Lucia Arsì - Poesie

Afrodite, bella e giusta

 

 

Comprensibile ma imperdonabile è l’uomo 

che disconosce gli eterni Invisibili 

(paradigmi entro cui si snoda l’esistenza umana). 

E l’uomo Anchise, incolpevolmente errante,

 paga, 

incolpevolmente colpevole di aver guardato 

la dea della bellezza Afrodite nudata,

e per aver inficiato l’Amore, il Silenzio, la Fiducia. 

Ha reso vacillante il legame comunitario 

che stabilizza ogni società. 

 

 

 

“Ti chiedo perdono…”, e il respiro piagato di lui conferma.

“Quale esecrabile peccato? Nel mio libro leggo altro. Comprendere, al di là del bene e del male. Comprendere che l’errore è dell’uomo.” 

Tali pensieri rincorrono lei, che ha subìto l’ennesimo torto.

La lettura di lei, umana troppo umana, non esamina la regola, quella che trascende l’umano: il consenso alla dea dell’amore.

Totalmente umana è la celestiale saggezza, la comprensione di lei.

 

Lei, umana, freme. Di dolore. Di rabbia. Disistima di sé.

…ecco, le corde vibrano, destano il pensiero ed esso bussa, s’intrufola là ove casse serbano blocchi di niente e di tutto, custodi dell’immateria, così pregnante da valere per sempre.

E già scivola, lenta ma nitida, l’immagine….

…è più bella che mai, ancora più radiosa, l’amica dell’oro, Afrodite, e si dirige alla grotta. Una forza (è il potere di Zeus che opera la solita vendetta) la spinge da lui. Una dea e un uomo. Connubio imperfetto. 

“Afrodite macchiata…eviterà di vantarsi.” Così Zeus.

Sul monte Ida. Lì pascola il gregge, bello come un dio, un pecoraio, Anchise. E, mentre il gregge riposa, stanco e solo, pizzica la cetra e vola.

Fato, necessità? Un ragno tesse la tela e Anchise sconosce tale ordito. Oserà, lui innocente, un rapporto singolare e pagherà il fio.

A Pafo, Afrodite, l’amica del riso, si sofferma. Le Grazie la lavano, la lucidano, la imbellettano e si dirige, non deflorata, nella grotta, in alto, sul monte Ida, e lì lupi, leoni, orsi, ammaliati dal suo cinto d’oro, scodinzolando freneticamente, giacciono con le damme. 

Tutto si empie dell’odore di lei. L’amica dell’oro appare ad Anchise. Sbigottito di tanto fascino. Ammira l’aspetto, la statura, le vesti. 

“Anche se me lo dicesse Ares in persona, io non ti lascerei andare…” così mormora a Lei, già totalmente ammaliato. Dopo avere assimilato però l’inganno, la bugia, chiave d’ingresso. 

“Sono una vergine, – graziosamente dice la dea della bellezza – della terra di Frigia. Giunse il messaggero degli dei, io danzavo fra il coro di Artemide e mi impose uno sposo troiano, m’impose le nozze con te, Anchise. Conoscere tua madre desidero, tuo padre e recare notizia ai miei, che invieranno dote e doni per le nozze…” . Solamente per ritardare l’approccio e infuocare i sensi di lui.

 Eh…sì….l’effetto è immediato. 

Un desiderio acre stuzzica il capraio, lo punge sì da non potere attendere oltre e la adagia sul letto, la libera dalle collane, spille, le scioglie la chioma e, come la Sorte ha già sentenziato, giace con lei, si nutre di lei.

Quando l’Aurora dalle rosee guance invoglia i montanari a condurre al pascolo il gregge, la Fulgida appare, divina, ad Anchise.

Terrore coniugato a brivido s’impossessano di lui.

Sa che non è dato ad un mortale ammirare la nudità di una dea e ancor meno giacere con lei. Pena la vita. E implora pietà. 

E Afrodite? Lesta a confortarlo, calmarlo. La salvezza di lui solamente se tacerà. La Bellezza non consente al fedifrago.

Ma il silenzio, il Silenzio alberga nel cuore degli uomini? 

Esageratamente debole l’uomo. Sopraffatto e inevitabilmente annientato. 

Da chi? Un dio opera, ma i connotati strani, diresti negativi, se la scala è quella di norma.

Quel demone opera su Anchise, latente, malvagio e Anchise tradisce la luce, ottenebra la bellezza. 

Intacca il sacro. La bellezza della fedeltà. La luce dell’amore.

 Un giorno, Krono lento si muove e malinconico e lascia scivolare i granelli che segnano il ritmo, un amico osa “La figlia di tal dei tali è più bella di Afrodite in persona…”. 

Anchise non gli permette il confronto. Ammette di averle conosciute entrambe. La più bella è senza ombra di dubbio la Divina.

E decreta la sua fine. Schiantato dal potere, da Zeus che non ammette deroga. Zeus non permette. L’amore è sacro. Il giuramento è sacro. E acceca Anchise. D’ora innanzi il capraio vedrà meglio. La visione sarà più nitida perché interiore, fonda. 

 

Un attimo e ripone le immagini. Ben conservate entro il cassetto e torna. Torna al suo tempo. Alle circostanze insidiose, all’inevitabile dis-velo delle forze che s’intrufolano dentro e rammemora… 

…la sua mano scivolava sulla sua guancia. Morbida, un po’ timida per non sciupare, non deturpare e intanto gli occhi immaginavano e la bocca dava fiato a quel desiderio nascosto.

“Sei bellissima…”, il lui e null’altro.

Però…cosa s’annida dentro fuori a destra a manca? Cos’è ciò che depista, pur nolenti noi, pur pregni d’una gioia intima? 

Sì, s’annida la forza oscura, contraria e quel buio inevitabilmente si fa strada e esplode. Deve. Spinto da chi? Demone insidioso! Quanta irruenza!  Sempre pronto. Presente anche non invocato. Il solo che mai richiesto e disponibile a darsi e trionfa e distrugge.

Si avvicina l’altra e con quell’ansia che significa il tormento per ciò che non ha e vorrebbe, lo circuisce e lui s’abbandona. Lui anzi pretende. A lui spetta tutto. Quella è “cosa” e di lei si sente il padrone. Il potere sugli altri. Quel potere decreta la sua fine. Deturpa la bellezza di un incontro con l’Amore, con la bellezza.  

Zeus acceca Anchise, il Potere priva il lui della felicità.

 

I piedi toccano terra. E lei continua a non rispondere. 

Non può rispondere “Sì, ti perdono.” 

Può soffrire solamente. Sentire la debolezza dell’esserci, e qui, nel borgo assolato, avvertire, toccare la precaria ambivalenza dei corpi animati. Umani, troppo umani. 

Viluppata dall’umano, Ella avverte l’eterno umano errore, segno dello spirito di ogni Tempo e noi tutti figli della colpa, figli incolpevoli.


Medea

 

 

  • Mito

 

 

Medea, figlia del re della Colchide Eeta e nipote di Helios, s’innamora dello straniero Giasone, giunto insieme agli Argonauti per riprendersi il vello d’oro. Lo avrà però se supererà alcune prove di forza, sostiene Eeta. E Medea, sapiente nelle arti magiche, aiuta l’uomo a superare le difficili prove. La fanciulla non può rimanere in patria e fugge con lui, e uccide il fratello Absirto durante l’inseguimento. A Corinto però la scena muta. Il greco, razionale e tornacontista, intende sposare la figlia del re Creonte, abbandonando Medea nella cupa disperazione. Medea, esule, sola e abbandonata non sopporta l’offesa e medita la vendetta. Ottiene dal re Creonte, che intende esiliarla, un lasso di tempo esiguo ma sufficiente per ordire e compiere il misfatto: uccidere la sposa e il padre della sposa. Realizza il suo piano. Poi uccide anche i figli perché non cadano nelle mani dei nemici; in verità per punire nel modo più atroce un uomo amechanos e un marito irrispettoso della fedeltà in amore.

