Biancamaria Valeri - Poesie e Racconti

Vento d’autunno

Come un brivido lento
L’umido vento
Annuncia l’arrivare
Del primo gelo.
Algido è il cielo
Dove stormi di uccelli
Si rincorrono
In volteggi lenti e misurati
Malinconico preludio
Della loro dipartita
Verso altri lidi.
Brillano i colori
Della Natura
Che intona
L’ultimo canto
Prima del letargo
Lungo e silenzioso.
Un tempo triste
Di silenzio
Si prepara.
Intanto
Gli occhi si riempiono
Dell’ultima luce
Bagliore perduto
D’estate.

 


 

 

Estate

Che bella l’estate!
Brilla
L’azzurro ciel
Come cristallo
Adamantino.
Dal mare
Piatto e placido
Refrigerante brezza
Spira.
Scorre vigoroso
Il sangue nelle vene.
La bella d’erbe e animal
Famiglia
Gode
Per la ricchezza
Delle messi
Che dona generosa
La natura.
Il canto delle cicale
Nel meriggio,
Preludio
D’incipiente
Umido autunno,
Non crina
La mollezza del riposo
Non oscura
L’energia che dà la luce.

 


 

 

Zattera

Le tempeste della vita
ci temprano
ma solchi
e graffi lasciano,
ferite di difficile ristoro.
Come una zattera
è il nostro andar
pel pelago in burrasca,
come un relitto
dopo le battaglie
con l’onde
guerreggiate.
Di legno il relitto
non affonda …
Galleggia
anche se l’onde gonfie,
virulente
lo frustano e
lo fanno traballare.
Aggrappàti
a quel pezzo di legname
l’agognata riva
a toccare riusciremo,
a guadagnar la terra ferma …
perché la vita come l’amore
è più della morte
forte.

 


 

 

Viaggio

Metafora di vita
il viaggio,
lungo o breve che sia.
Come viandanti
andiam
peregrinando,
percorrendo una strada.
Fatalmente trovata
al nostro passo,
dapprima svelto
poi …
sempre più lento.
Nella corsa
a resilienza servon
le fermate,
altrimenti tracotanza
nutrirebbe
il nostro andare.
Benèfici
gli ostacoli al cammino
non interrompono
il successo che
durevole e profondo
non nascerà da ghiaia risonante,
ma da terra buona
che fatica feconda
e il pensare corrobora.

 


 

 

Sogno

Tra le nebbie argentate
della sera
quando le stanche membra
s’abbandonano a Morfeo
s’affacciano
danzanti
al dolce oblio
dell’oppressa mente
immagini infinite.
Fantasie
che libere
si sciolgono
caleidoscopio
che riflette la giornata
ricostruita
secondo il battito del cuore.
I sogni abbelliscono la vita.
Colorano d’oro e d’argento
i nostri passi.

 


 

 

Lacrime

Sulle tue gote,
Amico mio,
di salsedine
scorre
il sapore del
tuo pianto.
Sono lacrime calde
che bruciano
perché sgorgano
dall’intima sorgente
del tuo cuore.
Lì dove il caldo
nasce per amore
e nasce anche
per l’amara esperienza
del dolore.
Non pianger più,
Amico mio.
Asciuga
quel tuo pianto che ti riga
bruciante
il tuo bel viso.
È un’esperienza di dolore
ma ti porta in alto
dove l’universo si dilata.
Vedrai più luminoso
il suo confine.

 


 

 

Pioggia

Cristallina
la voce del cielo
scende fitta
sulla terra.
Suoni diversi produce
talvolta sonori
talora trilli
talora cinguettii …
L’animo accompagna
del sognante
ascoltatore.
I fili argentini
annodano l’anima
altrimenti vagante
sulle orme
di sparsi pensieri.
Refrigerio
non sempre
donano.
Sembrano
per il core spaurito
pioggia
fredda e ritmata …
Lacrime amare
che cadono
necessitate dalla gravità …
inconsapevoli e fredde …
Del dolore umano ignare.

