IL VENTO E LE GAZZE

 

Qualche giorno fa, passò da me il vento, e ridendo, mi raccontò di uno scherzo che aveva fatto a due gazze giovani e inesperte.

Avevo quasi dimenticato questa storia, ma ora che mi è tornata in mente ve la racconto.

Un giorno il vento, girellando qua e là, si trovò a passare lungo un viale alberato che portava ad una grande casa. Nel viale si alternavano pioppi altissimi e cespugli di rose, che in primavera, quando cominciavano a fiorire, mostravano i loro stupendi colori.

Era febbraio, gli alberi erano ancora spogli, e quel giorno il vento non aveva fretta.

Mentre si divertiva a scompigliare le foglie secche, cadute ai piedi dei pioppi l’autunno precedente, notò due gazze bianche e nere che raccoglievano ramoscelli e qualche stelo d’erba secca nel prato intorno agli alberi.

Seguì i loro movimenti e capì che stavano per costruire il nido. Sorridendo tra se, pensò che sarebbe stato divertente scherzare un po’ con loro.

Le vide portare ciò che avevano raccolto in alto, sulla punta di un pioppo, dove i rami erano più fitti e flessibili. Scelsero un punto dove c’era un biforcazione che formava come una coppa naturale, e cominciarono a darsi da fare.

Si sa le gazze sono uccelli grandi e il nido deve essere largo e robusto per sostenerle, ben agganciato ai rami perché sia solido, deve avere una buona copertura per difendere gli occupanti dalle intemperie. Perciò il lavoro da fare era tanto e impegnativo. Bastava che un rametto non fosse ben intrecciato e il nido non sarebbe stato sicuro.

Cominciarono a posizionare i ramoscelli, una li teneva nel becco e l’altra cercava di incastrarli tra i rami del pioppo, siccome quella sarebbe stata la base del nido, doveva essere perfettamente legata.

Il vento intanto, piano piano, mandava qualche soffio verso la punta dell’albero, cosicchè i rami non stavano mai fermi, e gli sforzi della coppia risultavano vani.

Infila di qua, tira di là, un rametto sopra, uno sotto, ma ad un certo punto tutto crollava sotto la spinta del vento. Diciamo la verità, le due gazze erano molto giovani ed inesperte, era la prima volta che cercavano di fare il nido, ricordavano gli insegnamenti ricevuti dai genitori, ma metterli in pratica era molto difficile, soprattutto se il vento ci si metteva di mezzo.

Il primo giorno passò in questo modo, facendo tentativi su tentativi, e alla sera si ritrovarono sfinite e non avevano combinato niente.

Intanto, su un altro pioppo in fondo al viale, un’altra coppia di gazze stava costruendo il nido, e a sera erano già a buon punto, infatti loro non avevano nessuno che le contrastasse.

La nostra sfortunata coppia, la notte si riposò e la mattina, dopo un’abbondante colazione a base di lombrichi e ghiande, con ottimismo e determinazione si rimise al lavoro.

Questa volta il vento fu ancora più malandrino: lasciava che le gazze lavorassero per un po’, poi prendeva la rincorsa e con una folata violenta guastava tutto di  nuovo. Questa storia andò avanti ancora per un giorno, ma il vento era consapevole che la natura ha i suoi ritmi, i suoi tempi, le sue leggi, perciò sapeva che per le gazze era arrivato il tempo di deporre le uova, e il nido doveva essere pronto. Così pensò di essersi divertito abbastanza e lasciò che finalmente finissero il nido. Anzi le aiutò, spingendo con le sue folate del materiale adatto sotto l’albero, cosi che non dovessero perdere tempo per  andarlo a cercare lontano.

Nonostante la loro inesperienza furono molto brave, costruirono un nido magnifico, grande e robusto, poi vi deposero le uova, e dopo qualche tempo dal nido uscirono delle giovani gazze forti e con le piume lucenti. I loro genitori le avevano nutrite bene e protette dai pericoli e il vento che si era affezionato a quella famigliola, ogni tanto faceva visita al nido, per controllare che tutto andasse bene.