 

 

  • Racconto

 

 

“Ti distruggo…”

E lui di rimando, il tono fondo, “Perché?”

Nessuna risposta.

Quali le sillabe! Quali suoni a denunciare!…

…immagina…occhi sgranati, mani tese e, se alle spalle briganti ti inseguono per il borsello o la vita (il dubbio, quello è il vero tarlo), le pupille guazzano su onde scatenate. 

Oh! E se si riuscisse ad impastare e rendere codificabili i fremiti storpi? E chi? La donna. La donna sa e sapientemente avverte. La donna è una figura. Inevitabilmente solare. Inevitabilmente al limite, là, dove il sole scompare ad occhio umano (sì, inevitabilmente nell’umano tutto questo accade), al limite, ove l’ombra s’insinua e agguanta. Figura speculare. Su di lei si proietta. Cosa? No, non è possibile coniugare i fremiti, ora smembrarli. E’ concesso solamente appropriarsi e delineare figure, mitiche figure che altri hanno datato e nominato. E torna la figura di lei, della donna, della vendicatrice, della primigenia, la madre delle madri. La Potnia insegna alle donne a castrare l’uomo, se agita la sua innata violenza.

I sospiri di entrambi, al telefono, un sabato di un settembre anonimo, pregno di lacrime umane, saporano di diverso. 

La paura di lui, la perfidia di lei. All’erta i sensi di entrambi. La necessità di un approccio. La stanchezza di una snervante attesa. Il compimento. A seguito di una serrata consapevolezza: il non-essere-distanti.

Un attimo di profonda complicità, uno scorrere di guance, sfregate e un legame indissolubile. Una rete tessuta di odori, di battiti, di intrecci, di energia, su cui s’insinuano serpi, aquile, formiche, si aprono nodi e si ricuciono strappi, per incanto, forse per necessità. 

Di fatto si apre un mondo, in cui il pensiero è accessorio e il respiro attinge lena, consapevole di sé.

E’ in interiori homine, nel fondo del nostro essere carnali che vivono gli immortali. Mai fuori di noi. 

E il demone del male, l’immortale mortale, a gambe divaricate, sentenzia: Ti distruggo…se mi fai del male. E lo fa per bocca di lei, quel fatidico giorno, quando il “lui” non osa, forse non sa, forse non può, impegnare se stesso. Difesa banale, se banale è il gioco e le corde non vibrano. 

Eh sì…la donna e la sua perfidia, tanta quanta la sua debolezza nel concedere tutta se stessa.

Quale dea si agita dentro, quale forza spinge una donna a porsi al di sopra dell’energico maschio?

Un attimo…e la figura di Medea si pianta.

“Sono lei, ogni donna fra di sé.

  No, a lei simile. Tutte le donne simili alla figura primigenia, perché primigenie le forze, allorché gli accadimenti similmente tornano.

Che maschio insensato, quel Giasone! Eroe, buon compagno di viaggio, amico fedele. E l’amore? 

Solamente un mezzo lei, Medea, giovane e spontanea fanciulla, che, con la sua maliarda energia, gli concede gloria e vigore giovanile, lo sazia di vita, lo salva e lui continua a non comprendere. 

Eroe di una stagione, mai uomo per sempre. Ingordo di potere. 

L’amore…un numero esiguo di uomini, i graziati, affinati i sensi e vibranti, si abbandonano alle sferzate.

I più girono attorno e cercano cercano un ammiccamento, uno stratagemma e cercano fuori, paventando di sentirlo dentro. Pavidi, inetti, deboli. Temono il dolore e allontanano Cupido.

“Convolo a nozze con la figlia del re…tutti tranquilli, bene accasati… e per te prestigio, ricchezza e figli in comune.”

E’ la proposta di lui.

  E Medea di rimando “…ed anche il letto…”, intanto prega, grida, piange.

Troppo poco se misurato con l’intensità delle forze che si colorano dentro di uno smalto non più lucente, quello che una volta la indusse ad abbandonare il padre a ad uccidere il fratello e solo per l’intensità d’una forza che ordinava di serrarsi, con legame indissolubile, all’altra sua metà.

In gioco la sua esistenza.

Che forza, veramente virile quella di Hera!

In un passo omerico leggiamo di Zeus “Lo sposo della Regina…” 

“Senza di lei?, è giusto chiedersi. Senza la “Donna” solamente svolazzanti avventure.  Mai la pienezza.

Ora deserto nell’animo di Medea, ove erbe s’afflosciano e grigie foschie e malinconici soffi frusciano e ledono.

Assassina, lei oramai Male, matricida e potrebbe essere ogni nefasto demone; sì, donna fino in fondo, per istinto, innato marchio che il dio Kronos ha regalato, dio smembrante e divoratore, lui il per sempre, il ritenuto saggio. E lei Medea, non può cedere al sopruso di lui e si ribella, anche lei kronide smembrante, divoratrice, ribelle. 

Il tragico in assoluto. Male dal solido rizoma. Necessità esistenziale.

Mai trascurare le dee, pronte ad annientarci. Mai disconoscere il valore eterno dei travagli, che si datano con la specie umana.

 

Le ore, i giorni, i mesi insistono sugli uomini che tendono a gozzovigliare. E lo fanno con superflua ovvietà.

Capita a tutti, capita al “lui”.

Un gioco. Una telefonata e l’altra è lì, disponibile, come lo è stata sempre, ad ogni richiamo.

Una mano sconfina sui fianchi d’un corpo che dà e nulla riceve, l’altra mano di lui afferra le dita, le induce là, sul suo senso, per sondare…l’intensità…ma quale intensità se la mente è altrove, a pezzi scorre su arroventati carboni che già urlano violenza e tanta paura?

Un sensuale richiamo alla sfrenata sessualità e…ha già decretato la sua fine.

E lei? La Donna, impietrita al cospetto di tanta vacua crudeltà?

Lei, con estrema lentezza, sbuffa una catena di inesistenti composti, di sillabe ovviamente.

Lei, fa scivolare il nero mantello, in segno di lutto, di fine.

Lei, spolvera con la mano l’aria inquinata e va.

E lui? 

Cumuli di attimi. Pesanti come fascine che rompono i dorsi, se la mala sorte regala miseria, in una casa dove bocche infantili reclamano cibo.

Cumuli di ininterrotta mancanza di…sospensione verso…pesantezza per…

…e il “lui” non userà mai più quell’organo che sa penetrare, solamente se l’altra parte di sé é d’accordo.


 

Aretusa

 

  1. Mito

 

Stanca tornava nel bosco Stinfalio la ninfa Aretusa. Un giorno assolato. Giunta presso un corso d’acqua, placido e silenzioso e trasparente sì da potersi contare i ciottoli in fondo, si sveste e vi s’immerge, guizzando e allungando le braccia per far sprizzare tutt’intorno le gocce azzurre. Ecco… un mormorìo la turba e corre verso l’orlo della fonte. “Dove corri, Aretusa?, mormora dai suoi flutti l’Alfeo. Aretusa, atterrita, inizia la lunga corsa, e Alfeo la insegue, avvezzo a correre, conoscitore di quei luoghi. E quando Aretusa s’avvede che un’ombra lunga la precede e ode un suono di passi e sente l’anelito della bocca che soffia sulle bende che avvolgono la  chioma, implora la dea Artemide, e urla perché venga in suo aiuto. E la dea consente e fa cadere sulla ninfa una densa nube. Intanto il fiume Alfeo, ignaro di dove la ninfa si trovi, va gironzolando. Si blocca, osserva la nube, si posa a far di guardia. Intanto Aretusa, come imprigionata, non osa muoversi, teme di essere scoperta e trema di paura al punto che tutto il suo corpo si trasforma in piccole gocce. Ecco…ora Aretusa è acqua. Ma chi non riconosce l’oggetto del proprio amore? E Alfeo sente che quelle sono le acque amate e, deposto l’aspetto umano, si trasmuta nelle sue acque. Aretusa è sconvolta e prega prega. La dea Artemide ode, ha compassione della sua ninfa, apre il terreno e lascia che Aretusa sprofondi sotto terra per riemergere in Ortigia. Ed è fonte, la fonte Aretusa, in Ortigia. 