 


 

 

La tua pace

Nel tuo seno materno
troverò pace, o Dio.
Di delizie mi sazierò
nell’infinita pace del tuo
amore.
Non m’atterrirà
alcun male
se s’apre
la misericordia tua.
Con te, mio baluardo,
sbaragliato ogni nemico,
anche la morte non farà paura:
sarà come ponte
che darà
passaggio all’altra riva,
terra promessa,
agognato sogno,
dimora senza spazio
e senza tempo,
luce infinita
e profondo amore.
Apri le braccia
e dammi pace,
Amore,
nella luce del tuo amore
quiete avrò.

 


 

 

Nella tua luce

Non c’è distanza
tra la notte e il giorno
se l’Eterno
spalanca le sue braccia.
Vita e morte
si affrontarono
nell’eterno dissidio.
Quale insondabile abisso
di disperazione
si aprì
davanti al mio cuore!
Sprofondai nel nulla
della mia fragilità.
Sperimentai
il silenzio di una notte
senza fondo.
Desolato giacevo
senza forze,
scomparsa della libertà
l’ultima brama.
Una luce improvvisa
Ecco mi avvolse,
mi portò in alto
più in alto delle stelle.
Il tuo sole mi scaldò,
Signore,
il tuo Amore mi consolò.
Ebbi la vita.
Non mi fu più tolta.
Chi accogli nel tuo Amore
non vedrà più notte.
Nella tua luce
io vivrò l’Amore.

 


 

 

