da LUNE DI MARE (2003)

PROFUMO DI DONNA

profumo di incenso

stanza senza pareti

aperta su una immensa radura

rugiada su petali e foglie

precipita a valle in un lago lontano

nuvole a fiocchi  fenicotteri rosa

parole e musica  vento e cicale

profumo di donna acuto stordisce aggredisce

non c’è una foto nemmeno una riga

un ricordo un’idea savana africana

un pensiero libero ermafrodita che non è cosa

concreta ma un’idea smarrita stupita

un salto nel vuoto alla fine

spiccato col fischio del vento poi sordo

incosciente leggero quasi in un sogno

ma vero progetto  per un’altra vita vissuta

mai capita  un sorriso a vedere voli

di amanti e chimere e pioggia scrosciante

nella giungla fitta intricata umida bagnata

solo smarrito una eco di passi lontana

i colpi del cuore il muscolo quello che muore

una danza tribale una nenia un giudizio finale

una spiaggia di sabbia calda e sottile

un panino  la pesca a merenda  il cestino

il primo sguardo curioso e smarrito

un profumo di donna una pelle scottata

una notte leggendo l’Idiota

una mano che chiude il quaderno e poi getta

la penna e strappa le pagine a righe

le note non degne di esser suonate

ancora acerbe parole sbagliate


da VIOLA DELLA SERA (2006)

     DIALOGO

 

  1. Raccontami le sfumature delle ombre,

il senso che si strugge degli incensi

             di nebbie lievi sopra la marina,

             di lontananze svaporate al vento.

 

  1. Amo il nitido confine della luce,

l’arsura della foglia che si brucia,

      il profumo penetrante del timo,

      la limpidezza d’occhi che divora.

 

  1. Musica d’astri che la notte sfuma  

in note stimbriche insonate,

malinconia d’archi che s’insinua

dei sensi lacerante concubina.

 

  1. Le labbra d’uva dolce da succhiare,

l’inarcarsi dei fianchi alla rapina,

il galoppo ansimante della voce,

l’urlo folle che sfida ogni confine.

 

  1. Raccontami di me che vado via,

il sole ha vinto anche la mia ombra,

solo umidore di polvere rimane,

lieve scia di profumo sul cuscino.    


Da VIOLA DELLA SERA (2006)

HO INCONTRATO UNA VOCE    

 

(dedicata alla poetessa Ada Felugo)

Ho incontrato una voce.

Parlava lenta accarezzando il cuore,

raccontava di ricordi e silenzi,

di fluire di stelle su tramonti

che si perdono dolci in fondo al mare.

 

Voce profonda che ha messo radici

nella terra più fertile e più scura,

voce che si fa nuvola nel vento

cantando aerea il senso della vita.

 

Una traccia nel fiume dei pensieri,

una carezza dolce che consola

l’estate inquieta e il ruvido inverno.

 

Voglia il cielo non misurarle il tempo.


da STRANE IDEE  (2010)

AL PRINCIPIO ERA IL BUIO

 

Al principio era il buio e il buio non conosceva la luce e quando esplose la luce solo triliardi di fotoni ne furono testimoni; il buio e la luce non si conobbero fino a quando non nacque la prima ombra, figlia di un pensiero così denso da separare il buio dalla luce e l’ombra cominciò a danzare perché il pensiero pulsava e cambiava densità e forma e il pensiero si fece trasparente per catturare e trasmettere la luce e si ritrasse denso in se stesso per difendersi dalla dissolvenza ed il buio riprese vigore e conquistò campo.                                                                                                                                                   Il pensiero visse inquieto, combattuto tra luci e ombre, e si divise in due parti ostili e attratte l’una dall’altra che chiamarono maschile e femminile. Si battevano e dibattevano creando solo giochi di ombre cinesi, finché si ebbe un evento inatteso: al primo vagito si capì che era femmina, forse non per caso, ma era femmina e cantava e rideva e profumava e faceva una strana mossa col fianco, la camicetta sbottonata sul davanti come per gioco, la mano a coprirsi accarezzava la pelle e lo sguardo era di chi deve solo scegliere a che gioco giocare. Ci furono riunioni di ombre e cortei di luci, divisioni nelle opinioni, sconcertate da questa identità dominante e sconosciuta. In principio, come già detto, era il buio e ora c’è un casino di luce e di gente che ci pensa senza avere risposta, che ne parla senza conoscere il perché e il percome. Scontri di pensieri alternativi dividono le luci dalle ombre, addensandosi e schiarendosi fino a compenetrarsi, a rischio di estinguersi: al principio, infatti, era il buio…. Chi  ha acceso la luce?