Quando finì di raccontarmi la storia, lo sgridai un po’, perché era stato proprio un monello, ma si sa che il vento è fatto così, a volte è leggero e delicato, giudizioso, a volte scherzoso, ma quando si arrabbia può diventare violento e riesce a combinare tanti guai.

Ma quel giorno era di buon umore, mi ascoltò per un po’, poi mi fece l’occhiolino e se ne andò!!


 

SORPRESA: HO CONOSCIUTO UNA FATINA

 

Tanto tempo fa, vivevo in una casetta vicina ad un piccolo bosco.

Oltre a tigli enormi, che in primavera fiorivano spandendo il loro profumo tutto intorno, c’erano grandi ippocastani, alti lussureggianti, con grappoli di fiori bianco-rosati, con la tipica chioma tonda, che durante l’estate facevano ombra alla casa. Questi alberi piantati molti anni fa, erano cresciuti fino ad avere tronchi possenti, e le loro radici ingrossandosi, affioravano qua e là nel terreno circostante. Pini ed abeti profumavano l’aria con la loro resina, altissimi e sempreverdi, in autunno lasciavano cadere le pigne che facevano un lieve tonfo sul terreno morbido ricoperto di aghi secchi. Un acero, due acacie, due querce, un frassino, un platano altissimo con larghe foglie, che in autunno, cadendo, ricoprivano come una coltre il terreno ai suoi piedi, facevano sempre parte del bosco. C’erano cespugli di ogni tipo che fiorivano da febbraio a settembre: con le spine, senza spine, gialli, rossi, bianchi o arancioni, cespugli di rose di vari colori, rampicanti oppure no, una siepe di ligustro a destra del viottolo che portava alla strada, alta, folta, che dopo la fioritura di primavera, si riempiva di piccoli grappoli di bacche scure, che cadendo sul terreno o portate in giro dagli uccellini, davano vita a nuove piantine che crescevano qua e là nel sottobosco.

Infine erbe profumate come la menta, la saponaria, e tante altre di cui non conosco il nome, ma che mettevano fiori di vari colori.

Un posto stupendo, nel quale mi piaceva passeggiare cercando pace e silenzio.

Conoscevo ogni pianta, ogni cespuglio o arbusto, e passando tra loro li salutavo, li accarezzavo, e se era spuntata una piantina nuova o un fresco germoglio me ne accorgevo subito.

Gli uccellini frequentavano le cime degli alberi cantando al sole le loro canzoni, lasciandosi dondolare dal vento leggero.

In primavera con la temperatura mite arrivava l’usignolo. Cominciava con i suoi gorgheggi d’amore appena prima del tramonto, per poi continuare tutta la notte. Se ne stava nascosto tra le fronde della folta chioma dell’ippocastano che sovrastava il cortile. Allora io mi sedevo di fianco alla porta di casa e lo ascoltavo rapita. Una sera per scherzo provai a fischiare qualche nota della sua melodia.

Si arrabbiò moltissimo! Forse credeva che fossi un rivale deciso ad entrare nel suo territorio. Si avvicinò saltellando sui rami, fino a quelli più bassi nella mia direzione, e con rinnovato vigore riprese il suo canto con la chiara intenzione di spaventarmi e di ribadire che quel posto era suo.

Dopo qualche minuto lo lasciai stare per non infastidirlo troppo, anche perché io non potevo certo competere con il suo canto, perciò mi limitai ad ascoltarlo.

Un giorno mentre passeggiavo come al solito ascoltando il lieve rumore  della brezza tra i rami, passando vicino al platano sentii un fruscio. Pensai di aver disturbato un topolino o una lucertola alla ricerca di cibo sotto le foglie larghe e secche dell’albero, incuriosita mi fermai e rimasi immobile, volevo vedere chi era che si stava muovendo.