E’ il racconto di Ovidio.

 

  1. 2. Racconto

 

Nell’Uni-verso, dai più contestato perché pensato tale, il di-verso funziona da attributo o da condicio sine qua non? 

Vitale la riflessione, per scansare il pantano socio-politico, morale, intimo. Vitale in-verare la cultura. Privi di contenitori, viviamo (è solo un dire…) paralizzati. 

Indico la via: ritorno alle Radici. Nel tentativo di ri-animarmi, rivisito il mito, che svela i molteplici itinerari del mondo psichico. La geografia dell’inconscio si situa nella Grecia mitica, politeistica, chiaramente trans-territoriale, per il fatto che i mitologemi rivelano pulsioni e complessi connaturati e trans-generazionali. 

Armata di una forza, che è consapevolezza di stare con le punte su una vetta, sballottata da Eolo e carezzata da Zefiro, preda di una voragine che annienta, solo che le corde si allentino e la Mente non intenda allearsi con l’Anima, sciolta, scompagnata, re-inizio il cammino.

Re-inizio allo stesso modo dell’Aurora. Il suo tornare continuamente è un monito, una puntura vitaminica. Sorvola, ancora assonnata, spandendo il rosso stemprato. I più non s’avvedono. Quella immane deità sbircia la maldestra mano dell’uomo che, quando cala senza stupore, tende all’Utile, interrompendo l’intesa colla Natura. 

Io la miro. Sto coi gomiti premuti sull’inferriata. Le spalle ricurve a stento sorreggono il capo. La visione è mirabile: Aretusa e Ionio, con la fantasia Alfeo. Mi sforzo. Inutilmente. Non affiora la mia immagine.

L’acqua è torbida e non perchè contaminata dal sangue delle vittime delle gare olimpiche (così Ibico), ma dall’egoica pulsione di autodistruzione, che la Comodità ha sancito. 

“Aretusa è bella e le sue acque spiccano sulle pietruzze…e sono d’argento…”. Così Luciano di Samosata. 

E su quelle originarie acque proietto la mia figura e tento di vedere…

Aretusa, l’essere in germoglio, nuvola bianca, i capelli annodati da delfini, che dicono di spazi oceanici, soffia alla mia mente “il nocciolo” da cui si snoda la plurivalente complessità del Reale. Sposto lo sguardo e osservo la mia Fonte. Voglio scoprire perchè l’acqua fluisce stentatamente e talvolta sa di rancido. Torno all’indi mi nega la luce. Un brivido storce le membra. Ho paura…degli animali…dell’uomo…Strano!!…Io, agli occhi di chi mi guarda, appaio macigno forte, irremovibile. 

Affiora un’immagine. Vedo la coppia Aretusa e Pan. Il caprone peloso e fremente (così Platone nel Cratilo) si mostra completo nel suo essere. Rozzo, sporco, turgidamente eretto nelle parti inferiori, fondamentalmente istintuale, rivela, nello sguardo intenso e ambiguo, la profondità dell’elevazione spirituale. Pan e Aretusa: l’istinto ridimensionato dalla vergogna. Istinto e vergogna componenti archetipi. La coppia archetipica mi ha immaginato. La Naiade e Pan si inabissano nei fondi meati, dirigono l’acqua nei solchi impermeabili, la colgono quando Urano la cede alla Grande Madre. Lo scroscio dell’acqua accompagna il fragore del tuono e lo scintillio del fulmine. 

E ho paura. L’altro può farmi del male e sono indifesa. Eppure al passaggio di Pan le belve si ammansiscono. Da buon pastore dirige il pascolo, i docili animaletti s’imbucano, gli arbusti tenaci sfidano i soffi. Accanto a Pan vedo Selene. Lo sovrasta colla sua luce ambigua e avvolgente. A chi la ammira offre l’umida rugiada, regola il flusso, illumina le caverne fonde colla sua torcia. Enigmatica Selene, naturale complice dell’innamorato tormentato dal dubbio. 

C’è Eufeme. E’ lei che fa vibrare le sillabe, prima tartagliate. 

E Siringa, la ninfa prediletta, offre la canna. I rumori si mutano in canti e Pan danza e canta al ritmo di note malinconiche. 

E’ un prodigio. La Natura, imperfetta, sgrammaticata, informe, si anima, si muove seguendo il ritmo del suo respiro. 

Chi può cogliere i battiti del pensiero fremente? Sicuramente chi sente le di-verse fratture. Solo poi l’armonia. 

E non voglio che Pan, dentro e fuori di me, muoia. E’ indispensabile. Vibro quando la paura mi attanaglia, e, in cospetto del numinoso, rinasco più intensamente. E seppellisco il prima che è meno al confronto del poi. Accettando Pan, accetto il “pavor”. 

Pan e le ninfe: un di-verso che mi rimanda al Volto del Dio, da me tanto cercato.

“Erotikòn tò pràgma estì…è una faccenda d’amore…”. Nel dialogo greco di Luciano, Alfeo appare innamorato pazzo, follemente desideroso di raggiungere l’amata. 

Storici e poeti greci e latini hanno molto fantasticato, variando qualche ingrediente. Non ultimo Shelley, che così si esprime:

“Aretusa balzò / dal suo giaciglio di neve / …allora l’audace Alfeo / dal suo freddo ghiacciaio / le montagne colpì col suo tridente / …oh!…salvami!…guidami…/ e ordina agli abissi di nascondermi / poich’egli, omai, mi afferra pei capelli!”. 

Aretusa fugge, Alfeo rincorre…

Io lo vedo così…

Potente nelle facoltà razionali, ostinato e duttile, anima completa del virile e del femminile tanto quanto basti a smussare spigoli e fornirlo di ali, Alfeo è rotto dentro. Da sempre ha lottato contro le forze della Natura, quella parte della Natura malefica, che insidia e toglie.

Rare volte scivola tranquillamente, lui tranquillo, nel suo alveo ben disposto. Fondamentalmente integro, nonostante il sudiciume, Alfeo scava nel profondo, salta gli argini e riaffiora, lambendo terre obliate. E’ stanco. E per di più le frecce di Cupido hanno lacerato l’anima. E la mente, una volta certa del dove e del quantum, sessualizzata dal fuoco intimo, attanagliata dai “se” e dai “ma”, torna indietro. E’ lotta. Psiche e Amore: la coppia archetipica: morte e rinascita. Se Amore è assente, la mente rimane vergine. Senza Amore, all’uomo nessuna possibilità di copularsi col divino, la possibilità invero della tragica linearità. E’ necessario che Alfeo porti ordine. E scende nel mondo ctonio. Lì la risposta. Deve seppellire il prima, per ri-animarsi. Deve scendere in profondità, perché l’anima diventi coscienza della vita, del destino, della morte. Nella profondità non verticale, affidato a Proserpina, in una scatoletta, il tesoro della verità. Così Apuleio. 

Anche Enea visita il mondo degli inferi. L’impero romano ha radici salde e profonde. L’aquila romana guarda il reale e il latente. 

E Alfeo supera l’ennesima e ultima prova. Non raggiungerà mai Aretusa. 

Ella gli ha dato tanto, senza concedergli nulla. Gli ha profilato l’enigmaticità del vivere, la latenza del conoscere, la necessaria centroversione per la vitale estroversione, la certezza del dubbio, il preambolo dell’amore, la magnifica speranza. Non importa raggiungere l’unicum, importa avere coscienza del suo esistere, dato che le di-verse tappe confermano. Aretusa (l’amore per intenderci) si rivela pura salvezza. Dall’etereo connubio, nasce il “piacere”: la Voluptas della conoscenza. 

I fotogrammi si interrompono. 

Nel recinto “sacro” dell’amore, c’è speranza di salvezza.   