da AISEOPOESIA  (2013)

 

LOLA

(ES MI HORA, LA HORA DE MI BAILE FLAMENCO)

Mi presento: Lola, ballerina di flamenco,

scuola di danza mai iniziata, cominciò prima la vita.

Nutrita di latte e canto flamenco,

cresciuta tra nacchere e mosse di anche,

donna di sogni consunti

-il mio Alonso è un hijo de puta occhi neri,

incinta a quattordici,

(che importa se l’aborto ha strangolato l’anima)

mi tradisce, mi hombre, che si beve nei bar

il mio lavoro e ubriaco mi sbava e umilia là

su quel tavolo,

        – amore e morte -

  • violenza di canto flamenco –

 

(Su quel tavolo ricordo una tazza di latte e biscotti,

il viso di  pane nero di mia madre riflesso,

i primi passi flamenchi da bambina).

La sala è acre di fumo e sudore stasera,

come al solito,

turismo che violenta l’aria.

Tan ta ta tan tan tan

tan ta ta tan tan ta

 

Sulla pedana,batto e grido

rauca,

batto e mi giro a metà,

non vi guardo, io sola esisto, io donna,

e voi piccoli  uomini (anche tu mi hombre)

non siete nada

Tan ta ta tan tan tan

tan ta  ta tan tan ta

(piango e ti calpesto)

Un dolore segreto scende dalle mani alla vita alle viscere, dentro gli umori e i segreti dell’anima.

I piedi stanchi

batto, sbatto,

ci lascio

passione,

tutta la poesia amara di una donna esile,

regina di se’

e della luna

che a luce di faro mi illumina.

Adios mi hombre, adios a todos, caballeros

(es mi hora, es la hora de mi baile flamenco).


da CERCANDO UNA LUCE (2017)


TERRA DI LIGURIA


Liguria terra inquieta                                                                                                                                 

di aspri calanchi      

che il mare accarezza dolce

e d’improvviso assale:                                                                                                                              

schiume salmastre

disperse dal vento.   

 La luce s’accende tra nuvole in corsa

e l’orizzonte   

apre il sipario infinito del sogno.


LA ROSA TATUATA (2016)

