ennesima volta le pagine, che ora gli sembrano avere il sapore amaro di un’antica profezia, proveniente da chissà quale antico sapere, ermeneutico, dalle leggende degli Hopi, dal Codice Maya di Dresda o dalla stessa cultura cabalistica nella/della Bibbia, sino ai testi veghiani; dall’epopea di Nakidu o di Gilgamesh sino al più “adatto” alla bisogna Libro dei Morti egizio.

 

Allora era tutto scritto, tutto previsto, sin dall’alba dei tempi. Piange, piange per tutti gli uomini, per sé, per i suoi cari, per quelli che non ha conosciuto e che ora vorrebbe averlo fatto, i suoi “fratelli” tutti fratelli, materiale da utilizzare adesso per fini alieni, è il caso di dirlo. Questi “spazzini” galattici hanno voluto compiere un’azione di pulizia spaziale o hanno perseguito un loro fine “alimentare” o altrimenti rivolto?

 

E, quei batteri che ci avevano salvato dalle invasioni spaziali – anche se in una fiction letteraria, radiofonica, cinematografica – ora per una beffarda nemesi vendicativa della Natura, della Sorte o di chi diavolo altro vuoi (come hai detto? Diavolo? E se c’entrasse anche lui?) , hanno invece decretato la nostra fine, completa, universale e globalizzata. Loro, così piccoli, avevano fermato gli invasori alieni ed ora, sempre piccoli, avevano ribaltato quel risultato, come in un secondo tempo di un incontro di calcio, e hanno vinto per la seconda volta, eliminando quelli che una volta avevano salvato! 

 

Biologia, mistero senza fine bello!

 

Un momento, ma cosa c’è scritto in basso, sull’ultimo foglio stampato dall’anonimo cronista di un quotidiano di provincia?

Ah, è la data della stampa: si vede che il programma di scrittura aveva in default la funzione di inserire su ogni documento la data della stessa. La legge, incuriosito, perché almeno così può venire a sapere in che giorno siamo o stavamo qualche giorno/settimana/mese/anno/secolo/eone “prima”. 

 

Il ghiaccio gli si forma nella schiena, sotto forma di un rivolo gelido che la percorre tutta:

VENERDÌ, 21 DICEMBRE 2012


ANTONIO SBARRA

 

“Riuscissi a trovare…..!”

“Scusate il ritardo, ma una paronomasia vi seppellirà!”


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“RIUSCISSI A TROVARE…….!”

“Ma che stai mugolando da oltre un’ora, legato come sei allo schermo del tuo PC? -

La domanda lo colse di sorpresa mentre, smanettando coi tasti del computer, cercava di trasformare, a “mano”, un file PDF in un qualsiasi formato di videoscrittura a lui noto e familiare, per poter operare un COPIA/INCOLLA a suo piacimento e ricostruire così un testo leggibile, sintetico e soprattutto funzionale ai suoi scopi. 

Lo studiolo nell’ombra serotina aveva come sola sorgente di luce il piccolo lume da lettura, rigorosamente situato alla sua sinistra, che illuminava direttamente la tastiera e le sue mani, su cui i segni dei suoi settant’anni c’erano: e tutti. L’altra metà della sua famiglia, la coniuge, sua compagna da quasi cinquant’anni, era di là in cucina che preparava la cena davvero poco trimalcionica, attestata la di lui tendenza ad una glicemia fuori range e da tenere sotto controllo, per ora, con la sola assunzione di specifici medicinali orali. Il buon odore, ad onta della frugalità citata, pervadeva l’appartamento: forse, pensò, “stasera, sono broccoli fritti con aglio e peperoncino! Buono!” e giù un’altra battuta sul PC, modificando e interpolando parole e paragrafi interi dal PDF che stava rabbiosamente consultando. Ma – rimuginava – possibile che una “comunicazione” normale non sia più possibile sul terzo pianeta dal Sole, o SOL3 come lo chiamavano i suoi beneamati scrittori di Fantascienza? A tal riguardo, tale definizione lo aveva sempre attratto ed incuriosito come semantica, ma soprattutto come valenza sostanziale: se la nostra Terra, pensava, assume il nome di un “pezzo” anonimo ed indistinto dell’Universo, desunto solo dalla sua posizione rispetto all’astro stellare “da cui riceve (ahi, vecchie, sagge, buone definizioni da Scuola Elementare – mai Primaria!! – da anni Cinquanta!) luce e calore”, allora esso diventa uno qualsiasi tra gli innumerevoli corpi celesti! 