Er, il destino

 

 

  1. Mito

 

Il soldato panfilio Er, morto in battaglia, nel momento in cui sta per essere posto sulla pira, torna in vita e racconta ciò che  ha visto nel mondo di là: le anime, dopo la morte, arrivano in un luogo mirabile, in cui due voragini contigue immettono sotto terra e due di rimpetto al cielo. Al centro i giudici che inviano i giusti a destra in alto e gli ingiusti a sinistra in basso, in un viaggio di mille anni, carico di pene o di delizie. Scontata la pena, le anime si dirigono nel luogo ove si trovano le Moire. Un araldo prende dalle ginocchia di Lachesi  sorti e modelli di vite e le scaglia, invitando le anime a scegliere. Scelte le vite, le anime si recano da Lachesi che affida un daimon, come custode della vita e responsabile della sorte prescelta. Questi conduce l’anima da Cloto per la conferma del destino e poi da Atropo che rende irreversibile il destino filato. Senza voltarsi le anime passano sotto il trono di Ananke e si recano nella pianura di Lete. Già sera si attendano presso il fiume Amelete e bevono l’acqua che farà loro dimenticare tutto. Messi a dormire e fatta mezzanotte, scoppia un tuono e un terremoto e tutti sono trascinati alla nascita.

E’il racconto di Platone.

 

 

2.Racconto

 

E’ un pomeriggio aggredito dai raggi. Il calore soffoca. Oltre la norma. Oltre la norma ed è errore, inevitabilmente. E nell’errore la spinta. Dove?…una casetta, minuscola e linda. Un novantenne, lì. Accanto una giovane figlia. Le braccia di lei contengono il corpo del padre, oramai insecchito. Diresti un ramo consunto dal mal secco. Un ramo…un tempo…foglie nutrite da linfa, ora verdi poi… senti il tonfo della caduta e nuovamente ri-tornano e la zagara bianca come una palla di neve e poi…schiantato dal Tempo impietoso, frustato dalla mancanza, privo degli umori della terra, quel ramo sradicato. 

Ella accoglie sul petto il capo del vecchio, un tempo tondeggiante e birbante. Ora palpebre socchiuse, occhi vaganti e spenti al senso del qui. Le labbra tumefatte dai batteri e che importa?…non servono a lui, assente al richiamo del cibo, della voce. Non intende. Ha rotto con il senno. Nullo il gesto che segnala il volere. Il cuore pulsa, tremano le labbra e il delirio prima fioco “…un odore…sento un odore…antico…strano…bello…”. Lo sproloquio diventa ardito “…sento… l’odore di lei…  della mamma…tu sei la mamma…”.

Il fiato condensa il suo profondo sentire. Cacciata  via la ragione, quella che disgiunge. Il vecchio interamente abitato dalle percezioni primarie, mai tradite, mai abbandonate. Seppellite in anfratti mentali che solo l’olfatto di un bimbo riesce a disseppellire. E si riappropria dell’odore della sua mamma, che non vede da ottantatre anni. Ora la voce del padre morente diventa querula. “Corri…corri…presto…- un tale urla e gesticola e mi indirizza lungo la battigia – …vai…corri…é sulla riva”. L’ uomo-puer – rosse le guance per l’emozione del rivissuto – prosegue. “Io corro…sai…veloce…sono lesto e lei, la mia mamma  là…stesa sul bagnasciuga…c’é un lenzuolo bianco sul corpo e…mi avvicino e lei non mi parla ..non mi guarda…non mi risponde…non può…è rigida…assente…”. Serra le labbra e si rannicchia sul petto della figlia e su quella morbidezza, carezzato dalla tenerezza, ammaliato dalla sicurezza, il vecchio –bimbo riposa. 

La figlia è la mamma. In quell’attimo il tempo aionico. E quando accade, assapori attimi di eternità, di memoria del sangue, del perduto che sa ritornare, del mare che ha tolto e ridona, della voluttà che è piacere non mirato. Quando accade, sei nella grazia di Dio, perché partecipi del mistero che sei e non sei. Sei nella totalità e non hai coscienza. Quando c’è l’eternità non ci sei tu, e quando ci sei non c’è l’eternità.

Questo respiro eterno, che ha avuto la meglio sull’egocentrismo, svolazza e potresti ri-conoscerlo nel viso tumefatto del vecchio. Respiro che è il sigillo della vita di ognuno, e tale sigillo chiamiamo Anima. 

 

L’anima?…lasciamo ad Er, il soldato panfilio, il difficile compito di riferire le cose di lì, dire dell’anima…

“ Trascorso il tempo stabilito, le anime giungono dall’alto, dal basso e si incontrano e riferiscono e gioiscono e fremono. Scontato il fio, é tempo di tornare sulla terra. Ecco…un araldo getta tanti “kléroi”. L’anima  sceglie il kleros ( destino, pezzo di terra, immagine della vita?) e si avvia da Lachesi, una parte del destino, che le affida il daimon (angelo custode ), compagno utile a rammemorare. Poi Cloto fila gli eventi e Atropo li rende irreversibili. Passa infine, senza voltarsi, sotto Ananghe, che le imprime la forza della Necessità…”.

Le Moire hanno filato il destino, dall’anima liberamente scelto.

E noi? Noi liberi e necessitati. Strozzati da una forza più forte della nostra volontà. Eppure forza che nasce con noi, si alimenta dentro di noi e ci spiace di averla nutrita, quando rivela l’efferatezza. Ospite gradita, quando ci accompagna nel bosco umbratile e lascia intravedere la luce. 

 

La figlia continua ad accarezzare il viso consunto del vecchio, un attimo prima sorriso di bimbo che tocca l’Eterno coniugato con il Tempo. E sulle sue rotaie corre la memoria e sosta ove le luci delle stazioni abbagliano maggiormente. 

Incidono gli eventi, quelli strani, paradossali…. 

…scende dal treno una ragazza. Tredici anni. Studentessa accorta. Compagni fedeli i libri, in un ambiente in cui la carta stampata non è di norma.

“Figlia mia, è destino… accade perché voluto dal destino…La poggiatura della voce strana. Gli occhi fissi. Non è la mamma che prepara il budino quando la bimba a letto per la temperatura elevata e il latte e il cacao e l’amido e i biscotti e la bimba risorge. Quando la mamma chiosa il discorrere quotidiano con quella lapidaria sentenza, ella si rivela altra. In lei la Parola lapidaria.  Il destino aleggia in casa come un estraneo. Si piazza e impone il diktat. E sempre tutti bloccati dall’imponderabile, dall’inconoscibile. Non ci si ribella. E lei, la mamma orfana, nutrita di preghiere a stomaco vuoto, alza la testa, spalanca gli occhioni speciali e canta e il tema rimane lo stesso “E’ destino… 

 

Un giorno triste… torna la scolara tredicenne, torna a casa. La camera da letto invasa dall’enorme telaio. Al centro, su una seggiola dalla spalliera emergente e filigranata, la sorella, parecchia la differenza d’età. Il pollice e l’indice sinistro a strofinarsi su un ago minuscolo. Il medio incappucciato da un ditale argenteo. Il filo, luccicante e sottile, lì. E sui braccioli della poltroncina, un panno lindo. Le mani della ricamatrice eternamente umide di sudore. Il ricamo floreale sulla balza del lenzuolo di lino sancisce l’entità della dote. E il rito di preparazione si svolge senza tregua. 

Quel giorno…gli occhi neri non si sollevano dal telaio. Pungono con forza il lino d’accordo con l’ago e attendono…ecco…la voce della mamma, rivolta all’allora tredicenne.“ I tuoi libri…in una cassa…a mare…non li vedrai più…così ha deciso tuo padre…”, e la voce è carica di lacrime.

Il misfatto? …una passeggiata con un giovane…non si poteva…non si doveva…

Quale il senso?  C’è senso nel distruggere i libri? Manca il senso. Rimane l’errore. Necessario per imprimere forza agli eventi. 

“ Senza divorare le parole entro i libri stampate? E la gara di storia? E i compagni a chiedermi lumi? E come soffocare la curiosità galoppante?, quegli interrogativi sferzano la mente e provocano un dolore lancinante; intanto l’angoscia agguanta perché s’affioca la luce che accompagna giorni algidi ad altri calorosi. 