Si chiama John O’Neil, padre irlandese e madre nata in un paesino sperduto della South Carolina. Ai bei tempi, quando le donne lo cercavano ammiccando con malizia, aveva i cappelli rossicci e due paia di baffoni all’ingiù ed era capace di farsi dieci pinte di birra, una dietro l’altra, ultimo a stramazzare sul bancone, adesso ha i capelli radi e bianchi: solo un ciuffo ribelle ha resistito alle sue nottate e gli si annoda in fronte, ostinato, anche là dove ha il vizio di grattarsi quando qualcosa lo rende nervoso.                                          Sono trent’anni che è in polizia, ha una moglie, – chi dei suoi coetanei non ha avuto una moglie! -, anche Il suo compagno da sempre, Sam Paddington, aveva una moglie e pensare che era frocio, e lui, detective di seconda classe, se ne era accorto solo dopo che era morto in una sparatoria, mica da eroe, solo per sfiga, e al suo funerale era comparso un uomo con dei fiori in mano, uno sconosciuto, almeno per lui, ma c’era chi lo conosceva bene, eccome se lo conosceva.                      E pensare che lui si considera uno tosto, uno col fiuto e a cui non sfugge niente; al dipartimento dicono che è un cagnaccio e anche tanti di quelli che ha ingabbiato se lo sono detti a bassa voce, senza il coraggio di gridarglielo in faccia, lui non usa guanti di velluto e tutti hanno paura di lui. Anche sua moglie ha paura di lui, gli ha dato due figli, uno, il maschio, è uno smidollato, lui, almeno, la vede così, studia musica, violoncello o qualcosa di simile, uno strumento che bela come tanti degli arrestati quando li torchia a dovere, l’altra, la femmina, se ne è andata di casa, è scappata via, appena maggiorenne.                                    Sua moglie Sarah, Sarah Prescott per la precisione, gli dà la colpa di tutto: “Sei un bastardo d’uomo, lavoro e lavoro e prepotenza e sei anche fiero di te! I figli me li hai fatti scappare via, lontano. Ora cosa mi resta eh… cosa! Ci hai mai pensato? Che tu sia maledetto John e… non azzardarti a venirmi a cercare quando sei sbronzo che io non ti sopporto più e guarda che non scherzo!” “ Donna, taci!” “Taci tu, bestione, guardiano della legge, hai messo dentro tanti ma in prigione davvero ci sono solo io, tuo figlio studia musica, ma lontano da qui, tu lo insultavi e lui ha talento, ama la musica, è scappato via. Tua figlia è ribelle ed ha coraggio, quello che io non ho avuto, chissà dov’è adesso! Non ti chiedo nemmeno di trovarla, maledetto sbirro, saresti capace anche di riuscirsi, quando vuoi sei quel cagnaccio che tutti conoscono, ma in fondo non te ne importa niente!”                                                                                                                                           John, sorpreso da questa sfuriata improvvisa, davvero mai vista in quella sua moglie dimessa, con i capelli bianchi, spettinati dalla rabbia e dall’incuria, curva su di una scopa con cui strofina il pavimento che sembra volerlo raschiare fino a distruggerlo e che adesso lo fissa con occhi di gelo e di fiamma, John, dicevo, che non è mai arretrato davanti a niente, non ha mai avuto paura, rimane per un poco senza parole. Poi: “Taci, ti ho detto! Chiudi quella boccaccia o ti spacco la testa!” E alza il pugno minaccioso ma lei non arretra, anzi gli si fa sotto con sfida, pronta a tutto, non le importa più niente della sua vita, se lui l’ammazza le fa un favore e questo anche John, despota violento e ottuso, questa volta sembra capirlo e si trattiene. “E dove sarà la mia bambina, – hai sentito? – ; la mia ragazza adesso è nella mani di chi? avrà freddo? sarà ammalata, piena di lividi? magari qualcuno la sta violentando in questo momento. Cosa ne sai tu di lei, maledetto egoista, tu che sei suo padre? Perché lo so io che sei suo padre, io che non ho conosciuto nessun altro, stupida donna, fedele e vigliacca. Avrei dovuto romperti in testa la bottiglia quando rientravi ubriaco con quell’alito schifoso e quel viso paonazzo e mi venivi a cercare. Urlavi il mio nome, volevi sfogarti e mi facevi anche male…esci di casa! Stasera vattene al bar con i tuoi degni maledetti compagni irlandesi, è la vostra festa no? Non è San Patrizio? Vai alla sfilata e poi a ubriacarti, vai…!”             