La bellezza salverà il mondo

Pellegrinaggio di un’anima

Il mio pellegrinaggio sentimentale all’interno del labirinto, in cui ci ha costretto il Covid-19, inizia il 18 settembre 2021, quando mi immergo in Ferentino-Foto-Festival, l’annuale kermesse fotografica che nell’VIII edizione propone la tematica del Tempo Sospeso. Allo sguardo del visitatore si presenta un gigantesco collage di stampe incollate sulla pavimentazione della Piazza Matteotti. È un percorso per riflettere sull’esperienza inusuale e drammatica di un tempo che ha perso la sua dimensione fondamentale di misura della realtà. Mi colpisce, come un pugno nello stomaco, l’opera di Vincenzo Ludovici, un’opera d’arte informale, complessa, da meditare, decifrare. Strisce di colore sui toni del rosso e dell’azzurro rappresentano visivamente il lento liberarsi dell’anima dagli affanni. Dal rosso bordeaux, simbolo di lotta, di dolore, a fatica si superano i contrasti, simbolizzati da linee nere oblique, che strette, come uno steccato insormontabile, sbarrano il passo al desiderio di liberazione. La superficie pittorica è bidimensionale, ma le linee oblique e il sovrapporsi di toni coloristici danno una scansione prospettica originale: il rosso, colore caldo per eccellenza in primo piano, sprofonda verso il basso caricato del pesante colore nero che lo attraversa; al centro della tela l’azzurro erge una barriera che a poco a poco si dirada, per lasciare sullo sfondo un bianco attraversato dall’indaco che rappresenta con immediatezza sentimentale l’ariosità del bene e della libertà. Sindrome di Stendhal davanti alla gigantografia di Patrick Nicholas! Mi ha commosso la figura femminile che, racchiusa nel guscio di un nautilus, dorme avvolta in un velo di organza, immersa in un nitore ultraterreno. Il velo riprende con drappeggio sinuoso le linee elicoidali del guscio, quasi metafora del diaframma fotografico. La donna dorme come in un bozzolo che non si è ancora dischiuso, anche se lascia scoperto il bel volto e ancor più i capelli corvini sciolti e arruffati da un alito impercettibile di vento leggero. Immagine che rende meravigliosamente e sinteticamente il senso del tempo sospeso, del tempo dell’attesa. Dolcissima la foto di Luciano Novo che ti interroga attraverso uno scatto costruito classicamente: una maternità contemporanea. La foto fissa l’abbraccio nudo di una Mamma che sorregge il figlioletto nudo anch’esso. Il gruppo ha un non so che di marmoreo; è al tempo stesso morbido e promana luce chiara, solare. Non riceve luce dall’esterno, che è in ombra: il gruppo è luce lui stesso. Solo lo sguardo si immerge nel futuro, in attesa che il tempo sospeso si muti in nuova forma di vita e di azione.
Domenica 19 settembre mi fermo a meditare sull’opera di Fulvio Bernola, che fissa in uno scatto il dramma della Shoah. Lo sguardo smarrito si fissa sui binari orrendi, sui quali sferraglianti e pesanti treni trasportavano lo sgomento carico di carne umana nel campo di Auschwitz. Colori grigi, in varie sfumature si dilavano nei toni del grigioverde. Il punto focale dell’orizzonte è il caseggiato del campo, che in questa foto è annullato dalla dominante prospettiva dei binari; è ridotto a un punto lontano, che il ritmo frenetico e rumoroso dei binari del treno anticipa e conclude nel silenzio di tomba. I binari, le traverse tra loro parallele, l’impianto geometrico del secondo piano della foto, potrebbe far pensare a razionalità, a regolarità, a ordine; ma l’ordine suggerito si conclude nell’orrore, che l’Artista vuole dimenticare. Su quell’orizzonte, ridotto a linea, si leva il cielo, grigio con nubi pesanti, ma si intravvede la luce. Il male non avrà vittoria, anche se farà soffrire. In primo piano il mattonato regolare indica un marciapiede, un passaggio: andremo oltre, verso la liberazione e la libertà. Questo grido non è solo una speranza; è certezza e fede. Mi accorgo, continuando nel mio pellegrinare tra le foto, che nel Tempo Sospeso viene destrutturata anche la figura umana. In un’opera informale Augusto Di Marco ci suggerisce che il Tempo Sospeso è uno stato mentale, è un sentimento astratto generato dallo sconvolgimento di tanta quieta tranquillità, nella quale ci eravamo comodamente adagiati. Augusto interviene nella materia con un segno espressivo che genera una forma non riconducibile ad alcun elemento naturale. Suscita una forte emozione anche per l’uso di colori puri e contrastanti, che vengono usati per significare: paura, ribellione, lotta, coraggio, sforzo, volontà di rivincita e riscatto. La sagoma informe, che galleggia in un oceano di non senso, potrebbe somigliare ad una mostruosa creatura degli abissi, dei fondali oceanici; potrebbe essere ricondotta all’inconscio che fa fatica ad essere significato, ad esprimersi, ad uscire allo scoperto e alla luce del sole. A un tratto scorgo un corpo virile ritratto da Palmiro Pro a mo’ di manichino alla De Chirico. È inserito in una cornice sui toni del verde, che si apre tutt’intorno al soggetto come se si affacciasse su un palcoscenico, di fronte a un pubblico muto. La posizione è stante, anche se si evidenzia una leggera torsione del busto verso sinistra. Tale torsione permette un marcato chiaroscuro sul lato destro del corpo, ritratto senza braccia e senza volto. Il piano americano consente a Palmiro di evidenziare nelle membra tornite e scultorie evidente accenno di incipiente azione. Unico elemento coloristico: la calzamaglia rossa, simbolo di vita e vigoria, che fa risaltare in un sottile chiaroscuro la voluminosità del membro virile.
