Daurija Campana - Poesie

Poesie per mio padre

 

LA FARFALLA

Giovane bruco, divori la casa

che ospitò il tuo corpo per saziarti:

quante scelte strane impone la vita,

e con lo sguardo serio la tua seta

 

cominci a tessere di gioia invasa;

che lungo lavoro per poi legarti

ad un’esistenza ormai finita,

vicino il traguardo, chiara la meta.

 

… e il tuo essere così indipendente

si limita, a poco, nel movimento:

ti chiudi in te stesso, or  afflitto  e stanco

la luce nei tuoi occhi già traballa.

 

… e mi chiamavi “Pupa” dolcemente,

senza capir che forse, quel momento,

sopra il tuo letto freddo, tutto bianco,

stavi diventando una farfalla…



L’albero

 

Ascolto con fare incessante e oscuro

la pioggia sui lucernari socchiusi

le fredde gocce cadere dal muro…

 

Che ore sono? Pensieri delusi

si intrecciano nella mia mente stanca

gli occhi scivolano nel silenzio

 

e ti vedo, il respiro mi manca,

ti corro incontro, da me mi licenzio,

ti abbraccio, ti bacio e tu sei presente

 

mi guardi, sorridi e mi stringi forte,

e le tue gambe si muovono lente,

nessun incidente, nessuna morte.

 

La tua voce calda  e profonda ancora,

le mani salde ed il viso abbronzato,

il corpo forte e robusto d’allora:

 

“Ti cerco ogni giorno, mi sei mancato!

Avrei voluto dirti tante cose,

prima che tu, quel dì, volto alla luce,

 

la inseguissi dove lei ti nascose…

Dimmi dove il tempo ti conduce

e dove il mio amore ti trattiene…

 

Dimmi cosa hai provato nel momento

in cui hai lasciato le mie mani piene

del solo respiro di un triste vento.

 

Sono qui, no, non me ne vergogno,

e provo a fingermi te in ogni istante,

ma non sono che una foglia come tante

 

e tu l’albero di cui ho ancora bisogno!”…

 


Terra

 

Terra irrigata di lacrime e sudore,

potessi parlare e raccontarmi tutto,

i suoi sorrisi volti al cielo sereno,

la sua tristezza tra le zolle oscure.

 

Potesse il vento sussurrar le parole

che della sua disperazione il frutto

mutavan sotto il sole come il fieno,

o come spighe indorano mature.

 

Potessi dare voce ai suoi silenzi

e raccontare tutti i suoi pensieri

per ritrovare i nostri giorni intensi

rivivere oggi ancora come ieri.


La partenza

 

Avevo paura quel triste giorno

in cui tu respiravi ormai lento

mentre il resto del mondo, tutt’intorno

continuava a sorridere contento.

 

Arrivò il pasto a tutti gli ammalati,

rumori di forchette contro il piatto

parenti lungo i corridoi affollati

che forse reputavo un po’ inadatto

 

che tu ti congedassi in quel momento.

Ti presi la mano resistendo al pianto,

il palpito mio forte, in aumento,

contrastava con il tuo, flebile tanto,

 

e ti ripetevo “Sono qui con te,

stai tranquillo, babbo, tutto andrà bene!”

e ci credevo proprio come se

potessi alleviare le mie pene.

 

Non era coraggio ma solo amore

dovevo esser forte perché lo volevi

ma dentro l’angoscia stringeva il cuore

ormai sapevo che non rimanevi…


Cimiteri

 

Sole spento nel pomeriggio corto

tra i vialetti ghiaiosi respiro

cielo di un colore azzurro intenso

e acre il profumo dell’incenso.

 

Luogo di tristezza e di conforto,

ricordo che andavamo a fare un giro

per visitare tutti i nostri cari

e raccontare loro i giorni vari…

 

Chi aspetti? Non posso più tornare

mi nascondo ora al buio della luce

sono sereno, non ti crucciare,

ti vedo ogni istante in controluce…


LA MANO DEL PADRE

 

“Chi mi accompagnerà quando, da solo,

varcherò quell’uscio impervio e angusto,

che mi condurrà lontano da questa

mia vita ora triste e solitaria?

Eppur, se con la mente leggera volo

alla mia giovinezza , ancora gusto

l’odore della terra nera e mesta,

baciata dal sole e la fresca aria

 

profumata di pulito e di vissuto…

 

Chi ci sarà quel giorno a ricordare

quanto io abbia amato i miei bei campi,

rinnovati e freschi in primavera

verdi e luccicanti se è piovuto,

e le ciliegie appese a maturare?