Avverte, la tredicenne, la mancanza. Anzi sente un richiamo. Forte la  chiamata. Affina l’udito…quei libri le mancano e i giorni diventano inutili. 

 

I giorni a venire non la salutano. Forse è lei che si nega. Non importa. Ha bloccato le imposte e se ne sta accovacciata sul lettuccio e le mani graffiano la parete, che perde lo smalto. Il viaggio, anzi la danza nel labirinto delle immagini, è movimento di salvataggio, per non finire del tutto. Le ombre sono dolenti e insecchite. Sono pesanti e claudicanti. Così le cose e le persone che le stanno attorno. E sono più buie di una notte d’inverno.

Poi…inevitabilmente il nostos, il viaggio di ritorno alla vita, in virtù della perdita; il risveglio dopo la notte profonda. 

Si può non rispondere alla chiamata? A quella forza che pesa quintali e ti obbliga a fare a dire al di là delle normali possibilità? Da dove viene? Quale dio ha sancito il predominio su di te?.

L’angelo bussa forte e non puoi non comprendere le emozioni dell’anima e non rispondi responsabilmente ai dettami di fuori e ubbidisci al tuo profondo sentire.

 

Quella tredicenne oggi è un’accorta quarantenne. 

Quanta tenerezza visita la figlia! E lei accoglie fra le braccia il corpo esanime del vecchio padre! 

La diresti un mantello imbottito delle piume di Fiducia e Pietà e Amore verso il padre, ora tornato all’origine e per sempre…; potresti toccarla, imbottita di Gratitudine verso il suo mentore, indefesso custode del gomitolo di vita, della vita della figlia. Il gesto del padre, quei libri distrutti, avevano un senso: rammenta il tuo destino, riappropriati della immagine che ti accompagnerà nel corso della vita, una vita dedita alla riflessione, attraverso il rapporto con la parola scritta.

Quel pomeriggio, martoriato dal calore di un Sole che ama nascondersi e si rivela necessariamente ambiguo e promettente, vede due contendenti e un febbrile ping pong fra ragione e sentire.  Più forte è la parola del cuore: “ L’anima?, il destino?, un estraneo sceglie e la vita di ognuno sarà solamente riflesso del già stabilito?…”.

No…no…e cosa fare, dire? 

… schiudere le imposte e accogliere gli dei… la loro visita…e concederci . 

Loro sono le Essenze. Forze della Natura e campeggiano sulla terra. Condite da noi. Nani dotati e datati, viaggiano e nell’etere si confondono, s’incontrano, si amalgamano. E ora più acri ora più dolci ora soavi. In rapporto al luogo, alle persone, al tempo. Le essenze ci scelgono, si svelano al modo di appartenenze ereditarie. 

…accade… il fuoco… brucia…non sai da che parte…le narici si affilano…distingui…confronti…pesi l’entità del disastro…vuoi salvare?… cosa?… non ciò che è utile…soddisfare lo stomaco è necessario ma a discrezione d’ognuno…custodire… quella… quella….non so…so che gli occhi brillano senza avere nulla mangiato o bevuto…s’irradiano d’una luce sì intensa e il suo opposto è il buio di una notte di dicembre, quando assenti le stelle e la volta priva dell’ambigua deità…e ancora salvare…custodire…difficile perché non si chiude  nel pugno, non si pone ora qui ora lì…lottare per… è tuo e lo senti nel grigiore delle ore, infinite perché non conti i tuoi battiti, e non puoi… manca la testa, alleata perenne, e loro, le energumene forze, oramai affilate lame di bisturi, armi che tagliano in modo diverso le diverse parti del corpo, spadroneggiano e ti spingono, con forza, loro trascurano ogni quadrato perfetto e intensificano la luce e quando manca – solo luce trasmettono, sfavillante scarica elettrica – il fiato si strozza e le orbite simile ad un campo spoglio, e la testa non c’è e piangi, al modo d’un bimbo che non si chiede il prezzo del giocattolo né avverte che mancano i soldi, quelle lacrime dicono di strappo, di mancanza del proprio oggetto, quello che gli procura gioia infinita, pienezza e ora basta coi preamboli, con le contorte misure, dosate solamente ad ovest, là ove il Pensiero si cruccia del limite, impotente a squarciare il suo interno. Basta con l’angoscia che sfibra ogni fibra. Perché quando la materia si sfalda, le forze volano via. E custodiscono il codice di ogni individuo e affidano, anzi regalano alle torbide nuvole tutto ciò che è manifesto.


                                                                                

   Piramo e Tisbe/Giulietta e Romeo

 

  1. Mito

Piramo e Tisbe: tragedia degli “errori”, tragedia di un amore infelice, di un amore fomentato dal tertium, da un vitium, che è una crepa nel muro confinante attraverso cui i due innamorati lasciano transitare parole, sospiri, aliti. Quel difetto di costruzione, mai notato da alcuno, balza evidente agli occhi dei giovani (quid non sensit amor?). Impediti dalle famiglie che ostacolano l’unione, i giovani sostano davanti a quel “difetto” e si sussurrano parole d’amore, parole strazianti. E i baci? Decidono entrambi di vedersi, quella notte, presso i resti del monumento del re Nino. Tisbe arriva nel luogo dell’appuntamento per prima. Un leone, le cui fauci sono impregnate del sangue di una vittima da poco divorata, è lì e, alla vista di Tisbe, le strappa il velo. Tisbe fugge via. Giunge poco dopo Piramo. Vede il velo della sua amata macchiato di sangue, si colpevolizza per il ritardo, piange la morte dell’amata e si trafigge con il pugnale. E’ la volta di Tisbe. Tornata nel luogo dell’appuntamento e annichilita alla vista di Piramo morto, strappa dal petto il pugnale e compie il medesimo atto di morte. E il gelso bianco muta il colore in vermiglio.

Così Ovidio

 

2.Racconto

 

 

Non so. E perciò il mio dire è oscuro. Allusivo.

Al tramonto, gli spifferi ingravidano le pupille da tempo spalancate, sul punto di….decidi di no e poi…poi non importa se torni daccapo o non torni. Il computo è lungo. Infinito. Tu sei finita. Le labbra, le tue mani, le cosce sinuose, gli occhi che implorano. Il neo un po’ sopra, sull’arcata che suggella la polpa carnosa, a suggerire sventagliare dettagli d’un immenso finito. 

All’aurora ancor gravida del peso della notte, svesti le pupille, spulci i granelli che s’annidono tra i fili dorati, e vai.

Continuo a dondolare il capo. Sussurrarmi il dubbio oneroso.

So…so che mi è negato serrarmi a quel muro, muro allestito da ciclopiche braccia. 

A dirmi di no, chi? L’altro ostile?  No. L’altro sopporta. Partecipa. Com-patisce. 

Io…a non volere.

Oh se potessi – entro una insidiosa palude guazzare e lampeggiare vermi serpi e viscidi insetti e abbonirli e squamarli dei loro toni consunti e offrire intensi colori e carburante agli arti depressi – 

Oh se potessi – con le braccia bloccare onde funeste, che dai fondali s’arrampicano, toccano il cielo, e fendere marosi e la pelle perennemente levigata – 

Mi arrendo. Io…non giungo mai. 

So di non potere. So di non volere. 

Avanti a me non mura ossidate dall’implacabile materia.

Avanti a me nebbia e i miei singulti e la necessità di un nuovo edificio, ideato da me.

Allargo le braccia. Contenere te…sì…è possibile se determino l’ora, il giorno, solo se decido la foggia del vestito, appronto il trucco, collego il colore dei sandali col tono dei capelli e basta. 

Nel tempo, che la materia compatta determina, c’è un prima un poi, un istinto che volge verso o non, potresti discernere forme, variegate, in perenne movimento.

Quando…quando dirò dell’altro? Della eternità?

Non so. Crollato quel muro, non so se l’azzurro che fascia il mio seno sbiadisce e…quali i colori che sono oltre la materia e vi sono o tutto è allo stesso modo della visione dei cani?

