Brenta

 

Accompagnato dal silenzioso volo
dell’insetto nascosto, che intreccia intorno a noi
invisibili spire del “limitato infinito”
del tempo che ci è dato,
si chiude il tuo respiro, dolcemente
assonnato, nel gesto della mano
che ti sfiora nel buio.

Ti segue nella notte, scivolando sul Brenta,
l’onda, lieve e salmastra,
che ritma il tuo pensiero calmo
e il mio ricordo.

L’immagine d’amore
che mi sorprese, muta, alla finestra,
è il chiudere e l’aprirsi del passo di farfalla
che poggia su di noi, per questa notte,
la sua ala leggera.


 

Calypso

 

Lo specchio d’acqua
riflette come sempre
le luci verdi dell’estate greca.
Ulysses varca il porto,
spinto dal vento verso nuovi lidi.
La vita è l’avventura di ogni giorno
il nobile quesito di chi cerca
in mutabili sfingi la risposta.
Vagherà ancora. Porta con sé dolore,
altri sogni, menzogne, sfide lanciate
all’inesausta forza dell’ignoto.
L’indovino con lui era stato chiaro:
non sempre è dato vincere
e tornare, i dadi hanno sei facce
e più combinazioni della mente
così addestrata al gioco, scaltra,
che percepisce nel suo stesso suono
l’invulnerabile potenza della cifra.
Nel doveroso veleggiare al cielo,
mute colonne chiudono alle spalle
il suo passato, il porto appena andato.
A capo chino, Calypso dolceamara
innalza sacrifici di pensieri
rivolti ai semidèi della rinuncia.
Chiede al cieco poeta degli eroi
di non cantare i mari azzurro cupi,
invoca per se stessa vento e flutti
talmente forti da dimenticare
il casalingo rumore dei suoi passi.
«Fammi partire, sola e senza vesti
su una nave più bella e più veloce,
fa che sia io a dominare i venti,
a fare rotta per luoghi sconosciuti,
a volgere il destino in altro verso.
Ti offro la mia vita, o dio dell’ombra,
e giuro sui misteri di Nettuno,
che non mi troveranno ad aspettare
l’inutile ritorno in cui è racchiusa,
raggiante nella sua stessa scoperta
un’altra fuga ancora, ed il silenzio».
Non è la storia che giunse fino a noi
ma c’è chi giura su un finale nuovo
scritto da Omero e perso tra le onde.
Fluttua da secoli sulle menti amare,
umido legno di hybris fatte incenso
bruciate su quell’onnipotente altare,
relitto oscuro di navi folgorate,
monito misterioso alle ambizioni
di libertà e terre mai trovate.


 

Endecasillabo

 

Non c’è traccia di lui. E’ passato di qui
come una parola che non resta.
Un lampo, un tetto, una finestra
e la paura del giorno.
E’ stato detto tutto, tutto già scritto
dagli amici poeti, dall’occhio limpido
e dalla mente forte.
E gli altri? Sono la vita: il figlio
che a vent’anni tira le somme,
spegne la luce e se ne va di casa.
Gli amici e i cavalier, l’arme e gli amori,
meglio sarebbe dire anche il dolore,
ma non sarebbe chiasmo. E forse poco importa.
Il mito di quelle undici sillabe
così cercate, amate, detestate,
mi suona vecchio, come le idee confuse
che ho conservato in questa testa vuota.
E gli anni passano. Vive soltanto, forte,
il disinganno, la sensazione amara,
di non vedere e di non esser visti.
Assurda questa vita, eppure penso
che l’importante è esistere,
il non dover subire l’alba persa
nel tutto e nell’altrove, l’illimitato
tempo chiamato eternità,
ignoto al nostro senso del fugace.
Niente saggezza, non è per le mie tasche.
A me basta, in fondo, accendere la radio,
non traversare con l’immaginazione
il risuonare di queste stanze vuote.
La musica, il tango argentino, il rosso,
le altre tinte di cui la vita è intessuta
esangue e variegata, ci invitano
col passo malcerto ed istintivo
di chi non sa ballare ma va in pista,
sospinto da una forza innaturale.
L’insonnia, il bianco del soffitto
per chi ha il corpo sano e i nervi
a pezzi, affondati nel fruscio di pensieri
che sommergono il mare ed i ricordi,
appartengono allo sfondo musicale.
Ma l’unica occasione perduta,
in questo palco colore della notte,
è la parola non detta,
l’amore non tentato, il bacio non dato.
La memoria, la bellezza, la poesia:
nulla è più feroce e irreversibile
di questa strana e semplice mia vita.