Allora, perde ogni carattere di familiarità, domesticità, affettività che siamo adusi ad attribuire a “sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.”! La delicata immagine francescana fa da contrappunto a quella fredda definizione astronomica del nostro Pianeta: un numero e una sigla, anonimi – si diceva – spersonalizzati e spersonalizzanti al massimo, in cui la calda “atmosfera” che circonda come cuna nativa la nostra esistenza è solo un ammasso di materia astrale, su cui per casualità estrema la vita si è venuta a formare e ad evolvere! 

SOL3! Un numero ed un posto qualsiasi, informi, anodini e perfino offensivi a ben vedere! Un “condominio” oscuro in un Universo altrettanto oscuro, traversato da innumeri orbite che silenziosamente si intervallano o si accavallano, con mute catastrofi, con impassibili annichilimenti di intere galassie o di interi universi! 

SOL 3!

Quel paragrafo PDF non vuole proprio diventare un “normale” (a-rieccolo!) paragrafo in videoscrittura, tale che tu possa manipolarlo e personalizzarlo a tuo piacere e a tua necessità. Pazienza. Riproviamo: ne stampo la pagina interessata, ne espungo il pezzo che mi serve e lo trascrivo col mio programma di scrittura preferito. Fatto. Ora sì che il Bando di Concorso Letterario ti è chiaro e lampante, privo di fronzoli e di orpelli scenografici, di icone paesaggistiche improbabili, della solita lunga solfa di sponsor vari e di benemerenze ufficiali. 

Allora, vediamo: questa è la quota di iscrizione, questa è la modalità di invio del testo in menzione, questi gli indirizzi postali e/o e-mail  di riferimento, queste le caratteristiche formali del testo concorrente ed ora possiamo prendere l’abbrivio e partecipare.

Partecipare? Ma a che? E con cosa? Un racconto a tema Fantascienza, con max. 21.600 battute  – spazi inclusi – con carattere XY e corpo XYZ, con TOT righe per pagina o cartella e via andare con l’elenco certosino di ogni possibile variabile atta alla costruzione di un testo. Ma ce l’hai qualcosa di pronto, con cui partecipare con la speranza, se non di vincere,  almeno di non essere condannato per offesa al comune senso ….. linguistico? Vediamo.

Nel suo “cassetto” – in verità –  una copiosa messe di manoscritti giaceva, polverosa e ormai simile allo scartafaccio manzoniano. E chi non ce l’ha un “suo” romanzo, una sua silloge poetica, una sua qualsiasi produzione letteraria che per vergogna, prudenza, dimenticanza è rimasta lì, accantonata e mai ritirata fuori? Quasi che una sorta di pudore inconscio te ne impedisse ogni possibile riesumanza, ma che tu hai lasciato apposta in congelatore, pronta ad  un eventuale, futuro utilizzo? O, nella speranza che un Manzoni qualsivoglia lo potesse recuperare per poi farne un “suo” romanzo? E tu, e lui, come tanti altri.

Tanta, tanta roba, quella che nell’arco della sua vita era stata prodotta: le poesie per le ragazze amate da adolescente, le numerosissime dispense di Italiano e Storia generate per i suoi Alunni in circa quaranta anni di Docenza negli ISIS (che nome! per indicare non minacce integralistiche di varia natura, ma più semplicemente gli Istituti di Istruzione Secondaria Superiore!) e, soprattutto, quel “libro/romanzo/memoriale/saggio” che lo ha accompagnato negli ultimi venti anni, su cui ogni giorno uno sguardo cade, emendante ed al contempo carezzevole. Vera incompiuta perché se, come è vero, si riversano su di esso le “memorie” acquisite diuturnamente, le impressioni giornaliere di un vivere con te e con gli altri, le elucubrazioni (si parva magnis …”) che il “condominio” umano ti rappresenta in ogni attimo del consorziarsi con gli altri, beh allora sì che forse era più semplice per Beethoven finire la sua di incompiuta, che per te la tua! 

