Maja Ricci Andreini - Poesie

All’ombra dell’ultima Luna

 

Lo stanco naviglio si arenò sulla secca

di una scoscesa piana de La Mecca,

ne discese un guerriero senza spada

che,  stranito, disse solo:”Nada!”

 

L’incenso bruciava su alambicchi cromati

innanzi ai profani dalla folla osannati,

agghindati a festa, rifulgenti i monili,

preda di sguardi bramosi e vili…

 

L’erudito cianciava  roboante

a sconfinati   orecchi da mercante

celati in sorrisi ipocriti e  spassionati

estasiati dalle funeste profezie dei vati.

 

Lo stallone montava la vetusta cavalla

con il possente  cazzo che faceva falla

atterrito dal grido acuto e repentino

del suo malfidato e sciagurato fantino.

 

Il folle vagava ramingo per la fetida via

che lo avrebbe condotto alla bramata pazzia

mentre il muto,  silente, urlava al vento

di condurlo lontano da tanto tormento.

 

“Ultima Luna d’Oriente, che tutto vedi

e gli animi irruenti, dolce e pacata, sedi,

risveglia la marea dormiente! Rapisci il naviglio!

Concedi al guerriero un muschiato giaciglio!”

 

“Ultima Luna d’Oriente, che  tutto vedi

e gli animi irruenti, dolce e pacata, sedi,

ritempera il guerriero delle sue fatiche

che possa riprendere le sue lotte antiche!”

 


“Ultima Luna d’Oriente, che tutto vedi

e gli animi irruenti, dolce e pacata, sedi,

scompari, domani, al sorgere del nuovo sole,

che possa tutto tingere di cangiante colore!”

 

“Valoroso e intrepido guerriero, destati! E giorno!

Hai già valicato il passo del Non Ritorno!

La battaglia ti aspetta! E il tuo giuramento!?!

Di prestargli fede  è giunto il momento!”


 

Padre

 

Padre,

rivedo il tuo volto in una vecchia foto,

non riconosco il mio sguardo nel volto noto,

scorgo attimi della nostra vita insieme,

sento nella mia anima il tuo seme,

un seme di dolore, di conoscenza,

ma non di amore, di impotenza.

 

Padre,

che mi hai insegnato l’arte della sofisticazione,

il libero arbitrio, la contestata perversione,

rivedo nei tuoi occhi la tua solitudine,

un martello che batte sull’incudine…

Sempre lo stesso monotono suono,

un dito puntato in un fragoroso tuono.

 

Padre,

che, vile, fosti schiavo  della tua acerrima mente

per un orgoglio che sempre pedissequamente

annichiliva la tua profonda dignità

nell’esercizio di un’ingiusta autorità,

offesa al tuo reale e indiscusso potere

di insegnare il vero e profondo sapere.


 

Il gioco

 

Il gioco sottile

del pensare vile

che la vita sia

un’epifania.

 

Il gioco arcano

di porre mano

all’ottonica maniglia

della patentata famiglia.

 

Il gioco estremo

del  magico eremo

delle fantastiche illusioni,

blandite perversioni.

 

Il gioco… solo un gioco..

IO GIOCO!!

 

Gioco con l’esistenza

senza fatua persistenza!

Gioco con l’apparire

senza nulla dire!

Gioco con il cuore

e lo  chiamo amore!


 

L’amante

 

 

Assorto nello specchio dei suoi desideri,

non comprendeva i subdoli pensieri

che lo legavano al volto dell’amata,

una via  percorsa, una dimora razziata.

 

Pseudo Ulisse in cerca dell’Itaca illusoria

Raccontata e descritta in una lontana storia;

Preda inconsapevole di un esilarante miraggio

Lo inseguiva, cieco e folle,  chiamandolo  coraggio.


 

La promessa infranta

 

 

Nell’ombra incauta di un volto artefatto

dalla disperazione muta di un bagatto

intuii chi mi si chiese di essere,

sentii l’impossibilità di esistere

innanzi a chi, freddo, mi fissava

e, pusillanime, la verità scansava

in sarcastiche rivendicazioni

e pretenziose ostentazioni

che annichilivano ogni mia spinta

a mantenere una promessa ormai finta.


 

Ciao!!!

 

A te che mi deridi perché lo aiutai,

anche tu chiedesti, mi scansai?

 

A te che di fatto mi hai tradito

e punti contro di me il tuo dito,

ti senti ganzo, ti senti forte?

In te vedo solo morte!

 

A te che mi giudichi incapace e folle

fosti colui che la coscienza volle?

 

A te cui volsi il mio pianto,

cosa fece la tua anima d’amianto?