Nota: Menzione di merito al Concorso “Città di Conegliano 2018″


 

La legge della (in)consistenza

 

Il segnale ritmato del telefono
non prelude a un solo endecasillabo:
è già dissolto nello spazio sordo.

Lo stesso “Elan vital” è un’illusione
creata dal pensiero di Bergson.

Se fissi un solo punto dei miei occhi
vi troverai riflessi specchi infiniti
di un’iride castana che, solo per te,
risplenderà d’azzurro, verde, nero
in tutto ciò che potrebbe, ma non è ora.

Io sono qui e sono in altre vite,
respiro e parlo, ti guardo e mi appartieni,
scomposto in mille differenti veli,
vizio, fuoco e sete inestinguibile
per gli iniziati all’Arte della fuga.

Il possedermi, è quello che è negato
a chi tenti di fissarmi in Tempo
o di marcare il segno d’oro dello Spazio.
Io vivo qui ed ovunque, ora e mai,
nella realtà che vedi e nel possibile,
in quel che è stato: e in ciò che non fu mio.

La rifrazione della passata vita
scorre dentro di noi, maledizione
ed inesausto vento per chi
nel suo volare sfiora l’Essenza
riempiendosi di polline le ali,
spandendo luminoso, qui ed altrove,
quella condanna dell’inconsistenza.


 

Legna da ardere

 

Ho acceso, una alla volta,
cinque candele.
Il blu della menzogna,
il rosa, il giallo, il bruno,
e il bianco del silenzio.

L’incenso e il plenilunio,
sono troppo pregiati
per chi ha specchiato
in altro la propria identità.

Ho preso, uno alla volta,
cinque quadri di Klimt.
La trionfante Giuditta,
la Salomè colpevole,
l’Abbraccio polveroso,
e poi stinte, grandi foto,
di affreschi sconosciuti.

Bruciati, uno alla volta:
nelle cornici vuote
splendono ora anonimi
campi, spighe e papaveri.

Legna da ardere,
è questo il mio passato.

Largo ai colori senza nome,
vita agli spazi indefiniti!
Siano sepolte le ceneri,
delle immolate vittime
nel malvagio rituale.

Del fuoco che fu luce
si spengano, una alla volta,
le ultime fiamme.

Nota: Poesia finalista del Premio “Quantarte” 2018


 

Raggio di luce

 

Un sorriso leggero
sfiorò, all’alba di maggio,
il dorso della mano addormentata.
Essa s’aprì nel sogno ad afferrare
l’anima sconosciuta
che a sua volta schiudeva
altri sorrisi, altro ondeggiar di sole.

Quella carezza lieve
sfuggita via da angeli distratti
vibra con il mio passo d’ogni giorno,
con le speranze, i sogni, le amarezze
avare di sorrisi e di stagioni.

Ma spesso apro la mano e attendo
che un’anima annoiata mi sorrida.


 

“Gymnopèdie n.1”

 

Note colori forme
cantano all’anima
assente nel profumo d’una fresia
un ballo denso,
solitario e silente
di vastità profondamente sazie.

Seta del cuore, vibra
di scintillìo d’acqua
muto e leggero
al muoversi dell’onda
quale vento di aprile.

La grazia è il mondo.


 

Giardino d’inverno

 

Ti prenderò tra le mie braccia
nel giardino in inverno
ti cullerò nel mio sorriso
fino a farti piangere.
Il coraggio di chiedere perché
sarà foglia che trema
in questa luce rara, che tutto avvolge
tra i rami in riposo.
L’attesa, il silenzio, ed oggi ti respiro,
mio giardino in inverno.
Ti amo senza sapere, senza conoscere.
Ti amo perché tu sei, semplicemente:
nel raggio di infinito
filo sottile
nella sete di te
che resta sulle labbra.