Tanta roba, dicevi e ci dicevi: ma nella variabilia che contraddistingue quel prodotto letterario (absit injuria verbis!) – che sfiorando blasfemia e apostasia ti piace definire frutto della vita e del lavoro dell’uomo – il genere letterario d’obbligo per la partecipazione, la Fantascienza, brilla per la sua assenza! Ed è ben strano che quel “cibo” – che ad un Segretario, o quasi, della Repubblica Fiorentina, dalle parti di San Casciano Val di Pesa, nel 1513 piacque definire che solum è mio – non ti abbia mai stimolato ad un tentativo letterario con un racconto seppur breve, uno short pregnante di quel genere letterario! E strano, davvero strano, visto come di Fantascienza lui si era nutrito sin dalla sua prima compitazione nell’arte di leggere e scrivere che, col trigemellare loro sodale far di conto, occupava l’intera programmazione di una Scuola Elementare d’antan. La leggeva, la “ingoiava” con avidità, con in mano i primi volumetti di Urania – ed. Mondadori – di cui riusciva a disporre, seppur con estrema parsimonia, stante il paululo patrimonio che era il reddito della sua proletaria famiglia, alla sua infanzia. 

E che dire di quando un generoso regalo, per un’occasione che è sbiadita dalla tua memoria, a qualcuno suggerì l’intelligente idea di donarti addirittura le due Antologie che ancora oggi campeggiano trionfanti nella tua libreria?  Le leggesti in un attimo, trasportato in spazi e tempi “altri” ed “oltre” la routine di una normalità usuale e compassata, come quella degli Anni Cinquanta, dove oltre Sanremo e “Lascia o Raddoppia” la vita non andava, scorrendo tra il miracolo italiano del boom economico e la spes che un qualcosa di buono, di grande stava per avverarsi, dopo gli orrori del Regime e della Guerra. E lui cresceva, tra gli affluenti di destra del Po, gli eroismi di Ciro Menotti, la litania dei sette re di Roma, le coniugazioni verbali e le tabelline, le poesie a memoria di Pascoli e A.S. Novaro e il volume della sfera, e giù giù fino alle prime declinazioni del Latino e la “scoperta” del tuo amato Inglese alla Scuola Media. Ma le letture private, oltre che sulla “Scala d’Oro” – ed. UTET Torino – (l’altra Wikipedia della sua formazione culturale ed emotiva!) gravitavano sempre sulla letteratura fantascientifica; sui mostri intergalattici e le pallide eroine di pianeti lontani; sugli eroi spaziali che sulle “Sunbeam” attraversavano galassie e sistemi in un punto-luce; su invasori (o invasati?) che minacciavano la nostra Terra (non ancora SOL3!); sui paradoxa temporis per i quali viaggi nel tempo, ritorni ad improbabili futuri o avanzate in remoti passati rendevano possibile modificare qualsivoglia circostanza “storica”; o, ultima acquisizione didattico/culturale, sulle prime avvisaglie (ed erano “appena” gli anni Cinquanta!) ”ecologistiche” di warning su possibili inquinamenti catastrofici, su possibili esaurimenti di materie prime e/o risorse energetiche indispensabili, o su crisi da sovrappopolazione che, come un vero over-flow da tsunami demografico, finissero per travolgere l’umanità, ghiacciata nella sua ineluttabile sconfitta e tesa al suo sradicamento dal beneamato SOL3!

Il diorama letterario ti si presentava col suo fascino di totalità omnicomprensiva, di un panorama narrativo a 360 gradi, ove ogni possibile evento che sapesse di “possibile” era lì, squadernato sotto i tuoi occhi. L’orizzonte narrativo ti è stato sempre completo, ogni variabile che si presentasse anche sotto “mentite spoglie” di novità, di intuizione fulminante o di “fuga in avanti” nel racconto del possibile  non ti stupiva più di tanto perché un addentellato almeno di “contagio” con un déjà-vu  già noto era sempre di tua contezza: l’invidiabile memoria che ti ha accompagnato dall’età dell’infanzia sino – quasi – alla canizie attuale ti ha sempre permesso il recupero di una notizia, di un accadimento, di un personaggio, di un qualcosa, insomma, che era già nei buffer delle conoscenze/competenze sul panorama letterario fantascientifico. 

Ed infatti da  molti, tanti, anni quella curiosità con cui aspettavi la tua beneamata rivista di Fantascienza, frutto di un abbonamento protrattosi per moltissimi decenni, è cessata, si è resa labefacente, sino ad annullarsi: game over, tutto è stato detto e fatto ed il “possibile” ormai è reale quotidianità, anonima ed anodina, cui già il verso del Monti (quello di Alfonsine, eh!) nel 1784 

 

Che più ti resta? Infrangere

anche alla morte il tèlo, 

e della vita il nèttare

libar con Giove in cielo.

[Da “Ode al Signor di Montgolfier”]

 

sembra segnare le prossime – e definite – “tappe” di questo inesausto sviluppo tecnico dell’Uomo: l’immortalità e l’apoteosi nell’Olimpo, quello che ogni fede ha immaginato!