Ad un tratto una foglia si spostò, si aprirono le erbette, e da un incavo nel tronco ai piedi del platano, uscì fuori un esserino piccolissimo, con un vestitino tutto azzurro e lucente e con i capelli rossi. Rimasi senza fiato dalla sorpresa, poi quando mi ripresi guardai meglio e mi resi conto che era una Fatina dei Boschi. Quando ero piccola ne avevo viste tante disegnate nelle fiabe che mi leggeva mia madre e così la riconobbi. Quasi quasi non respiravo per il timore che si spaventasse e tornasse a nascondersi. Non credevo ai miei occhi, pensai di essere finita nel bel mezzo di una fiaba o di stare sognando.

Poi lei si guardò attorno, fece un cenno a qualcuno che ancora stava nascosto e lo invitò ad uscire.

Ed ecco che tenendosi per mano comparvero tanti piccoli Folletti, con le orecchie a punta, il vestitino e il berrettino verde. In quel momento mi vide, ma invece di spaventarsi sorrise, poi mi fece cenno di sedermi sull’erba, pensai che volesse parlarmi e chissà se poi avrei capito la sua lingua pensai. Sedetti sull’erba, la Fatina apri le alucce che aveva sulla schiena, che erano lucenti e trasparenti come quelle delle libellule, spiccò il volo e venne a posarsi sulla mia spalla.

Il suo vestitino era bellissimo, fatto con i petali dei fiori intessuti con fili di ragnatela, i suoi capelli sottili come fili di seta, il visetto bianco e rosa e gli occhi di un blù intenso.

Le chiesi come mai non aveva paura di me, e quando mi rispose, scoprii che parlava correttamente la mia lingua, disse che mi conosceva bene, sapeva di potersi fidare e che non avrei fatto loro nessun male. Intanto i Folletti correvano qua e là raccogliendo piccoli legnetti che ammucchiavano davanti all’albero. Stavano facendo provvista di legna, quello era il motivo per cui erano usciti dal loro rifugio. La Fatina si mise comoda sulla mia spalla e si presentò. Disse di chiamarsi Azzurra.

La Regina della Fate del Bosco le aveva dato quel nome perché lei adorava vestirsi di quel colore che era lo stesso del cielo. I Folletti erano i suoi aiutanti e sbrigavano per lei i lavori pesanti. Mi spiegò che erano tante le Fatine e i Folletti che abitavano nel mio bosco. Ognuna di loro aveva in consegna un albero con un compito preciso. Azzurra abitava nel platano e con la sua magia doveva occuparsi di fare fiorire le erbe, le rose della siepe lì vicino, i cespugli che erano lì intorno. Strano dissi, non mi ero mai accorta di loro e lei rispose che noi umani siamo troppo occupati, che andiamo troppo di fretta per poter notare degli esserini così piccoli, aggiunse che ormai più nessuno crede che esistano le Fate e i Folletti, ne le fiabe e alla loro magia, perciò non hanno molta voglia di farsi vedere. Di me sapeva che amavo quel piccolo bosco, lasciavo che gli alberi crescessero alti e forti così loro potevano scavare i loro rifugi tra le radici. Era felice di abitare in quel luogo poi mi raccontò la loro storia.