E chi, tra i temporali estivi e i lampi,

aspetterà l’aria rossa della sera

e con lo sguardo serio e il viso muto

 

si metterà stupito ad osservare?

 

Il grano ormai biondeggia all’orizzonte,

e la terra si è fatta ancor più bella:

come una donna attende il contadino

che sa vagheggiarla e  farla fruttare.

Della sua esistenza unica fonte,

donna dalla florida mammella,

che nutre e tiene in braccio il suo bambino

e sa come lo deve confortare.

 

E quando l’aria fresca di settembre,

dolce la pelle d’oro accarezza,

non resta che l’aratro preparare

e raffinar le secche e dure zolle.

E bella è la terra anche a novembre,

quando è lavorata e non più grezza

pronta per il grano seminare,

o quando l’inverno la rende molle.

 

Come la sistemi, lei sta bene,

appare or  attraente e profumata,

di fieno, sole, frutti e fresco vento,

di lunghe faticate e di sudore.

Chi l’amerà col fuoco nelle vene,

e ne avrà cura perché io l’ho amata,

e proverà per lei ciò che io sento

e nutro dentro al mio stanco cuore?

 

Un giorno emetterò un lungo respiro,

e me ne andrò lontano da ‘sto letto,

pronto a volare verso la mia terra

e a rivederla bella come allora.

Il cielo, azzurro come uno zaffiro,

brillerà un bel sole sul mio petto,

sarà allora finita la mia guerra,

sarà giunta per me l’ultima ora…

 

Chi mi darà la mano in questo mondo,

quando mi troverò davanti a Dio?”,

ti stringo forte e d’impulso rispondo:

“Babbo, vedrai che te la stringerò io!”…


La vita

 

Sopra le chiare colline di grano

che bionde ondeggiano al soffio del vento

qui, oggi, io ho scoperto la vita:

era vestita di fiori di pesco

 

che cinguettavano mesti lontano

portavano al cuore un bel sentimento

come d’eterna gioia infinita

di un respirare umido e fresco

 

di fronde, di erba, d’acqua e di zolle

di coccinelle e farfalle nell’aria…

 

Smuove la terra col piede e la zappa

un contadino e s’asciuga la fronte

e pone l’attrezzo sulla terra molle

col sole in faccia e la pelle che varia.

 

Lavora per ore, si fissa una tappa,

giunto si ferma: guarda quel monte,

la grande distesa e seco sorride;

dentro i suoi occhi alberga la vita

 

quella che brilla sudato sul volto

del padre mio quando fuori c’è il sole…

Con la sua mente rincorre le fide

distese di grano e le sue dita

sembrano accarezzare il raccolto

e le sue gambe camminar da sole…

 

Piange, s’arresta e guarda dai vetri

il mondo è in festa, in fiore la terra

e nel suo cuore, d’un tratto in pace,

quella visione gli porta il sorriso…

 

Addio dolenti giorni oscuri e tetri

lungo è il cammino di colui che erra

per scoprire dove nascosta giace

la gioia che sa illuminare un viso:

 

forse lì, nella forza e nel coraggio

di avere la vita in ogni momento,

celata tra il calore di quel raggio

che crescere fa i campi e il firmamento.

 



IL BOSCO

 

Calde lacrime di solitudine

trasporta nel mio cuore alla frescura

di questo bosco, l’inettitudine,

lo sguardo perso nella paura:

rivivono in me i dolci ricordi

della mia infanzia spezzata e lontana,

vecchi ruderi di suoni ormai sordi

silenzio abitato da speranza ora vana…

 

Tu non ci sei, mi manca la tua mano

che conduceva ogni mio passo lontano…


Giovinezza

 

Frammenti di vita, lontani ricordi

vorrei poter essere chi più non sono

profumi nell’aria, suoni ormai sordi

oh mia giovinezza ti chiedo perdono.