Nota: Premiata al Concorso “Fiori d’Inverno 2018″


Diario veneziano

 

C’è sempre una ragione nelle cose. Se sono tornata qui dopo tanto tempo, una ragione doveva pur esserci. Questo mi ripetevo con la monotonia ossessiva di un rosario recitato sottovoce, mentre mi guardavo intorno nella mia stanza d’albergo, a Venezia.

Il vento dell’est aveva aggravato la mie condizioni fisiche. Il resto lo aveva fatto la mia mente, i miei occhi poggiati su ciò che non mi apparteneva più e che io per prima avevo abbandonato con indolenza: un uomo incapace di amare, di concedersi, ma Venezia era ed è ancora cosa mia. Nonostante il silenzio ostinato con cui mi ha accolto, oggi.

La ragione, quindi, c’è anche questa volta. Sono tornata qui per vedere che tutto è cambiato, e che non sono più la stessa persona. Questo silenzio accidioso è solo dentro di me. Ma io amo questa mia piazza San Marco, amo le campane che non suonano più alle sette del pomeriggio; chissà se suoneranno a mezzanotte, chissà se lo faranno, almeno per me, per questa sera.

Il silenzio nella stanza è irreale. La luce di due lampadine illumina questi fogli, e tutto sembra perfetto.  Eppure, una presenza mi accompagna con discrezione: mi scruta, mi protegge e magari mi compatisce. Capisco che è la mia anima, rimasta a Venezia tutto questo tempo ad aspettare il mio ritorno. Ora che ci sono, che sono tornata, non sa che farsene di questa persona dai capelli grigi e dallo sguardo rassegnato. Si invecchia, provo a dirle. Mi fa cenno di no, non è questo…

Forse, rispondo io. Il tempo uccide noi mortali, non il ricordo di noi stessi.

So di aver fatto bene a partire, nonostante la bronchite, nonostante il freddo, nonostante tutto.

Non trovavo più la mia strada, una volta giunta a San Zaccaria: ho dovuto chiedere a due vigili urbani dove si trovasse Calle de li specchieri. Io, ho fatto questo!

E’ giusto che le pietre di questa città si vendichino ora di me e mostrino, con la severità di una maestra d’altri tempi, la mia immagine riflessa in tutti i canali, così che non possa sottrarmi in alcun modo all’irreversibilità del danno.

Qui, a Venezia, dove il tempo non passa mai.

Una volta, invece, passava troppo velocemente. Ma “una volta”, appunto, non c’è più e le favole non esistono, né esiste il rimorso del verbo non detto, del bacio non dato.

Cerco di udire la musica di almeno uno dei quattro caffè disseminati tra la riva e la piazza, è flebile, ha un suono distorto dal vento forte e gelido che spira dal mare. Controllo se dietro di me c’è sempre la mia ombra, ma con la coda dell’occhio scorgo invece il lembo del mio cappotto nero – e il suo riflesso – che quasi si toccano sul marmo. E’ tutto vero, dunque.

Io sono qui, da sola, e non so più chi sono. Tutto mi sarei aspettata, tranne questo risuonare delle idee dentro me stessa. Bisogna muoversi di qui, penso, e per fortuna il fisico reagisce.

Coraggio, il peggio è passato, bisogna prendere possesso dell’albergo, cambiarsi e recarsi al lavoro; questa volta io sono a Venezia per lavoro, non per seguire un amore distratto: non è divertente?

Quanti anni … Ogni volta, l’emozione era diversa e mi stupiva. Da Mestre, facevo il conto alla rovescia nei dieci minuti che impiegava il treno per arrivare a Venezia. Anticipavo con la fantasia i palazzi di Mestre, le torri di Porto Marghera, le distesa d’acqua, i primi pali di legno infissi nell’acqua che scandivano il cammino in entrata.

Poi, la stazione. Sapevo che c’era qualcuno ad aspettarmi in fondo alla banchina. Le scale della stazione, il ponte, qualche volta la nebbia, anche loro erano lì ad aspettarmi, fedeli e discrete sembianze di me.

Oggi, per la prima volta, non ho provato nessuna emozione. L’aereo che atterra quasi sulle paludi, il bagaglio, un battello come tanti altri, l’idea di tornare nella mia città non mi toccavano affatto.