Ed ora si è ingolfato  in un racconto di Fantascienza, di cui non ha mai prodotto nulla, non ha mai neanche tentato di farlo, forse per timore reverenziale verso la “materia” per lui sacra ed intangibile, cui la sua debole parola non poteva, non voleva dedicarsi se non correndo il rischio di una apostasia letteraria, di un anatema culturale e sentimentale che il Sinedrio della sua coscienza avrebbe poi in eterno dannato, sino a fargli odiare il genere tanto prediletto!

 Eppure, ti sei cimentato – palesando, per il vero, anche abilità e competenze apprezzabili ed apprezzate da una congerie di persone di varia estrazione, e non sempre a te legate da vincoli tali da dover per “obbligo” ben valutare eventuali tuoi prodotti letterari – ci hai provato, si diceva, a produrre testi di natura varia e poliforme! Anche, finanche, organizzare insulse Gare quali Cacce al Tesoro in improbabili Feste di Partito! Anche, finanche parafrasi su testi musicali noti, per festeggiamenti di varia natura, con toni ironici garbati e sottilmente allusivi! Anche, finanche una indefessa azione da “ghost writer” nei vari Enti e/o Volontariati cui da sempre ti dedichi e che, dopo il retirement dall’attività didattica, hai implementato per la maggiore disponibilità di tempo e di “spazio” personale!

Nulla si dice sulla copiosa produzione, come detto, di materiale divulgativo sugli snodi culturali delle discipline affidate al tuo insegnamento, le Materie Letterarie che, con dolce nostalgia qualche ex Alunno gli ricorda con affetto, nelle occasioni di una reunion tra ex, Alunni e/o Docenti che siano! E pensare che la prima stesura di questo materiale era stata operata addirittura con il ciclostile scolastico, su matrici vergate con la classica Lettera 22 – allora suo strumento unico di scrittura non amanuense – per poi attraversare tutta la filiera classica del computer: Commodore 64, Commodore 128, Amiga, primi PC, con tutto il pionieristico travaso del prodotto originario dalle primigenie forme con il classico WORDSTAR alle già avanzatissime forme del WORD e delle sue successive implementazioni tecnologiche e tecno/grafiche!

Ancora la memoria, eh, con la classica tensione psicologica sulla coscienza di un tempo passato troppo in fretta e mai più recuperato o recuperabile!

Ma, un racconto di Fantascienza, ora? 

Ah, se riuscissi a trovare anche tu la vena dei maestri del genere, la loro atarassica imperturbabilità nel gestire contesti narrativi di ampio respiro, la capacità di portare il lettore allo spannung quasi senza che lui se ne accorga, per poi travolgerlo con l’esito finale, inatteso, allucinante talora, formidabile come lo sterminator Vesevo caro al Leopardi lì, dalle parti di Torre del Greco.

Ah, se riuscissi a trovare anche tu la icastica brevità, la concinnitas latina che permette, che so io, alla penna di un Fredric Brown  di traslare l’attenzione del lettore, nel brevissimo suo racconto, dal “fattore” alieno a quello umano: sì, ma solo dopo che si definiscano le caratteristiche antropiche (?!?!?!?) del fante, che “Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa.” Infatti, solo “dopo” ci accorgiamo che il lui protagonista è “altro” da noi lettori perché quelle che lui, e i suoi, avevano abbattuto “Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame! 

Ancora oggi ha nel petto un sussulto, lo stesso che lo colse la prima volta che lesse quel finale, anti-analogico rispetto al testo che lo precede, “incoerente” con quanto i pochi righi sino al finale avevano determinato nella fantasia costruttiva del lettore, obbediente al patto letterario instaurato sin dalle prime parole: la Sentinella è uno di noi, un abitante di SOL3 venuto, suo malgrado, a combattere su un pianeta lontano 50mila anni-luce da casa: non potevano esserci devianze semantiche nel testo, piano e lucido sino all’estremo. Lui, il Nostro, è lì ed è l’altro, il cattivo, l’alieno a soccombere. Almeno sino all’antifrasi finale, al rovesciamento pirandelliano delle parti in gioco e l’eroe de ’noantri diventa stavolta lui, l’alieno!