In tempi lontani le Fate e i Folletti vivevano nei Paesi del Nord. Là le persone ancora credevano in loro e rispettavano la loro magia, ma in quei luoghi imperava il ‘’Grande Inverno’’ uno dei maghi delle Stagioni. Era molto potente e dispettoso, voleva sempre regnare per molti mesi, lasciando poco spazio ai maghi delle Primavera, dell’Estate e dell’Autunno, fino a quando Madre Natura non si stancava della sua prepotenza e lo costringeva a ritirarsi. Durante il suo regno il Mago del Grande Inverno si divertiva a fare i dispetti alle Fatine perchè sapeva che la loro magia non era abbastanza  potente per contrastarlo. Nelle notti gelide faceva cadere cumuli di neve davanti alle entrate dei loro rifugi, così i Folletti il mattino dopo per andare a fare provviste dovevano scavare lunghe gallerie sotto la neve. Un bel giorno, stanchi di doversene stare rinchiusi per tanti mesi e di sopportare le angherie del Mago, indissero una grande assemblea, tutti furono invitati e tutti parteciparono. Ognuno ebbe la possibilità di dire il suo parere e di fare le proprie proposte, ma alla fine tutti furono d’accordo di trasferirsi in paesi dove il Grande Inverno non fosse così potente e anche le altre Stagioni avessero modo di fare il loro lavoro. Scelsero così i nostri boschi e finalmente per loro la vita diventò più facile.

Mentre ascoltavo la storia si era fatto sera, la luna ancora non era comparsa, mi accorsi allora delle tante piccole luci che si erano accese tra le radici degli alberi. Mi venne quasi da ridere pensando a quanto fossi stata cieca, in tanti anni non mi ero mai accorta di niente.

Azzurra raccontò delle belle feste che facevano quando si riunivano tutti insieme, con canti, balli, musica allegra, rinfreschi per tutti, nettare, bacche, frutta, nocciole, ghiande,  funghi e i semi delle piante e delle erbe. Nel frattempo i Folletti avevano finito di raccogliere la legna e l’avevano portata dentro al rifugio. Chiamarono la Fatina, era ora di rientrare, perché per loro era pericoloso restare all’aperto di notte, i gufi e le civette potevano scambiarli per bocconcini prelibati.

Azzurra si alzò in volo, mi appoggiò un bacio lieve sulla guancia , sorrise, salutò con la manina e leggera come una piuma se ne andò.

Nel  frattempo era sorta la luna e ancora incredula per l’avventura vissuta, approfittai della sua luce per non inciampare rientrando in casa.

Quella notte sognai di Fate e Folletti, di Azzurra che mi invitava ad una delle loro feste, ed io stranamente ero piccola come loro e mi divertivo moltissimo. Un sogno bellissimo!

Il giorno dopo, passeggiando, passai davanti al platano. Non era rimasto nessun segno della loro presenza, allora feci una prova, lasciai cadere dei pezzetti di frutta davanti all’albero, poi continuai il mio giro. Pochi minuti dopo tornai e la frutta era sparita, allora fui sicura che non era stato un sogno, esistevano davvero.

Sorrisi e me ne andai per i fatti miei.


 

L’ORTO DELLA ROSINA

 

Stamattina quando mi sono svegliata, ho sentito passare il vento, mi sono alzata, ho aperto la portafinestra del balcone, l’ho salutato, e, come mi aveva promesso, mi ha raccontato una bella storia.

Mi ha detto di essere stato in montagna, in un piccolo paese che si trova in fondo ad una valle verdissima. Le pendici delle montagne che la circondano sono coperte di fitti boschi.

In fondo alla valle , di fianco al paese, scorre un torrente che scende da una delle montagne con la cima sempre coperta di neve. Di solito il fiumicello è tranquillo, ma dopo una forte pioggia, o in primavera quando si scioglie la neve, diventa impetuoso e spumeggiante, e le sue fresche acque corrono veloci verso la pianura, dove c’è un grande fiume pronto ad accoglierle.

Vicino al corso d’acqua, in una delle ultime casette del villaggio, vive la signora Rosina. Questa signora un po’ anziana, è conosciuta da tutti, perché nonostante la sua età è abilissima e instancabile nel coltivare l’orto. Infatti i prodotti che ne ricava, li vende al mercato per guadagnare qualcosa, perché con la magra pensione che le passa il governo non ce la fa a campare.

Tutte le famiglie del posto coltivano l’orto, ( è un’abitudine che abbiamo anche qui) ma nessuna riesce mai ad avere ortaggi che eguaglino quelli della Rosina.