Colpa della bronchite, pensavo, mentre osservavo senza invidia, solo con una punta di malinconia, una coppia non più giovane. Due francesi, eleganti e leggeri come solo alcuni francesi sanno essere: lei, capelli biondi, occhiali da sole, sorriso dolce e perfetto. Lui, cappotto blu, capelli bianchi, occhi chiari, forse grigi. Non ho pensato, in quel momento, che avremmo potuto essere, oggi, io e l’altro, se la vita avesse deciso di prendere una strada diversa da quella che noi umani non siamo capaci, talvolta, di imporle. Una scelta: perché non ho scelto? Perché ho atteso che la vita scegliesse per me? Ci penso solo ora e mi chiedo se si tratti di malinconia o se non sia un brivido di invidia, che scorre rapido e umido tra le mia spalle, ma no: è assenza di desiderio. Chi non desidera, non invidia.

Quel senso di vuoto allo stomaco che ogni tanto mi prende quando vedo qualcosa che non mi appartiene più, nemmeno nel desiderio, è dunque soltanto malinconia. O accidia? Eppure, vivo ancora. Anzi, vivo più tranquilla. Il mio sguardo ora si posa sull’acqua, ora sul nulla di un po’ di torpore che mi prende alla sprovvista. Ma non sono infelice.

Troppo sole, anche se la giornata è gelida. Forse ci si continua sempre a nascondere dietro gli occhiali, questa volta scuri, con la scusa della fotofobia. Muovo i primi passi nelle calli conosciute da sempre e cerco di ricordare un posto per mangiare bene e velocemente. Tento di soffocare il senso di freddo che sale dal mio stomaco e mi avvio, più decisa, al traghetto, deviando ancora una volta per piazza San Marco. Mi affaccio di nuovo su quella rappresentazione dell’infinito racchiusa tra le colonne della piazza e ho come la sensazione di non essere più sola. Vedo uscire dall’angolo  a fianco della Basilica una sagoma che risale, come l’acqua alta, dal mio passato, un contorno conosciuto eppure fantomatico: non può essere lui!  Lo seguo, mi affanno, tossisco, sono a un passo da lui, il bavero alzato, i giornali sotto il braccio, l’andatura veloce e guardinga di uomo che sa di silenzio, di salmastro veneziano. Cosa potrei dirgli, ora, cosa potrei offrirgli di me? Potremmo ricominciare e forse, dopo tanti anni, sarebbe diverso, potremmo quasi amarci: no, questo sarebbe impossibile, “amore” era un termine vietato tra noi. Un carretto che vende di tutto mi taglia la strada fendendo l’aria con il suono metallico delle ruote sconnesse e il bavero scompare, inghiottito dalla nebbia fumosa della piazza. Non è stata colpa mia, se non ci siamo ritrovati, è stata solo colpa del Tempo.


 

Il tesoro segreto

 

Eleonora attraversò con circospezione il cortile del palazzo di Borgo Pio, nella Roma che fu papalina: era lo spazio che divideva il vecchio alloggio del portiere, un casotto di un piano circondato da ogni genere di piante, dal deposito di mobili del sor Adolfo, il rigattiere ottantenne che in tempo di guerra ne aveva fatto nascondiglio per i dissidenti – rimasti pochi in verità – del regime.