 

Non so se ti ho perso quel giorno lontano

in cui dentro il cuore morì la speranza

o quando stringendoti forte la mano

rimasi da sola dentro la stanza…


Poesie per Lamberto

 

Sonetto incompiuto

Tu eri l’alba, io ero il tramonto

tu sole, io pioggia, tu la dolcezza

io l’amaro del vivere e pensare

che un giorno muore per nascere nuovo…

 

Così ti nascondi mentre io conto

ma il tuo silenzio la mia conta spezza

“Chi è fuori è fuori…”, mi metto a cercare

ma tu non ci sei, ti cerco e non trovo…

 

Cadono gocce di lacrime a pioggia,

gridi tu: “Libero!” in un momento

e guardo la mano se al muro appoggia

 

ma non la vedo: è il soffio del vento…


 

 La partita

Avrei voluto che fossi rimasto
fino alla fine della partita
ma il tempo agisce spesso in contrasto
e te ne sei andato pieno di vita,
senza vedere quanto abbia sofferto,
senza potermi più consolare
te ne sei andato, quel giorno un po’ incerto,
pur continuando, infondo, a restare…
Prosegue ora lento il gioco del calcio,
tutto è scandito con ritmi lontani
di quei ricordi rivivo uno stralcio,
vorrei ora stringere forte le mani
ma l’arbitro fischia, la palla cade,
tu chiudi gli occhi ed inizi a dormire,
dormon le stelle e dormon le strade
e la mia gioia inizia a finire…


 

Natale

È Natale negli occhi, non nel cuore,
dietro di me luci colorate
davanti l’ombra tua che mi sostiene
e vedo riflessa in ogni presepe…

Se con la mente ritorno alle ore
delle tue giovani fresche risate
un brivido freddo prende alle vene…

La nonna, tu ed io; i sorrisi e le pe-
nitenze dei giochi, alla vigilia…

Riempi di carne i cappelli di pasta,
chiudi, disponi e riordini tutto,
presto che arriva la Messa Solenne!

È tardi, socchiudi palpebre e ciglia,
ti sgomito: “Svegliati, adesso basta!”
e un occhio vigile or ora ti butto;
tu, i pastori e tutte le renne

palline di vetro, stelle dorate,
l’acqua che cade tra il bue e l’asinello:
dentro al mio cuore di bimba il Natale
non era altro che questo e il tuo sguardo…

Trascorrono gli anni e muoio le fate,
ma il nostro Natal sarà sempre quello:

la nonna, tu ed io ed era normale
giungere a Messa un poco in ritardo.

E a mezzanotte le stelle, le luci,
l’acqua, le statue di porcellana,
paglia dorata su lustri d’argento,
il cuore che canta a Gesù Redentore.

Tu, la tua mente, lontano, conduci,
il muschio un profumo nuovo emana,
di vita tra i sassi e tanto cemento
in fretta passano i giorni e le ore…

E passa l’inverno… e passa l’estate…
rivolta alla porta: non arrivavi.
E stavo in pena, le lacrime agli occhi,
sola, in chiesa, attendevo il tuo passo.

E d’improvviso le tue risate:
era Natale perché camminavo
verso di me indossando i balocchi
sotto un bell’abito: ero di sasso,

e non capivo quella sensazione
strana, di perderti, che era nel cuore…
T’avrei perduto, capii in un istante
che quel Natale era l’ultimo assieme…
Un treno che parte da una stazione

se non vi torna, porta dolore
così il cammino ti porta distante
da una casa che ancora oggi geme…

La nonna, tu ed io: non c’è più nessuno,
lei ti è venuta, io credo, a cercare
per dirti “Inizia la Messa Solenne,
forza, Lamberto, ancora è Natale!”…

Forse a Natale c’è ancora qualcuno
che può sorridere, che può sognare,
che può toccare le stelle e le renne

ma senza di te, questo a che vale?


Il lago

 

E me ne andrò col cuore in gola e un pianto
che soffocherà la mia sete di te,
mio lago amato, del dolce conforto
che, amichevole, non mi hai mai negato.
E venivo con l’angoscia nel cuore:
piangendo ti parlavo di mio padre,
e pregavamo insieme che guardasse…
La tua pace mi rasserenava…
E ti raccontavo di quell’amore
che mi struggeva l’anima e la mente,
che prosciugava lacrime il mio corpo…
Sorridendo tu mi scaldavi il cuore.
E giunse da te senza più parole
quel freddo mattino di quell’inverno
mite che d’improvviso gelò il sangue
e ammutolì il mio sguardo ed anche il tuo.
Ci guardavamo in silenzio piangendo,
e ci aggrappavamo ad una speranza
sempre più flebile e sempre più vana
e tu ricordavi tutto di nuovo:

due bambini che scendevano il colle,
le guance rosse, la fronte bagnata,
che videro in terra un pezzo di cielo;
si avvicinarono: che meraviglia!
Nascosto da canne tu, trasparente,
azzurro e dorato specchio del sole,
canti di rane, rischiami di uccelli,

ronzio di api e profumi leggeri.
E restammo lì muti ad osservarti,
rapiti da quel paradiso in terra,
e sentivamo in cuor che nulla al mondo
ci avrebbe amato come t’amavamo.