Pur domandandosi dove compra le sementi e che concime usa, nessuno ha mai scoperto quello che chiamano il ‘’suo segreto’’.

E proprio un piccolo segreto da scoprire c’è: lei compra le sementi dove le comprano le altre famiglie, come loro usa il concime della sua mucca Placida, ma solo una cosa fa che gli altri non fanno’’parla” con le piantine dell’orto.

Spiega che quel mese ha tante spese e tanti conti da pagare, che ha bisogno di guadagnare qualche soldo in più. Le piantine, sembra strano, ma capiscono, e come risposta le danno un raccolto più abbondante.

Tutta l’iniziativa parte da Medora, la pianta di pomodoro. E’ la più autorevole perché da molti frutti ed è la più alta, tanto che deve appoggiarsi ad un bastone per reggersi in piedi. Infatti sprona, consiglia e incoraggia le altre piante ad impegnarsi per produrre di più. Medora, dal canto suo, promette di fare dei pomodori gonfi da scoppiare e di un bel rosso acceso. Il peperone Gedeone, non vuol essere da meno, dichiara che oltre a fare dei peperoni bellissimi, buonissimi, profumati, e di un bel verde scuro, ne farà anche dei rossi e dei gialli ed è sicuro che avranno molto successo al mercato. Anche la zucchina Verdolina e la melanzana Violetta faranno del loro meglio per dare ortaggi eccellenti.

Sotto terra di nascosto, nel buio e nel silenzio, accettano l’impegno anche le carote, le patate, le rape, le cipolle, i rapanelli e l’aglio. Utilizzeranno al meglio le sostanze nutritive a loro disposizione e faranno di sicuro una sorpresa alla Rosina.

Passa un po’ di tempo, le verdure hanno lavorato sodo, sono cresciute a dismisura, facendo buon uso del concime della mucca Placida e dell’acqua fresca del torrente che Rosina usa per innaffiare.

Anche il prezzemolo è cresciuto rigoglioso e le sue foglie hanno tanti pizzi che sembrano fatti con l’uncinetto.

Giunge il giorno del primo raccolto, Rosina sembra soddisfatta, carica le ceste sul carretto tirato dal suo asinello Grigiotto e si avvia verso la città vicina dove c’è il grande mercato.

Al tramonto, tornando, canticchia allegra tra se perché è riuscita a vendere tutti i prodotti del suo orto facendo un bel guadagno. La sua verdura era così fresca, bella a vedersi, e profumata, che i clienti non se la sono lasciata sfuggire.

Arrivata in cortile mette Grigiotto nella stalla, gli da bere e da mangiare, lo accarezza sulla schiena, lo ringrazia perché è stato bravo e paziente. Sistema il carretto sotto il portico, al riparo dalle intemperie e felice entra nell’orto.

Ringrazia le piantine per il risultato ottenuto, le accarezza una per una, poi entra in casa, finalmente può riposare. Anche nell’orto c’è chi tira un sospiro di sollievo. Per tutto il giorno le piantine sono state in ansia per il timore che la vendita non desse i risultati sperati, ma invece tutto è andato bene , almeno per un giorno potranno riposare, poi il lavoro ricomincerà!

Così la signora Rosina, vive tranquilla nella sua casetta, con la mucca Placida e l’asinello Grigiotto

Ogni giorno si occupa dell’orto e la sera, prima che faccia scuro, passeggia tra le sue amate piantine, godendo alla vista dei bei colori dei suoi ortaggi.

Terminata la storia il vento mi dice che ha fretta, che deve andare a visitare paesi lontani,e dopo avermi salutata, se ne va lasciandomi di nuova la promessa di tornare con un’altra storia da raccontare.

Rientro in casa, e mentre sono in cucina per farmi il caffè, guardo con occhi nuovi gli ortaggi che ho comprato al mercato, specialmente i pomodori!!!!!

Spedito 01/06/15