 

Scusate, miei cari, se vi saluto

stanca del vostro Dio cornuto

cui vi appellate in inni ossequiosi,

agli occhi miei belati di mocciosi!!


Piede Impavido

 

La croce all’ombra del pedante cipresso

sobbalzò alla lama del nuovo nesso,

bandolo incredulo della matassa contorta,

vite incrociate in una fragorosa storta.

 

Piede impavido, che vai per la tua strada,

solo e dolorante nella sterminata rada

senza un gemito, senza un lamento…

Che ti abbracci il Sole, ti conduca il Vento!


Felicità

 

 

L’attimo infinito

Dell’essere tutto,

il magico frutto

dell’antico mito.

 

La vita  si risveglia

e pulsa nelle vene,

nebulizza le pene

arcaiche della veglia.

 

Morte delle fatue fate,

Notte di mezza estate.


Tu

 

Tu, al di là del verde colle

io, sulle aride zolle

di una terra tanto  amara

ma a me così cara…

 

Ti scorgo tra i riflessi

che io stessa tessi!

Ricordi di una vita

tra le ceneri finita!

 

Non comprendo

il filo da cui pendo,

acrobata dilettante,

giocoliere provocante…

 

Tu, che osservi distante

L’anima mia balenante

tra gli infiniti sentieri

dei miei contorti pensieri!

 

Tu, al di là del verde colle

Io, sulle aride zolle

di una terra tanto amara

ma a me così cara…  


 

I X COMANDAMENTI DELLA STREGA

 

  1. Le realtà sono tante, milioni di milioni, tu segui sempre la tua senza farti illusioni che ve ne sia una più”vera”: è da coglioni! Se, poi, il dubbio su quale sia la tua realtà ti assale, tu segui ciò che senti, difficilmente potrai sbagliare!

 

  1. Si vive male senza un’utopia. Fa’ dell’amore la tua sia quel che sia! Ama, però, sempre a fondo perduto senza aspettarti che qualcosa in cambio possa tornarti. Il rischio sembra enorme, ma, in realtà, così molto più difficilmente qualcosa –nell’intimo- ti scotterà!

 

  1. Amati per quello che sei nel tuo incessante divenire senza ingabbiarti in statiche etichette di cui, poi, non sai come liberarti; che siano tue o altrui non cambia: offrono il miraggio della coerenza e sicurezza, ma danno, in realtà, prigionia e incertezza!

 

  1. Ama il tuo prossimo e sii con lui autentico, disponibile e leale. Osserva come risponde e, per quello che è, sappilo accettare. Che non significa tu lo debba frequentare! Ricordati, però, di pensare –senza sensi di colpa- sempre prima a te perché lui, per necessità, lo farà per sé!

 

  1. Ama la vita nella sua essenza: non stare troppo a pensare se la bottiglia è mezza vuota o mezza piena. Non vi è risposta: dipende dalla prospettiva da cui si sta a guardare!

 

  1. Ama il passato per la sua intrinseca natura: una preziosa pietra iridescente. Impresa impossibile definirne i colori in modo univoco e, se così non fosse, procaccerebbe solo l’etichetta più opprimente!

 

  1. Chiediti sempre dove vuoi arrivare, scegli un sentiero, calcola i rischi e, poi, armato di lena e pazienza, inizia a camminare. Quando un traguardo c’è, prima o poi, si può tagliare! Se, poi, sbagli sentiero o, mentre vai, cambi traguardo, non ti scoraggiare: tu hai fatto del tuo meglio, ciò ti deve bastare per trovare la forza di ricominciare! Tutti si può sbagliare!

 

  1. Il fiume in piena rompe gli argini se lo si cerca di arrestare. Quando l’ansia, la paura e la tristezza ti invadono  tu lasciale vagare. Cerca il raggio di sole su una foglia e lasciati catturare: c’è sempre un altro giorno da venire, un altro sogno da inseguire!

 

  1. Chi sano vuol essere e bello vuole apparire un po’ di pene le deve soffrire: fa movimento, nutriti bene, non straviziare!, Se, poi, decidi di straviziare fallo bene: non per noia, tristezza o compiacenza, ma per godere!

 

  1. Segui le regole che ti dai, ma perdonati se non ce la fai!


     

    “Follia”

     

    Ricordo ancora le tue vesti appariscenti,L’abominio puro per tante comuni menti

    Che temono la scandalosa impudenza

    Di chi persiste nell’effimera fatiscenza

    Alla ricerca del nesso indecifrabile

    Che renda un effimero sogno afferrabile.


     

    “Confessione”

     

    Integerrimo sedeva sull’umile sedia

    Intento ad ascoltare la personale tragedia

    Dello sconosciuto interlocutore,

    Altro che l’ennesimo lusingatore

    In cerca di un qualsivoglia perdono

    Per ritrovare il perduto trono

    Dell’alquanto sottostimata serenità

    Che non perdona l’ottusa sordità

    A chi ha compiuto l’aberrante.

