Nove poesie da Lezione di meraviglia di Daniele Ricci
Nota introduttiva
di Bianca Belogi
Una poesia paradossale, quella di Daniele Ricci, che riconosce il dolore come ἀπόκλαρος sin dall’epigrafe e ne avverte l’ineluttabilità (“non riesco quasi mai / a fare ciò che amo veramente) quasi con grido acuto di denuncia, eppure non depone le armi di fronte ad esso, chiede “spiegazioni”, vi oppone un flusso di parole che è anch’esso paradossale, perché conscio della sua limitatezza e rassegnato al fallimento (“Mi tiro dietro uno strascico / di dolore senza fine / e non riesco a marginarlo / nella sintassi di una frase semplice”), ma che in ultima analisi è l’unico vero nostro possesso.
Una poesia che oscilla fra la “rapida morte” e il “lungo amore”, dunque (così Nietzsche in epigrafe) e che -questa appunto la meraviglia- mentre constata la possibilità dell’una, non nega la bellezza e la speranza dell’altro. Non sarà un caso che il termine usato dal poeta, che è anche un grande classicista, sia φάρμακον, essenza dell’ambivalenza, morte e vita condensata. È un gioco di resistenza al nulla, la poesia di Daniele Ricci, un tentativo di arrestarsi al di qua dello spazio che conduce al nulla, che è sempre uno spazio intimo, non condivisibile, mai solcato da passi che non siano “invisibili”.
Ma il “male”, la “quiete”, sono “sotto la pelle”, sono esperienza profonda, fisica, sensoriale, tattile, quasi cromatica (“dolore amaranto”), oltreché violazione interiore e intima.
La poesia è per Daniele Ricci anche luogo di stratificazione delle istanze perdute nella frenesia della vita -“l’alta marea avanza / (la memoria non basta)”-, di una vita in cui tutte le bandiere scoloriscono quasi subito di fronte al “vortice impazzito dell’imminenza”, immagine quasi montaliana di un calcolo di dadi che “non torna”.
E poi il mare, immagine poetica per eccellenza qui arricchita dall’ἐμπειρία dell’autore, che vive in una città sulla costa. Ma mi pare questo un mare senecano, il mare delle età della vita e delle sensazioni, da cui riaffiora un dolore antico e depositato sul fondo, ma inalterato. Perse di vista le città e le terre, quel che si vede stagliarsi all’orizzonte è ad un tempo porto e scoglio, ci mostra Daniele Ricci. E nondimeno noi perseveriamo nella navigazione con la meraviglia e la nostalgia di Ulisse, con “non domato spirito” e “della vita doloroso amore”.
Finalmente questa notte esco dal romitorio.
Faccio ricorso al tuo φάρμακον
per varcare le porte.
Vado al mare
del mio dolore amaranto.
Come un raggio nell’acqua
devo spingermi fin là.
Chiedo spiegazioni,
cerco i segreti del male
i segni della quiete
sotto la pelle.
Nell’esercizio della tua crudeltà
la morte si fa social,
nell’epoca della cultura digitale
l’alta marea avanza
(la memoria non basta).
Ascolta la sapienza segreta
delle onde sulla battigia
– l’enigma del vento mi guiderà
il desiderio della scrittura
il bene degli alberi e la strada dimenticata
dagli altri
così lontani da me.
4 luglio 2021
Il mare dorato
sotto la bianca luce del cielo.
Sono solo come sempre
nella cabina 12161.
Ascolto il fragore dell’acqua
tagliata dalla nave.
La coperta sul letto è rosso bruciato con sfumature chiare.
Da fuori entra un’aria calda e umida,
porta una fissità leggera
a questa mia inquietudine.
Qualcuno dovrà pur bussare alla porta,
ma prima sentirò i suoi passi
cammini invisibili tra questo divano
e il nulla.
Non il mare, non le parole
per recuperare nel silenzio una memoria,
solo l’indifferenza del mondo
e la nostalgia di un ritorno senza scampo.
29 luglio 2021
Mi hai visto dal treno
ero alla finestra
tu messaggera di settembre,
lontana come tutto ciò
che non si può amare.
Carcere della sete, distanza del mattino,
una lotta tra il dubbio e il veleno.
Non lasciarmi adesso, non andare
nel vortice impazzito
dell’imminenza.
Il cancello si sta chiudendo,
nella luce del dolore
non farti portare via.
Ieri in cielo ho visto l’Aquilone…
Te ne sei andata nel buio nulla
senza lasciare traccia,
senza briscola né punti.
La parafrasi della tua anima sola,
la trenodìa dei tuoi occhi…
Respiriamo il nome
lo ripetiamo nella follìa dell’alba
lo punteggiamo con la punteggiatura
nella battaglia di lama
dei corpi in movimento.
Saltiamo la ringhiera
dove altri aspettano una carità,
sassi sul tavolo di legno.
Mi piace di notte guardare
la strada battuta dalla pioggia.
La nitida precisa
forza della domanda
per aprire un varco.
La perfezione della solitudine,
il silenzio di mia madre
nella bianca stanza della sera.
L’auto si ferma di fronte al mare,
c’è il dolore
la comunione col vento
le nostre parole scritte sui sassi.
Ti consegni alle fughe dei ragazzi
verso il cerchio del mondo.
Ascolta il tuo δαίμων,
rompi lo specchio dell’acqua.
Il dolore sul cuscino
nel silenzio del tempo
che passa.
Passa leggero
il canto del nulla
scappa via
tra le repliche e gli ingorghi
di una lingua agonizzante.
I rari passanti, i dimenticanti,
i remiganti che solcano la nebbia
e si consegnano al disastro
del mondo.
Lentamente muore
la certezza della mano
nella casa digitale.
La pallida vita
dello studente
curvo a rincorrere
l’ora che finisce.
11 dicembre 2021
Come un aquilone
Ho chiamato fiore il tuo canto
fuori dalle mura
sul campo ventoso,
erba il tuo pianto
lama e luce
soffiata
tra le rovine del mio giorno
finché non comincia la guerra
al posto del libro
lontano dal grido
che si fa ritmo e prodigio
un solo momento
una foglia
al posto della tua mano.
Non potrò mai unirmi
al cielo
alle traiettorie del tuo volo.
Mi sto perdendo
non capisco più
sto perdendo le foglie le forze
le mani e la pioggia
che amo
quando è notte e batte il vento sui rami.
Poi resta la casa senza di te
sguardi e domande
di un silenzio lontano
dove noi ci incontriamo
ancora.
Camminavo nella sera
si sono addormentati gli alberi
ora non piove più.
Mi avvicino alla finestra
al punto di fuga
tra il noto e l’inaudito.
È di marzo questa luce
all’inizio della vita.
29 dicembre 2021
Un giorno di gioia
C’è un luogo
dove non sarà solo morire
dove ci ritroveremo
e la vita intera
sarà l’attimo che accade.
Si scioglie sulla guancia
il bagliore del giorno.
Niente più rimane degli anni.
Fra rade nebbie
composizioni libere,
di qualche strada
i passi.
19 marzo 2022