SOGNO

Mi corri incontro.

Ma io ti vedo come al rallentatore,

una lunga sequenza di fotogrammi.

E ad ogni fotogramma

cambia il numero degli anni.

 

Ti vedo a due anni,

la corsa incerta

e sbilanciata

di chi ancora

non ha coscienza di sé.

 

Ora hai dieci anni,

e corri,

come se rincorressi

con gioia

il tuo pallone.

 

Diciott’anni,

la corsa snodata

dell’adolescente,

che cerca la strada

anche dentro di sé.

 

E ora sei un uomo,

ti vedo davanti a me,

sempre più vicino,

lo sguardo sicuro

specchiato nel mio,

figlio mio mai nato.


STUPORE

Ti vedo.

Ma non so se sei proprio tu.

Le ciglia, le ricordavo più lunghe.

La bocca, più rossa.

E le guance più accese,

i capelli, più lucenti,

e più bianchi i tuoi denti.

Non so se sei più tu,

quello che vedo ora

con gli occhi,

e non col cuore.


VITA

Oh vita,

 

io non ti ascolto,

ma tu mi parli;

 

io non ti vedo,

ma tu mi guardi;

 

io non ti penso,

ma tu ci sei.

 

Io non ti voglio,

ma tu mi prendi,

 

vita.


IL COLORE DELL’ATTESA

Seduta a fissare il nulla

Di questo tramonto di pomodoro

Sospesa nel tempo

Da fili che corrono

Più lontani dei sogni

La stanza mi circonda,

Cercando di stringere in una morsa

Tappezzata di cipria sbiadita

Il blu siderale ed il verde di ghiaccio

Dei miei confusi pensieri,

Appesi a fogli bianchi e neri di calendario

Aspetto che questo grigio nemico

Poggiato qui accanto

Mi chiami con la tua voce.

A minuti, saranno due anni.


MEMORIA 2

Brulichio di ricordi

che si sbranano l’uno con l’altro.

Voraci animali

di cui vince il più forte.

Ecco che la coda di uno

sparisce nelle fauci dell’altro,

e non scorgi più il confine

che divide le esistenze tra loro.

 

Ricordo di te.

Aggrovigliato serpente

di mille spire inanellate tra loro.

Dov’è il tuo inizio?

Dov’è la tua fine?


POMONTE

Ciottoli grandi, meno grandi.

Lisci, meno lisci.

Bianchi.

Mare mai calmo.

Riflessi ora azzurri, ora blu.

Piccole bave di spuma

si incrociano tra i rami

di tamerici frondose

chinate sulla bianca distesa.

Gabbiani posati su massi rotondi

che spuntano tra le acque qui e là

riposano il loro volo

e si chiamano, a becco spalancato.

Non è paesaggio di calma.

Nell’anima il vento e la spuma

ricordano immagini inquiete.

E forse è per questo

che sento sì forte il richiamo,

e forte ugualmente qualcosa

che prova a tirarmi all’indietro.

Ma resto, e il vento pian piano

mi gela le ciglia e la bocca.