La voce si arrochisce e poi le si strozza in gola, lui da pallido diventa paonazzo, sferra un pugno sul tavolo, una tavolo di ciliegio piallato da suo nonno, e lo incrina, tanta è la forza impotente che si scarica dal suo braccio come un maglio. Poi resta lì, impalato e furibondo; subito non sa che fare poi esce sbattendo la porta ma fa a tempo a sentire: “E mai una carezza, mai a chiedere come sto, mai un fiore, mi bastava una margherita, anche strappata al giardino dei vicini, non ho mai preteso una rosa, io, una rosa, figuriamoci!” “….mai preteso una rosa, io” gli arriva quando è già due passi fuori di casa, la voce di sua moglie si è alzata di tono a mano a mano, divenendo quasi un rantolo però penetrante, urlato com’è disperatamente tra i singhiozzi. Sale sull’auto di servizio, John, come un pugile suonato che vuole la rivincita, lì, subito, sul quadrato del ring, mentre il vincitore festeggia e lui vortica pugni nell’aria confuso, a vanvera, trattenuto a stento dai suoi secondi delusi. La radio gracchia, non è di turno, avrebbe potuto tenerla spenta, ma l’agitazione e l’abitudine gli hanno fatto premere il pulsante e girare la manopola. Hanno trovato una ragazza in un vicolo, è stata uccisa, chiamano chi è più vicino e lui, che ha risposto, è il più vicino. “Datti una mossa che ci sbrighiamo, poi c’è la sfilata, non me la voglio perdere!” “Va bene, ti ho riconosciuto, figlio di puttana, vengo, ma non farmi fretta e non fare casino, lascia tutto com’è finché non arrivo, tu hai sempre combinato guai!” “Agli ordini, basta che ti sbrighi!”                                                             John guida con la testa confusa, rivive a flash la scenata della moglie, ha nausea, poi è la testa a dolere, fronte e nuca, un cerchio la stringe, rischia di far la buccia ad un’auto di lusso che si è affiancata, sente strombazzare e ruota il volante deviando appena in tempo, poi mette la sirena, vuole superare la coda a tutti i costi. “ I fiori…glieli dò io i fiori! E anche la rosa…gliela dò io la rosa! Quando torno la prendo a sberle, solo così capisce qual è il suo posto e come si rispetta un marito! Mio figlio… è lui che se ne è andato. La musica, la musica, tornerà con le pezze al culo e la testa bassa! Quanto a mia figlia ora la cerco davvero, ho amici che mi devono favori in tutti i dipartimenti. E’ vero che, in fondo, non la volevo rivedere, a pensarci bene è così, una giusta l’ha detta la strega, ma adesso ho cambiato idea, ci penso io a trovarla e sistemo anche lei!” Arriva sul posto, un vicolo puzzolente per cumuli di immondizia, un fumo acre esce dai tombini, attorno ci sono i soliti curiosi; un’auto della polizia, il collega è lì fuori che cerca di mantenere ordine, è messa di traverso. Supera il nastro giallo “don’t cross” sollevandolo; a terra, a tre metri circa di distanza, si scorgono le gambe, la vittima è sdraiata sul ventre, la maglietta è sollevata a metà, è a brandelli, una macchia di sangue si sta ancora allargando attorno al capo, un tatuaggio, una rosa, spicca al centro del fondo schiena appena sopra i glutei, i jeans sono abbassati. Il tatuaggio, una rosa, è piccolo, deve chinarsi per vedere meglio, i contorni sono incisi e di colore nero e il rosso dei petali è denso come il sangue che si sta raggrumando attorno a lei, con gesto rapido le afferra i capelli per guardarla in viso, l’ha fatto mille volte, nemmeno più ha la nausea delle prime volte e poi c’è la sfilata, vuole sbrigarsi, subito non si rende conto, il viso è tumefatto, pensa più alla rosa, può essere un indizio per il riconoscimento visto che non ha documenti, poi la guarda in viso e la vede, finalmente la vede, e i documenti non servono più.                                    E’ una rosa tatuata quella che dovrà portare a sua moglie, altro che un bel fiore, altro che sberle, le gambe vacillano e cade in ginocchio come un fantoccio. E’ tardi, troppo tardi per tutto…la sirena dell’auto tace ma la luce manda lampi violetti ruotando, John è arrivato al capolinea. “Cosa fai lì a terra in ginocchio, alzati!” Il suo collega lo scuote prima a parole, poi lo afferra per la spalla sinistra, lo spinge irritato, ha fretta, John cade in avanti come un sacco e con un tonfo attutito, posa il capo sul corpo della vittima e l’ultima cosa che vede è una rosa.