Mi accosto. Timida, le ali non ancora tarpate, spicco il volo, osservo, mi confondo e torno e dico.

 

Due, anzi tre. Piramo Tisbe e una parete. Ispessita dal tempo ma forata in un punto e permette al respiro, anzi osa il respiro il suo viaggio. Solfeggia dall’una verso l’altro. Respiro illogico. Soffio scaldato da un illogico umano senso. E allora senso divino. 

Umana la voce che si connota e quella di lei “Amore mio prezioso… 

E’ un incanto. Il soffio mielato segna suoni, lancia molecole che dritte toccano centri vitali e lui oramai illanguidito risponde o non risponde, totalmente immerso nel suo languore. 

Ancora lei “Amore mio delizioso…

…e poi, poi nulla.

L’animo guizzante di gioia è una rarità. Corallo preziosissimo, perché raro, perché naturale. E non deve impegnarsi a costruire sillabe. Deve, quando un’oasi di pace fiorisce in un deserto abbandonato, lì immergersi e partecipare.

Accade in una terra esotica, civiltà primordiale, il luogo entro due fiumi.

Bellissimi entrambi. D’aspetto e di animo. 

Chi non s’irradia d’amore e per amore?

Ostili i genitori e di Piramo e di Tisbe. Tumulate le menti da quelle mura cementate dal tempo.

La fiamma brucia la carne. Ogni molecola disubbidisce all’ordine del capo. Gran scompiglio.  

           

La decisione sorge in entrambi.

Lei “Al calare delle tenebre sarò accanto al sepolcro del re. Ai piedi del gelso. Presso la sorgente. Toccare la tua carne, sentirmi terrena e …

Lui “Una sola carne….tornare al modo di sempre….con te sentire la pienezza, l’origine….

L’ultimo inchino e i reni della servetta disfatti e disfatta l’apparenza del giorno. L’apparenza che tutto sia contenuto nel giorno. Mentre la luna s’irradia e tutto riappare febbricitante verosimilmente incontrollabile e verosimilmente vero.

Tisbe giunge ed è la prima. Si accomoda ai piedi del gelso, già stralunata dal bacio d’una infìda luna, quella sera spicchio sottile sottile. Quella sera più che mai profetica.

Un ruggito e Tisbe agita le caviglie e slancia le gambe da gazzella, all’apparire d’una leonessa. Lascia cadere il velo, che un po’ prima celava i suoi tratti.

La belva s’abbevera alla sorgente, dopo un lauto pasto e del velo si serve e struscia  la bocca ancora insozzata di sangue d’una bestiola .Poi va.

Ecco…arriva lui…Piramo. Pesante, guardingo, agitato nell’animo. “Il velo di Tisbe? Lordo di sangue?, fra di sé. Non può accettare. Senza la grazia di lei? Non sentirà le stagioni. Senza le carezze di lei? Darà un addio al proprio corpo. E quell’animo ora triste ora radioso, che gli ha insegnato il sì e il no. E il tono minaccioso e la paura della solitudine e la comprensione verso il prossimo.

Sguaina la spada e s’infilza.

Folle il viaggio della vita e solo a metà, perfettamente inutile.

Poco dopo…passi lenti braccia distese occhi nuotanti… giunge Tisbe. Urge il richiamo. La mente impazzisce, accalorata dai sensi. Toccare, baciare, respirare colui che la rende viva, che le offre tutti i colori del mondo. E lo trova ansimante e in presenza di lei l’ultimo fiato.  

Non può. No. Tisbe non può sopravvivere senza luce. Una grande determinazione. Eccessiva consapevolezza. Un attimo e torve maschere la inseguono. Sarà così per sempre. Meglio fuggire all’inganno della mente. Fedifraga. Da sola non regge. Senza calore è un mostro esecrabile. La sua fine pensata e fortemente voluta. S’infilza. 

Il gelso si colorerà del fosco del loro sangue.

 

Tutto rispecchia la norma. Il racconto tocca le corde del cuore. Pietà. Dolore. Malinconia. Nostalgia. Tormento. Nel campo dell’umano. Nel campo del sempre e così. 

E se mi avvio nel campo dell’oltre uomo? 

In quella trazzera impervia dirigo il passo e, senza impennate, senza blasfemi, vedo…anzi non vedo la parete.

Lì nessuna parete. Quella che ha reso i due uguali, quella che contiene amore odio, che limita il basso e l’alto, il femminile e il virile, i due e il terzo, il dì e la notte. 

Lì il mondo beato.

Lì vedo essenze. Essenze più o meno luminose. Luce intensa tanto quanto l’energia che nel mondo di qui hanno espresso. 

Lì senza sesso, senza colori intensi.

E solamente chi si connota di più s’eleva nel punto più alto.

Quello è il solo perfetto.

Lì, in quel punto la totalità.  L’eternità.



IO

 

 

1.Mito

 

La vergine Io, di notevole bellezza, era sacerdotessa di Hera. Zeus era desideroso di possederla e lei consente all’amplesso divino. Poi paga le conseguenze. La moglie di Zeus la trasforma in mucca e l’affida ad Argo, il guardiano che vede tutto. Ermes lo uccide. Hera non demorde. E invia un tafano che la punge implacabilmente facendola correre per tutta la Grecia e poi per tutto il mondo. Io giunge in Egitto, ed Eschilo nelle Supplici…giunge nella terra sacra di Zeus, l’Egitto fecondo, il pascolo che le nevi alimentano, lo riscalda il soffio del tifone dal deserto e scorre l’acqua del Nilo. Intatta dal morbo lì Io ottiene la liberazione dei suoi mali. Il re pone fine alla persecuzione tanto immeritata e trova il coraggio di annullare la furia vendicativa della consorte. Si accosta alla donna-vacca e la guarisce. 

Al tocco del re scompaiono corna e pelame, torna la figura umana, la mente riacquista la ragione e anche il tafano, privato del proprio alimento, si dilegua.

Si affermava (Suidas Lexicographus) che Io fosse identica alla Iside degli Egiziani e che questa dea si fosse trasformata in una giovenca di tre colori, ora bianca, ora rossa, ora color della violetta (ion), parola che nella nostra lingua ha suono simile a Io.

 

  1. Racconto

 

 

 …Io…Io…..Io….io…io…io….

Tendo l’orecchio. Un suono palpitante, tremulo….

…ora tagliente. Fende l’aria ed eccola….

Di fronte a me. Ninfa emersa da fondali cristallini o scaturita da abissi, dai più mai esplorati?

C’è ed io la sento, la ascolto, moltiplicata da Eco.

 

           Torna da un incontro. Torna sfinita. Finalmente.

A termine un  piano, che da tempo la sua mente perversa elaborava.

Col re dei re. Quello che dirige, muove, perentoriamente urla il diktat, da alcuno mai insidiato.

E Io lo ha stremato.

 

           Piange Inaco. Il dio fluviale sta in un canto e non confonde le sue acque con i corsi che, insieme, coprono una valle e la rinfrescano col loro spruzzante gorgoglio. Se ne sta in un cantuccio. Lamenta la perdita della sua figlioletta.

“Chi l’ha portata via?, rimugina e non ha voglia di confondere le gocce, che al sole si donano e non intendono dirigersi nelle braccia del mare.

Quando si soffre la perdita, si desidera stare soli.

Consumarsi, diluirsi, sentire la fine.

Inaco non sa. Contro la figlia nessuna violenza. 

  E’ lei la superba. E’ lei, decisa e violenta. Lei ha voluto il connubio col re dei re. E non per fermarsi. Non ha totalmente consumato il suo piano. A contatto avvenuto riflette. Dall’optimum ha ricevuto meno degli altri.

Quei famosi, che la ninfa cantano, che lei hanno immortalato, piangono la poverina, stuprata da Zeus.

No…no…nessuna violenza da parte di…

….é lei l’ingrata, l’eterna insoddisfatta…..

 

           …Io…Io…io…io…

           …Io….Io……e, solamente accanto, l’altro.

