2 NOVEMBRE
Grazie
per questo meraviglioso ottobre
per avervi incontrato nei sogni
visti in noi riflessi nell’acqua
averci sussurrato nel vento
tra i rami rossi e gialli degli alberi
nei passi leggeri che si sentono
la sera
A ME STESSA
Che altro mi resta
se non che il cielo
febbrile si riempia
di lampi in estate,
che altro dei cerei
assorti meriggi
su strade di sabbia
e l’oceano immenso,
di fronte,
dei suoni e dei sogni
acerbi eppur sempre,
scintille nel sole
di quella stagione,
rovente, le spine
ancora, nelle tenere
carni, infisse,
per quella di allora,
rimane un lampo,
d’estate, stasera,
o cara, a me
A MIO PADRE
“Oggi il cielo è sereno, finalmente, dopo tanta tempesta…
Lungo Ponte Vecchio, gli artigiani riprendono le loro attività, le botteghe sono molte, e rinomate.
I giovani garzoni sono occupati a pigiare nei pestelli, intagliare le cornici, …
Anch’io ero una di loro, unica donna ammessa al duro lavoro di apprendista…certo, le accademie mi erano precluse, lo scandalo sarebbe stato eccessivo…
E’ bella, quasi commovente,Firenze, sotto il sole di primavera: fiera e famosa nel mondo.
Mi chiamo Artemisia, Artemisia Gentileschi.
Il mio nome è bello, non trovate? Artemisia è il nome di una pianta, dalle molte virtù, gialla e profumata. A me piace tanto il giallo, in molti dipinti l’ho usato per raffigurare gli abiti delle donne, anche il mio. Il mio abito è luminoso, del colore dei re, della bellezza e della saggezza.
Ma questa è una lunga storia.
Gentileschi è il cognome di mio padre, un grande pittore, che ha lavorato anche per il Papa.
Io sono nata a Roma, nella grande Roma, dove operavano I più grandi artisti. Tutti intenti a mostrare al mondo la grandezza e la ricchezza nelle chiese e nella città.
Tuttavia, la mia, non è stata una vita facile.
Mia madre è morta che io ero bambina, ed io, che ero la figlia più grande, spesso dovevo aiutare mio padre nel suo lavoro.
E mi piaceva, sapete, preparare i pigmenti ed i leganti per i colori, tendere le tele, usare i pennelli e le matite…è stato così che ho imparato a dipingere, osservando mio padre e gli altri artisti creare le loro meravigliose opere. Ho studiato la natura e i corpi umani…ho forse osato troppo?
E un giorno ho voluto provare io stessa.
Sapevo come fare, conoscevo l’arte e i suoi segreti: dipingere mi riusciva naturale come non avessi fatto altro nella vita, quasi fosse acqua pura che scaturiva da una fonte, avevo fantasia, passione, creatività…
Insomma, ero una grande artista!
Ma ero anche diventata una donna, avevo ormai sedici anni.
E le donne non dovevano dipingere.
Era già sufficientemente difficile per un uomo raggiungere la fama, gli artisti si uccidevano fra loro nei bui vicoli di Roma per ottenere una committenza importante. O si avvelenavano nascostamente, o si diffamavano diffondendo ingiuste e oltraggiose accuse…
Figuriamoci, una donna! Solo quello, ci mancava!
Non era possibile, e, comunque, non si doveva permettere.
E poi, incredibile a dirsi, una donna che disegnasse corpi umani, figure di amanti, anatomie perfette, scene allusive, no, questo non era proprio ammissibile.
Ma io lo sapevo fare, e meglio di tutti.
E’ stato un amico di mio padre, sì, il suo migliore amico, al quale lui stesso mi aveva affidata perché mi insegnasse i segreti del mestiere.
Padre, che mi hai abbandonato…
Il suo amico ha abusato della mia giovinezza, della mia fiducia, della mia passione, ha voluto assieme al mio corpo annientare il mio talento e la mia volontà.
Ma non ci è riuscito. Io l’ho denunciato alle autorità, ed ho subito il processo.
Non lui, ma io.
Io sono stata accusata di essere bugiarda, una poco di buono, sono stata umiliata e torturata di fronte a tutti. Sì, la tortura delle mani, le mie dita sono state rotte, ed una ad una, in più punti.
Non si può fare cosa peggiore ad un’ artista.
Le mie dita storte, violate, anch’esse: così come la mia anima.
Il mio stupratore è stato condannato, ma la tortura l’ho subita solo io.
Nel corpo e nella mente.
Ma con le mie povere mani ho ricominciato a dipingere, come e meglio di prima.
Il grande Leonardo diceva che il bravo pittore non dipinge con le mani, ma con la mente.
E la mia mente era adesso più chiara, forte, e grande che mai.
Sì, sono una grande pittrice.
Io, Artemisia.”
NEL MARE
mare mare
che urli
stasera
mareamaro
d’inverno
amatomare
di vita
senti il pianto
del figlio
perduto
grido cupo
di madri
spasmo muto
del padre
soffri mare
ferite di sale
offeso e tradito
nel corpo
dell’uomo
nel fondo
profondo
di noi
…Crotone, 26 febbraio 2023
RISIERA
Sei arrivata, bambina
Confusa, spaventata, offesa.
Porgevi il viso al freddo, alla pioggia,
la bora nera ti entrava nelle ossa
e nell’anima.
Ostinata, ma fragile, ormai, per sempre.
Risiera di San Sabba, Trieste, 1945.
Una lingua diversa,
cercavi sguardi e parole,
una fotografia che ancora ritrovo,
l’avevi con te.
Quella che eri, prima.
Il tempo è passato, sei tornata a casa.
Rimane il dolore, la fatica, la paura,
mai spiegati, mai leniti.
Siamo sempre noi, come allora, esuli.
Ora sei libera.
Un abbraccio, mamma, da quaggiù
SUL MARE
Volevo…
una casa sul mare
ove guardare il cielo
grigio d’inverno
e i gabbiani in volo
roteanti, nel vento
grecale
respiro dei tempi
di gesta mitiche
e corsare
volevo…
la casa del padre
tradita e perduta
il sogno bambino
intatto di pace
di affetto e preghiere
di madre
nel quieto mattino
levarmi e sentire
che il giorno m’attende
ora…
nel muto cortile
nei vetri invecchiati
mi vedo
sorrido
di quiete.
LE TUE VESTI
Le tue vesti
ora metto
sì come reliquia
come un’urna
di tele ed intrecci,
azzurri, di cielo;
che i tuoi occhi
erano quelli
del fiume.
Altri i miei, e tu,
questo, non l’hai
perdonato.
Fu per me
colpa antica
portata
con rabbia e
dolore, come mai,
Madre?
Che i tuoi panni
allora, io, sempre,
ho indossato,
con cura
e pazienza,
attendendo,
nell’ombra,
silente, il tuo
sguardo.
AURORA
Dai canali di marzo
la madida bruma
si leva
Mentre lento
un airone grigio
trascorre
L’aurora mi cinge
tra braccia, lievi,
di madre
IL VOLO
Lanciano
rondini l’ali
contro il cielo
vermiglio
Ombre tremule
a tratti
sui muri
di case
Ma il falco
in cerchio
richiama
L’ eco antica
al suo grido,
lontano