Quante volte, ai suoi Alunni di una Prima Classe aveva proposto di continuare loro il racconto, che veniva fornito ovviamente privo del finale antitetico, come detto. Nessuno, nessuno è mai riuscito a indovinare quello autentico: si veleggia da finali alla Gordon Flash, a usi maldestri di “oscuri” lati oscuri di una Forza tutta da decifrare, sino – addirittura – a paventare assurdi episodi di un cannibalismo intergalattico!

Caro Brown, stai sereno! (oddio, “qualcuno” mi perdonerà?) Nessuno prenderà il tuo posto, anche perché non so cosa significhi l’hastag che precede il tutto!

Allora, questo racconto di Fantascienza arriva o no? Hai superato le remore psico/letterarie che ti hanno permesso di scrivere di tutto, ma mai penetrare nel sancta sanctorum del genere prediletto, e per questo idolatrato sino al punto di considerarlo impenetrabile e non accessibile alle tue modeste forze di Autore? No, non ce la fa proprio a vincere l’horror vacui del foglio bianco, o dello schermo del PC su cui balletta, irridente e provocatorio, il cursore che con aria di sfida aspetta che ti decida a “calare” il dito liberatorio e si comincia ……!

A fare che? Il profumo della cena gli perviene alle narici dalla cucina: frugale e light come sempre, ipo-glucidica da prescrizione dei Maestri altoseduti, col loro camice bianco, lo stetoscopio a tracollo e nel taschino sul petto miriadi di penne multicolori e uno indecifrabile instrumentum a metà tra un tachi-goniometro e il vecchio regolo calcolatore, caro agli Ingegneri degli anni Sessanta!

Ma, cos’è questo chiasso nel cortile sotto casa?” si ritrova a chiedere alla moglie stazionante in cucina e che, quindi, può affacciarsi sul balcone pendulo sul cortile condominiale, o – a dirla col le Pandette civilistiche – la corte comune

Niente, niente: sono i ragazzi del vicinato che stanno riproponendo l’americanata del Dolcetto/Scherzetto: oggi è l’Halloween del 31 Ottobre 2038, l’hai dimenticato?” 

Un momento, un momento! Sarebbero, quindi – oggi – esattamente cento anni dalla famosa trasmissione radio di Orson Welles, vaticinante una “Guerra dei Mondi” en direct, live, con avventurosi cronisti a descriverla sul luogo stesso dell’invasione? Ma, lo sai benissimo, era la prima forma di fiction, anzi di reality mass-mediologica, tant’è che la “presa” sul pubblico USA fu efficacissima e la veridicità della trasmissione è ancora oggi un modello di “cultura” radio/televisiva, con studi di antropologia e sociologia, dotti e profondi nel loro spessore culturale e mediatico.

Ma questo puzzo di bruciato, queste grida lancinanti cosa sono? Possibile che scherzetto/giochetto sia diventato così feroce da far gridare la gente! Chiudi la finestra che sto lavorando e non cavo un ragno dal buco!

Silenzio, intorno, come piacerebbe cantare al Pascoli in una gemmea giornata novembrina!

Riprende il suo lavoro (??!?!?) con in testa un pensiero dell’amato Gozzano:

Fantascienza. Mistero senza fine bello.

Dove mi sono andato a cacciare. Riuscissi a trovare …………….

Un vaticinio di un secolo prima è in atti: lo pseudo-podo alieno lo sta tastando, mentre altre innumerevoli sue consimili forme stanno con ferocia succhiando le proteine degli esseri viventi, tutti, vero target del loro vagabondare intergalattico, alla ricerca inesausta di nuove forme di sostentamento biochimiche. 

E, mentre i suoi fluidi vitali – quelli che l’allucinato generale Jack D. RIPPER, comandante della base aerea statunitense di Burpelson, vuol difendere dai “rossi” nel ”glaciale” movie “Il Dottor Stranamore” di Stanley Kubrick –  vengono piano piano assorbiti dal metabolismo venuto chissà da dove su SOL 3, si ritrova a formulare l’ultimo pensiero:

È proprio vero, miei cari Latini: nomina sunt omina! Tant’è che WELLS e WELLES sono una bellissima paronomasia, volendo buttarla in retorica! L’arguto Orson aveva solo sbagliato secolo, ma aveva ben realizzato cosa il suo quasi omonimo, nel 1897, ci aveva predetto e previsto: l’Uomo sarà fagocitato (è il caso di dirlo!) da una civiltà aliena, ipertecnologica e capace di valicare gli spazi infiniti! Come gli Aztechi con Fernando Cortés o gli Inca con Pizarro, o i nativi con i pionieri USA!  Ma, accidenti, il loro sistema digerente è quasi ugual……………………..!