Quella mattina Eleonora non aveva voglia di parlare con nessuno: aveva appena salutato gli ultimi cugini di una famiglia sparuta e rissosa, che le avevano volentieri lasciato il compito di radunare e dare ai poveri le poche cose di Fabiola, deceduta a ottantasei anni per un’infezione renale. Se ne era andata in punta di piedi, modesta come era vissuta, ma il suo funerale era stato degno di una principessa, perché la Chiesa di Santa Maria della Traspontina non riusciva a contenere le persone, distribuite lungo via della Conciliazione e nelle vie limitrofe: c’erano tutti, gli amici, i disabili cui aveva prestato aiuto, le suore Orsoline, i bambini che la amavano come fosse una fatina. Lei lo era, benché fosse alta solo un metro e cinquanta, i capelli bianchi e gli occhi celesti come il cielo, che diventavano maliziosi se si trattava di raccontare qualche pettegolezzo innocente o si illuminavano se giocava con un bambino. E non era altro che questo: una piccola donna dal sorriso bonario, la zia di tutti, arrivata a Roma nel 1947 da un paesino del viterbese per stare a servizio da un cugino più ricco o meglio dalle due sorelle zitelle che vivevano con lui. Erano in parecchi nell’appartamento a Borgo Pio: quattro figli, le due zitelle, un prozio che metteva becco su tutto, soprattutto sui pranzi e sulle cene che scroccava a Libero, suo nipote, assicuratore dai modi spicci e dal cuore grande. Troppo grande, forse, perché morì a quarantadue anni lasciando una situazione precaria. Le zitelle iniziarono a vendere al bottegaio di fronte le loro prelibate marmellate, i carciofini sott’olio il cui brevetto aveva vinto più premi a cavallo tra le due Guerre e – si diceva – due medaglie d’oro ‘al Lavoro’, nonché la crema di nocciole viterbesi che venne presto soppiantata dalla più consolatoria Nutella. Vestite sempre di nero, Tilde e Pina non furono mai di peso; il prozio scroccone cambiò rapidamente indirizzo; la moglie di Libero, Clarice, donna dalle mani delicate, imparò la maglia a punto pavone, con la quale rivestì tre generazioni di neonati, guadagnando il giusto per consentire ai figli di mangiare. A Fabiola fu permesso di rimanere, purché badasse a se stessa: lei corrispose sempre all’ospitalità mantenendo la casa pulita, prestando servizio presso la vedova di un funzionario e facendo da governante, il pomeriggio, ai figli del sor Antonio, il pizzicagnolo. Crebbe come una nipote anche Eleonora, trentacinque anni, l’unica che aveva ereditato la passione per la buona cucina e per i dolci fatti in casa. Per questo nella chiesa, mentre i bambini del coro intonavano l’Ave Maria di Schubert, Eleonora aveva sentito scorrere sulle guance poche lacrime, veloci e discrete, quelle stesse lacrime che non era riuscita a versare ai funerali dei suoi genitori.

Salì i dieci gradini ripidi che conducevano in casa, sfilò la chiave da sotto lo zerbino – Fabiola non aveva segreti – ed entrò facendo schioccare la serratura di ferro; si affacciò nell’unica stanza: un tavolo con il piano di marmo, tre credenze di laminato marrone dalle venature stampate, una poltrona rosa polvere e una tv a tubo catodico, dietro la quale spiccava il calendario di Frate Indovino. Dietro una tenda verde scuro – il colore preferito da Fabiola – che separava in due l’ambiente, c’erano una branda e un comodino, quasi una cella senza finestra; nel bagno si respirava  la fragranza di talco e di sapone al garofano, unico lusso cui la donna non aveva mai rinunciato, un odore dolce e ruvido allo stesso tempo, come era stata lei con tutti coloro che aveva amato. Che erano molti, si era visto quella mattina.

In quei nove metri quadri erano racchiusi i ricordi olfattivi, tattili, emotivi di Eleonora e i pochi oggetti salvati dalla razzia dei cugini nell’appartamento dei nonni, di quando era bambina, di quando il profumo dei bocconotti di pasta frolla, ripieni di ricotta e cannella, si diffondeva per tutto il cortile creando un’unica onda sensoriale in cui navigavano le papille e le note stentate di un pianoforte al terzo piano.

Ridiscese i dieci gradini e riattraversò il cortile per affacciarsi dal sor Adolfo: “C’è nessuno?” chiese mentre con la mano sfiorava il piano di vetro verde di una credenza appartenuta ai nonni, che Adolfo non aveva voluto vendere, con la scusa che i cassetti erano comodi per conservare la contabilità.

“Salgo tra dieci minuti” rispose l’uomo facendo capolino dietro un armadio che stava restaurando: “Ma guarda, t’o dico subito, nun c’è trippa pe’ gatti. Fabiola non c’aveva niente”

“A tra poco” disse Eleonora, salutando la moglie di Adolfo, rattrappita come un pappagallo su una sedia di paglia di saggina.