    Ora la coscienza sprezzante

    A ricordargli che qualsiasi errore

    Si paga sempre seppure frutto dell’ardore

    E non serve a nulla il placet estremo

    Di chi, forse saggio, si è chiuso in un eremo.


     

    “Vigliaccheria”

     

    Tenti con gli abiti sobri della prudenza,

    Subdola punti sulla precaria apparenza,

    Vendi come esca la bramata sicurezza,

    Così peschi con estrema destrezza

    L’ennesimo inconsapevole allocco

    Che della vita non sente il tocco.


     

    “Abiura”

     

    L’acre odore dell’irrefrenabile paura

    Che ti ha condotto all’amara abiura

    Di tanti e tanti e tanti sogni

    In nome di primordiali bisogni

    Esala, nonostante te, dalla tua pelle…

    Coscia delle impetuose procelle

    Che il tuo cuore ha dovuto affrontare

    Nel corso della vita che vuoi dimenticare,

    Ti osservo in silenzio senza proferir parola,

    Ma, come la cera dalla candela cola

    Al calore della fiamma inesorabile,

    Sento scivolare in me un dolore insopportabile…

    Mi chiedo il motivo dei miei vissuti…

    La risposta? Anche i miei sogni sono cornuti!!!


     

     

    “Illusione”

     

    Un messaggio di speranza portato dal vento,

    una voce lontana tra tante nel silenzio,

    un volto ignoto riflesso in uno specchio,

    un nuovo sogno prende il posto di uno vecchio…

    Il miraggio di un’oasi in un cielo terso,

    nato chissà dove eppure già perso!

    L’illusione di chi si inventa prestigiatore

    di una vita all’apparenza migliore.

    Il trucco senza alcun pudore svelato

    All’anima incredula dallo spettatore non pagato!


      

    SOLITUDINE

    La legna crepitava allegra nell’imponente camino

    Io, su un soffice vello, assaporavo un calice di buon vino.

    Le fiamme del fuoco violentavano l’impotente oscurità

    Io, rapita dallo spettacolo, ne ammiravo la grandiosità.

    Le grida del buio s’inerpicavano fino alle possenti travi

    In ombre minacciose dalle voci profonde e gravi

    Intente a danzare l’ultima folkloristica ballata

    Innanzi a una solitaria spettatrice alquanto sbadata.

    A un tratto il desiderio irrefrenabile di una sigaretta,

    Una compagna di scorribande unica perché maledetta!

    Preferita a tante comparse deludenti e prive di sagacia

    Che, di calcare le scene sole, non hanno l’audacia!

    Solitudine,

    quanto ti ho evitato nel corso della mia esistenza

    Senza comprendere che, della libertà, sei l’essenza!


    FATO

    La tua ragnatela è così impercettibile

    Che il non coglierla non è un atto vile!

    È solo l’innocente desiderio di volare

    Sulle inafferrabili e primordiali tare

    Donateci dalla storia che ci precede.

    Forse solo un vano atto di fede

    In una libertà alquanto aleatoria

    E, probabilmente, illusoria

    Costruita sulla consapevolezza

    Che non v’è alcuna certezza.

    Questo per non sentirci impotenti burattini

    Di imperscrutabili “probabili destini”

    Donatici da tanti ignari untori

    Primi tra tutti i nostri genitori!

    Fato,

    In me vedo il tuo raffinato disegno,

    Ne ho subito il pesante crudo segno

    Nel non sentirmi fino in fondo in me stessa,

    Ma solo una banale costruzione riflessa!


    RIMPIANTO

    Ormai blaterava solo sillabe distorte

    Recriminando contro l’infausta sorte

    Che gli aveva imposto tanto ingiusto dolore

    Intimandogli un dovuto atto di pudore

    Innanzi allo spietato veritiero specchio

    Che rifletteva l’immagine di un patetico vecchio.

    Un vecchio non più rintanato nella turpe fortezza

    eretta sulle fondamenta di una distorta assennatezza;

    Non più intento a vincere l’insostenibile noia

    Lanciando proiettili dalla stretta caditoia

    Su impotenti viandanti disarmati

    Rei solo di essere da lui disprezzati!

    Un vecchio terrorizzato dai rintocchi delle ore…

    Perso in uno straziante è opprimente torpore…

    Altro che una bigia nube inconsistente

    Capace di placare l’insaziabile sete della mente

    Di sapere perché ci fosse arrivato così in ritardo

    Quando, ormai, gli era precluso ogni traguardo.