Invece Stefano Rinaldi, in un piano medio descrivere, dalla vita in su, la figura di una donna nuda, che giganteggia sullo sfondo angosciosamente vuoto. Una donna materica; immersa e costretta in una crosta cretacea. La luce la colpisce da sinistra, provocando con il suo calore cretti e screpolature. Sembra di assistere a un silenzioso risveglio, nel quale emerge lentamente e fiorisce la morbidezza del corpo femminile e delle sue forme rigogliose. La donna reclina il capo sulla sinistra e lascia ben visibile il sembiante di una giovane ancora dormiente, persa in un sogno meraviglioso suggerito dalla serenità dell’espressione. Sta per arrivare il tempo della rinascita, timidamente accennato dalla spinta obliqua dei capelli, che sulla nuca della giovane, da destra, cercano di imprimere il movimento della ri-nascita. La Donna, questa volta, non nasce dalla costola di Adamo, sorge dalla Terra, la grande Madre che nutre e dà vita a tutte le creature del mondo sublunare. La ri-nascita propone una nuova giovinezza terrestre. La Nuova Donna, di cui si attende la nascita, non si è accorta che esiste il Cielo; ma forse, considerando la serena espressione di abbandono che traspare dal volto, lo sta già sognando. Una domanda affiora dall’intimo sulle mie labbra: nella riduzione dello spazio creativo quale sarà la condizione dell’Arte?
Forse la risposta è nell’opera di Alefo Del Bosco, che presenta una ballerina di danza classica, seduta e fasciata dal suo candido tutù, del quale si intravvede un piccolo lembo della veste arricciata. La giovane danzatrice indossa la mascherina e regge con la mano destra la gamba sinistra, il cui ginocchio è il punto focale della composizione. La ballerina è al centro di un universo di cose, di oggetti senza vita e senza senso, affastellati in disordine ai suoi lati. La donna brilla di rara bellezza e di limpido nitore. Il fondo nero e il primo piano, anch’essi neri come la pece, non turbano la bellezza, non scalfiscono la serenità e l’equilibrio della danzatrice, che resta ferma al centro della scena e la domina con grazia. Una nuvola di nebbia nell’angolo destro della foto, sagoma imperfetta di una stella, fugge lontano diradandosi a poco a poco. Nell’anno, in cui si ricordano i 200 anni dalla nascita di Dostoevskij, resta più vera che mai la sua affermazione: la bellezza salverà il mondo. Infine mi attraggono e suscitano in me forti emozioni due opere di Donne.
Paula Rae Gibson, su due piani paralleli, colloca i corpi di due fanciulle addormentate; sono divise tra loro da un’atmosfera surreale, anche se il colore dominante, l’azzurro in tutte le sue tonalità chiare, potrebbe essere rassicurante. I lunghi capelli castani della ragazza soprastante sono l’unico punto di fragile contatto con il corpo della ragazza che dorme, parallelamente a lei, sul pavimento. Le due giovani sono inserite in una stanza molto realistica, ma innaturale è la posa e la situazione: sembra di assistere ad un gioco di prestigio. La luce entra nella camera da un’ampia finestra, ma non sveglia dal letargo le due giovani. Sembra di vedere riflessa nella stanza la sardonica ironia della pandemia da Covid-19, che ha anestetizzato, paralizzato il mondo.
La fantasia mette ali al cuore e Irene Zottola avvolge il bel corpo di una donna in una tela bianca, leggera a tal punto che pur coprendo le belle forme, fa percepire il fascino sinuoso di una armonica camminata. La tela a costine diagonali contrasta con l’andamento rettilineo e orizzontale della scrittura, che corre su tutto il piano. Una bellissima e sottilissima trama di bianchi e di grigi consentono al corpo femminile di “uscire” prospetticamente dal piano. La pandemia si è contrapposta al movimento della vita e per la vita; ma la Vita, la Volontà continuano ad andare avanti e vinceranno, così come suggerisce lo slancio volitivo che il braccio della donna, arretrato rispetto al corpo, imprime ad esso.
In questa VIII edizione di FerentinoFotoFestival sono state molteplici e originali le interpretazioni del Tempo Sospeso, tempo crudele del Covid-19, che ci ha privato di tanti amorosi sensi, di tanti abbracci, di comunicazioni sentimentali bisbigliate e timorose di svelare il mistero. Chi ci ridarà, nel Tempo Sospeso, indeterminato, indeterminabile, sanza tempo tinto, il piacere dell’amore puro e sublime? È straordinario rendersi conto che la figura femminile campeggia in quasi tutte le gigantografie della mostra. Sembra che alla Donna gli Artisti consegnino la Speranza di una nuova alba. Il tempo sospeso è immobile, impenetrabile, non fa sperare movimento e comunicazione; è sospeso tra le incertezze del presente e i timori di un futuro fragile, difficile da decifrare. Bisogna trasformarlo in un crogiuolo dove far nascere pensieri nuovi, capaci di ridefinire i valori, i bisogni, i desideri con i quali ripensare se stessi, gli altri, la società. Solo la Donna, per natura chiamata alla maternità, a plasmare materia, ossa, nervi e sangue, a custodire memoria e valori, potrà guidarci a dipanare questo tempo sospeso, questo tempo così difficile da vivere, ma che alla fine terminerà nella luce piena del giorno, al termine della fatica.