UN CASO DI COSCIENZA (2017)

 

 La luce viola lampeggia a intermittenza, si scorge da lontano perché il ‘carrugio’ è un serpentone con qualche piccola ondulazione. Giulio sta tornando a casa a piedi dopo aver parcheggiato, è stanco, cammina con le spalle un po’ curve e guarda in basso contando meccanicamente i blocchi di porfido che sta calpestando, una delle sue manie. Alla luce violetta si è affiancata quella giallo arancio di un’ambulanza. Sono lontane, l’auto della polizia e l’ambulanza, ma il riflesso delle luci nel buio di una serataccia fredda e piovigginosa riesce con i suoi riflessi che oscillano come le luci di un albero di Natale ad attirare l’attenzione di Giulio che finalmente alza il capo e focalizza la scena. La distanza è all’incirca di duecento metri, questo realizza, la stanchezza di una giornata di lavoro pesante ancora più del solito, lo frena dall’affrettare il passo, in quel momento non vede l’ora di arrivare a casa, cambiarsi, mangiare qualcosa e riposare. Nessuno lo aspetta, vive solo da oltre dieci anni, da quando la moglie se ne è andata portandosi dietro i due figli allora ragazzini. I lampeggianti sono sempre più invadenti, sempre più vicini, perché lui abita nei pressi e non può far altro che avvicinarsi e realizzare sempre più esattamente quello che sta succedendo. La posizione è tra un noto negozio di profumeria dalle vetrine preziose per lavorazione che si chiudono a guscio la sera e, quasi di fronte, un portone che dà accesso ad una scala Una in marmo, spaziosa e più dolce nel primo tratto per poi arrampicarsi ripida e faticosa fino al quarto e ultimo piano. La conosce bene perché lì ha avuto lo studio fino a pochi mesi prima e quelle scale, con borsa da medico stracolma, Giulio è uno che accumula, le ha percorse per anni. Era comodo lo studio perché era in centro ma scomodo per molti suoi pazienti anziani e, con il passare degli anni, per le sue ginocchia che cominciano a farsi sentire specie nelle serate umide e fredde come questa. “Accidenti a me! Ma nella scala di fronte a quella del mio ormai ex studio abita la famiglia Brugliasco, marito e moglie, ottanta e passa a testa, sposati da oltre 50, senza figli! Stasera sono proprio stanco, i neuroni sono in tilt. Sono anni che li ho in cura, per diverso tempo sono andato a casa loro per praticare una terapia per vena al marito, Antonio, sofferente per una bronchite asmatica cronica che lo aveva portato spesso a chiamare la Guardia Medica se non il 118. Una coppia affiatata, tranquilla, lui un tipo solo un po’ nervoso e irrequieto, anche per colpa del cortisone che doveva assumere per forza. Adesso sta meglio, le nuove terapie per spray che ha imparato ad usare non senza fatica lo hanno reso più autonomo. La moglie, Maria Teresa, è una donna sostanzialmente sana ma confinata in casa soprattutto per la sua mole, l’obesità di chi ha patito la fame durante la seconda guerra mondiale e appena raggiunto un po’ di benessere si è compensato. Sono venuti ad abitare a Chiavari per il clima sperando di far guarire l’asma di lui e si sono sistemati in un appartamentino al primo piano del ‘carrugio’ , un locale angusto, semibuio e con quei dieci scalini di troppo per lei. Le sue ginocchia e la sua schiena si lamentano ogni anno di più e qualche antiinfiammatorio ho dovuto prescriverlo. “Mi dia le punture dottore, quelle belle forti, che bruciano, sono più efficaci. Alle pastiglie non credo!“ Questo era uno dei suoi ritornelli, l’ultima volta solo quindici giorni fa”. “Quando andavo in visita, a domicilio per prendere due piccioni con una fava, erano sempre presenti tutti e due, premurosi uno verso l’altro, una coppia vecchio stampo. Mi aveva sempre incuriosito e fatto sorridere la presenza, in quella che doveva essere una sala, di un armadio in plastica, tipo cerata, con chiusura a cerniera centrale, di quelli che si usano per emergenza nei traslochi e che stava lì da circa dieci anni, divenuto a sua insaputa intoccabile. Mi sono avvicinato, il portone è proprio quello dove abitano al primo piano i Brugliasco. L’ambulanza è appena andata via, l’auto della polizia è ferma con il lampeggiante in funzione ma non me la sento di chiedere, un po’ che sono stanco e un po’ che, con gli anni, sono diventato prudente, impicciarsi con verbali e testimonianze porta una sequela di rogne. Mi accontento di  pensare che, arrivato a casa, telefonerò al Pronto Soccorso per sapere qualcosa. Osservo perplesso le finestre al primo piano illuminate che mettono in evidenza le tendine di filo ricamate e lo squallore di persiane in pessimo stato, più che decadenti quasi cadenti. Antonio è venuto nello studio un mese prima, non lo fa mai, e questo mi ha sorpreso; ancor più la richiesta che mi ha fatto con molta circospezione ma con apparente lucidità. La ricordo bene. – Dottore, vorrei che lei mi promettesse di farmi, se muoio, una di quelle iniezioni che danno morte certa.