Mai al posto di.

Mai confusa.

Mai sullo stesso piano di.

Sempre Io..Io,valido conforto per l’altro.

           …IO…IO…IO…dai mille volti. Diversa secondo il momento. Altra rispetto ad un attimo prima.

 

          “Hai visto la bella figlia di Inaco?, chiede Zeus ad Ermes.

Che dialogo affascinante!

           Zeus non riesce a scordare la bella fanciulla marina. Non può tergere dalla sua fronte quella espressione divina che ha una donna, quando possiede ogni sua facoltà, quando supera in destrezza il rigore, che si pretende essere del maschio.

Ma non è così. Il maschio, per difesa naturale, ha affinato i muscoli del suo cervello. E’ abituato a tale lavorio. Necessario. Penetrante. Marchingegno per la sopravvivenza. Nulla di più. Non per capacità. Non per superiorità. Solamente per necessità. Le belve lo avrebbero dilaniato. E quando ha assunto il potere, da esso è stato distrutto, per incapacità di sostenerlo. Per voglia di altro, di più e da esso disfatto. 

Quel famoso Penteo, decapitato dalla stessa madre. La natura, madre delle madri, si ribella. Ed è la fine.

E a Luciano, eclettico scrittore, vorrei suggerire, se potesse ascoltarmi, a distanza di milleottocento anni circa, di tornare a riflettere…ma…forse, nel tempo in cui scrisse, la donna era più fragile?

L’unica certezza è il dubbio.

Ancora il dialogo.

“Parli della giovenca?…- risponde Ermes-…è sotto la tutela del panopte Argo. Costantemente sorvegliata, perché non fugga”.

 

          Ecco….torna il mito. Torna al modo di sempre. Ad avvisarci. Agitarci. Proporci. Sarà il ciascuno a saturarlo. Leggervi quello che vuole, per sentirlo profondamente, e, in quello specchio, tornare a vedersi.

Qui la mente non trova posto. Il posto è ceduto ai sensi. Alla grande agitazione, che scompiglia il dentro, come uragano che strozza il fumo della notte e si precipita dentro ogni dimora e provoca paura, tremito, scompiglio. Se senti tali tremolii, è lui, l’uragano impietoso. Diversamente manca della sua precipua essenza.

 

           Io sorvegliata. E’ il racconto dello scrittore.

Io non può mai consentire alle catene. Io è stanca. Un attimo di posa. Per ricominciare. Un attimo di riflessione per tornare al suo viaggio, che iniziato, non avrà mai fine.

Sì, da quel delirante connubio, l’inizio di una non fine. L’inizio della consapevolezza che mai avverrà il completamento. La non sicurezza. La non concretezza. La non realtà, ma la possibile realtà del momento. Dato che ciò che si asserisce ora, è manchevole di fondamento un attimo dopo. E per attimo significhiamo il tempo di secoli. Se leggi fisiche consentono a rivelazioni specifiche, altre leggi, recondite, misteriose, si agitano e determinano il mutamento.

 

           E Io corre, giovenca inesausta, alla ricerca.

Non viaggiatrice. Cercatrice. Vagabonda. Un episodio. Un accidente e un demone, piano piano, s’è mosso. Un demone si è attivato. E l’ha condotta lontano. Lontano ove è difficile, per il comune mortale, addentrarsi. Cose divine. Fatti che toccano solo chi staziona oltre il muro di cinta. Chi ha scavalcato le erme. Chi ha osservato il ciglio di un burrone strategico.

Deve fare il salto? Deve affinare l’udito? Levigare l’olfatto?

Deve e tornare con qualcosa di più. Esperienza. Per avere salva la vita. 

Altri seguiranno il percorso. Un aiutarsi vicendevolmente.

Un tafano spinge Io. Mosca infetta. Nutrita in luoghi limacciosi, putridi e sovrasta la candida giovenca, la scuote, la spinge spinge spinge…….E Io sempre a correre.

 

           Mi tornano in mente le parole di Socrate.

Tenta, inutile tentativo, di persuadere i carnefici. Loro-sono giudici parziali? – esaltano la tranquillità. Stanno dalla parte della ragione?

Forse sì. Ma Socrate ribatte. Non è colpa sua, se ha impegnato la vita alla continua, perenne discussione. Se ha tormentato i giovani nella convinta speranza che il vero è dentro ciascuno.

E la colpa, la colpa di chi è?

E’ di un dio.

Non poteva, non se la sentiva di disubbidire. Un daimon si è infilato dentro e lo ha spinto. Disubbidire a quella forza magica era impossibile. La sua vita sarebbe risultata inutile. La non vita. La stasi. Doveva. Quella forza irruenta, quel demone osceno, di lui s’è impossessato e lo ha caricato.

Decide per la cicuta. Il meglio per lui e il peggio per  gli altri. Quelli che continueranno a vivere nell’ombra.

E nell’Apologia ci nutriamo della serrata consapevolezza che non è facile convincere nessuno. Si è in un campo che trascende il quotidiano.

 

            E Io corre colle zampe distese, con le corna sottili e elevate,cogli occhi coperti di un leggero velo. Un velo che annebbia e che la spinge, la costringe a girare, girare, spesso intorno allo stesso luogo, per meglio intendere, meglio sentirlo nella dimensione che si avvicini al reale. Poi va. 

Pause non lunghe, girare il capo, puntare lo sguardo e via. Spazi ampi, l’odore del cielo e quando annusa il puzzo di macerie imputridite, si sofferma, sbava, si agita, vorrebbe lì mai avere posato lo sguardo. Ne esce sconvolta. Amarezza. Per cacciarla via avrebbe bisogno…di cosa? Una spugna è capace? Una nota lanciata da chi sa battere il tasto, con estrema accortezza, è capace? Niente e nessuno e lei a dirigersi senza seguire alcuna direzione.

Ora….gli occhi bovini sbirciano, vedono uno…incatenato ad un palo e attorno tanti, tanti amici.

Al centro del mare, nel luogo in cui si accostano, senza mai toccarsi, due lembi di terra, sempre tenuti slegati dalla furia dell’acqua fustigata dal vento, c’è un grosso macigno. Alto e scosceso. Attraccata una nave. Al centro un palo e, stretto a quello, uno, dagli occhi furenti, dal viso titanico. Uno furbo. Ambiguo. Vuole e sa che il pericolo incombe e tenta ogni modo per superarlo, per venirne fuori. Ma pronto a darsi, perché fortemente attratto. Ma quante difese! Quanti nodi gli cingono i polsi, per non lasciarsi prendere! Astuto e arrogante. Una parte del sé, la parte oscura, che emerge. Pur di avere salva la vita, pur di giungere a fondo, là dove si vuole e non lasciarci le penne.

Chi teme? Le sirene, donne, non donne, non umane, ma dalle umane fattezze.

Legato perché intende ascoltare quella melodia, che emerge dal fondo. Dal fondo del mare e avvinghia ogni parte e scompiglia ogni senso. Sconvolge l’udito. Stende ogni fibra, annebbia la vista, martella il muscolo al centro del petto e quello recalcitra ed è difficile imporgli la sosta.

Quel furbo non cede.

Che forza! Sentire il fascino, drogarsi di una visione paradisiaca e mantenersi fedele al suo obiettivo. Non perdersi.

Quanti persi, sviati dalla via maestra per la curiosità di provare la droga! Per codesti inevitabile la fine. A quel Nessuno l’esperienza e poi diritto, senza torcere il capo. La sua meta, il tornare. Il ritorno fa superare la morte. La stasi. Al completamento del viaggio percorso. E quell’uomo non può consentire ad alcuna malìa. Neppure quella che seduce la mente. E’ salvo. Così crede. Così è.

Gli amici non odono nulla. Non afferrati. Non sentono. Non lottano. Salvi.

Da che? Dato che a loro nessuna via s’è aperta. Alcuno spiraglio di luce.