Quell’infanzia ora è finita e lontana,
e se n’è andata anche la giovinezza,
lui si è spento come un giorno di sole
e tu non hai più visto la sua luce.
Da allora quanti anni son trascorsi?
Troppi, senza di lui, e troppo pochi
per lenire in qualche modo il dolore
che turba dentro come una tempesta…
Addio mio dolce amico e confidente,
custode di ogni mio segreto,
luogo in cui, un tempo, anch’io fui felice;
tornerò da te, non so farne a meno,
percorrendo il campo, oltre la siepe
dietro la casa bianca e abbandonata,
col viso rosso e la fronte sudata
mi vedrai sorriderti piangendo
e so che tra le tue acque limpide,
tra le dolcii note degli uccellini,
un sorriso tenue ed una lacrima
muoveranno la tua pace lustrale…


 Inverno

 

Tu, sotto la coltre di neve bianca,
pallido in volto e chiuso i tuoi occhi,
tendi la mano all’anima stanca,
scende dal cielo la neve a fiocchi.

T’alzi e sorridi e scrolli già tutto,
rosea la guancia e rossa la bocca,
spezzi il silenzio di quel breve lutto
gridi e schiamazzi il cielo ormai tocca…

Io, sopra un manto chiaro ed innevato,
attonita in viso, apro lo sguardo,
t’afferro la mano! Inadeguato
quel volo che a pensar non m’azzardo…

Mi stendo e piango; il mio corpo è inerte,
gote solcate e respiro frequente,
bagno di urla le bianche coperte
confondo il vissuto con il presente!


Dammi la mano

Fredda la lacrima congela il sorriso,
cade una foglia che prima era appesa,
notte di stelle in cielo in frantumi,
dammi la mano e stringila forte…

Non sento l’inferno né il paradiso,
e la mia mente rimane sorpresa,
notte profonda schiarita da lumi,
trema ora l’anima, chiara la sorte…


Rime d’amore

 

Freddo silenzio
Albeggia appena, non è ancora giorno
tra i muri spessi il freddo tuo silenzio
mi fa sentire il vuoto che ora ho attorno,
sento che mi manchi tanto e penso…

Tra mille e più parole le più belle
son quelle che di certo mai ti ho detto
quelle che serbo nel mio cuore e quelle
che non ho mai osato e non accetto

pronunciare mentre muore il sole
e le tue mani cercano le mie
che nell’angoscia di sentirsi sole
scrivono soltanto meste poesie.

E cadono i pensieri dal tuo sguardo,
i tuoi occhi, come il mare in tempesta,
mi fan sentire un naufrago in ritardo
che mal si muove sotto l’onda lesta.


Destino

Non mi ricordo quando, dove e come
ma il cuore mio lacerava il silenzio
di quella casa così fredda e vuota
col suo palpitare troppo frequente.

Di te non sapevo neppure il nome

e già ero tua, Amor che non menzio-
no, quando il Destino volse la ruota

e unì i nostri passi candidamente.

Ti vidi riflesso in occhi piangenti
e lacrime che solcano il cuore,
ti sentii dentro come la tempesta
che sradica le foglie dagli arbusti.

In me portasti dolci, caldi venti;
i tuoi baci trasformarono il dolore
che trattenevo in seno in una festa
di fiori con dei petali robusti.

Il tuo sorriso illuminò il mio pianto
mentre i tuoi occhi mi guardavan dentro
come se mi conoscessi da sempre,
come se tu il mio dolore vivessi.

Amore mio, vivevi in me da quanto?

Quando Cupido aveva fatto centro?
E crebbe questo amore nel mio ventre
come in un campo crescono le messi.

Ma cadono anche i petali dai fiori
cerco nella mia anima il tuo respiro
e non trovo che infiniti silenzi
e parole che il vento ha cancellato…


Fredda estate

 

Ho una spina nel cuore conficcata
E una ferita sempre più profonda
Mentre versa sangue la mia anima
E i miei occhi non fan che lacrimare…

La lancetta del tempo si è fermata
Dove il tuo cuore più non m’asseconda
E dove il dolore il mio cuore lima
Da quando non ti posso più amare…

Sto cadendo in un pozzo senza fondo,
in una palude dove sprofondo…