- Io l’ho guardato stranito ed ho chiesto il perché volesse un atto peraltro deontologicamente inaccettabile ma, comunque sia, fuori da tutti gli schemi. – Non vorrei risvegliarmi nella tomba, ho questo terrore. Me lo può promettere? – Inutile dire che ho declinato pur cercando di rassicurarlo e di capire se avevo di fronte un uomo lucido e, cosa ancora più difficile, che cosa gli passasse per la testa. Antonio, cortese ma fermo, abbottonato più di un cappotto anni sessanta, se ne era andato lasciandomi perplesso. Caso vuole che alla visita successiva in famiglia, programmata, per lenire le sofferenze di Maria Teresa, sempre più immobilizzata in poltrona dal peso e dall’artrosi, anziché alla mia solita ora, per pura casualità, andassi prima del previsto. Era sola. Naturalmente dopo averla visitata e prescritto le solite “punture” con le raccomandazioni di rito di non abusare e così via, – Ma che si può fare d’altro ad una ultraottantenne obesa, che non può fare moto neanche se volesse e che può solo consolarsi con il cibo? -, ho indagato un po’ sul comportamento del marito, che avevo giudicato fino ad allora abbastanza lucido per l’età ma che mi aveva più che sorpreso con una richiesta davvero insolita. Cosa mi ha risposto Maria Teresa? – Antonio è geloso dell’infermiere che viene a farmi le iniezioni, immagina chissà quali tresche, io sono in imbarazzo, è uno che da anni viene e prende poco, sa noi viviamo di due piccole pensioni. Io sono anche in imbarazzo a parlarne con l’interessato. Non ho mai potuto dire niente, visto che Antonio era sempre presente. – Da quanto ha queste idee fisse? Ho chiesto io. – Saranno due o tre mesi, ma subito ho faticato a capire, era nervoso, strano, si dimostrava sgarbato con Giovanni, così si chiama l’infermiere. Lei conosce mio marito, è un uomo mite, tranquillo. Siamo sposati da una vita, mai un litigio.- Non sapevo cosa rispondere. Più che consigliare di evitare le benedette iniezioni e vedere se gli passava la gelosia senile e di tenermi informato se avesse notato qualche altra stranezza in modo da segnalare la faccenda alla Salute Mentale, non ho potuto fare. Sono andato via un po’ preoccupato e addolorato, ormai ero affezionato a questi due vecchi, ero di famiglia, ma quasi, molto quasi a questo punto. Insomma Antonio aveva paura che i due tramassero qualcosa ai suoi danni, temeva probabilmente un avvelenamento, più o meno ben mascherato, e in fondo voleva cautelarsi di non soffrire, se per caso lo avessero dato per morto e così non fosse tanto da trovarsi chiuso in una cassa e risvegliarsi quando nessuno avrebbe potuto dargli aiuto. Arrivato a casa ho telefonato al Pronto. Prima di avere notizie ho dovuto attendere a lungo. Poi sono riuscito a parlare con un collega che mi conosce e, qualificatomi come medico curante, sono finalmente riuscito ad avere qualche notizia. Antonio è ricoverato per una crisi d’asma in Pneumologia. Maria Teresa è in Osservazione perché sembra colpita da un ictus, non riesce a parlare, anche se ancora non hanno compreso se si tratta di shock o di ischemia cerebrale. Quello che è più grave è Giovanni che è finito giù per le scale battendo il capo, pensano che abbia avuto un malore, è un uomo sui sessanta e passa, iperteso con un leggero diabete, ha un trauma cranico e, prima di perdere conoscenza, pare abbia detto: “Antonio, stai scherzando?” Adesso il problema è anche mio. Sono o no il medico curante!? E il segreto professionale? E poi chi può imputare un vecchio in preda a deliri senili. Ho riattaccato, ho un peso sul cuore. Un peso come un macigno, domani decido che fare, ma questa notte sarà lunga, molto lunga, da passare.