 

           E, nella mente di Io, lo sconforto. Abbandona e va. Morsa da quella mosca sozza. Un veleno truce le inietta. Il veleno della conoscenza. La curiosità. Quella stessa diabolica essenza che spinse Eva a cogliere la mela. Spinta dal demone, dal dio, cessato di essere buono e pronto a dare mostra di sé. Completo. Con l’altra faccia. Quella del diavolo. L’ombra che rincorre tutti e spesso ha il sopravvento e avviene quando la luce s’affioca.

Cacciata dall’Eden, Eva s’avvede che ha perso la luce, che il buio l’ha lanciata in una dimensione diversa. Una umana dimensione. Non le resta che accettare. Chinare la fronte e darsi ai lavori stancanti.

Anche lei, la raminga Io, punzecchiata dal demone? Cosa ha fatto di male?

Torna da Inaco. Il padre. Sosta un po’. Un po’di refrigerio. Pascola ai bordi del fiume. Liscia sull’acqua le zampe. Sorseggia e coglie le carezze delle ninfe, sue sorelle, che di lei non intuiscono nulla. E lei non può chiedere aiuto. Nessuno potrebbe concederlo. Grande condanna. Immensa sofferenza. Correre per cercare e non volere soffrire. Non è possibile. La conoscenza impone disagi. Animo robusto e tenacia. Se crolli è la fine. Annientati dall’altro, quello che non è possibile intendere e che vuoi eternamente rincorrere. Perdente a causa tua. Nessuno t’ha imposto niente.

 

           Eppure qualcuno s’avvede di ciò. Chi è? E’ quello che è stato castrato. Risponde al male col bene. Il re dei re non vuole il male di lei.

Il bene è più forte del male?

Risposta vana, perché non credibile da alcuno. Eppure quel re manda Ermes perché conduca Io dove gli abitanti vestono il lino, il fiume fertilizza la terra, là dove è stato sancito l’Esodo. L’inizio del viaggio. Lì, nella notte dei tempi, è iniziato il moto, per la scoperta della terra promessa. Dalla dimora del Nilo i segreti dello scibile umano.

E parte quel popolo, mosso da una voce imperiosa. Quella voce, che i secoli hanno detto Mosè, è lo spirito che nasce, che desidera, che si muove.

Prima bloccato? Popolo passivo? E’ colpa del Faraone? Momento di grande inerzia. Ma avviene qualcosa. Su quel popolo il flagello. La grande forza. Piove dal cielo. Ribellarsi. Andare.

Stenti, sofferenza, pause.

Quanti disagi! Spingono a correre, a non fermarsi, continuare. Il viaggio non ha soste.

E, durante il percorso, tanti miracoli! Segni di un divino percorso, che non è solo quello; è il percorso di ogni essere, se vuole scoprire a fondo se stesso.

Quante volte si dice di tornare al sito di prima!

Paura di non riuscire!

Viene meno la fiducia allo spuntare del dubbio.

Manca il coraggio della sofferenza. La forza di dire“Basta! Sono fuori dal mio sacro….

 

Io corre, alla ricerca.

Vede un uomo, afflitto. Tenta. Non è riuscito nell’intento. Abbandonato. Ora solamente la sua ombra. Occhi chini e mormora: Volevo, speravo…non è possibile. L’unica forza è il potere su tutti. Il potere di distruggere tutti. Libidine come mezzo. Piu’ fango sul viso di altri, più forte il senso di sé. Più gigantesca l’ombra. Sempre più buia. E sempre più solo.

Soffiargli di continuare il viaggio intrapreso? Dirgli che viaggiare è trasformarsi? Meglio di no. La voce deve essere spontanea. Sorgere dal fondo.

E Io va, carica di tristezza.

 

E Luciano riporta le parole di Zeus.

 “Portala in Egitto, rendila Iside, dea di quelli di là, che fecondi le acque e salvi i marinai”.

La giovenca è oramai una dea.

Quanti giri, quante vastità, quanti luoghi impervi, quanti misfatti per essere tale!

 

Io non credo ad un epilogo sì beato.

I santi sono un alibi, come le tombe non sono i vivi.

Nel ricordo l’immortalità?

No…credo in questo dramma che si spende sulle spalle del debole. E la conoscenza è il diavolo che ha il sopravvento. L’ombra che mostra i tentacoli, il pane che manca, la mente contorta, la non gioia, perché essa, la gioia, è solo quando riposi tranquillo. Dopo tanto peregrinare si vuole dormire. Si vuole il riposo. E forse per sempre. 



Vita di delizie, di Archestrato di Gela

 

Note di Lucia Arsì

 

 

E se afferrati dal sic et nunc lasciassimo nell’oblio Mnemosyne?

Senza memoria storica si sfalderebbe l’“Unicum” che ogni paese esprime, e si perderebbe il senso di “Kronos” che si manifesta attraverso la trasformazione. Identità e cambiamento sono archai che l’uomo respira nel corso della sua dimensione terrena. 

D’obbligo pertanto conoscere scrittori del passato ed è il senso di codesto biblìon….

 

 “ Prendi da Gesonia, quando giungi a Mileto il cefalo cestreo ( a punteruolo) e il pesce- lupo divino. Lì, infatti, sono i

migliori, e tale è la natura del luogo….essi interi e con tutte le squame a fuoco lento falli arrostire e portali a mensa acconciamente morbidi in acqua e sale e mentre ti affatichi a preparare tale pietanza, non si accosti a te né Siracusano né Italiota; non sanno infatti preparare pesci squisiti ma guastano il sapore imbrattando il tutto di formaggio e spruzzando liquido aceto e spargendo di salsa di silfio. Sono però quelli che meglio di tutti sapientemente preparano i pesciolini di scoglio tre volte maledetti e sono in grado di allestire con arte un banchetto di manicaretti pieni tutti di inezie e colmi di grasso.” 

 

Chi scrive è Archestrato. Chi riporta il frammento è Ateneo storico del II° sec. d.Cr., autore dei “ Deipnosofisti ” e lì  leggiamo i 62 frammenti ( circa 300 versi ) dell’opera di Archestrato.

Archestrato è un siculo di Gela. “ Ἀρχέστρατός τε ὁ Γελῷος…Archestrato di Gela ”. 

Ricco, aristocratico, viaggiatore instancabile, dal palato incorrotto e infallibile, Archestrato è uomo di cultura. 

Frequenta la “metropoli” di Siracusa che definisce “τᾶς κλενᾶς Συρακούσας…l’illustre Siracusa…”, di cui però non condivide le ricette elaborate e gli eccessivi condimenti (ήδύσματα), pur essendo la cucina siracusana apprezzatissima per qualità e varietà.

  

“… τῶν δὲ Συρακοσίων τούτων άμέλησον…non ti curare di questi siracusani che bevono solamente al modo delle rane e non mangiano nulla  e tu non seguire il loro uso e non lasciarti persuadere da loro, mangia i cibi che io ti propongo, perché tutti gli altri e ceci in brodo e favette e mela e fichi secchi, questi sono cibi di miseria…”.

L’immagine di uno chef siculo che predilige la “misura”. Un intellettuale che ha percepito l’insegnamento socrateo del medén àgan- nulla di troppo, messo in discussione, sul finire del IV sec., dalla dominante cultura macedone e persiana, amante del lusso e dei banchetti pantagruelici.

Uno spirito intelligente che, nel rispetto del regno animale dall’uomo interiorizzato al fine di conoscere i propri organi mediante la coscienza riflessiva – i crostacei sono arti, i pesci in generale sono la struttura scheletrica, molluschi e polipi sono i genitali femminili -, una mente attiva che, riconoscendo nell’animale un essere autonomo dotato di finalità senza scopo che è la  cifra della bellezza, offre la sua competenza esperenziale, rinnovando il rito di sacrificio delle creature della terra del cielo e del mare con un linguaggio reverenziale, il linguaggio dell’epopea.

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A mio padre

 

Tu

hai reclinato il capo

ti sei incipriato col giallo della morte

hai chiuso il colloquio con me.

Io

ho spalancato le palpebre

ho spolverato le guance col rosso dell’angoscia

ho iniziato un vero contatto con te.