In casa di Fabiola non si respirava la morte, ma la vita, pensò Eleonora mentre riordinava i pochi libri allineati sul piano di una credenza: La storia di Santa Teresa d’Avila, Il Rosario, i due Vangeli – uno illustrato e uno tascabile – le riviste Il Missionario, Mani di Fata, Dolce e Salato. Accanto, il quaderno con le ricette che Eleonora aveva dattiloscritto in due copie, tenendo per sé la velina e regalando a Fabiola l’originale rilegato con un cartoncino rosso.

Ebbe voglia, improvvisamente, dei bocconotti che Fabiola le preparava ogni volta che l’andava a trovare, ma lei non c’era più, adesso, a sollevare con l’espressione di un gatto sornione il tovagliolo che copriva la teglia, profumatissima, dove aveva appena cotto quella delizia. Fabiola … Pensò commossa la donna, aprendo alla pagina giusta il libro di ricette: duecento grammi di farina, cento di burro, canditi, tre uova, due bicchieri di zucchero, quattro stecche di cannella sciolte in un pentolino di latte bollente, trecento grammi di ricotta di pecora. Rovistando nelle credenze, Eleonora aveva trovato gli ingredienti, ad eccezione del latte e della ricotta; li comprò da zi’ Gino e dopo aver impastato burro, farina e uova mise a riposare la pasta frolla, quindi insaporì il latte con la cannella. Preparò il ripieno e attese: del sor Adolfo ancora niente.

Si guardò intorno e continuò a ordinare le foto incorniciate, le tovaglie ricamate da sua nonna, la scatola con i ‘santini’, fino a imbattersi in uno scrigno di legno, il cui coperchio scattò alla pressione delle dita di Eleonora: all’interno, erano conservate poche lettere dall’inchiostro stinto, vergate con il corsivo che si usava una volta. Non resistette alla tentazione e le aprì, scoprendo le parole d’amore e gelosia dei nonni, ai tempi in cui erano fidanzati: dolce Clarice, non dare ascolto alle parole di chi vuole dividerciLibero, amore mio, non tradirmi con il pensiero anche se siamo lontani … E così via dicendo, tra una rosa appassita e un distintivo di sergente maggiore del Regio Esercito. Se suo padre era nato da una simile passione, una quantità di amore doveva pur essere rimasto tra i suoi capelli scuri, tra le sue labbra, nella sua pelle, osservò Eleonora guardandosi nell’unico specchio – un ovale graffiato dal tempo – esistente in casa di Fabiola.

Il profumo caldo della cannella, nel frattempo, aveva invaso le narici e la fantasia di Eleonora, che si sciacquò le mani e si rimise al lavoro, ricordandosi dell’elemento segreto della ricetta dei bocconotti: una goccia di alchermes! Tentò di aprire il frigorifero, un Rex panciuto, ma nel forzare il pedale, lo ruppe: in terra rotolò un suono metallico. Si chinò e vide un anello di brillanti, probabilmente fuoriuscito dal vano difettoso del pedale; lo indossò e scoprì che calzava perfettamente al suo dito medio. Incuriosita, aiutandosi con la torcia del telefono cellulare, Eleonora scavò nel vano ed estrasse, una alla volta, due fedi, tre catenine, un ciondolo con un Sant’Antonio benedicente. Raspò ancora con il dito e scoprì le due medaglie d’oro: una fortuna. Cosa avrebbe trovato ancora, nascosto tra la farina o tra le tovaglie? Si interrogò con il cuore che le batteva forte per la gioia. E lo trovò: mille e trecento euro conservati tra le vecchie riviste di Padre Pio. Sacro e profano.

Suonarono alla porta: era Adolfo. Squadrò la casa, prese le misure, controllò dietro la tenda verde e scosse la testa: “A parte er tavolinetto da lavoro, qui è tutto da buttà”

“Ha ragione, è tutto da regalare ai poveri” e lo accompagnò, composta, alla porta.

Rimasta sola, si lasciò avvolgere e cullare dal profumo dei bocconotti in cottura nel forno. Si distese sulla branda dalla coperta patchwork e con la mano accarezzò il cuscino che portava ancora l’aroma di talco di Fabiola e rincorse non più i propri ricordi, ma il futuro.