LA LEGGENDA DELL’ALBERO MISTERIOSO

 

C’era una volta un albero di mele che produceva frutti tondi, grandi e con le bucce lisce, come le mele appunto; un bel giorno il vento, chissà da dove e chissà perché, portò il seme di un albero sconosciuto, il seme attecchì e, vicino al melo, crebbe un albero che divenne sempre più grande finché, finalmente, nella curiosità generale, dai fiori crebbero frutti.                                                        – Cosa saranno mai ? Diceva la gente curiosa e un poco impaurita vedendo dei frutti sconosciuti con bucce strane, ruvide e quasi pungenti. – Cosa sarà questa novità?                                                                                                                                    Diceva il melo che ebbe la ventura di vedersi crescere accanto questo sconosciuto. I frutti caddero ma nessuno ebbe il coraggio di assaggiarli, marcirono e la terra li inghiottì. Soltanto un roditore, incauto o più ardimentoso degli altri, ne portò qualcuno nella sua tana per pura curiosità ed essendo la tana asciutta e riparata ogni frutto si conservò. Dovete sapere che il roditore aveva anche una riserva, quasi una collezione, di mele di varia foggia e colore ma tutte belle, lisce e lucenti. Non conosceva altro frutto che le mele.                                 L’inverno fu particolarmente duro quell’anno e la sua famigliola, peraltro numerosa ed esigente, finì per mangiarsele quasi tutte; un bel giorno si accorsero che ne restava una sola, l’ultima, ma la primavera tardava, il gelo e il vento non permettevano di uscire a cercare cibo né, in quelle condizioni, si poteva sperare di trovare là fuori qualcosa di buono. Preoccupato, il roditore capo famiglia pensava e pregava e scrutava ogni mattina il cielo, purtroppo sempre grigio e gelido, finché, la necessità aguzza l’ingegno, si ricordò di quei frutti strani messi da parte e dimenticati. Prese coraggio, ne annusò uno, lo morsicò con circospezione, ne inghiottì un piccolo morso, aspettò almeno un’ora (forse gli sembrò un’ora per la tensione) temendo qualche tremendo dolore alla pancia, ma nulla di tutto questo accadde. Riassaggiò il frutto, era dolce con un fondo aspretto ma gradevole. Chiamò allora la famigliola, divise il frutto in tante piccole parti, diede la razione a ciascuno e così via ogni giorno fino a che – aveva davanti l’ultimo frutto – una mattina il cielo si mostrò diverso, il sole più ardito e l’aria carica di attese, stava iniziando la primavera. Ringraziò insieme ai suoi cari la sorte che lo aveva salvato e, avendo raccolto, previdente, tutti i semini dei frutti consumati, si diede da fare per piantarli a uno a uno.     Ne conservò alcuni in una piccola ghianda in un nascondiglio sicuro della sua tana, non si sa mai. Ve la faccio breve: ora, a distanza di anni, i prati verdi di quella terra dove vivono i bisnipoti di quel roditore sono ricoperti di tante e tante piante nate da quei semi e si narrano leggende spesso così incredibili che anche i più piccoli stentano a crederci. Vi domanderete di che pianta si trattasse e come si chiamassero o venissero chiamati i frutti; questo io lo so ma non lo dico, non per dispetto o perfidia ma per continuare il racconto magari un’altra volta e un’altra ancora finché non vi sarete tutti addormentati. In realtà già da un pezzo il silenzio la sta facendo da padrone, la mia voce è sempre più nitida e sola, state tutti dormendo di già… anch’io tacerò e senza fare rumore cercherò chi mi racconti una favola per farmi addormentare, una favola che mi piaccia, mi accontento di poco, – mica voglio la luna! – ci sarebbe, per esempio, quella che narra del seme di una pianta dai frutti sconosciuti che un giorno inaspettatamente il vento portò…


 

PROFUMO DI LIMONI (inedita)

 

Accecato da profumo di limoni                                                                                                                                                 

 oltre la luce

otre il muro a secco

Il mare illumina lo sguardo

mare negli occhi e cielo

mare dentro

 

il silenzio risacca di pensieri

dolci e lievi come gocce di miele                                                                                                             

  – inquieta il vento un ramo

di viburno -

alita sopra le speranze illuse.

 

Aria liquida come l’ultimo sogno

Profuma di ginestra a primavera.